18 Agosto 2025
Lunedì XX Settimana T. O.
Gdc 2,11-19; Salmo Responsoriale Dal Salmo 105 (106); Mt 19,16-22
Colletta
O Dio, che hai preparato beni invisibili
per coloro che ti amano,
infondi nei nostri cuori la dolcezza del tuo amore,
perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa,
otteniamo i beni da te promessi,
che superano ogni desiderio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Benedetto XVI (Messaggio XXV Giornata Mondiale della Gioventù): I comandamenti, via dell’amore autentico - Gesù ricorda al giovane ricco i dieci comandamenti, come condizioni necessarie per “avere in eredità la vita eterna”. Essi sono punti di riferimento essenziali per vivere nell’amore, per distinguere chiaramente il bene dal male e costruire un progetto di vita solido e duraturo. Anche a voi, Gesù chiede se conoscete i comandamenti, se vi preoccupate di formare la vostra coscienza secondo la legge divina e se li mettete in pratica.
Certo, si tratta di domande controcorrente rispetto alla mentalità attuale, che propone una libertà svincolata da valori, da regole, da norme oggettive e invita a rifiutare ogni limite ai desideri del momento. Ma questo tipo di proposta invece di condurre alla vera libertà, porta l’uomo a diventare schiavo di se stesso, dei suoi desideri immediati, degli idoli come il potere, il denaro, il piacere sfrenato e le seduzioni del mondo, rendendolo incapace di seguire la sua nativa vocazione all’amore.
Dio ci dà i comandamenti perché ci vuole educare alla vera libertà, perché vuole costruire con noi un Regno di amore, di giustizia e di pace. Ascoltarli e metterli in pratica non significa alienarsi, ma trovare il cammino della libertà e dell’amore autentici, perché i comandamenti non limitano la felicità, ma indicano come trovarla.
Gesù all’inizio del dialogo con il giovane ricco, ricorda che la legge data da Dio è buona, perché “Dio è buono”.
Prima Lettura - Antonio Gonzalez Lamadrid: La dialettica della storia della salvezza - 1. I figli d’Israele fecero ciò che è male agli occhi del Signore; 2. Allora, si accese contro Israele l’ira del Signore che li consegnò nelle mani dei loro nemici; 3. Gli israeliti gridarono al Signore; 4. Il Signore suscitò per gl’israeliti un liberatore che li salvò, e il paese rimase in pace per quarant’anni.
Ecco il noto schema tetramembro che segna il ritmo non solo del libro dei Giudici, ma di tutta la storia deu-toronomista, anzi di tutta la storia biblica. Iniziativa salvifica di Dio; risposta negativa dell’uomo; castigo; pentimento; nuovo intervento della grazia di Dio: ecco la misura dei quattro tempi che si conserva costante in tutto il corso della Bibbia.
A misura che ci si addentra nella conoscenza della Bibbia, si potrà scoprire la veracità di questa tesi generale.
Per il momento, ci troviamo nel libro dei Giudici, e il lettore è invitato a rileggere le storie dei sei giudici maggiori, che formano come lo scheletro di tutto il libro. Potrà verificare che ognuna di esse è costruita meccanicamente e artificialmente sullò schema tetramembro di cui abbiamo parlato.
Leggendo la Bibbia, non posso contentarmi di scoprire quello che gli autori sacri vollero dire ai loro contemporanei, cioè ai loro lettori immediati, ma io devo scavalcare i secoli che mi separano da loro e scoprire quello che dicono a me, uomo o donna di oggi. In questo sforzo per rendere attuale il testo sacro e i principi teologici che lo determinano, invito i lettori a riflettere sulla validità e l’attualità della menzionata dialettica tetramembro. Essa è ancora valida? È in armonia con la teologia cristiana?
Credo che la dottrina della grazia, preannunziata già dai profeti dell’Antico Testamento e sviluppata ampiamente da san Paolo, rettifichi o almeno completi la dialettica così meccanica e deterministica della storia deu-teronomica. La sequenza in quattro tempi di questa suppone un concetto eccessivamente bilaterale dell’alleanza. Di fronte a questo concetto bilaterale e oneroso, san Paolo pone la giustificazione gratuita attraverso la fede in Cristo e non attraverso le opere della legge (Gal 3).
Vangelo
Se vuoi essere perfetto, vendi quello che possiedi e avrai un tesoro nel cielo.
Il racconto del “tale” che si avvicina a Gesù per chiedere “cosa deve fare per avere la vita eterna”, è presente anche in Marco 10,17-22 e Luca 18,18-23.
Due i temi da sottolineare. Il primo tema sottolinea la condizione per entrare nella vita eterna: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”. L’elenco proposto si sintetizza nell’amore verso il prossimo: “amerai il prossimo tuo come te stesso” (v. 19). Il secondo tema sottolinea la condizione per essere “perfetto”: vendere tutto e donarlo ai poveri. Soltanto se si libera dalle pastoie della ricchezza, l’uomo può mettersi, come discepolo, sui passi del Cristo.
Questa richiesta radicale, comunque, non è tesa da parte di Gesù a istituire “una categoria di ‘perfetti’, superiori ai cristiani ordinari. La ‘perfezione’ presa in considerazione è quella della nuova economia, che sorpassa l’antica completandola (cf. 5,17 +). Tutti vi sono ugualmente chiamati (cf. 5,48). Ma, per stabilire il Regno, Gesù ha bisogno di collaboratori particolarmente disponibili; a essi egli domanda di rinunciare radicalmente alle sollecitudini della famiglia (8,21-22) e delle ricchezze (8,19.20)” (Bibbia di Gerusalemme nota 19,21).
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 19,16-22
In quel tempo, un tale si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?».
Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Gli chiese: «Quali?».
Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?»
Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».
Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.
Parola del Signore.
Il giovane notabile ricco - Per Matteo il “tale” che si accosta a Gesù è un giovane (Mt 19,20.22) e per Luca un notabile, quindi una persona importante (Lc 18,18). Il giovane, agiato, molto ricco, osservante della Legge, probabilmente cresciuto in un ambiente familiare molto religioso, doveva nutrire buoni propositi. Lo suggeriscono la fretta con la quale va incontro a Gesù e il suo gettarsi in ginocchio davanti al giovane Rabbi di Nazaret (cfr. Mc 10,17).
A sentirsi chiamare ‘Maestro buono’, Gesù sembra reagire bruscamente rispondendo che solo Dio è buono.
Con questa risposta Gesù non nega la sua divinità. Affatto, perché la conferma. Per san Beda significa che «la stessa unica e indivisibile Trinità ... è il solo unico Dio buono. Il Signore dunque non nega di essere buono, ma afferma di essere Dio; non dichiara di non essere il buon Maestro, ma testimonia che al di fuori di Dio nessun maestro è buono» (Comm. in Marci ev., III).
La domanda posta dal giovane ricco riflette la mentalità farisaica. Per salvarsi bastava ubbidire alla Legge di Mosè e alle tante, infinite prescrizioni legali, liturgiche, morali ad essa direttamente o indirettamente legate.
Forse temeva che nel computo mancasse qualcosa. L’uomo è schietto, ma ha una mentalità legalista che lo tiene inevitabilmente lontano dalla fede. È deciso a tutto pur di arrivare al beato possesso, però, confrontandosi con il ‘Maestro buono’, non sa di giuocare su un campo minato.
La risposta di Gesù può sembrare ovvia, ma in verità vuol far uscire allo scoperto l’anonimo interlocutore.
Il giovane nel rispondere è indubbiamente sincero.
Che fosse sincero lo si può intuire dalla nota di Marco: “Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò ...” (Mc 10,21).
Il giovane non mente perché «se fosse stato colpevole del reato di menzogna o di simulazione, certamente non si sarebbe detto di lui che Gesù lo amava dopo averlo guardato nell’intimo del cuore» (San Beda, ibidem).
Gesù, ottenuta la risposta che aveva sollecitato, indica al giovane quello che gli manca per raggiungere la vita eterna: la sequela cristiana perché solo in essa può trovare quello che cerca. E pone una condizione: abbandonare tutte le ricchezze.
È facile sentirsi a posto perché si osservano i comandamenti di Dio. Ma questo modo di ragionare apre l’uomo all’autosufficienza, alla tentazione di catturare Dio, di imporgli delle regole di comportamento: significa voler costringere Dio ad essere buono perché si osserva la Legge. Formalmente, senza mettere amore nei giudizi, carità nelle parole, misericordia nelle relazioni (cf. Mt 9,13). È il peccato originale dei farisei. Ragionando così il giovane notabile ricco sbaglia di molto.
Gesù non impone l’indigenza, ma l’abbandono fiducioso all’agire di Dio. La proposta addolora il giovane che sconcertato lascia il campo triste perché spudoratamente attaccato ai suoi beni.
Allora si accese l’ira del Signore contro Israele e li mise in mano a predatori che li depredarono - L’ira di Dio - Antico Testamento - Immagini e realtà è un fatto - Dio si adira. Ogni sorta di immagini affluisce sotto l’ispirazione biblica, ed Isaia le raccoglie: «Ardente è la sua ira, le sue labbra traboccano di furore, la sua lingua è come un fuoco vorace, il suo soffio come un torrente che straripa e giunge fino al collo ... Il suo braccio si abbatte nell’ardore della sua ira, in mezzo ad un fuoco vorace, ad un uragano di pioggia e di tempesta ... Il soffio di Jahvè, come un torrente di zolfo, infiammerà la paglia ed il legno ammucchiati a Tofet» (Is 30,27-33). Fuoco, soffio, tempesta, torrente, l’ira si infiamma, si riversa (Ez 20,33), deve essere bevuta in un calice (Is 51,17), come un vino inebriante (Ger 25,15-38). Il risultato di quest’ira è la morte con le sue ausiliarie: carestia, sconfitta o peste, tra cui David deve scegliere (2Sam 24,15 ss); altrove sono le piaghe (Num 17,11), la lebbra (Num 12,9 s), la morte (1Sam 6,19). Quest’ira si abbatte su tutti i colpevoli ostinati; in primo luogo su Israele, perché è più vicino al Dio santo (Es 19; 32; Deut 1,34; Num 25,7-13), sia sulla comunità (2Re 23,26; Ger 21,5) che sugli individui; poi anche sulle nazioni (1Sam 6,9), perché Jahvè è il Dio di tutta la terra (Ger 10,10). Non c’è quasi documento o libro che non ricordi questa convinzione.
Dinanzi al fatto di un Dio animato da una passione violenta, la ragione insorge e vuole purificare la divinità da sentimenti che stima indegni di essa. Così, secondo una tendenza marginale nella Bibbia, ma frequente nelle altre religioni (ad es. le Erinni greche), Satana diventa l’agente dell’ira di Dio (cfr. 1Cron 21 e 2 Sam 24). Tuttavia la coscienza religiosa biblica non ha accolto il mistero ricorrendo a questo ripiego di smitizzazione o di traslato. Senza dubbio la rivelazione è trasmessa attraverso immagini poetiche, ma non si tratta di semplici metafore. Dio sembra affetto da una vera «passione» che egli scatena, non mitiga (Is 9,11), che non si allontana (Ger 4,8) - oppure che, al contrario, si ritira (Os 14,5; Ger 18,20), perché Dio «ritorna» verso coloro che ritornano a lui (2Cron 30,6; Es 34,6; Is 63,17).
In Dio lottano due «sentimenti», l’ira e la misericordia (cfr. Is 54,8 ss; Sal 30,6), che significano entrambi l’attaccamento appassionato di Dio all’uomo. Ma lo esprimono in modo diverso: mentre l’ira, riservata infine all’ultimo giorno, finisce per identificarsi con l’inferno, l’amore misericordioso trionfa per sempre in cielo, e già quaggiù, attraverso i castighi che invitano il peccatore alla conversione. Tale è il mistero cui Israele si è a poco a poco accostato per varie vie.
Ira e santità - Verso l’adorazione del Dio santo - Un primo gruppo di testi, i più antichi, lascia apparire il carattere irrazionale del fatto. La minaccia di morte pesa su chiunque si avvicina inconsideratamente alla santità di Jahvè (Es 19,9-25; 20,18-21; 33,20; Giud 13,22); Uzza è folgorato mentre vuole sostenere l’arca (2Sam 6,7). Così i salmisti interpreteranno le calamità, la malattia, la morte prematura, il trionfo dei nemici (Sal 88,16; 90,7-10; 102,9- 12; Giob). Dietro questo atteggiamento, lucido perché prende il male per quel che è, ingenuo perché attribuisce ogni male inspiegabile all’ira di Dio concepita come la vendetta di un tabù, si nasconde una fede profonda nella presenza di Dio in ogni evento ed un autentico sentimento di timore dinanzi alla santità di Dio (Is 6, 5).
Ira e peccato - Secondo altri testi il credente non si accontenta di adorare appassionatamente l’intervento divino che chiama in causa la sua esistenza; ne cerca il motivo ed il senso. Lungi dall’attribuirlo a qualche odio malizioso (la mènis greca) o ad un capriccio di gelosia (il dio babilonese Enlil), il che significherebbe ancora rigettare la colpa su un altro, Israele riconosce la propria colpa.
Talvolta Dio designa il colpevole punendo il popolo impaziente (Num 11,1) o Maria dalla lingua cattiva (Num 12,1-10); talvolta è la stessa comunità ad esercitare l’ira divina (Es 32) od a gettare le sorti per scoprire il peccatore, come nel caso di Achan (Gios 7).
Se dunque c’è l’ira di Dio, si è perché c’è stato il peccato dell’uomo. Questa convinzione guida il redattore del libro dei Giudici, che ritma la storia di Israele in tre tempi: apostasia del popolo, ira di Dio, conversione di Israele. Dio esce così giustificato dal processo cui lo sottoponeva il peccatore (Sal 51,6); questi scopre allora un primo senso all’ira divina: la gelosia di un amore santo. I profeti spiegano i castighi passati con l’infedeltà del popolo all’alleanza (Os 5,10; Is 9,11; Ez 5,13 ...); le immagini terribili di Osea (tignola, carie, leone, cacciatore, orsa ...: Os 5,12.14; 7,12; 13,8) vogliono dimostrare la serietà dell’amore di Dio: il santo di Israele non può tollerare il peccato nel popolo che si è scelto. Anche sulle nazioni si riverserà l’ira, secondo la misura del loro orgoglio, che le fa andar oltre la missione loro affidata (Is 10,5-15; Ez 25,15 ss). Se l’ira di Dio aleggia sul mondo, si è perché il mondo è peccatore. L’uomo, spaventato da quest’ira minacciosa, confessa il suo peccato ed aspetta la grazia (Mi 7,9; Sal 90,7 s).
L’insegnamento della Legge - Ireneo di Lione, Adv. haer., IV, 12, 5: La legge aveva insegnato agli uomini la necessità di seguire Cristo. Lo mostrò chiaramente Cristo stesso al giovane che gli chiese cosa avrebbe dovuto fare per ereditare la vita eterna. Gli rispose infatti: “Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti”. Quegli chiese: “Quali?”, e il Signore soggiunse: “Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non dire falsa testimonianza; onora il padre e la madre, e ama il prossimo tuo come te stesso” (Mt 19,17ss). Proponeva così a tutti coloro che volevano seguirlo i comandamenti della legge come gradini di entrata alla vita: quello che diceva a uno, lo diceva a tutti. Il giovane rispose: “Ho fatto tutto ciò” - e forse non lo aveva fatto, che altrimenti non gli sarebbe stato detto: osserva i comandamenti -; allora il Signore, rinfacciandogli la sua cupidigia, gli disse: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto ciò che hai, dividilo tra i poveri, poi vieni e seguimi” (ib.). Con queste parole prometteva l’eredità degli apostoli a chi avesse fatto così, non annunciava certo a coloro che lo avessero seguito un altro padre, diverso da quello che era stato annunciato fin dall’inizio della legge, e neppure un altro figlio; ma insegnava a osservare i comandamenti imposti da Dio all’inizio, a liberarsi dall’antica cupidigia con le buone opere e a seguire Cristo. Che poi la distribuzione dei propri beni ai poveri liberi davvero dalla cupidigia, lo ha mostrato Zaccheo dicendo: “Ecco, do la metà dei miei beni ai poveri; se poi ho frodato qualcuno, gli rendo il quadruplo” (Lc 19,8).
Il Santo del Giorno - 18 Agosto 2025 - Sant’Elena, Madre dell’Imperatore Costantino: Di famiglia plebea, Elena venne ripudiata dal marito, il tribuno militare Costanzo Cloro, per ordine dell’imperatore Diocleziano. Quando il figlio Costantino, sconfiggendo il rivale Massenzio, divenne padrone assoluto dell’impero, Elena, il cui onore venne riabilitato, ebbe il titolo più alto cui una donna potesse aspirare, quello di «Augusta». Fu l’inizio di un’epoca nuova per il cristianesimo: l’imperatore Costantino, dopo la vittoria attribuita alla protezione di Cristo, concesse ai cristiani la libertà di culto. Un ruolo fondamentale ebbe la madre Elena: forse è stata lei a contribuire alla conversione, poco prima di morire, del figlio. Elena testimoniò un grande fervore religioso, compiendo opere di bene e costruendo le celebri basiliche sui luoghi santi. Ritrovò la tomba di Cristo scavata nella roccia e poco dopo la croce del Signore e quelle dei due ladroni. Il ritrovamento della croce, avvenuta nel 326 sotto gli occhi della pia Elena, produsse grande emozione in tutta la cristianità. A queste scoperte seguì la costruzione di molte basiliche. Morì probabilmente intorno al 330. (Avvenire)
O Dio, che in questo sacramento
ci hai fatti partecipi della vita di Cristo,
ascolta la nostra umile preghiera:
trasformaci a immagine del tuo Figlio,
perché diventiamo coeredi della sua gloria nel cielo.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.