16 Agosto 2025
 
Sabato XIX Settimana T. O.

                           Gs 24,14-29; Salmo Responsoriale Dal Salmo 15 (16); Mt19,13-15
 
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
guidati dallo Spirito Santo,
osiamo invocarti con il nome di Padre:
fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi,
perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Giovanni Paolo II (Lettera ai Bambini): Cari ragazzi, nel Bambino che ammirate nel presepe sappiate vedere già il ragazzo dodicenne che nel Tempio di Gerusalemme dialoga con i dottori. Egli è lo stesso uomo adulto che più tardi, a trent’anni, comincerà ad annunciare la parola di Dio, si sceglierà i dodici Apostoli, sarà seguito da moltitudini assetate di verità. Egli confermerà ad ogni passo il suo straordinario insegnamento con i segni della potenza divina: restituirà la vista ai ciechi, guarirà i malati, risusciterà persino i morti. E tra i morti richiamati alla vita ci sarà la dodicenne figlia di Giairo, ci sarà il figlio della vedova di Nain, restituito vivo alla madre in pianto.
È proprio così: questo Bambino, ora appena nato, una volta diventato grande, come Maestro della Verità divina, mostrerà uno straordinario affetto per i bambini. Dirà agli Apostoli: « Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite », e aggiungerà: « Perché a chi è come loro appartiene il Regno di Dio » (Mc 10, 14). Un’altra volta, agli Apostoli che discutevano su chi fosse il più grande metterà davanti un bambino e dirà: « Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli » (Mt 18, 3). In quella occasione pronuncerà anche parole severissime di ammonimento: « Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare » (Mt 18, 6).
Quanto importante è il bambino agli occhi di Gesù! Si potrebbe addirittura osservare che il Vangelo è profondamente permeato dalla verità sul bambino. Lo si potrebbe persino leggere nel suo insieme come il « Vangelo del bambino ».
Che vuol dire infatti: « Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli »? Non pone forse Gesù il bambino come modello anche per gli adulti? Nel bambino c’è qualcosa che mai può mancare in chi vuol entrare nel Regno dei cieli. Al cielo sono destinati quanti sono semplici come i bambini, quanti come loro sono pieni di fiducioso abbandono, ricchi di bontà e puri. Questi solamente possono ritrovare in Dio un Padre, e diventare a loro volta, grazie a Gesù, altrettanti figli di Dio.
 
I Lettura: O il Signore o gli idoli - Antonio Gonzalez-Lamádrid (Commento della Bibbia Liturgica): Nella storia d’Israele, vi è un’altra situazione molto simile: è il giorno in cui, sul monte Carmelo, Elia lanciò al popolo colà radunato questa sfida drammatica: «Fino a quando zoppicherete con i due piedi? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!» (1Re 18-21).«Scegliete oggi chi volete servire: se gli dei che i vostri padri servirono oltre il fiume oppure gli dei degli amorrei, nel paese dei quali abitate. Quanto a me e alla mia casa, vogliamo servire il Signore» (v. 15).
Si ha l’impressione che, nell’assemblea di Sichem, vi siano due classi di tribù: quelle rappresentate da Giosuè che professano lo yahvismo, e altre tribù che continuano il culto di altri dèi. La giornata di Sichem avrebbe dunque avuto come risultato che tutte le tribù si impegnassero a non riconoscere altro dio fuori di Yahveh; e questo avvenimento fu confermato con un patto. Se così fosse, sarebbe valida la tesi di M. Noth: il patto di Sichem segna l’inizio d’Israele come popolo, poiché l’alleanza agisce in una duplice direzione: in una direzione verticale in quanto tutti i clan e le tribù si impegnano a servire esclusivamente Yahveh, e in una direzione orizzontale in quanto la fede comune crea automaticamente fra le tribù una coscienza di solidarietà e di popolo.
Questa coscienza nazionale era alimentata e stimolata dal rinnovamento dell’alleanza, che avveniva periodicamente nel santuario in cui si trovava l’arca. Alcuni autori pensano che questo rinnovamento si celebrasse ogni anno nella cornice d’una liturgia speciale che chiamano festa dell’alleanza.
Richiama l’attenzione l’insistenza con cui si ripete la parola «servire»: quattordici volte in tutto, e sette nei primi due versetti (14-15). «Servire», in senso biblico, comporta: fedeltà nella fede, servizio cultuale e risposta positiva alle esigenze dei comandamenti.
 
Vangelo
Non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli.
 
Gesù, nonostante l’ostruzionismo degli Apostoli, accoglie dei bambini che gli vengono presentati «perché imponesse loro le mani e pregasse». Gesù acconsente e «prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva». Un gesto di tenerezza che rivela i sentimenti di Gesù verso i più piccoli, gli indifesi, verso coloro che nella società giudaica non contavano affatto.
Ma in questo gesto c’è una rivoluzione a trecentosessanta gradi. Se per l’ambiente giudaico solo l’adulto poteva raggiungere il regno di Dio perché capace di porre atti coscienti, nel magistero di Gesù invece lo si può solo ricevere, come dono gratuito, facendosi appunto bambini.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 19,13-15
 
In quel tempo, furono portati a Gesù dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li rimproverarono.
Gesù però disse: «Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli».
E, dopo avere imposto loro le mani, andò via di là.

Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 13 Gli furono condotti dei piccoli fanciulli; scena suggestiva! Quantunque il testo non lo dica, il lettore vede molte madri condurre e portare in braccio i loro piccoli per avere da Gesù una benedizione ed una preghiera. I discepoli, che avevano veduto portare teorie di malati, osservano che ora anche i fanciulli vengono ad assieparsi attorno a Cristo; essi, per un senso di rispetto dovuto al loro Maestro, cercano di tener lontano quel gruppo chiassoso ed irrequieto.
14 Lasciate questi fanciulli; Gesù rivela il suo squisito sentimento ed invita (Marco usa un’espressione più forte) i discepoli a lasciare che i fanciulli vadano a lui; poiché di quelli che sono come loro è il regno dei cieli; gli uomini maturi hanno d’apprendere dai fanciulli quella semplicità ed apertura d’animo che sono necessarie per accogliere il regno dei cieli (cf. Mt., 18, 1-4).
15 Gesù prese sulle braccia qualche bimbo (cf. Mc., 10, 16) e toccando con gesto delicato e carezzevole le loro testine ed i loro volti mormorava una parola di benedizione.
 
Gesù e i Bambini L Roy: Luca ha notato con cura le tappe dell’infanzia di Gesù così percorse: neonato del presepio (Lc 2, 12), piccino presentato al tempio (2, 27), bambino sottomesso ai genitori, e tuttavia misteriosamente indipendente da essi nella sua dipendenza dal Padre suo (2, 43-51). Fatto adulto, Gesù nei confronti dei bambini adotta lo stesso comportamento di Dio. Come aveva dichiarato beati i poveri, così benedice i bambini (Mc 10, 16), rivelando in tal modo che essi sono, gli uni e gli altri, atti ad entrare nel regno; i bambini simboleggiano i discepoli autentici, «il regno dei cieli appartiene a quelli che sono come loro» (Mt 19, 14 par.). Di fatto si tratta di «accogliere il regno come bambini» (Mc 10, 15), di riceverlo con tutta semplicità come un dono del Padre, invece di esigerlo come qualcosa di dovuto; bisogna «diventare come bambini» (Mt 18, 3) ed acconsentire a «rinascere» (Gv 3, 5) per accedere a questo regno. Il segreto della vera grandezza è «di farsi piccoli» come i bambini (Mt 18, 4): questa è la vera umiltà, senza la quale non si può diventare figli del Padre celeste. I veri discepoli sono precisamente i «piccolissimi», a cui il Padre ha voluto rivelare, come un tempo a Daniele, i suoi segreti nascosti ai sapienti (Mt 11, 25 s). D’altronde, nel linguaggio del vangelo, «piccolo» e «discepolo» sembrano talvolta termini equivalenti (cfr. Mt 10, 42 e Mc 9, 41). Beati coloro che accolgono uno di questi piccoli (Mt 18, 5; cfr. 25, 40), ma guai a chi li scandalizza o li disprezza (18, 6. 10).
La Tradizione Apostolica: Paolo è soprattutto sensibile allo stato di imperfezione rappresentato dall’infanzia (1 Cor 13, 11; Gal 4, 1; Ef 4, 14). Invita i cristiani a proseguire la propria crescita per pervenire insieme alla «pienezza di Cristo» (Ef 4, 12-16). Rimprovera ai Corinti il loro atteggiamento puerile (1 Cor 3, 1 ss) e li mette in guardia contro una falsa concezione dell’infanzia spirituale, reagendo, a quanto pare, contro un’abusiva interpretazione delle parole di Gesù (1 Cor 14, 20; cfr. Mt 18, 3 s). Paolo tuttavia non misconosce il privilegio dei piccoli: «Ciò che vi è di debole nel mondo è quanto Dio ha scelto» (1 Cor 1, 27 s). Nella sua carità apostolica, si comporta lui stesso spontaneamente nei confronti dei neofiti, i suoi «piccoli», con la tenerezza di una madre (1 Tess 2, 7 s; Gal 4, 19 s; cfr. 1 Cor 4, 15). Ebr 5, 11-14 presenta un insegnamento analogo a proposito della legge della crescita inerente alla vita cristiana: non si tratta di fermarsi allo stadio di bambino che si nutre solo di latte; e se 1 Piet 2, 2 esorta i nuovi battezzati a desiderare, come dei neonati, il latte della Parola di Dio, è al fine di crescere per la salvezza. Quanto a Giovanni, egli non parla tanto dell’infanzia spirituale, quanto della nuova nascita dei figli adottivi di Dio (1 Gv 3, 1); ma al pari di Paolo, quando si rivolge ai suoi «piccoli» (1 Gv 2, 1. 18; Gv 13, 33) ha accenti paterni.
 
Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): Il rito dell’imposizione delle mani e la benedizione dei bambini era cosa comune a quei tempi. Lo facevano i genitori, ma si usava anche chiedere la benedizione dei rabbini famosi. In questa occasione, la gente accorre a Gesù con i bambini perché li benedica, tenendo conto della fama che il giovane rabbi di Galilea aveva acquistata col suo insegnamento e con i miracoli che operava. A tutto questo si univa la fama di Gesù come uomo di preghiera: era maestro di preghiera e, come dicono gli evangelisti, ricorreva alla preghiera molto spesso.
L’evangelista Matteo ci ha già presentato un’altra scena nella quale Gesù appare coi bambini. In quell’occasione, i bambini hanno una parte funzionale: entrano in scena per simboleggiare l’atteggiamento che devono assumere coloro che vogliono appartenere al regno: devono farsi come bambini. E la dote essenziale che si nota nei bambini è l’umiltà, l’incapacità di fronte alla vita, il bisogno che hanno dei genitori. Tutto questo deve mettere in evidenza l’atteggiamento dell’uomo davanti al regno, di fronte al quale tutti ci troviamo nell’identica situazione di impossibilità, incapacità e mendicità sostantiva. L’iniziativa nasce da Dio, e la sua grazia si diffonde sull’uomo quando egli si sente piccolo come è in realtà.
L’elemento caratteristico della menzione dei bambini in questa occasione non è la loro funzionalità e il loro simbolismo, ma il loro significato personale. Si tratta dei bambini per se stessi e non per il loro significato; della loro appartenenza al regno. O. Cullmann, nel suo studio sul battesimo nel Nuovo Testamento, ha scoperto la chiave per l’interpretazione di questo passo nelle parole di Gesù: «non vogliate impedirli». Sarebbe un’espressione tecnica in relazione al battesimo (3,14; Al 8,36; 10,47). La sentenza di Gesù giustificherebbe il battesimo che era concesso ai bambini. Il battesimo è come la porta d’entrata nel regno. La discussione circa la convenienza di battezzare i bambini sarebbe così risolta col ricorso alle parole di Gesù.
La benedizione che Gesù dà non ha nulla di magico. La sua benedizione è in relazione col regno: Dio si dà anche ai più piccoli e a quelli che si fanno come loro. La benedizione propria del regno è tutto il contrario della maledizione, e Gesù è presentato nel vangelo come colui che supera ogni maledizione, il vincitore di satana (4,1ss; 6.13).
 
I bambini: “Solo la malvagità e la corruzione della creatura si frappone al nostro avvicinarci al Creatore. La mancanza di saggezza non può impedirlo. Dio cerca la completezza, ed il vostro approccio gli è gradito per questa completezza. Pertanto le parole: perché di quelli come loro è il regno dei cieli sono esatte. Gesù non ha detto: di questi, ma: di quelli come loro, dal momento che la mancanza di saggezza è una caratteristica dei bambini. [ ... ] Di conseguenza quelle qualità che il fanciullo ha per natura, Dio desidera che noi le abbiamo per scelta: semplicità, mancanza di rancore per i torti subiti, amore dei propri genitori, anche se si viene picchiati da essi. Gesù pose le mani sui fanciulli, poiché l’imposizione delle mani simboleggia l’essere armati con il potere di Dio.” (Apollinare di Laodicea, Frammento 96).

Il Santo del giorno - 16 Agosto 2025 - Martirologio Romano: Santo Stefano, re d’Ungheria, che, rigenerato nel battesimo e ricevuta da papa Silvestro II la corona del regno, si adoperò per propagare la fede cristiana tra gli Ungheresi: riordinò la Chiesa nel suo regno, la arricchì di beni e di monasteri, fu giusto e pacifico nel governare i sudditi, finché a Székesfehérvár in Ungheria, nel giorno dell’Assunzione, la sua anima salì in cielo. 

La partecipazione ai tuoi sacramenti
ci salvi, o Signore,
e confermi noi tutti nella luce della tua verità.
Per Cristo nostro Signore.