14 Agosto 2025
 
San Massimiliano Maria Kolbe, Presbitero e Martire
 
Gs 3,7-10.11.13-17; Salmo Responsoriale Dal Salmo 113A (114); Mt 18,15-20
 
Colletta
O Dio, che al santo presbitero e martire
Massimiliano Maria [Kolbe],
ardente di amore per la Vergine Immacolata,
hai dato un grande zelo per le anime
e un amore eroico verso il prossimo,
concedi a noi, per sua intercessione,
di impegnarci senza riserve
al servizio degli uomini per la tua gloria
e di conformarci fino alla morte a Cristo tuo Figlio.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Giovanni Paolo II (Omelia 10 Ottobre 1982): 6. Che cosa è successo nel Bunker della fame nel campo di concentramento ad Oswiecim (Auschwitz), il 14 agosto del 1941?
A questo risponde l’odierna liturgia: ecco “Dio ha provato” Massimiliano Maria “e lo ha trovato degno di sé” (cf. Sap 3,5). L’ha provato “come oro nel crogiuolo / e l’ha gradito come un olocausto” (cf. Sap 3,6).
Anche se “agli occhi degli uomini subì castighi”, tuttavia “la sua speranza è piena di immortalità” poiché “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, / nessun tormento le toccherà”. E quando, umanamente parlando, li raggiungono il tormento e la morte, quando “agli occhi degli uomini parve che morissero...”, quando “la loro dipartita da noi fu ritenuta una sciagura...”, “essi sono nella pace”: essi provano la vita e la gloria “nelle mani di Dio” (cf. Sap 3,1-4).
Tale vita è frutto della morte a somiglianza della morte di Cristo. La gloria è la partecipazione alla sua risurrezione.
Che cosa dunque successe nel Bunker della fame, il giorno 14 agosto 1941?
Si compirono le parole rivolte da Cristo agli Apostoli, perché “andassero e portassero frutto e il loro frutto rimanesse” (cf. Gv 15,16).
In modo mirabile perdura nella Chiesa e nel mondo il frutto della morte eroica di Massimiliano Kolbe!
7. A quanto successe nel campo di “Auschwitz” guardavano gli uomini. E anche se ai loro occhi doveva sembrare che “morisse” un compagno del loro tormento, anche se umanamente potevano considerare “la sua dipartita” come “una rovina”, tuttavia nella loro coscienza questa non era solamente “la morte”.
Massimiliano non morì, ma “diede la vita... per il fratello”.
V’era in questa morte, terribile dal punto di vista umano, tutta la definitiva grandezza dell’atto umano e della scelta umana: egli da sé si offrì alla morte per amore.
E in questa sua morte umana c’era la trasparente testimonianza data a Cristo: la testimonianza data in Cristo alla dignità dell’uomo, alla santità della sua vita e alla forza salvifica della morte, nella quale si manifesta la potenza dell’amore.
Proprio per questo la morte di Massimiliano Kolbe divenne un segno di vittoria. È stata questa la vittoria riportata su tutto il sistema del disprezzo e dell’odio verso l’uomo e verso ciò che è divino nell’uomo, vittoria simile a quella che ha riportato il nostro Signore Gesù Cristo sul Calvario.
“Voi siete miei amici, se farete ciò che vi comando” (Gv 15,14)
 
I Lettura - L’arca dell’alleanza del Signore sta per attraversare il Giordano dinanzi a voi - Antonio Gonzalez Lamadrid: Apparentemente il Giordano è un fiume modesto, come molti altri fiumi che scorrono sulla superficie della terra; ma l’importanza del Giordano è molto superiore alla sua apparente modestia. A parte la singolarità che esso presenta dal punto di vista topografico geologico (scorre attraverso la valle più profonda di tutta la crosta terrestre), il Giordano bagna una terra che è santa per i tre monoteismi del mondo (giudei, cristiani e musulmani. Il suo nome evoca il ricordo d’una infinità di popoli, personaggi, avvenimenti e realtà mistiche. Nel Giordano si lavò Naaman, capo dell’armata di BentAdad II re di Siria, fu guarito dalla lebbra (2Re 5). Sulla riva del Giordano, dopo aver attraversato il fiume a piede asciutto, Elia si congedò da Eliseo e fu rapito al cielo su un carro di fuoco (2Re 2). Nel Giordano battezzava Giovanni il Battista. Nella Bibbia, il Giordano non si presenta tanto come un corso d’acqua, quanto piuttosto come una realtà teologica.
Il Signore si adirò contro di me per causa vostra e giurò che io non avrei passato il Giordano e non sarei entrato nella fertile terra che il Signore Dio tuo ti dà in eredità. Perché io devo morire in questo paese, senza passare il Giordano; ma voi lo dovete passare e possederete quella fertile terra (Dt 4,2122).
Così parla Mosè, che presenta il Giordano come la frontiera religiosa fra il deserto e la terra promessa. La figura di Mosè che ha davanti a sé la terra promessa senza potervi entrare è tutto un simbolo. La generazione del deserto non aveva superato la prova ed era costretta a morire proprio alle porte della meta.
Ma la storia della salvezza continua: Giosuè prende la fiaccola dalle mani di Mosè e ha il privilegio d’introdurre il popolo nella terra della promessa. Il passaggio del Giordano è la replica del passaggio del mar Rosso. Il primo segnò la frontiera fra la schiavitù e la libertà o, almeno, la speranza della libertà; il secondo segna la frontiera fra la speranza e il possesso della realtà.
Fra questi due avvenimenti, fra il mar Rosso e il Giordano, quante esperienze, quante nuove situazioni e quante manifestazioni salvifiche! I prodigi e le meraviglie del deserto, l’alleanza del Sinai, la coscienza del popolo, le istituzioni e, soprattutto, la rivelazione di Dio sotto il nome di Yahveh e la sua stabile dimora in mezzo al popolo. Il simbolo visibile di questa presenza è l’arca dell’alleanza.
La parola « arca » è ripetuta sette volte nel testo sacro originale; e questo dato puramente statistico dimostra chiaramente che il protagonista principale del passaggio del Giordano non fu il popolo né Giosuè, ma Dio presente nell’arca. Più che un’azione militare, il passaggio del Giordano è presentato come una processione liturgica, orchestrata da una serie di miracoli e di avvenimenti straordinari.
La nostra generazione positivistica, rigorosa e scientifica, si sente subito tentata di chiedere quale sia il valore storico di tutti questi racconti meravigliosi. La domanda non sarebbe corretta. Certamente vi fu l’entrata di alcune tribù israelite in Palestina; e questo fatto rimase impresso nel ricordo del popolo come una delle sue più grandi imprese. Quando e come esse siano entrate non entra nella prospettiva dell’autore, che si colloca su un terreno teologico: la sua intenzione è dimostrare l’onnipotenza di Dio e, più ancora, la sua fedeltà alle promesse fatte ai patriarchi:
« Il Signore diede dunque a Israele tutto il paese che aveva giurato ai padri di dar loro e gli israeliti ne presero possesso e vi si stabilirono. Il Signore diede loro tranquillità intorno, come aveva giurato ai loro padri; nessuno di tutti i loro nemici poté resistere loro; il Signore mise in loro potere tutti quei nemici. Di tutte le belle promesse che il Signore aveva fatto alla casa d’Israele, non una andò a vuoto: tutto giunse a compimento » (Gs 21,43-45).
 
Vangelo
Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
 
Il perdono è una colonna portante del cristianesimo, perché esso è una condizione inderogabile per entrare nel Regno di Dio. A Pietro che vorrebbe mettere dei limiti a questa esigenza neotestamentaria, Gesù indica una misura che è senza misura: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”, cioè sempre, perché abbiamo bisogno del perdono di Dio. Il modello della domanda e quello della risposta calca Gen 4,24: “Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette”.
Anche se la vendetta era una legge sacra in tutto l’oriente e il perdono era considerato umiliante, il precetto del perdono è conosciuto dall’Antico Testamento soprattutto dai libri sapienziali (cfr. Sir 28,2-7, imperfettamente con la “legge del taglione” [Es 21,25]). Gesù esige non soltanto una misura senza misura, ma che il perdono fiorisca generosamente dal cuore.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,21 – 19,1
 
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette , ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetti 21-22: Il passo è una ripresa di quanto è stato detto in 18, 15-18 e costituisce in pari tempo un’introduzione alla parabola seguente (18, 23-35). Pietro, rifacendosi alla promessa di Cristo che lo riguardava (cf. Mt., 16, 19) ed alle parole intorno alla correzione fraterna (cf. 18, 15-18) chiede una spiegazione. Se il mio fratello pecca contro di me; Pietro aggiunge questa precisazione «contro di me», la quale accentua la sua particolare posizione nella Chiesa. Fino a sette volte? Sette è un numero rotondo che per i Semiti indica pienezza, completezza; Pietro intende dire che bisogna essere generosi. Gesù gli risponde che questa generosità non deve aver limiti nel regno di Dio, poiché il Signore (come insegnerà più esplicitamente la parabola che segue, cf. 18, 23-35) perdona largamente e condona i debiti più grandi. Fino a settanta volte sette (meglio di: settantasette volte, come hanno alcuni Padri), il numero non indica un multiplo di sette, ma la generosità che deve avere nel perdono colui che possiede lo spirito del regno dei cieli e conosce che il perdono del prossimo è condizione del perdono di Dio per i propri peccati. Queste parole non sono una condiscendenza al male, ma esprimono un’illimitata generosità: a chi ha mancato ed è pentito occorre sempre concedere il perdono.
versetto 23: Il tema del perdono è sviluppato con la parabola del servo spietato; in essa si susseguono tre scene (la misericordia 22-27; la crudeltà, 28-30; la giustizia, 31-34) che convergono verso l’epilogo nel quale è indicata la ragione ultima del perdono. Con i suoi servi, nell’Oriente antico e nella Bibbia sono chiamati servi anche alti funzionari del re; cf. 1 Samuele, 8, 14; 2 Re, 5, 6. Il servo indica qui un ministro o un governatore.
versetto 35: L’epilogo non contiene una esortazione, bensì una minaccia. Esso stabilisce un parallelo tra la condotta del re e quella di Dio. Gesù non fa l’applicazione delle due cifre (10000 talenti e 100 denari) indicate dalla parabola, perché le nostre offese al prossimo ed a Dio non possono essere espresse con dei numeri, ma risulta con evidenza che il nostro debito con il Signore non va messo sul medesimo piano di quello che il prossimo può avere verso di noi. Il Padre celeste esige che noi chiediamo perdono a Lui e che perdoniamo agli altri; la prima condizione è contenuta implicitamente nella parabola, la seconda invece è sviluppata con chiarezza da essa. Di tutto cuore, cioè senza riserve e senza limiti.
 
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello: Angelo Lancellotti (Matteo): di cuore: letteralmente: «dai vostri cuori». La legge del perdono che Gesù impone ai suoi non si ferma alla superficie, ma raggiunge le profondità più intime dell’essere umano: mente, volontà, sentimento. Il cristiano, secondo l’esortazione di S. Paolo, in quanto eletto di Dio, a lui consacrato e da lui amato, deve rivestirsi di tenera compassione, sopportare e perdonare: proprio come il Signore ha perdonato a lui (cf Col 3, 12-13). e c’è una misura, essa è quella del perdono di Dio: «siate rnisericordiosi, come misericordioso è il Padre celeste» (Lc 6,36). E tale misura è rimessa da Gesù sulla bocca del discepolo in preghiera: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (6,12). Ma il perdono delle offese non è un insegnamento nuovo nella rivelazione biblica, anche se nuova è l’insistenza con cui esso appare nel N. T. L’A. T, già, con la norma del «taglione», aveva cercato di porre un argine alla vendetta smisurata (Es 21,25), e nei confronti del «fratello», del «prossimo», aveva proibito l’odio e il rancore (cf Lv I 9,16-18). Più tardi, per opera della letteratura sapienziale, si scoprì il rapporto che esisteva fra il perdono chiesto a Dio e il perdono che l’orante deve accordare al suo simile. Ben Sirac così scriveva: « Perdona al prossimo tuo la sua ingiuria e quando tu preghi, ti saranno rimessi i tuoi peccati. Un uomo ha rancore verso un altro uomo, e osa chiedere al Signore la sua guarigione? Egli non ha pietà di un uomo simile a lui e intanto supplica per i suoi peccati! Se egli, che pure è carne ha rancore, chi e pierà i suoi peccati? Pensa all’alleanza dell’ Altissimo e trascura l’offesa» (Sir 28,2-7).

Perdono (perdonare) - Eleonore Beck: La Bibbia usa diversi termini per perdono, i quali spesso sono tradotti in maniera diversa: annullare, allontanare, rimettere, coprire, velare, togliere, riconciliare, cancellare, pagare, estinguere.
a) Il problema del perdono si fa grave soltanto sullo sfondo della colpa nella quale l’uomo incorre in rapporto agli altri, e con ciò stesso nei confronti di Dio.
La colpa fa indissolubilmente parte dell’esistenza dell’uomo, nessuno può liberarsene da solo. La colpa distorce il rapporto dialogico fra gli uomini e il rapporto con Dio; il perdono lo ristabilisce.
b) L’AT riserva il perdono a Dio (Es 34,9; Ger 5,1 ecc.); la sua misericordia è maggiore di ogni colpa, egli rinuncia al castigo, il suo perdono copre la colpa (Sal 32,1; 103,8-18). Egli perdona a chi si converte, e gli dona una vita nuova. I sacrifici possono ottenere la riconciliazione e conseguire il perdono per il peccatore.
c) Nel T il perdono non è più riservato solo a Dio. Gesù ha il potere sulla terra di rimettere i peccati (Mc 2,5.10s ecc.). Egli frequenta pubblicani e peccatori (Mt 9,9-13 ecc.). Sulla croce egli implora perdono per coloro che lo perseguitano (Lc 23,34), dalla croce il suo perdono dei peccati vale per i giudei (At 13,38) e per i pagani (10,34 ecc.). Nella vita e nella morte di Gesù avviene la riconciliazione definitiva e insopprimibile (Mc 10,45).
d) Il potere di rimettere i peccati è conferito agli apostoli (Gv 20,23); presupposto del p. è la conversione e la confessione del peccato (Lc 24,47; At 2,38 ecc.). Il perdono è reso possibile dal fatto che Gesù, soffrendo e morendo, ha ottenuto da Dio la riconciliazione. Senza spargimento di sangue non si dà riconciliazione (Eb 9,22). Noi otteniamo il perdono in Cristo (Ef 1,7), per mezzo del suo nome (At 10,43), mediante il battesimo (At 2,38).
e) Il perdono viene offerto a tutti gli uomini mediante l’annuncio delle azioni salvifiche di Dio. Coloro che personalmente hanno ottenuto il perdono hanno il compito di trasmettere il messaggio (Gv 21,15-17; 1Tm 1,12-16) a tutti gli uomini (Lc 24,47). A loro s’impone anche di perdonarsi vicendevolmente, così come essi ricevono perdono (Mt 18,21; Ef 4,32; Col 3,12ss; ecc.). L’uomo che si rifiuta di perdonare non può ottenere il perdono da Dio (Mt 6,12.14-15; 18,23ss). 
 
Vendita forzata - Cirillo di Alessandria, Frammento 217: La vendita forzata di sua moglie e del resto della famiglia mostra la completa e totale separazione dalla gioie di Dio. Infatti la vendita rappresenta in modo chiaro l’ alienazione da Dio. E coloro che sono alienati da Dio sono quelli che odono queste amare e spaventose parole: Allontanatevi da me, operatori d’iniquità, poiché io non vi conosco (Mt 7, 23; Lc 13,27).
 
Il Santo del giorno - 14 Agosto 2025 - San Massimiliano Maria Kolbe, Martire: Massimiliano Maria Kolbe nasce nel 1894 a Zdunska-Wola, in Polonia. Entra nell’ordine dei francescani e, mentre l’Europa si avvia a un secondo conflitto mondiale, svolge un intenso apostolato missionario in Europa e in Asia. Ammalato di tubercolosi, Kolbe dà vita al «Cavaliere dell’Immacolata», periodico che raggiunge in una decina d’anni una tiratura di milioni di copie. Nel 1941 è deportato ad Auschwitz. Qui è destinato ai lavori più umilianti, come il trasporto dei cadaveri al crematorio. Nel campo di sterminio Kolbe offre la sua vita di sacerdote in cambio di quella di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. Muore pronunciando «Ave Maria». Sono le sue ultime parole, è il 14 agosto 1941. Giovanni Paolo II lo ha chiamato «patrono del nostro difficile secolo». La sua figura si pone al crocevia dei problemi emergenti del nostro tempo: la fame, la pace tra i popoli, la riconciliazione, il bisogno di dare senso alla vita e alla morte. (Avvenire)
 
O Padre, che ci hai nutriti del Corpo e Sangue del tuo Figlio,
fa’ che siamo infiammati da quel fuoco di carità
che san Massimiliano Maria [Kolbe] attinse da questo convito.
Per Cristo nostro Signore.