13 Agosto 2025
 
Mercoledì XIX Settimana T. O.
 
Dt 34,1-12; Salmo Responsoriale Dal Salmo 65 (66); Mt 18,15-20
 
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
guidati dallo Spirito Santo,
osiamo invocarti con il nome di Padre:
fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi,
perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 1 Giugno 2011): [Mosè] Mediatore di vita, ... solidarizza con il popolo; desideroso solo della salvezza che Dio stesso desidera, egli rinuncia alla prospettiva di diventare un nuovo popolo gradito al Signore. La frase che Dio gli aveva rivolto, «di te invece farò una grande nazione», non è neppure presa in considerazione dall’“amico” di Dio, che invece è pronto ad assumere su di sé non solo la colpa della sua gente, ma tutte le sue conseguenze. Quando, dopo la distruzione del vitello d’oro, tornerà sul monte per chiedere di nuovo la salvezza per Israele, dirà al Signore: «E ora, se tu perdonassi il loro peccato! Altrimenti, cancellami dal tuo libro che hai scritto» (v. 32). Con la preghiera, desiderando il desiderio di Dio, l’intercessore entra sempre più profondamente nella conoscenza del Signore e della sua misericordia e diventa capace di un amore che giunge fino al dono totale di sé. In Mosè, che sta sulla cima del monte faccia a faccia con Dio e si fa intercessore per il suo popolo e offre se stesso - «cancellami» -, i Padri della Chiesa hanno visto una prefigurazione di Cristo, che sull’alta cima della croce realmente sta davanti a Dio, non solo come amico ma come Figlio. E non solo si offre - «cancellami» -, ma con il suo cuore trafitto si fa cancellare, diventa, come dice san Paolo stesso, peccato, porta su di sé i nostri peccati per rendere salvi noi; la sua intercessione è non solo solidarietà, ma identificazione con noi: porta tutti noi nel suo corpo. E così tutta la sua esistenza di uomo e di Figlio è grido al cuore di Dio, è perdono, ma perdono che trasforma e rinnova.
 
I Lettura - Mosè morì in quel luogo, secondo l’ordine del Signore. Non è più sorto un profeta come lui. - Angel González (Deuteronomio, Commento della Bibbia Liturgica): Col racconto della morte di Mosè, termina il Pentateuco del quale egli è il grande protagonista. L’ora della sua morte era già stata annunziata tanto dallo storico sacerdotale quanto dal Deuteronomio nella sua cornice narrativa, Per lo storico, essa rappresenta la fine della generazione del deserto, che muore con Mosè, colpevole anche lui come essa. Per il Deuteronomio, essa è la chiave dell’impostazione convenzionale di tutto il libro: testamento di Mosè per il popolo. Il dato della morte chiude il libro. Al P sono dovuti i primi nove versetti del racconto; al Deuteronomio, gli ultimi tre.
L’uno e l’altro riprendono nella loro redazione fonti più antiche. Il racconto si riallaccia a Dt 32,48-52, dove la morte di Mosè è annunziata.
Il racconto è succinto: non esprime i sentimenti di nessuno né del popolo né di Mosè. Il desiderio del capo di vedere la terra e il dolore di non potervi entrare sono già stati registrati in un altro luogo (Dt 3,23-26). Il dram-matismo dell’avvenimento è estremamente contenuto e si condensa nello stesso nome di Mosè, che è la storia di Dio con Israele, dall’esodo fino alle porte della terra promessa.
La terra è ricordata in questo momento con nomi di regioni che sono anche nomi di tribù. Mosè non può vederla tutta materialmente, poiché da Moab se ne vede solo una piccola parte; ma la visione che gli è attribuita è simbolica. Per Mosè non era necessaria la visione degli occhi, poiché la portava dentro tutta intera. Per il popolo, quello che Mosè poteva vedere (Dt 3,27) era una presa di possesso anticipata, come era già stato lo sguardo che le aveva dato Abramo (Gn 13,14ss). D’altra parte, anche il popolo che entrò in essa non realizzò nel suo possesso tutto quello che la terra significava. In questo senso, il possesso di Abramo e di Mosè è pieno come quello del popolo da essi generato e guidato. L’accenno alla promessa patriarcale in queste circostanze dà a tutta la storia una rigorosa continuità e unità. La vicinanza di Mosè alla terra è come l’adempimento della promessa fatta ad Abramo.
La vita di Mosè perde in questo momento la sua storicità, ma, in essa, vi è una tale pienezza, che non si potrebbe dire che la sua vita termini qui. È di questo parere il narratore quando afferma che egli conservò fino all’ultimo il suo pieno vigore. Il titolo di « servo del Signore » proclama che Dio è presente nella vita di Mosè; e questa vita continua nel Signore. In altre parole, Mosè sopravvive nel popolo che ha guidato fino a questo punto. Il Deuteronomio intende la sua morte come vicaria per il suo popolo (Dt 1,37; 3,26; 421). Quindi la vita del popolo è opera sua e la sua sopravvivenza si afferma nella vita del suo popolo. Il dato curioso della dimenticanza del luogo della sua tomba sta a indicare che la figura di Mosè non diede luogo a un culto alla sua personalità: nessuno andò in pellegrinaggio a quel luogo, che, in un primo tempo, doveva essere conosciuto. Quello che Mosè significò per la posterità rimase vivo in essa, senza che fosse necessario andare in un luogo di morte per ricordarlo o celebrarlo.
Un tratto demitizzatore della sua persona è il ricordo del suo successore in questa circostanza. In definitiva, la guida di Mosè è una guida divina, e Dio non muore. L’imposizione delle mani a Giosuè riafferma la continuità di Mosè, del suo dono carismatico, ma, al tempo stesso, costata che la sua scomparsa non lascia un vuoto. Vi saranno giudici liberatori come lui, vi sarà un re che guiderà il popolo e vi saranno i profeti. Tuttavia, il Deuteronomio si stima in dovere di tributare a Mosè due note in memoriam: la sua azione liberatrice dalla paradigmatica schiavitù dell’Egitto e la sua intimità con Dio come profeta (cf Es 33,11; Nm 12,8). Questo è l’epitaffio posto sulla tomba d’una vita che non è morta.
 
Vangelo
Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello.
 
Il Vangelo vuol suggerire una prassi per riconciliare la comunità con il fratello che ha peccato contro di essa. Con il potere di legare e di sciogliere, viene stabilito il principio dell’autorità della Chiesa locale. Tale potestà si esplica, in primo luogo, nel campo legislativo, al quale va congiunto quello giudiziario: quello, cioè, di costatare e valutare i delitti e applicare le pene.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,15-20
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
 
Parola del Signore.
 
Va’ e ammoniscilo - Il diciottesimo capitolo viene denominato «discorso ecclesiastico», perché raccoglie le direttive date da Gesù ai suoi discepoli atte a regolare la vita della comunità. Questa domenica si proclamano i versetti riguardanti la correzione fraterna e la preghiera in comune che assicura in mezzo ai credenti la presenza del Risorto. Comunione e Presenza che rendono infallibile la preghiera dei cristiani.
Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo... Il brano evangelico mette in evidenza la prassi da seguire nel delicato ma vitale problema della correzione fraterna; essa dovrà rispettare un iter ben preciso: inizialmente, la correzione sarà privata, tra fratello e fratello; se lo scopo non è raggiunto segue quella semipubblica, davanti a una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni; ad un ulteriore fallimento, segue quella pubblica, davanti alla comunità; se anche questo terzo tentativo fallisce, allora, il fratello dovrà essere considerato come il pagano e il pubblicano. In quest’ultima soluzione non vanno colti sentimenti di vendetta o di acrimonia o di disprezzo, ma solo la condanna del peccato e il tentativo di guadagnare il fratello.
Questa prassi si consolidò nella Chiesa. Fu seguita anche dall’Apostolo Paolo quando dovette affrontare il caso dell’incestuoso della comunità di Corinto (Cf. 1Cor 5,5; Cf. Gal 6,1; 2Ts 3,15; 2Tm 2,25).
Il rimprovero o la pena sono finalizzati sempre, anche nei casi estremi come la scomunica, a muovere il colpevole al pentimento e alla salvezza finale (Cf. 2Ts 3,15). Però, vada bene inteso che il potere e l’autorità di correggere vengono sempre e soltanto da Dio, il quale promette di ratificare in Cielo quanto è stato deciso in terra dalla Chiesa.
Quindi non è un potere selvaggio perché vale per tutti, membri e capi, il detto di Gesù: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: “Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (Lc 6,41-42).
La potestà di sciogliere e di legare, che era stata già conferita a Pietro (Cf. Mt 16,19), è estesa a tutta la comunità locale. Il campo di «questo potere è illimitato e riguarda l’interpretazione autorevole dell’insegnamento di Gesù e la disciplina della Chiesa, con il diritto di escludere uno dalla comunità qualora si renda indegno. Non si tratta quindi di un’autorità puramente dottrinale, ma anche disciplinare. Tale potere risiede interamente nel Cristo, che l’ha ricevuto dal Padre. Ma egli ora trasmette tale potestà ai discepoli. Le loro decisioni sono convalidate in cielo» (Angelico Poppi).
La pericope che chiude il Vangelo ha come tema la «preghiera in comune».
... se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa...: il verbo symphoneo usato qui indica lo spirito di pace e di concordia che si stabilisce tra i fratelli quando si mettono d’accordo per chiedere qualunque cosa al Padre celeste. Tale sinfonia di pace e di concordia dovrà essere l’elemento fondante della preghiera comunitaria, senza tale sinfonia si scivola in una preghiera formale e ipocrita.
L’efficacia della preghiera è garantita dalla presenza di Gesù: la preghiera cristiana è rivolta al Padre che è nei cieli, «ma passa attraverso la mediazione del Cristo, da cui attinge la sua efficacia. La presenza mistica del Cristo in mezzo ai suoi rievoca la dottrina veterotestamentaria della sekinah, “dimora” di Dio in mezzo al suo popolo. Simile a questo detto evangelico è una sentenza rabbinica del sec. II d.C. che dice: “Se due siedono avendo fra loro le parole della Legge, fra essi v’è la sekinah”» (Angelo Lancellotti). Questo ultimo detto riafferma così un principio cardine sul quale poggia l’intera comunità cristiana: solo la comunione fraterna e la preghiera sinfonica fatta nel nome di Gesù assicurano la Presenza del Risorto in mezzo ai suoi discepoli.
 
La carità fraterna - C. Wiener (Amore, in Dizionario di Teologia Biblica): Se la concezione giudaica poteva lasciar credere che l’amore fraterno si giustapponga su un piano di eguaglianza con altri comandamenti, la visione cristiana gli dà il posto centrale, anzi unico.
I due amori. - Da un capo all’altro del NT l’amore del prossimo appare indissociabile dall’amore di Dio: i due comandamenti sono il vertice e la chiave della legge (Mc 12,28-33 par.) la carità fraterna è la realizzazione di ogni esistenza morale (Gal 5,14; 6,2; Rom 13,8 s; Col 3,14), è in definitiva l’unico comandamento (Gv 15,12; 2Gv 5), l’opera unica e multiforme di ogni fede viva (Gal 5,6.22): «Chi non ama il fratello che vede, non può amare quel Dio che non vede... amiamo i figli di Dio quando amiamo Dio» (1 Gv 4,20 s). Non si potrebbe affermare meglio che, in sostanza, non c’è che un solo amore. L’amore del prossimo è quindi essenzialmente religioso; non è una semplice filantropia. Anzitutto è religioso per il suo modello: imitare l’amore stesso di Dio (Mt 5,44s; Ef 5,1s.25; 1Gv 4,11s). Poi, e soprattutto, per la sua sorgente, perché è l’opera di Dio in noi: come potremmo essere misericordiosi come il Padre celeste (Lc 6,36), se il Signore non ce lo insegnasse (1Tess 4,9), se lo Spirito non lo effondesse nei nostri cuori (Rom 5,5; 15,30)?
Questo amore viene da Dio ed esiste in noi per il fatto stesso che Dio ci prende come figli (1 Gv 4,7). E, venuto da Dio, esso ritorna a lui: amando i nostri fratelli, amiamo il Signore stesso (Mt 25,40), perché tutti assieme forniamo il corpo di Cristo (Rom 12,5-10; 1Cor 12,12-17). Questo è il modo in cui possiamo rispondere all’amore con cui Dio ci ha amati per primo (1Gv 3,16; 4,19s).
In attesa della parusia del Signore, la carità è l’esigenza essenziale, in base alla quale gli uomini saranno giudicati (Mt 25,31-46). Questo è il testamento lasciato da Gesù: «Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 13,34 s). L’atto d’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso gli atti dei discepoli. Questo comandamento, benché antico perché legato alle sorgenti stesse della rivelazione (1Gv 2,7 s), è nuovo: di fatto Gesù ha inaugurato una nuova era mediante il suo sacrificio, fondando la nuova comunità annunziata dai profeti, donando ad ognuno lo Spirito che crea dei cuori nuovi. Se dunque i due comandamenti sono uniti, si è perché l’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso la carità che i discepoli manifestano tra loro.
L’amore è dono. - La carità cristiana, soprattutto dai sinottici e da Paolo, è vista ad immagine di Dio che dona gratuitamente il Figlio suo per la salvezza di tutti gli uomini peccatori, senza merito alcuno da parte loro (Mc 10,45; Rom 5,6ss). Essa è quindi universale, e non lascia sussistere nessuna barriera sociale o razziale (Gal 3,28), non disprezza nessuno (Lc 14,13; 7,39); più ancora, esige l’ amore dei nemici (Mt 5,43-47; Lc 10,29-37). L’amore non può scoraggiarsi: ha come espressione il perdono senza limiti (Mt 18,21s; 6,12.14s), il gesto spontaneo verso l’avversario (Mt 5,23s), la pazienza, il rendere bene per male (Rom 12,14-21; Ef 4,25-5,2). Nel matrimonio esso si esprime sotto forma di dono totale, ad immagine del sacrificio di Cristo (Ef 5,25-32). Per tutti infine è una mutua schiavitù (Gal 5,13), in cui l’uomo rinunzia a se stesso con il Cristo crocifisso (Fil 2,1-11). Nel suo «inno alla carità» (1 Cor 13), Paolo manifesta la natura e la grandezza dell’amore. Senza trascurare affatto le sue esigenze quotidiane, egli afferma che, senza la carità, nulla ha valore, che solo essa sopravvivrà a tutto: amando come Cristo, noi viviamo già una realtà divina ed eterna, per mezzo della quale la Chiesa è edificata (1Cor 8,l; Ef 4,16) e l’uomo diventa perfetto per il giorno del Signore (Fil 1,9 ss).
L’amore è comunione. - Certamente anche Giovanni parla della universalità e della gratuità dell’amore divino (Gv 3,16; 15,16; 1Gv 4,10), ma, più sensibile alla comunione del Padre e del Figlio nello Spirito, ne sottolinea le conseguenze per l’amore dei cristiani tra loro. La loro fraternità deve essere una comunione totale, in cui ognuno si impegna con tutta la sua capacità d’amore e di fede, di fronte al mondo in cui non può amare il regno del «maligno» (1Gv 2,14s; Cf. Gv 17,9), il cristiano amerà i suoi fratelli con un amore esigente e concreto (1Gv 3,11-18), in cui vige la legge della rinuncia e della morte, senza la quale non c’è vera fecondità (Gv 12,24 s). Mediante questa carità il credente rimane in comunione con Dio (1Gv 4,7-5,4). Questa era l’ultima preghiera di Gesù: «che l’amore, con cui mi hai amato, sia in essi ed io in essi» (Gv 17,26). Vissuto dai discepoli in mezzo al mondo al quale non appartengono (17,11.15s), questo amore fraterno è la testimonianza attraverso la quale il mondo può riconoscere Gesù come l’inviato del Padre (17,21): «Da questo tutti vi riconosceranno come miei discepoli: dall’amore che avete gli uni per gli altri» (13, 35).
 
Nella Chiesa ci si consola a vicenda - Crisostomo Giovanni, In Genes. 5: Se uno giunge in piazza e vi trova anche un solo amico, tutta la sua tristezza sparisce. Ma noi non andiamo in piazza, bensì in chiesa: vi incontriamo non uno solo, ma molti amici, ci uniamo a molti fratelli, a molti padri. Non dovremmo dunque allontanare ogni nostro scoraggiamento e riempirci di letizia? Non solo per il numero delle persone che vi si radunano la riunione in chiesa è migliore degli incontri sulla piazza, ma anche per gli argomenti che vi si trattano. Vedo infatti come quelli che perdono il tempo in piazza e vi si siedono in circolo parlano spesso di cose inutili, fanno discorsi frivoli e si intrattengono su argomenti per nulla convenienti. Anzi, c’è l’abitudine di indagare e investigare con gran cura gli affari degli altri. Quanto sia incerto e pericoloso abbandonarsi a tali discorsi, oppure ascoltarli e lasciarsene influenzare, e quanto spesso questi convegni abbiano fatto sorgere dissidi nelle famiglie, non intendo trattarlo qui. Tutti senz’altro concorderanno che quei discorsi sono inutili, frivoli e mondani, ed anche che non è facile far entrare una parola spirituale in simili riunioni.
Ma qui in chiesa non è così, anzi precisamente l’opposto. Ogni discorso inutile è bandito ed ogni insegnamento spirituale ha il suo posto. Parliamo della nostra anima e dei beni che interessano l’anima, della corona che c’è riposta nel cielo, della rettitudine nella vita, della bontà di Dio, e della sua provvidenza per tutto il mondo e ancora di tutte le cose che ci riguardano, il motivo per cui siamo stati creati e la sorte che ci aspettiamo quando ce ne partiamo da quaggiù, e la situazione che verrà per noi decisa. A queste riunioni non solo noi prendiamo parte, ma anche i profeti e gli apostoli; anzi, il fatto più grande è che il Signore di noi tutti, Gesù, sta in mezzo a noi. Egli stesso ha detto: "Dove due o tre sono raccolti nel mio nome, ivi sono io in mezzo a loro (Mt 18,20). Ma se Cristo è presente dove sono radunati due o tre, quanto più sarà in mezzo a noi quando tanti uomini, tante donne, tanti padri sono insieme con gli apostoli e i profeti. Per questo anche noi parliamo con tanto coraggio, nella certezza del suo aiuto.
 
Il Santo del Giorno - 13 Agosto 2025 - Ponziano e Ippolito. La fratellanza ritrovata nel segno del martirio - Se fossimo in grado di guardare al cuore delle persone, curando l’essenziale, cesserebbero le liti, cadrebbero i muri che dividono i fratelli, anche all’interno delle comunità cristiane. Oggi la liturgia ci offre un’icona di unità e fratellanza custodita nella vicenda dei santi Ponziano e Ippolito (Papa il primo, sacerdote scismatico il secondo). Vissuti nel III secolo e divisi da questioni tutte umane, si riunirono nella piena comunione davanti alla prova del martirio. L’episodio si colloca nel 235 in Sardegna, dove i due si trovarono a condividere la condanna ai lavori forzati inflitta dall’imperatore Massimino il Trace. Ponziano, romano, era stato eletto Papa il 21 luglio 230 e, dopo essere stato deportato a causa dell’inasprimento della persecuzione, abdicò perché la Chiesa di Roma non restasse senza un pastore. Lo scisma del sacerdote Ippolito era iniziato con l’elezione di papa Callisto (217-222), accusato ingiustamente dallo stesso Ponziano di essere eretico già quando era un semplice diacono al fianco di papa Zefirino. All’imperatore non importava che fosse scismatico e lo condannò per colpire l’intera comunità cristiana. (Avvenire)
 
La partecipazione ai tuoi sacramenti
ci salvi, o Signore,
e confermi noi tutti nella luce della tua verità.
Per Cristo nostro Signore.