12 Agosto 2025
Martedì XIX Settimana T. O.
Dt 31,1-8; Salmo Responsoriale Dt 32,3-4a.7-9.12; Mt 18,1-5.12-14
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
guidati dallo Spirito Santo,
osiamo invocarti con il nome di Padre:
fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi,
perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Giovanni Paolo II (Lettera): Quanto importante è il bambino agli occhi di Gesù! Si potrebbe addirittura osservare che il Vangelo è profondamente permeato dalla verità sul bambino. Lo si potrebbe persino leggere nel suo insieme come il « Vangelo del bambino ».
Che vuol dire infatti: « Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli »? Non pone forse Gesù il bambino come modello anche per gli adulti? Nel bambino c’è qualcosa che mai può mancare in chi vuol entrare nel Regno dei cieli. Al cielo sono destinati quanti sono semplici come i bambini, quanti come loro sono pieni di fiducioso abbandono, ricchi di bontà e puri. Questi solamente possono ritrovare in Dio un Padre, e diventare a loro volta, grazie a Gesù, altrettanti figli di Dio.
Non è questo il principale messaggio del Natale? Leggiamo in san Giovanni: « E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi » (1, 14); ed ancora: « A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio » (1, 12). Figli di Dio! Voi, cari ragazzi, siete figli e figlie dei vostri genitori. Ebbene, Dio vuole che tutti siamo suoi figli adottivi mediante la grazia. Sta qui la vera fonte della gioia del Natale, della quale vi scrivo al termine ormai dell’Anno della Famiglia. Rallegratevi di questo « Vangelo della divina figliolanza ».
I Lettura - Elezione di Giosuè - Angel González (Deuteronomio, Commento della Bibbia Liturgica): Le appendici narrative dell’ultima parte del Deuteronomio sono indipendenti dal codice in se stesso. Il legame con eso è artificiale e sta nella finzione secondo la quale il codice è un discorso di Mosé prime di morire. Delle ultime attività del capo e legislatore parlano appunto queste appendici che sono quindi una continuazione della tematica narrativa di Dt 1-3 e dell’ultima parte del libro dei Numeri. Già in quella sede il tema dell’elezione di Giosuè è legato con quello della morte di Mosè prima dell’entrata del popolo nella terra. Giosuè è già atteso come il successore di Mosè (Dt 1,37s; 3,23-29; 32,48-52; Nm 27, 15-23). Nel racconto della elezione è inserita un’esortazione di Mosè per il popolo (Dt 31,3-6).
La supposta situazione storica è quella di Mosè che prepara il popolo a entrare nella terra e si congeda da esso in Moab. L’impresa immediata tradisce il suo drammaticismo: è un’impresa ardua, che richiede coraggio, ma non è certo rischiosa, perché Dio è col suo popolo. L’esortazione di Mosè, un misto di arringa militare e di proclamazione religiosa, definisce l’impresa come una guerra santa che Dio combatte col suo popolo: Giosuè non è altro che il mediatore visibile dell’azione di Dio. Tanto il capo come il popolo devono sapere che Dio combatte con loro, per non abbandonarsi al timore e allo scoraggiamento.
Nella concezione deuteronomica della guerra santa, l’arca dell’alleanza va in guerra davanti al popolo, ed è il simbolo di Dio presente, del Dio degli eserciti. Sotto questo aspetto, il Deuteronomio ha connotazioni arcaiche: il popolo in armi e la guerra santa appartengono al periodo della conquista e della confederazione d’Israele; al tempo della monarchia, il popolo in armi era stato sostituito dall’esercito regolare; e questa è la situazione che conoscevano direttamente gli autori del Deuteronomio. Risalendo convenzionalmente alle origini, essi cercano di ricuperare, per il popolo che è fallito nella traiettoria delle sue istituzioni nazionali, lo spirito che animava il popolo della confederazione.
La figura di Giosuè è legata ai ricordi della conquista, e particolarmente a quella delle tribù del centro: Efraim, Manasse e Beniamino. L’entrata di queste tribù dal lato dell’est fu quella che restò come versione comune della conquista. Il libro di Giosuè raccoglie questa versione comune della conquista e della spartizione della terra, e assegna al successore di Mosè una parte decisiva. Questa grande personalità aveva bisogno d’una legittimazione proveniente dal suo passato; e a questo appunto mira l’episodio della sua elezione.
Tale episodio ha già uno sfondo, che fa vedere Giosuè legato alla personalità di Mosè fin dal tempo del deserto Ora, Mosè gli trasmette la sua stessa personalità per realizzare un’impresa che egli non potrà realizzare personalmente. Tale impresa lo pone a un livello supertribale, poiché deve continuare a guidare verso il suo destino il popolo mosaico. Con la continuità della guida, si elimina ogni vuoto nel processo della realizzazione delle promesse. Giosuè incarna ora la guida del popolo di Dio che non è subordinata alla storicità delle persone o delle istituzioni né alla grande personalità di Mosè. Dio è al di sopra del momento, e così è anche il popolo di Dio.
Vangelo
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli.
I bambini sono i discepoli, sono gli uomini ridiventati bambini per la semplicità. Ed è questa ultima virtù a spalancare le porte del Cielo. Guai quindi a chi scandalizza uno solo di questi piccoli. La parabola della pecora smarrita è rivolta ai farisei e agli scribi i quali si scandalizzavano di Gesù perché accoglieva i peccatori e mangiava con loro. La parabola mette in relazione il perdono e la gioia, la conversione e la festa: come la pecora perduta è causa di gioia per chi la ritrova, così in cielo il Padre, con i suoi angeli, esulta di gioia quando uno dei suoi figli ritorna a lui. Un racconto per cantare l’amore gratuito di Dio, incommensurabile e senza condizioni.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,1-5.12-14
«In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?».
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:
In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.
Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.
Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Chi... è più grande nel regna dei cieli? La domanda riguarda la dignità su la terra, non già il grado del merito e della conseguente ricompensa nel cielo. Il regno dei cieli si riporta al regno come è attuato in terra; l’intero capitolo infatti s’interessa dell’aspetto terrestre del regno dei cieli.
3 Piccolo fanciullo (παιδίον), va notato il diminutivo; il tenero fanciullo costituisce una parabola vivente e reale: l’ambizione non turba, né agita l’animo dei piccoli. Se voi non tornerete e non diverrete come fanciulli; è un endiadi. La Volgata ha: se non vi convertirete (nisi conversi fueritis); la traduzione latina dà un senso morale al verbo greco (στραφῆτε: tornare, volgersi).
4 Il versetto svela il vero significato dell’incidente e gioca sul doppio significato (fisico-morale) di «piccolo fanciullo». Chi si farà spiritualmente piccolo (ταπεινόω, cf. Lc., 3, 5) avrà una vera grandezza avanti a Dio. Il detto, a colorito paradossale, acquista questo valore per gli apostoli: chi occupa nel regno di Dio (nella Chiesa) un posto eminente non è dispensato dal nutrire nel proprio animo sentimenti di profonda umiltà.
5 Un fanciullo come questo, cioè un uomo tornato fanciullo per la semplicità, come è detto nel passo precedente. Il versetto serve di passaggio dai veri fanciulli, che nella propria semplicità non nutrono ambizioni, ai fanciulli nello spirito, cioè agli umili, ai “piccoli” (dei quali si parla anche nei verss. 6, 10, 16) che sono nella Chiesa, verso i quali gli Apostoli devono avere una particolare attenzione. La cura usata verso questi piccoli, che appartengono a Cristo (ἐπί τῷ ὀνόματί μου) poiché egli li ha eletti, è un atto di devozione e di rispetto a Gesù stesso.
10 «Questi piccoli» non devono essere disprezzati, poiché hanno degli esseri spirituali in cielo che difendono davanti a Dio la loro causa e chiedono che Egli intervenga a riparare le offese fatte loro. Il linguaggio è ispirato al cerimoniale delle corti dell’antico oriente; veggono continuamente la faccia del Padre mio: cioè gli angeli, come i personaggi della corte, stanno sempre alla presenza del sovrano e lo servono (cf. 2 Samuele, 14, 24; 2 Re, 25, 19; Lc., 1, 19). Da questo passo la Chiesa deduce l’esistenza degli angeli custodi, cioè degli angeli deputati alla guida di ciascun uomo; se ogni “piccolo” ha un rappresentante celeste davanti a Dio, questo rappresentante si occuperà del suo protetto anche in terra.
12-14 La breve parabola racchiude in forma velata un insegnamento per gli apostoli. Se Dio cura e segue con tanto amore uno di questi piccoli, gli apostoli, da parte loro non lo potranno disprezzare o trascurare. L’immagine con i suoi elementi descrittivi molto accentuati (lascia le novantanove,.., va in cerca di quella smarrita..., si rallegra per questa più che per le novantanove le quali non si sono smarrite) illustra mirabilmente la cura del Padre celeste per i “piccoli”. Il dovere degli apostoli rimane definito in modo chiaro: essi non devono soltanto evitare lo scandalo di questi piccoli (parte negativa), ma ricondurli, all’occorrenza, all’ovile (parte positiva). Non è volere del Padre vostro.., forma impersonale, ritenuta più rispettosa per la maestà divina, che andrebbe tradotta liberamente: il vostro Padre celeste non vuole che...; il traduttore greco ha rispettato la forma aramaica originale.
Gesù e i bambini - Giuseppe Manzoni e Giuseppe Barbaglio (Bambino in Schede Bibliche Pastorali Vol I): Anzitutto i vangeli dell’infanzia s’interessano di Gesù bambino. Matteo ne sottolinea la messianicità, affermando che in lui si è compiuta la profezia di Isaia; egli è l’Emmanuele, «Dio con noi» (1,18-25). Nel c. 2 poi il termine paidion (= bambino) dà unità ai racconti dell’adorazione dei magi (vv. 8.9.11), della fuga in Egitto (vv. 13.14), dell’uccisione dei bambini betlemiti (v. 16: hoi paides), del ritorno dall’Egitto (vv. 20.21). Da parte sua, Luca racconta in parallelo l’infanzia di Gesù e di Giovanni, rilevando la superiorità del primo, che è il Figlio di Dio, e la funzionalità del secondo, che sarà il suo precursore (cc. 1-2).
La tradizione evangelica sinottica, inoltre, ha conservato il ricordo di un episodio significativo dell’esistenza di Cristo, che ha benedetto alcuni bambini, imponendo loro le mani (leggere Mc 10,13-16 e par.). Il suo comportamento contrasta con la mentalità dell’ambiente riflessa nella reazione dei discepoli che si oppongono all’incontro. È probabile che la chiesa primitiva, alle prese con il problema del battesimo dei bambini, vi si sia ispirata, motivando così la sua prassi di ammissione al sacramento e a riti sacri come l’imposizione delle mani e l’uso di formule d’invocazione.
Un bambino sta di nuovo al centro di un gesto profetico e di una solenne dichiarazione di Gesù. Questi contesta i sogni di grandezza dei discepoli che si contendevano il primato e, per dare plasticità alla sua esortazione all’umiltà, prende un fanciullo, lo mette in mezzo a loro e afferma paradossalmente che il più grande è il più piccolo (Lc 9,46-48 e par.). Marco e Luca poi fanno seguire un detto di Cristo sull’accoglienza dei bambini che equivale ad accogliere lui stesso (Mc 9,37 e Lc 9,48b).
Come i bambini - In alcuni detti del Signore i bambini sono stati presi come termine di paragone per evidenziare precisi atteggiamenti esistenziali richiesti agli adulti. Concordemente i tre vangeli sinottici collegano all’episodio dell’accoglienza dei bambini da parte di Gesù la seguente affermazione di principio: «Il regno dei cieli è degli uomini che sono diventati come loro» (Mt 19,14 e par.; nostra traduzione). Marco e Luca vi aggiungono: «Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10,15 e Lc 18,17).
Matteo si rifà invece in 18,3: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». I tre detti hanno in comune di porre come condizione indispensabile d’ingresso nel regno un atteggiamento globale di piccolezza spirituale e umiltà di fronte a Dio, piccolezza e umiltà significate appunto dai bambini.
C’è infine da notare la sezione 18,5-14 del Vangelo di Matteo che trova unità letteraria e tematica nel motivo dei «piccoli» (= hoi mikroi). Si tratta di piccoli in senso traslato; in realtà, l’evangelista parla di credenti adulti modesti e di nessuna rilevanza all’interno della comunità matteana. Attualizzando qui detti del Signore, egli esorta la sua chiesa ad accoglierli fraternamente (v 5), a dimostrare loro premurosa attenzione (vv. 6-9) e rispetto (v. 10), c a impegnarsi insonnemente perché, una volta smarriti, non abbiano a perdersi del tutto (vv. 12-14).
Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 59, 4: Vedi in quanti modi ci spinge ad aver cura dei fratelli che sono di poco conto? Non dire quindi: quel tale è un fabbro, un calzolaio, un contadino, uno sciocco, e non disprezzarlo. Perché tu non abbia questo atteggiamento, vedi in quanti modi ti persuade ad essere misurato e ti induce ad aver cura di questi. Ha posto in mezzo un bambino e dice: Siate come i bambini, e: Chi accoglie un bambino come questo, accoglie me, e: Chi lo scandalizza, subirà i più gravi castighi. Non si è limitato all’esempio della macina, ma ha aggiunto anche: Guazi, e ha ordinato di estirpare persone siffatte, anche se sono per noi come le mani e gli occhi. E d’altra parte, facendo riferimento agli angeli a cui sono stati affidati questi stessi fratelli di poco conto, li rende degni di rispetto, e anche rifacendosi alla propria volontà e alla sua passione - infatti quando dice: Il Figlio dell’uomo è venuto a salvare ciò che era perduto, indica la croce, come dice anche Paolo a proposito di un fratello per il quale Cristo è morto -, e al Padre, perché neppure lui vuole che si perdano, e alla consuetudine comune, perché il pastore, lasciando le pecore che sono in salvo, cerca quella perduta e quando trova quella che si era smarrita, si rallegra molto per averla trovata e per la sua salvezza.
Il Santo del giorno - 12 Agosto 2025 - Santa Francesca Chantal, Fondatrice: La vita di Giovanna Frémiot è legata indissolubilmente alla figura di Francesco di Sales, suo direttore e guida spirituale, e di cui fu seguace e al tempo stesso ispiratrice e collaboratrice. Nata a Digione nel 1572, a vent’anni sposò il barone de Chantal, da cui ebbe numerosi figli. Rimasta vedova, avvertì sempre di più il desiderio di ritirarsi dal mondo e di consacrarsi a Dio. Sotto la guida di Francesco di Sales, diede vita a una nuova fondazione intitolata alla Visitazione e destinata all’assistenza dei malati. L’Istituto si diffuse rapidamente nella Savoia e nella Francia. Ben presto seguirono Giovanna, diventata suor Francesca, numerose ragazze, le Visitandine, come erano chiamate e universalmente note le suore dell’Istituto. Prima della sua morte, avvenuta a Moulins il 13 dicembre del 1641, le case della Visitazione erano 75, quasi tutte fondate da lei. (Avvenire)
La partecipazione ai tuoi sacramenti
ci salvi, o Signore,
e confermi noi tutti nella luce della tua verità.
Per Cristo nostro Signore.