11 Agosto 2025
 
Santa Chiara, Vergine
 
Dt 10,12-22 ; Salmo Responsoriale Dal Salmo 147; Mt 17,22-27
 
Colletta
O Dio, che nella tua misericordia hai ispirato a santa Chiara
l’amore per la povertà evangelica,
per sua intercessione concedi a noi
di seguire Cristo in povertà di spirito,
per contemplarti un giorno nel regno dei cieli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 15 Settembre 2010): La spiritualità di santa Chiara, la sintesi della sua proposta di santità è raccolta nella quarta lettera a Sant’Agnese da Praga. Santa Chiara adopera un’immagine molto diffusa nel Medioevo, di ascendenze patristiche, lo specchio. Ed invita la sua amica di Praga a riflettersi in quello specchio di perfezione di ogni virtù che è il Signore stesso. Ella scrive: “Felice certamente colei a cui è dato godere di questo sacro connubio, per aderire con il profondo del cuore [a Cristo], a colui la cui bellezza ammirano incessantemente tutte le beate schiere dei cieli, il cui affetto appassiona, la cui contemplazione ristora, la cui benignità sazia, la cui soavità ricolma, il cui ricordo risplende soavemente, al cui profumo i morti torneranno in vita e la cui visione gloriosa renderà beati tutti i cittadini della celeste Gerusalemme. E poiché egli è splendore della gloria, candore della luce eterna e specchio senza macchia, guarda ogni giorno questo specchio, o regina sposa di Gesù Cristo, e in esso scruta continuamente il tuo volto, perché tu possa così adornarti tutta all’interno e all’esterno … In questo specchio rifulgono la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità” (Lettera quarta: FF, 2901-2903).
Grati a Dio che ci dona i Santi che parlano al nostro cuore e ci offrono un esempio di vita cristiana da imitare, vorrei concludere con le stesse parole di benedizione che santa Chiara compose per le sue consorelle e che ancora oggi le Clarisse, che svolgono un prezioso ruolo nella Chiesa con la loro preghiera e con la loro opera, custodiscono con grande devozione. Sono espressioni in cui emerge tutta la tenerezza della sua maternità spirituale: “Vi benedico nella mia vita e dopo la mia morte, come posso e più di quanto posso, con tutte le benedizioni con le quali il Padre delle misericordie benedisse e benedirà in cielo e in terra i figli e le figlie, e con le quali un padre e una madre spirituale benedisse e benedirà i suoi figli e le sue figlie spirituali. Amen” (FF, 2856).
 
I Lettura - Esigenze dell’alleanza - Angel González Commento della Bibbia Liturgica): Sulla premessa storico-convenzionale di nuove tavole dell’alleanza, dopo la rottura delle prime (Dt 10,1-11) è basata quest’ultima predicazione deuteronomica del comandamento capitale. Per chiarirlo, il predicatore distingue vari termini e cerca nuove ragioni per farlo praticare. La risposta del popolo che ubbidisce non fa altro che andare incontro a quello che Dio, per primo, ha fatto per il popolo. La predicazione termina con benedizioni e maledizioni (Dt 11,26ss); segue uno schema di promulgazione dell’alleanza.
Il passo presente approfondisce le esigenze dell’alleanza e i suoi fondamenti allo stesso tempo. Esso suppone un grande sforzo per razionalizzare e concettualizzare la natura della peculiare relazione con Dio che proclama il popolo biblico, proprio in un momento nel quale la crisi di autocomprensione la rende problematica. Non dunque un’elaborazione teologica teorica, ma un tentativo pastorale di aiutare a riscoprire il retto atteggiamento, esprimendo la relazione in termini più concreti.
Il comandamento principale dell’alleanza si sdoppia in sinonimi: timore, ubbidienza, circoncisione del cuore, lode. Ognuno di questi termini impegna la persona intera, non solo nei suoi atti, ma anche nei suoi atteggiamenti.
La circoncisione del cuore è intesa qui come qualcosa dell’intimo, del centro della persona. Ma questo stesso comandamento capitale si apre esplicitamente verso la relazione interumana facendo vedere Dio negli uomini.
Dio è in tutti coloro che hanno bisogno di giustizia, e in tutti coloro che non riescono a far valere i loro diritti di vivere come persone. Questo è il luogo nel quale si deve dare una risposta al comandamento capitale, che esige la giustizia in tutto e con tutti, includendo persino l’amore per il forestiero. Questa esigenza radicale è quella in cui il popolo dell’alleanza deve ispondere al comandamento dell’amore a Dio, poiché Dio si accosta all’uomo nel prossimo (Mic 6,8).
L’approfondimento della parenesi nei fondamenti dell’alleanza comincia col proclamare la sovranità universale di Dio, per far vedere in essa la singolarità dell’elezione d’un popolo. In questo la predicazione del Deuteronomio assomiglia a quella del secondo Isaia. L’elezione ha la sua origine nell’amore di Dio per i padri. La fedeltà a quest’amore fece sì che esso si estendesse alla loro discendenza; e questo è l’atteggiamento di Dio verso il popolo di oggi, verso di « voi ».
Nel momento seguente il predicatore riflette sulla potenza e la giustizia di Dio. La sua sovranità universale non si traduce solo nell’elezione d’un popolo, ma anche nell’esigere giustizia per tutti quelli che, nel mondo, non la ottengono: gli oppressi ingiustamente, coloro che, per la loro condizione umana e sociale, non possono far valere i loro diritti. Per il Deuteronomio sono casi paradigmatici l’orfano, la vedova e il forestiero. Per dare un fondamento all’esigenza dell’amore per lo straniero, il predicatore ricorda a Israele la sua condizione di straniero; è il ricordo che deve indurlo a mettersi al posto dell’altro, condizione per amarlo come ama se stesso.
Dall’evocazione del suo passato di straniero, il predicatore passa a spiegare a Israele una ragione di più per ubbidire al comandamento principale. Dio lo salvò liberandolo dalla schiavitù e moltiplicandolo fino a farlo diventare un grande popolo. Il comandamento dell’alleanza non puà essere detto arbitrario e privo di fondamento: Dio è il salvatore prima che il legislatore. Il suo comandamento è la sua parola salvatrice per il popolo che deve essere salvato.
 
Vangelo
Lo uccideranno, ma risorgerà. I figli sono liberi dal tributo.
 
Il cuore del racconto evangelico non è il miracolo in sé, ma il motivo per cui è compiuto: per evitare di scandalizzarli. La tassa consisteva in un contributo annuale e personale per i bisogni del tempio (Es 30,13-15). Gesù, in quanto Dio (Rm 9,5) e autore della Legge, poteva esentarsi da questo obbligo, ma per non dare scandalo invita Pietro a pagare la tassa del Tempio. Un insegnamento ancora oggi assai valido, essere inseriti in un contesto socio-politico significa accettare tutte le regole per una sana e civile convivenza. Solo dinanzi a leggi ingiuste e immorali è doveroso il dissenso.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 17,22-27
 
In quel tempo, mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà». Ed essi furono molto rattristati.
Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?». Rispose: «Sì».
Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». Rispose: «Dagli estranei».
E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te».
 
Parola del Signore
 
L’imposta del tempio - Felipe F. Ramos (Vangelo secondo Matteo Commento della Bibbia Liturgica): La passione incombe sulla persona di Gesù come cosa vicina e inevitabile: egli non la vede ora con gli occhi dell’« io » personale che deve piegarsi a una volontà superiore, bensì con gli occhi del Figlio dell’uomo al quale nulla è nascosto.
Non gli interessa precisare chi siano i nemici concreti incaricati da Dio di essere uno strumento nell’esecuzione della sentenza: egli parla semplicemente di uomini, semplicemente e con maggior profondità. In realtà questi uomini sono nemici di Dio (Rm 5,10) che devono essere riconciliati con lui. Tale era il fine della passione: colmare l’abisso fra Dio e gli uomini perché essi potessero avere accesso a Dio.
La questione del didramma nacque dall’usanza che si era diffusa fra i giudei - anche fra quelli che vivevano dispersi nel mondo romano - di pagare un’imposta annuale per i bisogni del tempio. La somma era piuttosto piccola: un didramma o due dramme (moneta greca) equivaleva al salario di due giornate d’un operaio. Appunto per questo, si consideravano obbligati a pagarla tutti, ricchi e poveri; ma l’obbligo di pagare questa imposta non poteva essere imposto come una disposizione della legge. Secondo il punto di vista dei sadducei si potevano esigere rigorosamente solo le imposte nominate espressamente nella legge (Es 30,11-16); e quella in questione, quella per il tempio, non figurava fra queste. Probabilmente sorse nella tradizione posteriore, in occasione di qualche necessità straordinaria e, col tempo, si andò generalizzando; ma non poteva essere considerata come veramente obbligatoria. È possibile che la domanda rivolta ai discepoli fosse un tentativo destinato a scoprire l’opinione di quel giovane rabbino di Galilea su di una questione dibattuta.
La risposta di Gesù è basata su un’analogia. Roma aveva concesso l’amministrazione della Palestina ad alcuni monarchi, prìncipi e tetrarchi. L’analogia parte da questo fatto notissimo a tutti gli uomini di quel tempo. Tutti i sudditi di quei monarchi erano obbligati a pagare le imposte; ma queste imposte non obbligavano i romani. Tenendo conto di questo, Gesù dice: come « i romani » erano esenti dai tributi imposti ai giudei dai loro governanti, così i giudei dovevano essere esenti dalle imposte relative al tempio. Ciò che era considerato come un’imposta obbligatoria doveva nascere dalla volontà e dalla libertà di colui che lo offriva.
L’analogia ha però un altro livello più profondo. Il Signore del tempio è Dio e Gesù è il suo Figlio. Quelli che credono in Gesù partecipano di quella filiazione. La loro libertà - di Gesù e quella dei suoi discepoli - nasce  dalla qualità di figli. Ma, insieme con questa libertà, Gesù intende esprimere anche un atteggiamento di rispetto di fronte al possibile obbligo legale e di fronte al tempio in quanto casa di Dio: e per questo paga l’imposta. Gesù fece molte cose alle quali non era obbligato per la sua qualità di Figlio. Il ricorso al miracolo serve a mettere in risalto la sua qualità di Figlio: il Padre gli provvede quello che è necessario per pagare l’imposta.
 
 Gesù occasione di scandalo - J. Guhrt (Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento): a) Il Nuovo Testamento dà molto rilievo al fatto che Gesù diventa occasione di scandalo per qualcuno [...] I discepoli si scandalizzano a motivo della sua passione (Mt 26,31), non trovando conciliabile con le loro idee quest’estrema umiliazione del Signore. Anche per Giovanni Battista, Gesù è in qualche modo motivo di scandalo (cf. Mt 11,3-6), perché non si aspettava che il messia comparisse sulla scena in quel modo. I farisei, dal canto loro, prendono scandalo dalla dottrina di Gesù (Mt 15, 12), che non corrisponde alla loro concezione legalistica, alla loro religiosità «sinergistica», basata cioè sulle opere: uno scandalo, questo dei farisei, tanto più profondo, se si pensa che Gesù li paragona alla gramigna che, prima a poi, dev’essere divelta e buttata via (v. 13; cf. Mt 13,24ss).
b) Lo scandalo provocato da Gesù ha la sua radice nella croce (1Cor 1,23), che sconvolge ogni sapienza umana ed esclude qualsiasi concorso dell’uomo alla salvezza (Gal 5,11: la circoncisione). Ed è uno scandalo che deve rimanere, se si vuole che il vangelo resti messaggio di salvezza.
c) Lo scandalo provocato da Cristo ha il suo fondamento nel piano di Dio. Sia la citazione di Rm 9,33: « Ecco che io pongo in Sion una pietra di scandalo e un sasso d’inciampo» (citazione composita da Is 8,14 e 28,16) sia il passo di 1Pt 2,8 («sasso d’inciampo e pietra di scandalo») si riferiscono entrambi a Gesù. Questa testimonianza della Scrittura spiega perché i giudei siano stati dapprima, ma non definitivamente, esclusi dalla salvezza (Rm) e perché a causa dell’incredulità respingano Gesù (1Pt). Nello scandalo si manifesta un lato dell’elezione divina (cf. 1Pt 2,8: «essi vi inciampano perché non credono alla parola; a questo sono stati destinati»; cf. anche Lc 2,34).
Tuttavia Gesù e il suo vangelo diventano causa di peccato soltanto attraverso l’incredulità, quando cioè la salvezza che egli porta viene respinta perché non risponde alle aspettative umane. Chi infatti crede in lui «non sarà deluso» (Rm 9,33b; 1Pt 2,6b), mentre in lui inciamperà chi non crede (2,8). È per colpa della cecità dell’uomo se Gesù diventa motivo di scandalo e di perdizione. Questo vale (cf. per es. Mt 15,14) per i farisei o, più in generale - come è detto nella 1Gv - per l’uomo che cammina nelle tenebre perché non ama il prossimo; per chi invece ama il prossimo, non v’è occasione d’inciampo (cf. 1Gv 2,10-11). Le parole di Gesù sul suo corpo come cibo per la vita eterna suonano come un « discorso duro» per molti discepoli, che ne restano turbati e scandalizzati (Gv 6,60-61) e in parecchi lo abbandonano (ivi vv. 66ss). Il loro è un comportamento colpevole. In Gesù essi non vedono altro che carne («la carne non giova a nulla: v. 63).
 
Il rispetto della dignità delle persone - Catechismo della Chiesa Cattolica 2284: Lo scandalo è l’atteggiamento o il comportamento che induce altri a compiere il male. Chi scandalizza si fa tentatore del suo prossimo. Attenta alla virtù e alla rettitudine; può trascinare il proprio fratello alla morte spirituale. Lo scandalo costituisce una colpa grave se chi lo provoca con azione o omissione induce deliberatamente altri in una grave mancanza.
2285 Lo scandalo assume una gravità particolare a motivo dell’autorità di coloro che lo causano o della debolezza di coloro che lo subiscono. Ha ispirato a nostro Signore questa maledizione: «Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli, [...] sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt 18,6). Lo scandalo è grave quando a provocarlo sono coloro che, per natura o per funzione, sono tenuti ad insegnare e ad educare gli altri. Gesù lo rimprovera agli scribi e ai farisei: li paragona a lupi rapaci in veste di pecore.
2286 Lo scandalo può essere provocato dalla legge o dalle istituzioni, dalla moda o dall’opinione pubblica.
Cosi, si rendono colpevoli di scandalo coloro che promuovono leggi o strutture sociali che portano alla degradazione dei costumi e alla corruzione della vita religiosa, o a «condizioni sociali che, volutamente o no, rendono ardua o praticamente irnpossibile una condotta di vita cristiana, conformata ai precetti del Sommo Legislatore». La stessa cosa vale per i capi di imprese i quali danno regolamenti che inducono alla frode, per i maestri che «esasperano» i loro allievi o per coloro che, manipolando l’opinione pubblica, la sviano dai valori morali.
2287 Chi usa i poteri di cui dispone in modo tale da spingere ad agire male, si rende colpevole di scandalo e responsabile del male che, direttamente o indirettamente, ha favorito. «È inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono» (Lc 17,1).
 
Scandalizzarsi in Cristo e nella Chiesa - Agostino (Commento alla prima lettera di san Giovanni, 1,12): Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non vi è scandalo in lui [1Gv 2,10]. Chi sono coloro che subiscono o danno scandalo? Sono quelli che si scandalizzano in Cristo o nella Chiesa. Se tu hai la carità, non ti scandalizzerai né in Cristo, né nella Chiesa; tu non abbandonerai né Cristo, né la Chiesa. Infatti, se uno abbandona la Chiesa, come può essere in Cristo, non trovandosi più tra le membra di Cristo? Come può essere in Cristo, non trovandosi nel corpo di Cristo? Si scandalizzano, dunque, quelli che abbandonano Cristo o la Chiesa. Ma come è che non vi è scandalo in colui che ama il fratello? In quanto colui che ama il fratello sopporta tutto per l’unità, perché l’amore fraterno consiste nell’unità dell’amore.
 
Il Santo del giorno: 11 Agosto 2025 - Santa Chiara d’Assisi: Ha appena dodici anni Chiara, nata nel 1194 dalla nobile e ricca famiglia degli Offreducci, quando Francesco d’Assisi compie il gesto di spogliarsi di tutti i vestiti per restituirli al padre Bernardone. Conquistata dall’esempio di Francesco, la giovane Chiara sette anni dopo fugge da casa per raggiungerlo alla Porziuncola. Il santo le taglia i capelli e le fa indossare il saio francescano, per poi condurla al monastero benedettino di S. Paolo, a Bastia Umbra, dove il padre tenta invano di persuaderla a ritornare a casa. Si rifugia allora nella Chiesa di San Damiano, in cui fonda l’Ordine femminile delle «povere recluse» (chiamate in seguito Clarisse) di cui è nominata badessa e dove Francesco detta una prima Regola. Chiara scrive successivamente la Regola definitiva chiedendo ed ottenendo da Gregorio IX il «privilegio della povertà». Per aver contemplato, in una Notte di Natale, sulle pareti della sua cella il presepe e i riti delle funzioni solenni che si svolgevano a Santa Maria degli Angeli, è scelta da Pio XII quale protettrice della televisione. Erede dello spirito francescano, si preoccupa di diffonderlo, distinguendosi per il culto verso il SS. Sacramento che salva il convento dai Saraceni nel 1243. (Avvenire)   

Rinvigoriti dalla partecipazione ai santi doni,
ti preghiamo, Signore Dio nostro:
fa’ che sull’esempio di santa Chiara
portiamo nel nostro corpo
la passione di Cristo Gesù,
per aderire a te, unico e sommo bene.
Per Cristo nostro Signore.