10 Agosto 2025
 
XIX Domenica T. O.
 
Sap 18,6-9; Salmo Responsoriale dal Salmo 32 [33]; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12,32-48
 
Colletta
O Dio, fedele alle tue promesse,
che ti sei rivelato al nostro padre Abramo,
donaci di vivere come pellegrini in questo mondo,
affinché, vigilanti nell’attesa,
possiamo accogliere il tuo Figlio nell’ora della sua venuta.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede - Catechismo degli Adulti [87] La fede è atteggiamento esistenziale: ci dà la convinzione di essere amati, ci libera dalla solitudine e dall’angoscia del nulla, ci dispone ad accettare noi stessi e ad amare gli altri, ci dà il coraggio di sfidare l’ignoto. Ecco come si presenta in alcune figure emblematiche. Abramo, il padre dei credenti, «ebbe fede sperando contro ogni speranza» (Rm 4,18); si fidò di Dio e delle sue promesse; lasciò la propria patria e la propria parentela; affrontò, lui vecchio e senza figli, un lungo viaggio «senza sapere dove andava» (Eb 11,8), per poter ricevere dal Signore una nuova terra e una numerosa discendenza. La sua figura esprime e sintetizza la fede del popolo di Dio: «Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (Gen 15,6).La Vergine Maria, colei che è beata perché ha creduto nel modo più puro e totale, all’annuncio dell’angelo uscì dal suo piccolo mondo di promessa sposa, aprendosi al progetto di Dio: «Eccomi, sono la serva del Signore» (Lc 1,38). Divenuta madre del Messia, avanzò nell’oscurità della fede fino al dramma angoscioso del Calvario. I due discepoli di Giovanni Battista, che videro passare Gesù, gli andarono dietro, fecero amicizia con lui, corsero ad annunciarlo ad altri, iniziarono una nuova esistenza.
[88] Credere è aprirsi, uscire da se stessi, fidarsi, obbedire, rischiare, mettersi in cammino verso le cose «che non si vedono» (Eb 11,1), andare dietro a Gesù «autore e perfezionatore della fede» (Eb 12,2). È assumere un atteggiamento di accoglienza operosa, che consente a Dio di fare storia insieme a noi, al di là delle umane possibilità.
Dono di Dio [90] La fede è un dono o una scelta? Quando Paolo venne a portare il vangelo in Europa, nella città di Filippi «c’era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia ... e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo» (At 16,14). Non basta l’annuncio esteriore a suscitare la fede; occorre anche una illuminazione interiore.Già l’Antico Testamento aveva chiara consapevolezza che la fede è frutto di una iniziativa di Dio: «Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti ... Riconoscete dunque che il Signore vostro Dio è Dio, il Dio fedele» (Dt 7,79). Gesù stesso ha dichiarato pubblicamente: «Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato» (Gv 6,44). La fede è dono dello Spirito Santo, che la previene, la suscita, la sostiene, l’aiuta a crescere. È lui che illumina l’intelligenza, attrae la volontà, rivolge il cuore a Dio, facendo accettare con gioia e comprendere sempre meglio la rivelazione storica di Cristo, senza aggiungere ad essa nulla di estraneo.[91] Qualcuno potrebbe pensare: se la fede è un dono, forse io non l’ho ricevuto ed è per questo che non credo. C’è da dire, anzitutto, che i confini tra fede e incredulità nel cuore delle persone non sono ben marcati, un po’ come in quell’uomo che diceva a Gesù: «Credo, aiutami nella mia incredulità» (Mc 9,24). I credenti sono tentati di non credere e i non credenti sono tentati di credere. Qualcuno pensa di non credere e invece crede, almeno a livello di disponibilità e adesione implicita; altri pensano di credere e invece danno soltanto un’adesione teorica, senza vita.
 
I Lettura: Quello che è castigo per uno è salvezza per altri 18,3.6-9 - Antonio González-Lamadrid: «A mezzanotte, il Signore percosse ogni primogenito del paese d’Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito del prigioniero nel carcere sotterraneo, e tutti i primogeniti del bestiame. Si alzò il faraone nella notte e con lui i suoi ministri e tutti gli egiziani; un grande grido scoppiò in Egitto, perché non c’era casa dove non ci fosse un morto» (Es 12,29-30).
Notte tragica per gli egiziani, perché morirono tutti i loro primogeniti, e notte salvifica per gl’israeliti, perché, alla vista di quella catastrofe, il faraone concesse la libertà al popolo eletto. Quella celebre notte, di castigo per gli uni e di salvezza per gli altri, fu conosciuta in antecedenza dai padri. I «padri» possono essere, qui, i patriarchi ai quali Dio aveva promesso la liberazione dei loro discendenti dalla schiavitù dell’Egitto (Gn 15,13-14 e 46,3-4), o Mosè al quale furono rivelate la morte dei primogeniti e la liberazione degl’israeliti (Es 11,4-8).
Probabilmente, si tratta dei patriarchi. Comunque sia, conviene prendere nota dell’importanza di quella notte.
In essa, Israele fu ricolmato di gloria per essere stato chiamato da Dio. Infatti, la celebrazione della Pasqua e dell’Esodo costituivano definitivamente Israele come popolo eletto.
Prima di abbandonare l’Egitto, e ancor prima della morte dei primogeniti egiziani, gl’israeliti celebrarono segretamente, all’interno delle loro case, la cena pasquale alla quale si dà il nome di sacrificio (Es 12,27; Nm 9,7; Dt 16,5). Gl’israeliti sono chiamati i figli santi dei giusti, cioè i discendenti d’un popolo che ha come capi i santi e giusti patriarchi.
La cena pasquale creò fra loro una solidarietà tale, che essi si impegnarono a condividere avventure e sventure. L’autore immagina quella prima Pasqua celebrata al modo delle pasque posteriori, col canto dei salmi di Hallel e tutto il resto (Sal 113-118).
 
II Lettura: L’autore della Lettera agli Ebrei, ricordando la fede e l’esempio di Abramo e di Sara e di innumerevoli altri testimoni, spiega ai suoi lettori, scoraggiati dalle persecuzioni, «che la fede è completamente orientata verso l’avvenire e si attacca solo all’invisibile. Questo versetto è diventato una specie di definizione teologica della fede, possesso anticipato e conoscenza certa delle realtà celesti [cfr. Eb 6,5; Rom 5,2; Ef 1,13s]. Gli esempi presi dall’agiografia dell’Antico Testamento [cfr. Sir 44,50] dimostrano di quale pazienza e di quale forza essa è fonte» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Anche voi tenetevi pronti.
 
La fede è un dono dello Spirito Santo, la vigilanza è il modus vivendi del credente. Fede e vigilanza vanno sempre insieme, la fede alimenta la vigilanza, e quest’ultima rende salda la fede. Il discepolo vive la sua avventura cristiana e umana facendo riposare la sua anima nella luce della fede, e acquietando il suo cuore nella calma della vigilanza. La fede dona al credente la certezza che il Cristo Signore verrà un giorno, alla fine del mondo, per giudicare i vivi e i morti, la vigilanza lo prepara a questo incontro, eliminando paure o false certezze.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,32-48
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».
 
Parola del Signore.
 
Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno - Gino Rocca (Seguendo Gesù con Luca, Commento al Vangelo): Dopo averci messi in guardia domenica scorsa contro il pericolo delle false ricchezze (vedi la parabola dello stolto possidente), nel Vangelo di oggi Gesù ci parla delle vere ricchezze a cui siamo chiamati: «non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno».
Sono le parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli. Li chiama un piccolo gregge, cioè un piccolo gruppo esposto a tutti i pericoli e difficoltà del mondo. Ma nonostante questo - appunto perché hanno accolto la parola di Gesù - essi sono oggetto di un amore e di una cura del tutto speciale da parte del Padre celeste, che li chiama a far parte del suo Regno.
Ma questo Regno che cosa è? È la casa del Padre, è la patria celeste, è la città nuova, è la società ideale, ma tuttavia molto concreta, nella quale non ci sarà più il peccato, l’egoismo, l’invidia, l’odio, cioè non ci saranno più tutte quelle passioni, che sono le radici di ogni male. È la città nuova, dalla quale saranno buttati fuori tutti gli scandali (Mt 13, 41).
E quali sono le condizioni per costruire e far parte di questo Regno? Vengono indicate da Gesù subito dopo: «vendete ciò che avete e datelo in elemosina». Traducendo questo appello di Gesù in un linguaggio accessibile a tutti, la prima condizione è quella di usare i beni che possediamo non egoisticamente, ma con animo aperto e sollecito verso le necessità dei poveri; cooperare con i mezzi di cui disponiamo alla edificazione della giustizia e della vera pace; servirsi dei beni materiali per costruire la vera fraternità umana.
 
Siate pronti - Luca nel ricordare queste parole di Gesù vuole, forse, mettere in luce la delusione di quei primi cristiani i quali credevano imminente la venuta del Cristo (cfr. 2Ts 2,1-12): il ritardo non deve sfiancare i credenti i quali non devono prendere pretesto da questo ritardo per agire irresponsabilmente (cfr. Mt 24,48).
L’insegnamento di Gesù è illustrato in modo molto incisivo da due parabole: quella del padrone che rientra di notte e quella del ladro che viene di notte.
La fine, quella personale e quella del mondo, sarà improvvisa perché è incerto il momento della morte e del ritorno del Signore. Quindi, la prospettiva è «quella della parusia: bisogna star pronti perché non si sa a che ora il Signore ritornerà. [Con i] fianchi cinti e le lucerne accese ... Si tratta di tenersi pronti, cioè in tenuta da viaggio [cfr. Es 12,11 per celebrare la Pasqua è necessario avere i fianchi cinti!]: si tratta, ancora una volta, di andare incontro al Signore che passa, che viene. Tenetevi pronti: come si vede, l’invito alla vigilanza viene articolato in ammonimenti [vv. 35 e 40], in parabole [36-38.39-40] e in beatitudini [37s]: alla luce dell’insegnamento sapienziale, Gesù non lascia mancare la promessa delle beatitudini» (Carlo Guidelli, Luca, Nuovissima Versione della Bibbia).
Oltre a tenersi pronto per il ritorno del padrone, il servo, come diligente amministratore, deve imparare ad essere fedele, per custodire i beni del padrone, e farsi prudente per una oculata amministrazione. Queste qualità in seguito verranno richieste agli episcopi e ai presbiteri (cfr. 1Tm 3,2-7; Tt 1,5-9).
Come il premio è commisurato alla diligenza, così il castigo alla pigrizia e alla conoscenza più o meno approfondita della volontà del padrone: come ricompensa, il servo fedele e saggio si vedrà affidare dal suo padrone un incarico più prestigioso, l’amministrazione di tutti i beni; come castigo il servo infedele sarà punito con rigore e sarà posto nel numero dei servi infedeli, fuori dalla comunità dei credenti.
Fuori metafora, se si sposta tutto al giorno del giudizio, Gesù, salutarmente, ha voluto suggerire ai suoi amici che la partita della vita eterna si gioca tutta sul campo del lavoro e dell’impegno quotidiano: solo chi è fedele fino alla fine potrà varcare la porta del Regno di Dio (cfr. Eb 3,19).
 
Tenersi pronti per il ritorno del Signore - Marcel Didier (Dizionario di Teologia Biblica): Vegliare, in senso proprio, significa rinunziare al  sonno della notte; lo si può fare per prolungare il proprio lavoro (Sap 6,15) o per evitare di essere sorpresi dal nemico (Sal 127,1s). Di qui un senso metaforico: vegliare significa essere vigilante, lottare contro il torpore e la negligenza per giungere alla meta prefissa (Prov 8, 34). Per il credente la meta è d’essere pronto ad accogliere il Signore, quando verrà il suo giorno; per questo egli veglia ed è vigilante, per vivere nella notte senza essere della notte.
1. Nei vangeli sinottici l’esortazione alla vigilanza è la raccomandazione principale che Gesù rivolge ai suoi discepoli a conclusione del discorso sui fini ultimi e sull’avvento del figlio dell’uomo (Mc 13,33-37). «Vegliate dunque, perché non sapete in qual giorno il vostro Signore verrà» (Mt 24,42). Per esprimere che il suo ritorno è imprevedibile, Gesù si serve di diversi paragoni e parabole che stanno all’origine dell’uso del verbo vegliare (astenersi dal dormire). La venuta del figlio dell’uomo sarà imprevista come quella di un ladro notturno (Mt 24,43 s), come quella del padrone che rientra durante la notte senza avere preavvisato i suoi servi (Mc 13, 35 s). Come il padre di famiglia prudente, oppure il buon servo, il cristiano non deve lasciarsi vincere dal sonno, deve vegliare, cioè stare in guardia e tenersi pronto per accogliere il Signore. La vigilanza caratterizza quindi l’atteggiamento del discepolo che  spera ed attende il ritorno di Gesù; consiste innanzitutto nell’essere sempre all’erta, e per ciò stesso esige il distacco dai piaceri e dai beni terreni (Lc 21,4 ss). Poiché l’ora della parusia è imprevedibile, bisogna prendere le proprie disposizioni per il caso che si faccia attendere: è l’insegnamento della parabola delle vergini (Mt 25,1-13).
2. Nelle prime lettere paoline, dominate dalla prospettiva escatologica, si trova l’eco dell’esortazione evangelica alla vigilanza, specialmente in 1Tess 5,1-7. «Noi non siamo della notte, né delle tenebre; non dormiamo quindi come gli altri, ma vegliamo, siamo sobri» (5,5s). Il Cristiano, essendosi convertito a Dio, è «figlio della  luce», quindi deve rimanere sveglio e resistere alle tenebre, simbolo del male, altrimenti corre il rischio di essere sorpreso dalla parusia. Questo atteggiamento vigilante esige la sobrietà, cioè la rinuncia agli eccessi «notturni» ed a tutto ciò che può distrarre dall’attesa del Signore; esige nello stesso tempo che si indossi l’armatura spirituale: «rivestiamoci della fede e della carità Come di Corazza, e della speranza della salvezza come di elmo» (5,8). In una lettera posteriore S. Paolo, temendo che i cristiani abbandonino il loro fervore primitivo, li invita a risvegliarsi, ad uscire dal loro sonno ed a prepararsi per ricevere la salvezza definitiva (Rom 13, 11-14).
3. Nell’Apocalisse il messaggio che il giudice della fine dei tempi rivolge alla comunità di Sardi è una esortazione pressante alla vigilanza (3,1ss). Questa Chiesa dimentica che Cristo deve ritornare; se non si risveglia, egli la sorprenderà come un ladro. Viceversa, beato «colui che veglia e conserva le sue vesti» (16, 15); egli potrà partecipare al corteo trionfale del Signore.
 
Giovanni Crisostomo, Exp. in Matth. XX, 3: Se porrete il vostro tesoro in Cielo, non trarrete solo il vantaggio di ottenere i premi preparati per esso, ma riceverete anche una ricompensa anticipata: mentre ancora siete in questa esistenza, potrete volgervi al Cielo, pensare alle realtà celesti e non avere altra preoccupazione che per i beni di lassù, perché, è evidente, ov’è il tuo tesoro, là è anche il tuo cuore. Se, invece, nasconderete il vostro tesoro in terra, vi accadrà tutto l’opposto.
 
Il Santo del Giorno - 10 Agosto 2025 - San Lorenzo - Lorenzo. Il fuoco del Vangelo e i poveri, il vero tesoro della Chiesa: Secondo la tradizione - forse leggendaria - san Lorenzo fu martirizzato con il fuoco, bruciato sopra una graticola che il diacono romano affrontò con incredibile coraggio e determinazione. In realtà la biografia di questo antico testimone della fede è carente di dati storici certi, anche se quasi sicuramente la sua morte avvenne nel 258 durante la persecuzione anticristiana voluta dall’imperatore Valeriano. L’impero vacillava e si decise di colpire i pastori cristiani, sequestrando i beni della Chiesa. Ma Lorenzo, di fronte alla richiesta di consegnare il “tesoro” della comunità romana alle autorità, mostrò i poveri: essi, disse, sono l’unica ricchezza della Chiesa. Era evidente che in lui ardeva un fuoco, quello del Vangelo, ben più grande di quello della graticola cui fu sottoposto.  (Autore: Matteo Liut)
 
La partecipazione ai tuoi sacramenti
ci salvi, o Signore,
e confermi noi tutti nella luce della tua verità.
Per Cristo nostro Signore.