27 Luglio 2025
XVII Domenica T. O.
Gen 18,20-32; Salmo responsoriale Dal Salmo 137 (138); Col 2,12-14; Lc 11,1-13
Colletta
Signore e creatore del mondo,
Cristo tuo Figlio
ci ha insegnato a chiamarti Padre:
invia su di noi lo Spirito Santo, tuo dono,
perché ogni nostra preghiera sia esaudita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Papa Francesco (Omelia Santa Marta, 11 ottobre 2018): Si prega con coraggio, perché quando preghiamo abbiamo un bisogno, normalmente. Dio è un amico, un amico ricco, che ha del pane, che ha quello di cui noi abbiamo bisogno. È come se Gesù dicesse: “Nella preghiera, siate invadenti, non stancatevi”. Non stancarsi di che? Di chiedere. Chiedete e vi sarà dato. Perché è un lavoro, un lavoro che ci chiede volontà, ci chiede costanza, ci chiede di essere determinati, senza vergogna. Perché? Perché io sto bussando alla porta del mio amico. Dio è un amico, e con un amico io posso fare questo. Una preghiera costante, invadente. Pensiamo a Santa Monica per esempio. Quanti anni ha pregato anche con le lacrime per la conversione di suo figlio. Il Signore alla fine ha aperto la porta.
Prima Lettura: Nonostante l’accorata preghiera di Abramo, Sòdoma e Gomorra, furono distrutte da Dio a motivo del loro peccato, un evento ricordato spesso nella Bibbia come esempio del giudizio e dell’ira di Dio (Cf. Dt 29,22; Sir 16,8; Is 1,9-10; 13,19; Ger 49,18; 50,40; Lam 4,6; Am 4,11; Sof 2,9; Mt 10,15; 11,23-24; Lc17,29; ecc.) e come esempio di malvagità (Dt 32,32; Is 3,9; Ger 23,14; Ez 16,44-58; Ap 11,8). Da questo racconto nascono i termini gonorrea, sodomia, sodomita: la «Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2357).
Salmo Responsoriale: Signore, il tuo amore è per sempre: «L’amore di Dio per noi si è mostrato creando, a nostro vantaggio, il cielo e la terra con le creature che vi abitano; con questa sua somma attenzione per noi egli ha dimostrato la bontà del suo amore. Perciò anche le creature devono avvicinarsi a Dio in vero amore, con fede, con speranza e nell’osservanza dei suoi comandamenti: egli, per questo, le ricompenserà. Se, infatti, noi lo ringraziamo in tutto per la sua attenzione benefica, noi riconosciamo la verità e ci dichiariamo suoi, restando sempre a lui obbedienti, anche nella prova che ci viene dalla sua volontà; nell’ansia e nella pace uniti sempre all’amore che è presso Dio, in tutta santità nello spirito e nella carne, lo ripeto, per sempre» (Mesrop armeno).
Seconda Lettura: Il breve brano fa parte di una pericope più ampia (2,9-15) nella quale l’apostolo Paolo intende confutare un’eresia impugnata pervicacemente da alcuni della comunità cristiana di Colossi, secondo la quale come condizione di salvezza bisognava assoggettarsi sia alla Legge sia all’autorità delle potenze celesti (Cf. Col 2,15). Per Paolo tutto è grazia: non è la Legge a salvare i Colossesi, ma l’amore gratuito del Padre il quale abolisce la Legge sulla croce, risuscita il Figlio, perdona i peccati e rende tutti gli uomini partecipi della morte redentrice e della risurrezione di Gesù.
Vangelo
Chiedete e vi sarà dato.
Possiamo trovare un tema comune alle tre letture ed è il tema del Padre misericordioso. Un Padre sempre attento alla preghiera dei suoi figli, sempre ben disposto a perdonare una moltitudine di peccatori per la bontà di pochi giusti, pronto nel dare la salvezza a chi non è circonciso e a chi lo è. Il Padre ha annullato nella carne crocifissa del Figlio “il documento scritto contro di noi”: il peccato è «il debito che l’uomo ha con Dio. La bontà di Dio si esprime annullando questo “debito” che la legge mosaica [...] indicava presente nell’uomo, ma da cui era incapace di salvare. Solo la croce e la pasqua di Gesù ne sono capaci» (Don Primo Gironi).
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,1-13
Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
Parola di Dio.
Insegnaci a pregare - Contro le sette domande di Matteo, il testo lucano contiene solo cinque petizioni. Il testo di Luca, sostanzialmente identico a quello di Matteo, è forse quello che si avvicina di più all’originale. Mancano «sia fatta la tua volontà» e «liberaci dal male». Luca omette o attenua espressioni ebraiche per rendere il testo più comprensibile ai suoi lettori. Matteo inserisce la preghiera del Padre nostro nella magnifica cornice del ‘Discorso della Montagna’ per opporre l’agire cristiano a quello degli ipocriti (Mt 6,9-13); Luca invece, presentando Gesù in preghiera, trasforma intenzionalmente il racconto in una catechesi sulla preghiera: Gesù non insegna ai suoi discepoli una preghiera, ma insegna a pregare.
Oltre a chiedere che sia santificato il nome del Padre, il discepolo deve chiedere il pane quotidiano. Quotidiano, in greco epiousios, potrebbe significare necessario oppure per il giorno dopo, ma quest’ultima interpretazione è in contrasto con altri testi scritturistici: per esempio, in Mt 6,34 viene detto da Gesù: «Non affannatevi per il domani» (Cfr. Prov 27,l [LXX]).
Il primo significato (con Origene possiamo leggere il pane necessario per l’esistenza) suggerisce l’intenzione di Gesù nell’insegnare la preghiera del Padre nostro: l’uomo deve imparare a chiedere al Padre quanto è necessario per la sua sussistenza.
Altri invece vi vedono un pane spirituale: il pane della vita, la manna celeste che Gesù mangerà in eterno con i suoi discepoli (Cf. Lc 22,30; Mt 26,29; Ap 2,17). Così soprattutto i Padri della Chiesa, ma è fuor di dubbio che Gesù pensi al pane terreno.
Luca sottolinea la ripetizione della domanda: ogni giorno perché il Padre è Colui che dona all’uomo il pane giorno dopo giorno, senza mai stancarsi. È il Dio buono che «fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,45).
Bisogna chiedere anche il perdono dei peccati.
Matteo parla di debiti, Luca di peccati: si «passa così da un contesto piuttosto giuridico ad un contesto più storico ed esistenziale: è il riconoscimento di essere veramente peccatori di fronte a Dio, accompagnato da una sincera domanda di perdono» (Carlo Guidelli).
I discepoli che anelano al perdono di Dio, devono perdonarsi a vicenda (Cf. Mt 5,39; 6,12; 7,2; 2Cor 2,7; Ef 4,32; Col 3,13) e devono perdonare il prossimo senza mai stancarsi: fino a settanta volte sette (Cf. Mt 18,22). Chi non vuole perdonare non può pretendere di ricevere il perdono di Dio: se «vogliamo essere giudicati benignamente, anche noi dobbiamo mostrarci benigni verso coloro che ci hanno arrecato qualche offesa. Infatti ci sarà perdonato nella misura in cui avremo perdonato loro, qualunque cattiveria ci abbiano fatto» (Giovanni Cassano).
Con l’ultima petizione il discepolo chiede di non essere abbandonato alla tentazione. Una supplica che nasce dalla consapevolezza della propria debolezza dinanzi alla prepotenza e all’astuzia di Satana, il Tentatore per antonomasia: «Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41).
La parabola del visitatore importuno serve a dare forza all’insegnamento di Gesù. Per gli orientali in genere l’ospitalità è sacra, per cui, nonostante l’ora tarda, l’amico esaudisce la richiesta inopportuna.
Nel racconto parenetico non si deve ricercare l’equivalente di ogni particolare, essendo sufficiente cogliere il messaggio centrale: una ostinata richiesta di aiuto che alla fine viene esaudita. Come nella parabola della vedova e del giudice disonesto (Cfr. Lc 18,1-8), nel testo lucano si trova «il cosiddetto argomento a fortiori che si pone in parallelo con un altro argomento più debole; si argomenta più o meno in questo modo: se quel tale si è alzato di notte per soddisfare le richieste dell’amico importuno [quindi contro voglia] a maggior ragione [a fortiori] Dio interverrà per soccorrere i suoi figli. La parabola infonde quindi serena fiducia nel sicuro intervento di Dio» (Don Mauro Orsatti).
I tre imperativi posti di seguito, chiedete ... cercate ... bussate, oltre a mettere in evidenza l’insistenza con cui bisogna cercare sottolineano la certezza dell’intervento divino. Per Luca il dono dei doni è lo Spirito Santo che il Padre elargisce largamente a tutti coloro che lo chiedono.
L’affermazione di Gesù, voi, che siete cattivi, non deve risultare offensiva per l’uomo perché vuole solo mettere in evidenza la deficienza creaturale dell’uomo (Cf. Gv 15,5: «Senza di me non potete far nulla»). È una spinta ad aprirsi alla potenza di Dio il quale non farà mai mancare la sua presenza, il suo amore, il suo aiuto quotidiano, anche nelle più disparate situazioni (Cf. 2Cor 12,7-9).
La misericordia del Padre - Giuseppe Manzoni: Una delle richieste del «Padre nostro» pone esplicitamente l’accento sul rapporto tra l’amore fraterno e quello del Padre: «... e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). E Matteo commenta la domanda con due frasi significative: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15).
Il commento di Matteo al «Padre nostro» probabilmente non aveva la sua collocazione originale in questo punto, ma al termine della parabola del servitore spietato (Mt 18,23-36). In quell’occasione Pietro chiede a Gesù quante volte si debba perdonare l’offesa ricevuta. Il maestro fa suo il canto di vendetta di Lamec (Gn 4,24), ma lo interpreta nel senso del perdono (Mt 18,21-22), che non ha mai fine. Al determinismo sociologico della vendetta Gesù oppone il perdono fraterno: soltanto questo può salvare la nostra comunità di credenti dalla rovina.
Nella parabola tutto sembra inverosimile: il debito del primo servo, il verdetto di misericordia del re, la violenza dell’uomo condonato verso un suo sottoposto che gli deve pochi denari, la reazione finale del re. Però la conclusione che rappresenta la morale della parabola risulta molto chiara: il re rappresenta il Padre e i servi sono i fratelli della comunità: «Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello» (Mt 18,35). È chiaro che l’evangelista intende sottolineare i due aspetti della vita del discepolo: la gratuità assoluta del perdono divino grazie al quale i credenti sono entrati nella chiesa e l’esigenza solenne del perdono fraterno indispensabile nella comunità messianica: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (Mc 11,25). Ora possiamo capire anche la portata di Mt 6,15.
L’amore fraterno non è la condizione della salvezza, ma la sua conseguenza.
Dio, il Padre del Cristo, ha perdonato per primo i nostri errori ed esige a sua volta che l’uomo mostri misericordia verso gli altri: è quanto ci dice 1Gv 4,19-21. Con il perdono il Padre celeste fonda una comunità di fratelli che devono la loro esistenza a un atto di grazia. È nel legame familiare tra il Padre e i fratelli nella chiesa che bisogna cercare la ragione per cui il perdono da parte di Dio include, suppone ed esige il perdono reciproco tra fratelli.
Colui che non è fratello agli altri non potrà avere Dio come Padre! Il perdono è quindi indivisibile, in esso si realizza pienamente la volontà riconciliatrice di Dio.
Un aspetto che non va trascurato nella tematica del perdono del Padre è il risalto dato dagli evangelisti all’amore di Dio verso i peccatori. Interessano questo atteggiamento le parabole della pecora smarrita e del figlio prodigo (Mt 18,10-14; Lc 15,11-32).
Se dovessimo considerare quest’ultima parabola come esempio di pedagogia paterna, dovremmo dire che il Padre non è né prudente né buon educatore. Naturalmente il significato va ben oltre il comportamento dei padri terreni. Nella parabola viene annunciato che il Padre celeste nutre un amore sconfinato verso coloro che si considerano perduti, verso i peccatori, amore che costituisce scandalo per i sapienti di questo mondo. La storia della salvezza segue un tracciato che non è quello della giustizia dell’uomo (Cf. Is 55,8). Costui si è separato da Dio. Ha voltato le spalle alla casa paterna per cercare altrove la felicità e non ha saputo approfittare dei beni che il Padre ha concesso: la ragione e la volontà libera. La miseria, la fame, il disprezzo fanno ormai parte della sua condizione. Dio ha permesso che l’uomo facesse le sue esperienze, non ha voluto costringerlo, ma nella sua sapienza ha concepito un altro piano. Colui che è morto deve rinascere ad una nuova vita perché tutti i torti saranno perdonati, ogni dolore sarà trasformato in gioia.
San Gregorio Magno (Commento morale a Giobbe, XIV, 23, vol. II, p. 371): Che lo zolfo evochi i fetori della carne, lo conferma la storia stessa della Sacra Scrittura, quando parla della pioggia di fuoco e zolfo versata su Sodomia dal Signore. Egli aveva deciso di punire in essa i crimini della carne, e il tipo stesso del suo castigo metteva in risalto l’onta di quel crimine. Perché lo zolfo emana fetore, il fuoco arde. Era quindi giusto che i sodomiti, ardendo di desideri perversi originati dal fetore della carne, perissero ad un tempo per mezzo del fuoco e dello zolfo, affinché dal giusto castigo si rendessero conto del male compiuto sotto la spinta di un desiderio perverso.
Santo del giorno - 27 Luglio 2025 - San Pantaleone. Curare non è solo sanare il corpo ma è anche prendersi cura dell’anima - Nella tradizione cristiana la cura di una persona non è mai solo quella del corpo, della quale si occupa con ottimi risultati la medicina, ma è quella più ampia che si esprime anche in un’attenzione verso le ferite dell’anima e del cuore. Il Vangelo non nega la scienza medica, ma il suo messaggio ne può però ampliare l’impegno, ricordando che ogni malato è prima di tutto una persona con una dignità da custodire.
Questo fu l’orizzonte nel quale san Pantaleone decise di praticare la medicina: una scelta che gli costò la vita.
Nato a Nicomedia nel III secolo, fu cresciuto dalla madre cristiana ma avviato dal padre pagano allo studio della medicina. L’incontro con un presbitero che gli parlò di una medicina «più grande», il messaggio del Risorto, lo portò sulla strada della conversione e del Battesimo. Decise quindi di esercitare la propria professione da medico gratuitamente ma questo suscitò il risentimento dei colleghi e gli costò la denuncia. Secondo la tradizione venne quindi martirizzato tra atroci sofferenze forse nell’anno 305. Assieme a Cosma e Damiano è il patrono dei medici e delle ostetriche. Viene considerato uno dei quattordici santi ausiliatori e viene invocato contro le infermità di consunzione. (Matteo Liut)
O Dio, nostro Padre,
che ci hai dato la grazia di partecipare a questo divino sacramento,
memoriale perpetuo della passione del tuo Figlio,
fa’ che il dono del suo ineffabile amore
giovi alla nostra salvezza.
Per Cristo nostro Signore.