28 Luglio 2025
Lunedì XVII Settimana T. O.
Es 32,15-24.30-34; Salmo Responsoriale Dal Salmo 105 (106); Mt 13,31-35
Colletta
O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
L’adorazione del vitello d’oro: Evangelii gaudium 54-55: Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione della indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo. Una delle cause di questa situazione si trova nella relazione che abbiamo stabilito con il denaro, poiché accettiamo pacificamente il suo predomino su di noi e sulle nostre società. La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano! Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr. Es 32,1-35) ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano. La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia manifesta i propri squilibri e, soprattutto, la grave mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo.
Prima Lettura: “Dietro il racconto, vi è forse il ricordo d’un atto d’infedeltà nel deserto, atto che non è possibile ricostruire. In sé, questa forma di culto non è propria dei nomadi, ma delle popolazioni sedentarie nella terra fertile di Canaan. Sta comunque a testimoniare un fenomeno che è reale nel deserto e in ogni situazione: l’infedeltà del popolo all’alleanza. Il popolo afferma qui un allontanamento da Dio, come cosa che va facendo fin dalla sua stessa origine” (Angel Gonzales).
Vangelo
Il granello di senapa diventa un albero,
tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami.
La parabola del granello di senape e del lievito mettono in evidenza il sorprendente contrasto tra i piccoli inizi del regno e della sua espansione. Un monito alla pazienza a probabili ritardi della crescita del regno di Dio, e anche un invito ad avere fiducia nell’azione di Dio, una forza intensiva ed estensiva che arriva a trasformare e a sconvolgere l’intera vita dell’uomo.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,31-35
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 31 Si ha la stessa formula introduttiva come in 13, 24. Un grano di senape; non il seme costituisce l’elemento comparativo, bensì l’intera situazione descritta nella parabola. Gesù richiama l’attenzione sopra una proprietà del seme (la piccolezza del grano di senape), non già sopra altre qualità, come il sapore piccante della senape. Il seme di senape è la brassica nigra dei botanici.
32 Matteo stabilisce un paragone tra il seme e la crescita di esso. L’idea fondamentale per l’evangelista consiste nel rilevare la modestia degli inizi e la grandezza dello sviluppo finale. Esso è il più piccolo di tutti i semi; Gesù non intende parlare come un botanico (infatti il grano di senape non è il seme più piccolo che l’uomo conosca), ma usa il linguaggio popolare per il quale il chicco di senape indicava proverbialmente un oggetto piccolissimo (cf. Mt., 17, 20). Diviene albero; la senape è una leguminosa, essa può raggiungere qualche metro di altezza e diviene legnosa alla base. Gli uccelli avidi del seme di senape vengono a posarsi sopra i piccoli rami dell’arbusto. L’ultima parte del versetto contiene delle reminiscenze di testi dell’Antico Testamento (cf. Ezechiele, 17, 22-24; Daniele, 4,9 [12]-18 [21]; Salmo, 104 [103], 12). La breve parabola, come ci è trasmessa da Matteo, intende insegnare che il regno dei cieli ha inizi modesti, destinati ad avere uno sviluppo imponente. L’attività del Messia, all’inizio, non appare come un evento di importanza mondiale, ma è limitata in un modesto angolo della terra; essa tuttavia si sviluppa smisuratamente ed oltre il prevedibile.
33 Il regno dei cieli è simile al lievito; il lievito indica una potenza fermentatrice che opera segretamente e penetra ovunque. Tre staia di farina; la quantità della massa da fermentare è enorme. Il σάτον (aramaico sa’ta’; ebraico: se’ah) è una terza parte dell’efah, misura di capacità, di litri 39 e frazione di litro; il sato (staia) è quindi 13 litri. Lo Jülicher ed il Loisy ritengono che al tempo di Cristo le misure avessero perduto metà del loro valore, quindi pensano ad una ventina di litri di farina. Gesù poté accentuare l’idea di misura scegliendone una iperbolica per indicare la forza fermentatrice del lievito. Fino a che il tutto non sia fermentato; il rilievo finale indica lo scopo della parabola: il lievito trasforma interiormente la massa e la rende sapida. La vicinanza della parabola del lievito con quella del grano di senape ha indotto qualche esegeta a vedere nel lievito un insegnamento simile a quello contenuto nell’immagine del chicco di senape, cioè il contrasto tra un inizio modesto ed un risultato imponente; Gesù invece nella parabola del lievito intende stabilire questo paragone: il regno dei cieli ha la virtù di trasformare tutte le anime ch’esso riesce a raggiungere. L’insegnamento contenuto nella breve parabola ha una valore incalcolabile per l’economia divina: il vangelo è un potere che trasforma interiormente le anime. S. Girolamo pensa che la donna della parabola indichi la Chiesa, la quale mette il lievito evangelico nelle anime, ma questa identificazione è ispirata dall’amore all’interpretazione allegorica.
34-35 Matteo ama rilevare che il metodo parabolico, seguito da Gesù, era stato predetto nell’Antico Testamento. La citazione è presa dal Salmo, 78 (77), 2 ed è un adattamento dell’evangelista alla situazione che egli presenta. La citazione non è secondo il testo ebraico, né secondo la versione dei LXX. Il salmista dice: io aprirò la mia bocca alle sentenze, parlerò degli (eventi) misteriosi [dei tempi antichi. Con questa espressione l’autore del salmo intende dire che egli evocherà in esso gli avvenimenti della storia del popolo eletto. Matteo invece rifacendosi al termine ebraico mashal (che i LXX rendono con παραβολή) traduce: aprirò la mia bocca in parabole proferirò cose nascoste fin dalle [origini (del mondo).
Quando Mosè si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze - In un certo senso la Bibbia è la storia del popolo di Dio che si stacca dagli idoli. Un giorno Jahvè ha «preso» Abramo, che «serviva altri dèi» (Gios 24, 2s; Giudit 5, 6ss). Ma questa rottura, pur essendo radicale, non è fatta una volta per sempre: i suoi discendenti la dovranno sempre rifare (Gen 35, 2ss; Gios 24, 14-23); devono rinnovare continuamente la loro opzione e seguire l’Unico, invece di «andar dietro alla vanità» (Ger 2, 2-5). Di fatto l’idolatria può insinuarsi anche all’interno del jahvismo. Già nel decalogo Israele viene a sapere che non deve fabbricare immagini (Es 20, 3ss; Deut 5, 7ss), perché l’uomo solo è l’immagine autentica di Dio (Gen 1, 26 s). Ad esempio, il vitello che egli scolpisce per simboleggiare la forza divina (Es 32; 1 Re 12, 28; cfr. Giud 17 - 18), con l’ira divina gli attirerà l’ironia sferzante dei profeti (Os 8, 5; 13, 2). Sia che si tratti di falsi dèi oppure della sua propria immagine, Dio punisce l’infedeltà (Deut 13); abbandona coloro che lo abbandonano o lo mettono in caricatura, in balia delle calamità nazionali (Giud 2, 11-15; 2 Re 17, 7-12; Ger 32, 28-35; Ez 1; 20; 23). Quando l’esilio viene a confermare tragicamente questa visione profetica della storia, il popolo rinsavisce, senza che tuttavia spariscano idolatri (Sal 31, 7) e negatori di Dio (Sal 10, 4. 11 ss). Infine, al tempo dei Maccabei, servire gli idoli (1Mac 1, 43) significa aderire ad un umanesimo pagano incompatibile con la fede che Jahvè si aspetta dai suoi: bisogna scegliere tra gli idoli ed il martirio (2Mac 6, 18-7, 42; cfr. Dan 3). Il NT traccia lo stesso itinerario. Strappati agli idoli per rivolgersi al vero Dio (1Tess 1, 9), i fedeli sono continuamente tentati di ricadere nel paganesimo che impregna la vita corrente (cfr. 1Cor 10, 25-30). Bisogna fuggire l’idolatria per entrare nel regno (1Cor 10, 14; 2Cor 6, 16; Gal 5, 20; 1Gv 5, 21; Apoc 21, 8; 22, 15). La Chiesa, nella quale continua la lotta spietata tra Gesù e il mondo, vive una storia segnata dalla tentazione di adorare «l’immagine della bestia» (Apoc 13, 14; 16, 2), di accettare che sia innalzato nel tempio 1’«idolo devastatore» (Mt 24, 15; cfr. Dan 9, 27).
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole - Alice Baum: Parabola - Genere retorico nel quale un dato pensiero viene illustrato servendosi di una immagine. Il termine greco parabolé usato nel NT significa accostamento. Nelle parabole vengono accostate due realtà, una religiosa, la “metà oggettiva”, e una tratta dalla vita quotidiana dell’uomo, la “metà illustrativa”. Laddove la metà oggettiva, ciò che veramente la parabola vuol dire, rimane il più delle volte inespressa. L’uditore, o il lettore, la deve ricavare lui stesso dalla metà illustrativa. Così per es. nella parabola del seme che spunta da solo (Mc 4,26-29) la metà oggettiva va completata con l’immagine: il regno di Dio viene in maniera così inarrestabile come la messe dopo la semina.
La parabola va distinta dall’allegoria. Mentre in un’allegoria ogni tratto dell’immagine ha un significato proprio, a ciò che è presentato nella parabola corrisponde un’unica realtà religiosa.
Nei discorsi di Gesù in parabole possiamo distinguere tre diverse forme. La parabola vera e propria si serve di un procedimento, o di un dato di fatto per esprimere una verità religiosa (p. del granello di senape, la pecora smarrita e altre). La cosiddetta parabola è una storia inventata che racconta un caso singolo, talvolta fuori del comune (dieci vergini, Mt 25,1-13; figlio prodigo - o meglio: padre amorevole -, Lc 15,1132). Nel racconto esemplare non viene traslata un’immagine o una storia nella realtà religiosa, “ma un pensiero religioso-morale viene illustrato per mezzo di un caso singolo”. Non si tratta tanto della conoscenza della verità, quanto del retto agire (buon samaritano, Lc 10,30-37; fariseo e pubblicano, Lc 18,9-14). Le parabole di Gesù fanno parte dello “strato originario della tradizione”. Per i suoi uditori non erano nulla di nuovo. Le si trovano anche nell’AT e nell’insegnamento rabbinico. Nuovo era il contenuto: il regno di Dio che viene e la pretesa di Gesù di esserne il portatore. Le parabole rispecchiano l’ambiente palestinese in maniera così chiara che non si può dubitare della loro autenticità. Una spiegazione obiettiva non è tuttavia possibile se non si tiene presente che le parabole hanno un triplice Sitz im Leben, vale a dire vanno comprese a partire da tre diverse situazioni: l’annuncio di Gesù, la vita della chiesa primitiva e la prospettiva teologica del singolo evangelista.
Giovanni Crisostomo (In Matth. 46,2): “Il regno dei cieli è simile a un granello di senape che un uomo prende e semina nel suo campo” [Mt 13,31]. Siccome Gesù aveva detto che i tre quarti della semente sarebbero andati perduti, che una sola parte si sarebbe salvata e che nella parte restante si sarebbero verificati tanti gravi danni, i suoi discepoli potevano bene chiedergli: Ma quali e quanti saranno i fedeli? Egli allora toglie il loro timore inducendoli alla fede mediante la parabola del granello di senape e mostrando loro che la predicazione della buona novella si diffonderà su tutta la terra. Sceglie per questo scopo un’immagine che ben rappresenta tale verità. “È vero che esso è il più piccolo di tutti i semi; ma cresciuto che sia, è il più grande di tutti i legumi e diviene albero, tanto che gli uccelli dell’aria vengono a fare il nido tra i suoi rami” [Mt 13,32]. Cristo voleva presentare il segno, la prova della loro grandezza. Così - egli spiega - sarà anche della predicazione della buona novella. In realtà i discepoli erano i più umili e deboli tra gli uomini, inferiori a tutti; ma, siccome in loro c’era una grande forza, la loro predicazione si è diffusa in tutto il mondo.
Il Santo del Giorno - 28 Luglio 2025 - Nazario e Celso. La testimonianza di un maestro che affascina e guida il discepolo: Ognuno di noi ha avuto i proprio maestri, guide che hanno segnato la nostra strada, che ci hanno aiutato a compiere le scelte fondamentali per la nostra vita. Oggi la liturgia ci presenta la figura di un maestro e del suo discepolo: la storia dei santi Nazario e Celso ci mostra chiaramente come “funziona” la trasmissione e la diffusione della fede cristiana. Nazario era cittadino romano e la tradizione lo vuole discepolo di san Pietro, forse battezzato da Lino prima che diventasse Papa. A causa della persecuzione, però, dovette fuggire da Roma, dirigendosi verso nord. Una volta superate le Alpi gli fu presentato un ragazzino di 9 anni, Celso, per il quale divenne maestro, guida e mentore: lo educò alla fede cristiana e lo battezzò. Insieme portarono il Vangelo a Treviri, dove vennero arrestati e poi mandati a Roma da Nerone: l’imperatore tentò di farli abiurare entrambi ma senza successo. Furono così condannati a essere gettati in mare, ma si salvarono miracolosamente e arrivarono così a Genova, per poi dirigersi verso Milano. Qui Nazario portò conforto in carcere ai due fratelli Gervasio e Protasio, ma il gesto costò il martirio a lui e a Celso. Vennero infatti arrestati e furono condannati dal prefetto Antolino alla decapitazione. (Matteo Liut)
O Dio, nostro Padre,
che ci hai dato la grazia di partecipare a questo divino sacramento,
memoriale perpetuo della passione del tuo Figlio,
fa’ che il dono del suo ineffabile amore
giovi alla nostra salvezza.
Per Cristo nostro Signore.