8 Aprile 2020
Mercoledì della Settimana Santa
Is 50,4-9a; Sal 68 (69); Mt 26,14-25
Colletta: Padre misericordioso, tu hai voluto che il Cristo tuo Figlio subisse per noi il supplizio della croce per liberarci dal potere del nemico; donaci di giungere alla gloria della risurrezione. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Giovanni Paolo II (Udienza Generale 31 Marzo 1999): La Settimana Santa ci conduce a meditare sul senso della Croce, in cui “la rivelazione dell’amore misericordioso di Dio raggiunge il suo culmine” (cfr Dives in misericordia, 8). In maniera tutta particolare, ci stimola a tale riflessione il tema di questo terzo anno di immediata preparazione al Grande Giubileo del Duemila, dedicato al Padre. Ci ha salvati la sua infinita misericordia. Egli, per redimere l’umanità, ha liberamente donato il suo Figlio Unigenito. Come non ringraziarlo? La storia è illuminata e guidata dall’evento incomparabile della redenzione: Dio, ricco di misericordia, ha effuso su ogni essere umano la sua infinita bontà, per mezzo del sacrificio di Cristo. Come manifestare in modo adeguato la nostra riconoscenza? La liturgia di questi giorni, se da un lato ci fa elevare al Signore, vincitore della morte, un inno di ringraziamento, ci chiede, al tempo stesso, di eliminare dalla nostra vita tutto ciò che ci impedisce di conformarci a lui. Contempliamo Cristo nella fede e ripercorriamo le tappe decisive della salvezza da lui operata. Ci riconosciamo peccatori e confessiamo la nostra ingratitudine, la nostra infedeltà e la nostra indifferenza di fronte al suo amore. Abbiamo bisogno del suo perdono che ci purifichi e ci sostenga nell’impegno di interiore conversione e di perseverante rinnovamento dello spirito.
Dal Vangelo secondo Matteo 26,14-25: In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici - Ortensio da Spinetoli (Matteo): Gesù trascorre gli ultimi giorni della sua esistenza terrena molto verosimilmente a Betania con gli apostoli e gli amici. Con loro, insieme alle pie donne, è forse anche la madre (Gv. 19,25).
L’atmosfera non era certamente quella che si conveniva alla vigilia di una grande solennità. Un senso di mistero e anche di malcelata preoccupazione traspariva dal volto del salvatore. Qualche mese prima, avanti alla tomba di Lazzaro, era stato colto da un improvviso turbamento (Gv. 11,33). Il fatto si era ripetuto anche un’altra volta davanti a dei greci che avevano chiesto di vederlo (Gv. 12,26). Erano i prodromi della passione. Ora che essa è arrivata, la sua anima comincia ad assaporare più da vicino l’apprensione e l’angoscia delle prossime sofferenze. Negli apostoli lo smarrimento è coperto dall’attesa pasquale.
Da un momento all’altro aspettano la restaurazione del regno d’Israele (cfr. At. 1,6). Gesù aveva dato tanta importanza a questa pasqua, ne aveva parlato con tanto trasporto che qualcosa d’insolito doveva accadere. Probabilmente risponde quindi a verità la notizia di Mt. 26,17 che fa risalire agli apostoli l’iniziativa dei preparativi della cena. Assecondando le loro proposte invia due di loro con le necessarie istruzioni. Già qualcosa era stato predisposto da lui stesso. E verosimile che tra Gesù e l’uomo a cui sono diretti i discepoli fosse intercorso una specie di accordo. Egli chiede una semplice stanza ma l’amico mette a sua disposizione la sala superiore dell’abitazione. Con gli apostoli scendeva a Gerusalemme anche Giuda.
La cena pasquale era a base di pani azzimi, di agnello, di erbe, di vino, di dolce ecc. I pani azzimi o massot erano delle schiacciate a forma rotonda o quadrata, che dovevano ricordare la fretta con cui gli ebrei avevano lasciato l’Egitto. L’agnello veniva immolato nel tempio e preparato senza rompergli alcun osso, poiché simboleggiava Israele, intero e indivisibile. La sua immolazione ricordava il sangue con cui erano stati aspersi gli stipiti delle case giudaiche nella notte dell’esodo. I cinque tipi di erbe amare rammentavano ai convitati le sofferenze sopportate in terra straniera; il vino rosso richiamava le percosse, le angherie, il sangue versato sotto le sferze degli aguzzini egiziani; il dolce, harôsset, dal colore del mattone rievocavano le malte e i laterizi che avevano dovuto impastare durante il periodo della schiavitù.
Non doveva mancare molto alle sei quando Gesù con i suoi entrava nella sala apparecchiata per la cena. Stava per incominciare il nuovo giorno.
In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà - Claude Tassin (Vangelo di Matteo): La cena è cominciata. Gesù preannuncia di nuovo: «Uno di voi mi tradirà» (v. 21). Si pensa che il clamore della tavolata permetta a ciascuno di sussurrare la domanda: «Sono forse io, Signore?» (v. 22). La tristezza li invade, poiché la predizione rivela la fragilità del loro attaccamento al Signore.
Gesù insiste (v. 23). Il tradizionale recipiente di acqua salata è posto sulla tavola e ognuno vi intinge le erbe secondo il rito. Questa intimità di mensa, un amico (cfr. 26,50) sta per tradirla, tradimento profeticamente annunciato da un antico salmista (Sal 41,10). Al turbamento dei discepoli si contrappone la determinazione del Figlio dell’uomo (v. 24): il fatto che egli sia consegnato rientra nel piano divino annunciato dalle Scritture, cosa che non diminuisce la responsabilità del traditore il cui destino è decisamente miserevole e che si vede ormai smascherato.
In disparte senza dubbio, Giuda si rivolge a sua volta a Gesù: «Sono forse io, Rabbi?» (v. 25). Gli altri interrogavano il loro Signore, mentre questi non è per Giuda che un rabbì tra gli altri. «Tu l’hai detto!», conclude Gesù, accettando che tutto avvenga come egli ha predetto. Tuttavia l’ultimo passo non è ancora compiuto; Giuda potrebbe ancora pentirsi.
Tradire il Cristo costituisce una minaccia per ogni discepolo; ma finché quest’ultimo si appella con fede al suo Signore, non è un traditore e non deve turbarsi per la defezione dei propri fratelli; ecco in verità il messaggio di questa scena che non si preoccupa di far sapere che Giuda si è allontanato e ha raggiunto i cospiratori.
La consapevolezza di Gesù: Catechismo degli Adulti 226-227: Da tempo Gesù si rendeva conto del rischio mortale. Ripetutamente aveva affermato che quanti si convertono al Regno vanno incontro a persecuzioni: a maggior ragione la stessa sorte sarebbe toccata a lui; tanto più che anche Giovanni Battista era stato ucciso, per ordine di Erode. Nei Vangeli troviamo numerose predizioni di Gesù riguardo a un suo futuro di sofferenza: alcune sono allusive; tre sono piuttosto dettagliate, rese probabilmente più esplicite dai discepoli alla luce degli eventi compiuti. Gesù dunque è consapevole del pericolo; ma gli va incontro con decisione: «Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore» (Mc 10,32). Il pericolo non indebolisce la sua fedeltà a Dio e non rallenta i suoi passi.
L’ostilità contro Gesù fu alimentata da quanti, senza comprenderne le opere e l’insegnamento, lo considerarono un sovvertitore della religione e un pericoloso agitatore di folle. Gesù era consapevole della morte che lo attendeva, ma andò incontro ad essa con coraggio, per essere fedele a Dio.
Non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi - Epifanio Gallego: Il cantico è la testimonianza personale della funzione profetica d’Israele nel piano divino, nonostante sofferenze attraverso le quali deve passare al presente.
Questo servo di Yahveh ha un linguaggio di discepolo, di uno che riceve e trasmette l’insegnamento rivelato, anello fedele nella tradizione. Con la sua parola, quella che ha ricevuta e che è forza di Yahveh, egli sostiene colui che è stanco, l’Israele storico, scettico, sfiduciato; e, con la bella immagine del risveglio mattutino alla voce di Yahveh, ci suggerisce il misterioso contenuto dell’ispirazione.
Esiliato e maltrattato, flagellato, sputacchiato e - schiaffeggiato - realtà simboliche di tutti gli scherni e di tutte le umiliazioni - egli seppe ubbidire a Yahveh, seppe pazientare -. I sinottici dipendono da questo passo quando ci descrivono la situazione di Gesù di fronte a Pilato. Infatti, sebbene identifichiamo il servo di Yahveh col resto, con l’Israele della fede, è fuori dubbio che questo Israele non era un fantasma astratto, ma la somma di molti individui che sopportarono nella loro carne quelle violenze fisiche e quegli scherni. E fra essi, in un modo eminente e pieno, si trova Cristo e, con lui, tutti noi che compiamo in noi stessi quello che manca alla passione di Cristo.
Forse anche il Deuteroisaia si sentì identificato, come uno dei tanti, con questo servo di Yahveh che, a dispetto
di tutte le difficoltà e le contraddizioni, di tutte le sofferenze e le umiliazioni, seppe confidare profondamente in Yahveh. Vi era in lui la forza di Yahveh, ed egli viveva con la speranza e la certezza di essere vicino al suo giustificatore. È la sicurezza della vicinanza di Yahveh nella sua vita come giustificatore che siede alla destra nel giudizio, per difendere e giustificare l’innocente. Tutti lo accusano. Umanamente, non vi è risposta; le circostanze lo condannano. Ma Yahveh conosce la verità, ed è presente, al suo fianco, come giustificatore. Chi contenderà contro di lui? La fiducia è piena. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Passo passo, il «servo» di Yahveh ci conduce fino a Cristo. Essi lo videro a modo loro; noi lo vediamo a modo nostro; ma tutti contempliamo un Messia e un Messia crocifisso.
Papa Francesco (Udienza Generale, 16 Aprile 2014): Oggi, a metà della Settimana Santa, la liturgia ci presenta un episodio triste: il racconto del tradimento di Giuda, che si reca dai capi del Sinedrio per mercanteggiare e consegnare ad essi il suo Maestro. «Quanto mi date se io ve lo consegno?». Gesù in quel momento ha un prezzo. Questo atto drammatico segna l’inizio della Passione di Cristo, un percorso doloroso che Egli sceglie con assoluta libertà. Lo dice chiaramente Lui stesso: «Io do la mia vita... Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10,17-18). E così, con questo tradimento, incomincia quella via dell’umiliazione, della spogliazione di Gesù. Come se fosse nel mercato: questo costa trenta denari... Una volta intrapresa la via dell’umiliazione e della spogliazione, Gesù la percorre fino in fondo.
Gesù raggiunge la completa umiliazione con la «morte di croce». Si tratta della morte peggiore, quella che era riservata agli schiavi e ai delinquenti. Gesù era considerato un profeta, ma muore come un delinquente. Guardando Gesù nella sua passione, noi vediamo come in uno specchio le sofferenze dell’umanità e troviamo la risposta divina al mistero del male, del dolore, della morte. Tante volte avvertiamo orrore per il male e il dolore che ci circonda e ci chiediamo: «Perché Dio lo permette?». È una profonda ferita per noi vedere la sofferenza e la morte, specialmente quella degli innocenti! Quando vediamo soffrire i bambini è una ferita al cuore: è il mistero del male. E Gesù prende tutto questo male, tutta questa sofferenza su di sé. Questa settimana farà bene a tutti noi guardare il crocifisso, baciare le piaghe di Gesù, baciarle nel crocifisso. Lui ha preso su di sé tutta la sofferenza umana, si è rivestito di questa sofferenza.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** “Questa settimana farà bene a tutti noi guardare il crocifisso, baciare le piaghe di Gesù, baciarle nel crocifisso” (Papa Francesco).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Dona ai tuoi fedeli, Dio onnipotente,
la certezza di essere rigenerati alla vita eterna
nella gloriosa morte del tuo Figlio,
che la Chiesa annunzia in questo grande mistero.
Per Cristo nostro Signore.
la certezza di essere rigenerati alla vita eterna
nella gloriosa morte del tuo Figlio,
che la Chiesa annunzia in questo grande mistero.
Per Cristo nostro Signore.