9 Aprile 2020

Giovedì della Settimana Santa

 Es 12,1-8.11-14; Salmo 115; 1Cor 11,2-26; Gv 13,1-15

Colletta: O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la santa Cena nella quale il tuo unico Figlio,  prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fa’ che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo...   

I Lettura: La Pasqua è festa dell’uomo perché Dio rinnova la sua alleanza, e manifesta il suo grande amore per il mondo intero, è gioia perché l’uomo passa dalla morte alla vita. La pasqua è festa del Signore, è rito perenne che colma di incommensurabile gioia il cuore del popolo amato da Dio.

II Lettura: L’apostolo Paolo scrivendo ai cristiani di Corinto evoca gli istanti dell’ultima cena. Gesù, nella notte in cui veniva tradito, sul pane pronuncia mirabili parole: Questo è il mio corpo. Sul calice Gesù pronuncia parole ancora più sconvolgenti: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. La profezia di Geremia (cfr. 31,31-34) sulla nuova alleanza si compie pienamente con la Pasqua del Cristo.

Salmo: Il calice della salvezza: Baldovino di Ford: Questo calice è un filtro d’amore, che il Cristo ci ha preparato secondo un’arte da lui solo conosciuta. Col suo sangue versato sulla croce ha versato il suo amore; col suo sangue che ci fa bere, ci fa bere anche il suo amore, lavandoci dai nostri peccati nel suo sangue.

Vangelo: Questo intenso brano giovanneo mette in evidenza tre luminosi messaggi: innanzi tutto, Gesù dona la sua vita perché ama l’umanità, infatti, per la prima volta, l’evangelista Giovanni mette esplicitamente la vita e la morte di Gesù sotto il segno del suo amore per gli uomini; poi, la passione e la morte di Gesù in croce è un dramma in cui si trova impegnato il mondo invisibile: dietro gli uomini agisce la potenza diabolica, infine, il precetto dell’amore: dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri, cioè rendendoci i servizi di un’umile carità.

La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri vivi): La funzione sacra di questo giorno la ritroviamo nella Chiesa di Gerusalemme alla fine del IV secolo: dopo l’abituale Messa serale, i fedeli si radunavano sul Monte degli Olivi pregando nei luoghi dove stava e fu catturato Gesù. A Roma, nel VI secolo, il Giovedì Santo si celebravano tre Messe: la prima, riuniva i penitenti che ottenevano la riconciliazione; durante la seconda, si benedicevano gli oli; la terza veniva celebrata come ricordo della Cena del Signore. Ben presto, però, queste tre Messe si riuniscono in una solenne celebrazione eucaristica con la partecipazione del clero e dei fedeli attorno al vescovo. Questa pratica, con la diffusione della liturgia romana, viene accolta in tutta la Chiesa d’Occidente. Attualmente, nelle chiese vescovili viene celebrata al mattino la Messa del Crisma, nelle altre chiese soltanto la Messa della Cena del Signore.
La Messa del Crisma - benedizione degli oli - aveva luogo il Giovedì Santo visto che il Battesimo veniva celebrato nella Vigilia di Pasqua. È difficile stabilire quando definitivamente venne accettato il presente rito della benedizione. In conformità alla vecchia usanza romana, la benedizione viene eseguita dal vescovo attorniato dal suo clero. In questa Messa, si manifesta il mistero del Sacerdozio di Cristo al quale partecipano tutti i sacerdoti rappresentanti le diverse comunità.
La Messa della Cena del Signore è collegata con il rito della lavanda dei piedi. Questa funzione, conosciuta e praticata nei conventi, venne inserita nella liturgia: a Roma, è praticata fin dal XII secolo, e nel Medioevo viene accolta comunemente. Viene accompagnata dal canto «Dov’è carità e amore».
Il Venerdì Santo la Chiesa non celebra l’Eucaristia e perciò bisognava conservare il Santissimo Sacramento dalla Messa di Giovedì. L’Eucaristia, come si faceva sin dai primi tempi, veniva collocata nella sacrestia. Nel XII secolo, sotto l’influenza del crescente culto del Santissimo Sacramento, si cominciò a collocare l’Eucaristia nella chiesa, sull’altare oppure in luogo specialmente preparato. La traslazione avveniva in solenne processione e la cappella della custodia veniva addobbata con fiori e luci. La riposizione del Santissimo Sacramento doveva simboleggiare la permanenza di Cristo nella tomba e per questo i fedeli cominciarono a chiamare il luogo della custodia «Sepolcro del Signore», benché la Chiesa fosse contraria all’addobbo somigliante a quello della tomba.
La spogliazione degli altari ha un’antica origine. All’inizio, era probabilmente un atto comune che poi ha assunto il significato simbolico. L’altare è il simbolo di Cristo e il rimuovere delle tovaglie fa ricordare lo spogliamento di Gesù dalle sue vesti. «Egli, venuta l’ora di essere glorificato da te, Padre Santo, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine; e mentre cenava con loro, prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli, e disse: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo, offerto in sacrificio per voi”. Allo stesso modo, prese il calice del vino e rese grazie, lo diede ai suoi discepoli, e disse: "Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna Alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me”».
Niente renderà meglio il mistero del giorno di oggi, la natura della Messa serale che raduna attorno all’altare tutta la comunità se non quelle parole della Preghiera eucaristica IV. Cristo dà se stesso per la salvezza del mondo, ma prima affida alla Chiesa il Sacrificio vivo e santo, il segno dell’eterna Alleanza con gli uomini. Fedele alle parole del Signore: «Fate questo in memoria di me», la Chiesa incessantemente celebra l’Eucaristia ed invoca: «Guarda con amore e riconosci nell’offerta della tua Chiesa, la vittima immolata per la nostra redenzione». Questo Sacrificio della nostra riconciliazione con Dio porta continuamente pace e salvezza al mondo intero. La Chiesa, radunata attorno alla mensa eucaristica, oggi più che mai, sperimenta la presenza del Signore. Rimarrà accanto a lui nella preghiera notturna per non sentire come una volta i discepoli nel Giardino degli Olivi: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?».

Dal Vangelo secondo Giovanni 13,1-15: Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». 

Un testamento d’amore - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Nel discorso dell’ultima cena, Gesù disse ai suoi discepoli: «Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». (Gv 13,33ss). L’amore fraterno o comandamento di Gesù è segno visibile della comunità cristiana. La identificherà davanti al mondo.
Ci sono due gesti nella cena del Signore indicativi dell’amore fraterno: la lavanda dei piedi degli apostoli e la mensa comune alla quale Gesù per la prima volta condivide eucaristicamente il suo corpo e il suo sangue. Entrambi i gesti sono espressioni di servizio, amore e donazione da parte di Cristo e anche un invito per noi a fare lo stesso, perché Gesù ci chiede di ripeterli entrambi in sua memoria.
«Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo une era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». Sublime riassunto e introduzione di questi due gesti finali: lavanda dei piedi e istituzione dell’eucaristia, che illuminano e danno significato a tutta la vita di Cristo, imperniata su questa doppia motivazione: amore per il Padre e amore per gli uomini, suoi fratelli, come principio, mezzo e fine.
L’amore di Gesù non si fermò alle parole, nemmeno in questi due segni, eucaristia e lavanda dei piedi, ma passò all’azione. Egli dette la vita per i suoi amici e per tutti noi; e «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici», fece notare allora Gesù. Di fatto è l’amore che dà prospettiva e profondità di campo al quadro della passione e morte di Gesù.
Quella sera si realizzarono due consegne molto diverse. Gesù si dà ai suoi amici nell’eucaristia: questo pane è il mio corpo, dato per voi; questo vino è il mio sangue, sparso per voi. A questa donazione senza riserve, Giuda risponde con il tradimento, di cui il Signore era già al corrente: uno di voi mi consegnerà ai miei nemici.
Dare se stesso, come Gesù, o vendere il fratello, come Giuda, è l’alternativa che ci pone costantemente la vita.
La nostra scelta di cristiani può essere solo quella di Gesù, quel giorno come oggi: amare gli altri come egli ci amò.

Ecclesia de Eucharistia 11: «Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito» (1Cor 11,23), istituì il Sacrificio eucaristico del suo corpo e del suo sangue. Le parole dell’apostolo Paolo ci riportano alla circostanza drammatica in cui nacque l’Eucaristia. Essa porta indelebilmente inscritto l’evento della passione e della morte del Signore. Non ne è solo l’evocazione, ma la ripresentazione sacramentale. È il sacrificio della Croce che si perpetua nei secoli. Bene esprimono questa verità le parole con cui il popolo, nel rito latino, risponde alla proclamazione del «mistero della fede» fatta dal sacerdote: «Annunziamo la tua morte, Signore!».
La Chiesa ha ricevuto l’Eucaristia da Cristo suo Signore non come un dono, pur prezioso fra tanti altri, ma come il dono per eccellenza, perché dono di se stesso, della sua persona nella sua santa umanità, nonché della sua opera di salvezza. Questa non rimane confinata nel passato, giacché «tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini, partecipa dell’eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi».
Quando la Chiesa celebra l’Eucaristia, memoriale della morte e risurrezione del suo Signore, questo evento centrale di salvezza è reso realmente presente e «si effettua l’opera della nostra redenzione». Questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Gesù Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti. Ogni fedele può così prendervi parte e attingerne i frutti inesauribilmente. Questa è la fede, di cui le generazioni cristiane hanno vissuto lungo i secoli. Questa fede il Magistero della Chiesa ha continuamente ribadito con gioiosa gratitudine per l’inestimabile dono. Desidero ancora una volta richiamare questa verità, ponendomi con voi, miei carissimi fratelli e sorelle, in adorazione davanti a questo Mistero: Mistero grande, Mistero di misericordia. Che cosa Gesù poteva fare di più per noi? Davvero, nell’Eucaristia, ci mostra un amore che va fino «all’estremo» (cfr Gv  13,1), un amore che non conosce misura.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Vangelo).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Padre onnipotente,
che nella vita terrena ci nutri alla Cena del tuo Figlio,
accoglici come tuoi commensali
al banchetto glorioso del cielo.
Per Cristo nostro Signore.