5 Aprile 2020

Domenica delle Palme

Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14 - 27,66

Colletta: Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa’ che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione, per partecipare alla gloria della risurrezione. Egli è Dio e vive e regna con te...

 - I Lettura: La prima lettura è tratta dal terzo canto del Servo del Signore. Qui il Servo «appare meno come un profeta che come un saggio, discepolo fedele di Jahve [vv 4-5], incaricato di istruire a sua volta coloro che “temono Dio”, cioè tutti i pii giudei [v 10], ma anche gli smarriti o gli infedeli “che camminano nelle tenebre”. Grazie al suo coraggio e all’aiuto divino [vv 7-9], sopporterà le persecuzioni [vv 5-6], finché Dio gli accorderà un trionfo definitivo [vv 9-11]» (Bibbia di Gerusalemme). La missione profetica del Servo sarà impastata con il sale della sofferenza, con l’acqua delle persecuzioni e con il lievito del dolore: è il pane di Dio spezzato per la nostra salvezza

Salmo: Cassiodoro: Perché il Signore ha scelto questo tipo di morte, lui che può deporre la sua vita quando vuole? La croce s’innalza in modo tale che la sua parte superiore si dirige verso il cielo, senza che la sua parte inferiore lasci la terra. Una volta piantata, essa tocca il soggiorno dei morti mentre con le sue braccia tese raggiunge tutte le parti del mondo. Stesa a terra, designa i quattro punti cardinali.

II Lettura: La lettera ai Filippesi è stata scritta  negli anni 55-56 e inviata con molta probabilità dalla città di Efeso. Filippesi 2,6-11, un inno che alcuni credono anteriore a Paolo, svela le diverse tappe del mistero del Cristo: la preesistenza divina, l’abbassamento dell’incarnazione, l’obbedienza filiale alla volontà del Padre fino ad accettare la morte spaventosa della croce, la glorificazione celeste, l’adorazione dell’universo, il titolo nuovo del Cristo. Gesù avrebbe potuto presentarsi nella storia nella gloria e nello splendore della sua divinità, invece, spogliandosi dei suoi privilegi, si è presentato nella debolezza della carne. Si è fatto uomo, sottomesso a tutte le condizioni umane, la fame, la sete, la fatica, la sofferenza, anche la morte, tutto tranne il peccato: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno» (Gal 3,13).

Vangelo: La “Domenica delle Palme”, è il giorno del trionfo, del tripudio, delle acclamazioni festose, ma è anche il preludio del tradimento, della solitudine, dell’abbandono, della ingratitudine. È facile essere discepoli e testimoni del Cristo nel giorno del suo trionfale ingresso nella città santa, diventa difficile esserlo ai piedi della croce sulla quale è confitto il Figlio di Dio: solo ai piedi del Morente divino la testimonianza del discepolo si fa veramente credibile.

In Cristo avvenne la nostra perfetta riconciliazione con Dio: Sacrosacntum Concilium 5: Dio, il quale “vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4), “dopo avere a più riprese e in più modi parlato un tempo ai padri per mezzo dei profeti” (Eb 1,1), quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo, ad annunziare la buona novella ai poveri, a risanare i cuori affranti, “medico di carne e di spirito”, mediatore tra Dio e gli uomini. Infatti la sua umanità, nell’unità della persona del Verbo, fu strumento della nostra salvezza. Per questo motivo in Cristo “avvenne la nostra perfetta riconciliazione con Dio ormai placato e ci fu data la pienezza del culto divino”. Quest’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nel popolo dell’Antico Testamento, è stata compiuta da Cristo Signore principalmente per mezzo del mistero pasquale della sua beata passione, risurrezione da morte e gloriosa ascensione, mistero col quale “morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ha restaurato la vita”. Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa.

I Lettura - Dal libro del profeta Isaìa 50,4-7: Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.

Felipe F. Ramos: L’ultima cena di Gesù fu una cena pasquale. Perciò, come gli israeliti dovevano ricordare il significato di quel pasto singolare circondato di solennità, così Gesù spiega il senso della nuova cena pasquale, nella quale si distinguono i punti seguenti:
a) Gesù rende partecipi della sua dignità e del suo destino i suoi discepoli (il suo regno è il regno del Padre e, in esso, siederà nuovamente a mensa coi suoi discepoli, v. 29);
b) il sangue di Gesù è sparso in remissione dei peccati (il sottolineato è proprio di Matteo). Abbiamo qui un particolare chiaramente indicatore del carattere sacrificale della cena pasquale. Il sacrificio era dono della vita per un’altra vita: così si afferma il potere sostitutivo o vicario del sacrifìcio di Gesù, come anche il suo valore espiatorio;
c) la cena inaugura la nuova alleanza. Per questo è detta «sangue dell’alleanza». Quello che si attendeva per il futuro: un nuovo ordine di cose nel quale Dio mettesse la sua legge nel cuore e perdonasse i peccati è giunto con questa cena pasquale;
d) l’ultimo punto è messo più chiaramente in evidenza con la contrapposizione intenzionale fra l’antica (Es 24,8; Zc 9,11) e la nuova alleanza. Vi è la corrispondenza fra il tempo di Mosè e quello del Messia (presentato spesso da Matteo come il novello Mose). Le due alleanze furono sigillate col sangue;
e) Gesù in persona è la nuova alleanza, come era stato annunziato del servo di Yahveh (Is 42,6; 49,7-8). Egli è dunque il servo di Yahveh.
Il sangue è sparso per molti. È un semitismo che equivale a tutti. La ragione per cui è scelto l’aggettivo «molti» e non «tutti» è quella di mettere in rilievo l’efficacia di quel sacrificio mediante l’opposizione fra uno che dà la vita e quelli per cui la dà, che sono molti (da questo punto di vista, parlare di «molti» è più efficace che parlare di «tutti», perché «tutti» possono anche essere pochi). L’espressione «il mio corpo», «il mio sangue», nel linguaggio del tempo, era sinonimo di «io stesso». La vita di Gesù messo a morte può essere assimilata attraverso la assunzione del pane e del calice.
[...] La scena del Getsemani ci mostra la piena umanità di Gesù: va verso la morte con timore, cerca la compagnia degli uomini (lo accompagnavano i tre più intimi), sente incombere su di sé la lontananza di Dio (Sai 42,6.12). Allo stesso tempo questa scena conferma il suo insegnamento: egli ricorre alla preghiera della quale aveva parlato tanto, inculcando la necessità di accettare la volontà del Padre. Il calice che deve bere è la morte che deve subire. Nella sua preghiera Gesù accetta pienamente la volontà del Padre. Inoltre egli ricorda ai discepoli la necessità di vegliare e di pregare per non cadere nella tentazione, tentazione che è separarsi da Dio allontanandosi dalla sua volontà, la morte totale dell’uomo.
L’arresto di Gesù mette in evidenza la sua dignità e il suo contegno che sono unici:
a) va liberamente alla morte e insegna ai suoi che le grandi cose di Dio non si definiscono con la spada. I suoi nemici non poterono arrestarlo finché durò il tempo fissato per la sua missione terrena;
b) ha il potere supremo (potere di dare ordini agli angeli), ma non ne fa uso affinché si adempia la Scrittura, il piano di Dio;
c) il discepolo traditore e i sommi sacerdoti e gli anziani si mettono d’accordo sulla morte di Gesù;
d) Gesù non lottò contro il potere secolare, ma contro altri poteri superiori incarnati in strumenti umani. Un’idea che ritorna spesso nel vangelo.
[...] Alla morte di Gesù partecipò il mondo intero. È uno dei paradigmi utilizzati per descrivere l’irruzione del giorno di Yahveh (Am 8,9). Non solo si squarciò il velo del tempio, ma Matteo suppone una serie di miracoli difficilmente avvenuti. La lezione dev’essere nel simbolismo di questi miracoli:
a) nel momento in cui compare in tutta la sua realtà il nuovo tempio di Dio: cessa il significato dell’antico tempio di Gerusalemme. Abbiamo l’accesso diretto a Dio; il velo che lo impediva dev’essere squarciato;
b) d’altra parte è comparso il vincitore della morte, il primogenito di tra i morti; la morte e il sepolcro non sono più l’ultima minaccia per l’uomo;
c) Dio non ha lasciato il «giusto» abbandonato nel sepolcro; anche i pagani, come il centurione e la sua gente, riconoscono che Gesù è il Figlio di Dio, come contropartita agli insulti e agli scherni dei giudei e dei pagani.
Gesù fu sepolto dai discepoli, esattamente come il Battista (14,12). Matteo dice espressamente che Giuseppe d’Arimatea era discepolo di Gesù. Il fatto che egli gli abbia offerto il suo sepolcro è una confessione dell’innocenza di Gesù. Se lo avesse considerato colpevole, non glielo avrebbe concesso, poiché secondo la legge il sepolcro sarebbe rimasto contaminato dal criminale in esso sepolto e, per conseguenza, non avrebbe più potuto servire per altre sepolture.
Il resto delle affermazioni del racconto è fatto tenendo conto di quello che è ormai imminente: la risurrezione. Dovevano essere prevenute tutte le accuse posteriori dirette a negare la risurrezione: morte apparente, furto di cadavere... Tutto questo fu evitato, perché furono prese le misure necessarie perché nessuno potesse accostarsi al sepolcro nel quale era stato deposto il corpo di Gesù.

Gesù nel silenzio della notte, una notte gravida di nefasti presagi, vede nel suo cuore non soltanto la sua vita, la dolcezza materna di Maria, la sua infanzia, i giorni felici passati nella casa di Nazaret  cullato dalla Mamma o seduto sulle sue ginocchia a mirarne il dolce volto, l’amicizia dei suoi Apostoli, dei suoi amici Lazzaro, Marta, Maria, la gratitudine di storpi, paralitici, indemoniati che avevano ritrovato la sanità del cuore e del corpo, la santità di suo padre Giuseppe, il suo silenzio…, ma vede scorrere anche tutto il fango di ingratitudine che si è riversato e si riverserà sulla sua anima e tutta la sporcizia che imbratterà il suo dolcissimo cuore. «Vide che ci sarebbero stati molti che non avrebbero riconosciuto il suo sacrificio in nostro favore, tanti che lo avrebbero disprezzato, che non gliene sarebbero stati grati. Vide che dopo aver versato il suo sangue per pulire il nostro sudiciume, ancora ci sarebbe stata gente che si dannava eternamente. Questo feriva il suo cuore in modo tale che non ci sono parole sufficienti a dirlo. Si addolorò di questo nuovo peccato: il vilipendio del suo sangue e il disprezzo del suo amore. E questo disprezzo è molto più pesante se viene dagli stessi cristiani, da quelli che hanno ricevuto più grandi segni d’amore; allora l’ingratitudine lacera ancora di più, perché chi molto ama si rattrista quando gli si corrisponde con il disprezzo» (Luis De la Palma, La Passione del Signore, Edizioni Ares).
Alla conoscenza dei dolori patiti da Gesù per la nostra salvezza, d’ora in poi non possiamo rimanere nell’ignoranza del suo amore. Cristo ci ha amati e ci ha amati fino alla fine (Gv 13,1) per renderci capaci di amarlo senza riserve.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
****  Padre, se questo calice non può passare senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà.  (Mt 26,42; cf. Mc 14,36; cf. Lc 22,42)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Padre, che ci hai nutriti con i tuoi santi doni,
e con la morte del tuo Figlio ci fai sperare
nei beni in cui crediamo, fa’ che per la sua risurrezione
possiamo giungere alla meta della nostra speranza.
Per Cristo nostro Signore.