4 Aprile 2020
Sabato della V Settimana di Quaresima
Ez 37,21-28; Cant. Ger 31,10-12b.13; Gv 11,45-56
Colletta: O Dio, che operi sempre per la nostra salvezza e in questi giorni ci allieti con un dono speciale della tua grazia, guarda con bontà alla tua famiglia, custodisci nel tuo amore chi attende il Battesimo e assisti chi è già rinato alla vita nuova. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Nostra aetate n. 4: Come attesta la sacra Scrittura, Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è stata visitata; gli Ebrei in gran parte non hanno accettato il Vangelo, ed anzi non pochi si sono opposti alla sua diffusione. Tuttavia secondo l'Apostolo, gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. Con i profeti e con lo stesso Apostolo, la Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e «lo serviranno sotto uno stesso giogo» (Sof 3,9).
Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo.
E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo.
E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo.
La Chiesa inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque. In realtà il Cristo, come la Chiesa ha sempre sostenuto e sostiene, in virtù del suo immenso amore, si è volontariamente sottomesso alla sua passione e morte a causa dei peccati di tutti gli uomini e affinché tutti gli uomini conseguano la salvezza. Il dovere della Chiesa, nella sua predicazione, è dunque di annunciare la croce di Cristo come segno dell'amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia.
Dal Vangelo secondo Giovanni 11,45-56: In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell'anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli.
Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».
Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui: Molti credettero, ma altri si fanno sopraffare dall’odio: il più bel gesto, quello di dare la vita ad un amico, che significa e concretizza l’amore di Dio verso tutti gli uomini, per pochi scellerati è solo apparato scenografico con una aggravante: il sedicente Cristo, con i suoi miracoli e guarigioni prodigiosi, può portare alla rovina l’intera nazione ebraica. È quindi necessario decidere della sua sorte e decidere partendo da un saggio principio che viene enunciato dal sommo sacerdote Caifa: Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera! (Gv 11,49-50). Lui, Caifa, sì che capiva molte cose, e così, come l’asina di Baalam, inconsapevolmente profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi (Gv 50-51).
Gesù deve morire e morirà crocifisso, ma Caifa non sa che il sangue di Gesù, versato sul Calvario dall’alto di una Croce, laverà il peccato del mondo intero. Caifa, strumento cieco dello Spirito Santo fa questa bella profezia, e ignaro si fa strumento lodevole a che si realizzi il progetto di salvezza del Signore Dio.
Ma intanto, prima di questi eventi dolorosi, in casa di Lazzaro si fa festa: si fa festa per la vita ritrovata, c’è gioia perché molti hanno acceso nel loro cuore il lume della fede, c’è gioia ... ma di lì a poco, la gioia di Betania, si sarebbe spenta ai piedi di una croce. Anche Lazzaro, il risuscitato, avrebbe pagato il suo prezzo. Una gioia spenta dall’odio, ma che sarà riaccesa nell’oscurità di una tomba vuota, e illuminerà il mondo intero.
«Neppure se uno risorgesse dai morti, crederanno!» - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): La finalità prima della narrazione drammatica di Gv 11 è illustrare l’ostinazione dei capi ebrei nell’incredulità, nonostante il prodigio straordinario della risurrezione di un uomo che stava nella tomba da quattro giorni. Le ultime espressioni del padre Abramo nella parabola del ricco epulone e di Lazzaro (Lc 16,31) sono rappresentate in modo molto vivo nel dramma di Gv 11. Il ricco nei tormenti dell’inferno aveva detto ad Abramo che un morto redivivo avrebbe provocato la conversione dei fratelli dissoluti, egoisti e viziosi; al che il patriarca aveva replicato: «Se non ascoltano Mose e i profeti, neppure se uno risorgesse dai morti, si lasceranno persuadere (crederanno)» (Lc 16,30s).
Il brano di Gv 11,45ss mostra in concreto fino a qual punto questa massima sia vera. Gesù ha richiamato dalla tomba l’amico morto da quattro giorni, quindi già in putrefazione; eppure i farisei e i sommi sacerdoti, informati dell’accaduto, chiusero gli occhi alla luce e non vollero convertirsi. Giovanni mette in risalto che i capi degli ebrei furono informati dell’accaduto: un gruppo di giudei raccontarono ai farisei il segno straordinario compiuto dal Maestro (Gv 11,46). Ciò nonostante non si lasciarono persuadere neppure dai fatti, essi perciò sono inescusabili per la loro ostinazione nell’odio e nell’incredulità.
Tale cecità non è comprensibile, se non come opera diabolica: i farisei e i sommi sacerdoti agiscono sotto l’influsso del menzognero e dell’omicida primordiale, perciò rifiutano di aprire le porte del loro cuore e della mente alla luce della verità (Gv 8,44ss).
La profezia di Caifa - Alain Marchadour (Vangelo di Giovanni): Caifa, a un primo livello di senso, accenna con cinismo alla morte di Gesù come un modo per salvare il popolo. Ma a un livello accessibile ai soli credenti, Giovanni e la Chiesa interpretano questa parola come una profezia inconsapevole che prevede la potenza salvifica della morte di Gesù. L’ironia giovannea fa pronunziare all’avversario principale del Cristo la parola teologica attribuita a Gesù in Mc 10,45: «Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti». Come il profeta Balaam che profetizzava in favore d’Israele suo malgrado, il sommo sacerdote dà misteriosamente valore di salvezza alla morte di Cristo. Il narratore non si limita a decifrare la parola di Caifa, ma ne estende la portata vedendo nella morte di Gesù l’origine del raduno dei figli di Dio nella Chiesa. Così, indirettamente, accennando al tema del popolo radunato nell’Antico Testamento (Is 11,12; Ger 23,3), egli presenta la Chiesa come il nuovo Israele.
Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio - Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): I farisei, conosciuti come difensori della Legge, sono i più accaniti avversari di Gesù. Già una volta, d’accordo con i gran sacerdoti, cercarono di catturarlo (7,32) e, non essendoci riusciti, ci fu un violento scontro. Nessuno si sentiva sicuro dell’altro, temevano che persino alcuni di loro stessero per dare la loro adesione di fede a Gesù (7,45-52). I motivi non mancavano. Alcuni infatti si chiedevano: «Come può un peccatore compiere simili segni miracolosi?» (9,16). Qui invece i dubbi sembrano scomparsi. Accantonato ogni confronto con la Legge, qui c’è solo un uomo che è un pericolo pubblico perché compie segni miracolosi. È inutile perdersi in discussioni accademiche per sapere se Gesù viene o non viene da Dio, se ciò che fa è giusto o no. È chiaro che se tutti credono in lui, salta il sistema, quel regime di cui essi detengono il potere. E poi ci sono gli occupanti romani, che di fronte a movimenti cosiddetti messianici non stanno lì a guardare. La questione è politica prima di essere religiosa ed è su questo piano che bisogna risolverla, e in fretta. Perché se i Romani intervengono, il tempio, il luogo santo e la nazione sono in pericolo. Come scongiurare il pericolo? C’è qualcuno che ha qualcosa da suggerire?
Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli - Henri van den Bussche (Giovanni): Gesù muore dunque per un nuovo popolo di Dio che sarà costituito, con la sua morte, da persone reclutate non solamente e principalmente nella nazione (giudaica), ma soprattutto in un altro ovile (10,16), nel mondo pagano (12,20.24), dovunque (12,32), che formeranno una sola unità (17,20.23), un solo gregge (10,16). Per Giovanni la morte di Gesù è il brodo di cultura da cui germoglierà la nuova comunità dei credenti.
Si prende allora la decisione di uccidere Gesù. Essa è il coronamento di una ostilità che è andata delineandosi sempre più chiaramente nei capitoli precedenti.
Gesù deve lasciare la Giudea (7,1), in attesa che venga il suo tempo o la sua Ora (7,6-8). Mostrarsi adesso in pubblico è andare incontro alla morte. Perciò Gesù si ritira in un villaggio ai bordi del deserto di Giudea, a Efraim, probabilmente l’attuale el-Taiyebeh, a circa 20 km. a nordest di Gerusalemme. Il villaggio è situato in una delle estremità della montagna di Giudea e domina il deserto. La strada da Gerico a Gerusalemme, la strada dei pellegrinaggi, passa per questo deserto. Dal suo ritiro Gesù può veder passare i pellegrini che si recano a Gerusalemme.
Perché la festa di Pasqua è vicina. Da quando Gesù ha detto in 7,8 che non andrà alla festa dei Tabernacoli (a questa solennità), il lettore sa che l’approssimarsi della festa della Pasqua significherà l’approssimarsi della fine. Giovanni è attento a mantenere il suo lettore in suspens. Cristiano della fine del primo secolo, parla della Pasqua dei giudei: è già completamente staccato dalla sua antica comunità religiosa (2,13; 6,4).
Già i pellegrini salgono a Gerusalemme per prepararsi alla festa, per santificarsi coi riti di purificazione. Ma in realtà, come nelle altre feste (7,11; 10,22), tutto il loro interesse è rivolto a Gesù: verrà o non verrà? Frattanto il Sinedrio ha posto i suoi agenti per farlo spiare.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** “Il dovere della Chiesa, nella sua predicazione, è dunque di annunciare la croce di Cristo come segno dell'amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia” (Nostra aetate n. 4).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
O Padre, che ci hai nutriti
con il corpo e sangue del tuo Figlio,
per questo sacramento di salvezza
fa' che entriamo in comunione con la tua vita divina.
Per Cristo nostro Signore.
con il corpo e sangue del tuo Figlio,
per questo sacramento di salvezza
fa' che entriamo in comunione con la tua vita divina.
Per Cristo nostro Signore.