3 Aprile 2020
Ger 20,10-13; Sal 17 (18); Gv 10,31-42
Colletta: Perdona, Signore, i nostri peccati, e nella tua misericordia spezza le catene che ci tengono prigionieri a causa delle nostre colpe, e guidaci alla libertà che Cristo ci ha conquistata. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Molti credettero in lui - Paolo VI: Le opinioni erano diverse. Segno che la rivelazione che Gesù faceva di se stesso lasciava, sì, trasparire qualche cosa di straordinario, ma non senza ricoprirlo di un velo umano non sempre e non a tutti trasparente. Perfino Maria e Giuseppe «restavano meravigliati delle cose che si dicevano del bambino» Gesù (Lc 2,33); e non tutto comprendevano di quel misterioso fanciullo (Lc 2,50). I suoi stessi concittadini, di Nazareth, lo circondano di stupore e di diffidenza, non riuscendo a rendersi esattamente conto di chi Egli fosse (cfr. Mc 6,2-4). Gesù, si direbbe, ama l’incognito. Tutto il Vangelo di Giovanni è pieno di questo assillante problema circa l’identità essenziale della personalità del Maestro («Si tu es Christus, die nobis palam») (cfr. Gv 10,24); ed intorno a tale problema si stringe il dramma della sua passione, nel duplice processo, religioso e civile, che porta il primo alla sua confessione di Messia, Figlio di Dio, il secondo alla sua ammissione di Re dei Giudei. Poi l’inconcepibile epilogo della sua risurrezione, che supera la comprensibilità stessa dei testimoni immediati, fino a meritare il rimprovero dello stesso Risorto: «O stolti e tardi di cuore a credere ciò che era pur preannunciato dai Profeti!» (Lc 24,25). Gesù è mistero. Non lo avremo mai esplorato abbastanza, non mai compreso del tutto. La conoscenza di Lui ha dovuto finalmente risolversi nella fede, cioè in una conoscenza superrazionale; certissima, ma fondata su testimonianze che eccedono in parte un nostro sperimentale controllo; le quali testimonianze hanno però in se stesse la forza di convinzione, perché in fondo sono divine, e esigono da noi quella dilatante maniera di conoscere, con la mente e col cuore, senza tutto capire, perché troppo v’è da capire, che appunto chiamiamo fede.
Dal Vangelo secondo Giovanni 10,31-42: In quel tempo, i Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi”? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio - e la Scrittura non può essere annullata -, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani. Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui.
I tentativi di catturare Gesù o di ucciderlo lapidandolo sono maldestri, e così falliscono miseramente. Gesù non arretra dinanzi alle minacce che non sono più velate, e nel tentativo di far conoscere la sua vera identità e la sua missione, proclama di essere Dio, il Padre è in me, e io nel Padre, una dichiarazione considerata dai Farisei blasfema, e mentre nel loro cuore perverso si accende sempre di più la fiamma dell’odio e dell’ira, molti vedendo le opere di Gesù credono in lui. Ma l’ora del Padre sta per giungere, e la Vittima innocente sarà immolata per la salvezza del mondo intero.
Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Nella vostra Legge; in vari codici è omesso l’aggettivo «vostra» (in greco si ha il pronome ὑμῶν); tale omissione ha lo scopo di evitare che si restringa il senso del termine Legge, poiché la Legge designa l’intera Scrittura. Io ho detto: siete dèi; Gesù risponde agli ebrei argomentando alla maniera dei rabbini: egli infatti partendo da un testo biblico giunge ad una conclusione che mostra l’illogicità dei propositi omicidi a cui sono giunti i suoi interlocutori, minuziosi conoscitori della Legge. Per cogliere il senso dell’argomentazione di Cristo, esposta nei verss. 34-36, è utile considerarla nel suo insieme: Dio rivolgendosi ai giudici chiama «dèi» (ebraico: Elohim), come attesta il detto del Salmo citato; ciò dimostra che degli uomini, a motivo della loro funzione, come ad esempio è quella dei giudici, possono essere chiamati dèi, cioè possono ricevere dei nomi divini. Ora per quale motivo si accusa di bestemmia una persona che, come Gesù, si dice Dio? Gesù infatti è consacrato e inviato da Dio stesso per una missione del tutto particolare, anzi, unica. È, questo, un argomento a fortiori, assai comune presso i rabbini (argomentazione detta qal wahomer = dal leggero al pesante; cf. Strack-Billerbeck, III, p. 223 s.). «Io ho detto: siete dèi»; citazione del Salmo 82 [81], 6; le parole del Salmo sono rivolte ai giudici; essi sono chiamati «dèi» per metafora, poiché il giudizio appartiene a Dio (Deuteronomio, 1, 17; 19, 17; Esodo, 21, 6; Salmo 58 [57]» 2). Gesù fonda su questo senso metaforico la sua argomentazione.
Gesù accusato di bestemmia - Emanuela Ghidelli (Schede Bibliche Pastorali - Vol. I): Il fatto di attribuire a se stessi, o a una creatura. prerogative divine è considerato, dagli ebrei atto blasfemo, che va severamente punito come la bestemmia formale.
Per questo Gesù, che pure onora il Padre (Gv 8.49), è accusato di bestemmia ogni volta che cerca di affermare, più o meno direttamente, il carattere trascendente della sua personalità e della sua missione: «Gli risposero i giudei: Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio. Rispose loro Gesù: Non è forse scritto nella vostra legge: Io ho detto: voi siete dèi? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio (e la Scrittura non può essere annullata), a colui che il padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho detto: Sono figlio di Dio?›› (Gv 10-33-36).
Ugualmente, quando dichiara il paralitico assolto dai suoi peccati, subito i dottori della legge pensano: egli bestemmia perché si arroga poteri divini: «Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: Figliolo, ti sono i rimessi i tuoi peccati. Seduti lì erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?» (Mc 2,5-7: cf. Mt 9,2-3; Lc 5,20-21).
Per questo, ancora, dichiarando davanti a Caifa di essere il messia e affermando solennemente che lo si vedrà venire alla destra della Potenza sulle nubi del cielo, egli in pratica firmava la sua condanna: «Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: Sei tu il Cristo. il Figlio di Dio benedetto? Gesù rispose: Io lo sono! E vedrete il figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo. Allora il sommo sacerdote stracciandosi le vesti, disse: che bisogno abbiamo ancora di testimoni? avete udito la bestemmia; che ve ne pare? Tutti sentenziarono che era reo di morte» (Mc 14,61-64).
Credete alle opere: Appartengono alle opere di Dio la sua creazione (Gn 1,31; Sal 139,14) e la guida del suo popolo (Dt 3,24; Is 60,21). Gesù è inviato per compiere le opere del Padre (Gv 4,34; 17,4): esse servono per confermare la sua predicazione e intendono suscitare la fede in lui (Gv 5,36; 14,12; 15, 24). Le opere dell’uomo sono soggette alla caducità (Sal 90,17), sono cattive ( Gv 3,19), sottoposte alla carne (Gal 5,19); le opere della legge non operano nessuna giustificazione (Rm 3,20) e spingono all’ipocrisia (Mt 23,3.5). Soltanto il sangue di Cristo purifica dalle opere morte (Eb 9,14), le opere buone non sono merito dell’uomo ma frutto della grazia (1Cor 15,10; 1Tm 1,12s) e così sono indirettamente glorificazione di Dio (Mt 5,16). Le opere buone sono chiamate segno della fede viva in Gc 2,14-24 e servono a confermare la fede. L’uomo sarà giudicato nel giudizio non secondo le parole ma in base alle opere (Mt 16,27; 1Cor 3,13s; 2Cor 11,15; Ap 2,23).
Allora cercarono nuovamente di catturarlo: Cristo non promette ai suoi amici una vita comoda, «di prestigio, di benessere; ma vuole l’abnegazione, la rinuncia, il sacrificio. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23). E per i suoi preannunzia persecuzione. […]. Prima di Cristo l’essere perseguitati per la fede era ritenuto un malanno, quasi un segno di disapprovazione da parte di Dio, Cristo ne fa un privilegio» (AA. VV., Riflessione sul Cristo). Senza mezzi termini, i discepoli del Crocifisso sono invitati ad annunciare la Parola con franchezza, mettendo nel bilancio il carcere, la persecuzione, la tortura e anche la morte. Praticamente, il discepolo deve mettere «in conto la possibilità di una morte violenta a causa della sua appartenenza a Gesù. Ancor oggi in tante parti del mondo, la Chiesa rende la sua testimonianza al vangelo, versando il sangue di tanti suoi figli. Cambiano le forme di persecuzione, le violenze, i contrasti, le pressioni sociali, ma rimangono evidenti la contrapposizione e la chiusura ai valori evangelici» (Giuseppe D’Anna). Nella vita della Chiesa la persecuzione non è un fatto casuale ma è scontata in partenza, preannunziata dal Signore Gesù, quasi una nota ecclesiale: «Il martirio rende il discepolo simile al suo maestro che accettò liberamente la morte per salvare il mondo, e lo conforma a lui nell’effusione del sangue; perciò il martirio viene stimato dalla chiesa come dono esimio e prova suprema di carità. Se il martirio viene concesso a pochi, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce, nelle persecuzioni che non mancano mai alla chiesa» (LG 42). Alla luce di questo insegnamento allora si comprendono le parole del santo Curato d’Ars: «Le persone del mondo si affliggono quando hanno le croci, i cristiani veri si affliggono soltanto quando non ne hanno». I santi nel loro magistero non hanno mai esagerato, anzi ...
Ritiro oltre il Giordano - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Il Maestro però ora non rimane più a Gerusalemme, come in Gv 8,59ss, ma si ritira oltre il Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava (Gv 10,40).
Siamo a Betania, non il villaggio di Lazzaro, ma un sito sulla sinistra del Giordano, dove il Battista svolse il suo primo ministero (Gv 1,28). Tale ritorno di Gesù nel luogo, dove aveva avuto inizio la sua rivelazione pubblica, forma una inclusione solenne tra Gv 1,28ss e Gv 10,40ss. Non è improbabile che il quarto evangelista voglia insinuare, con queste parole, la fine del ministero «epifanico» di Gesù, cioè la fine della sua manifestazione davanti al mondo; l’incredulità dei giudei, così cieca e ostinata, impedisce al Figlio di Dio di continuare la sua opera rivelatrice al cospetto del mondo.
«Il ritorno al di là del Giordano mette termine alla vita pubblica; Gesù ritorna là dove ha cominciato la sua rivelazione a Israele (1,19). D’altronde è nella terra al di là del Giordano che il Battista l’aveva indicato a Israele come Messia; è là che Gesù ha scelto i suoi primi discepoli tra quelli del Battista. Ma la missione incominciata là si è infranta contro il muro dell’incredulità» (Van den Bussche, Giovanni, 391).
Il Maestro si intrattiene in questa regione, lontano dal centro politico-religioso della Palestina; perciò molte persone conquistate dalle sue opere, si recano da lui (Gv 10,41). Questo andare verso Gesù indica plasticamente il movimento della fede. I nuovi discepoli credono nel Messia, aderendo alla sua persona (Gv 10,42), perché costatano che Giovanni Battista non aveva operato nessun segno, ma le sue parole su Gesù erano vere (Gv 10,41). Egli si era mostrato un autentico profeta, che proclama la verità (cf. Dt 18,22). E difatti aveva proclamato che Gesù è il Cristo, l’eletto di Dio, rendendo testimonianza alla sua messianicità (Gv 1,29-34) e alla sua divinità (Gv 3,27-36). In tal modo Giovanni, il precursore, ha reso testimonianza alla verità (Gv 5,33), cioè al Verbo incarnato, che è la rivelazione salvifica definitiva della vita e dell’amore del Padre.
Queste persone, che credono esistenzialmente nel Figlio di Dio (Gv 10,42), si rivelano come pecore del Cristo: ascoltano la sua voce e lo seguono (cf. Gv 10,27).
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Gesù è mistero” (Paolo VI).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Non ci abbandoni, Signore,
la forza di questo sacramento che ci unisce a te,
e allontani sempre da noi ogni male.
Per Cristo nostro Signore.
la forza di questo sacramento che ci unisce a te,
e allontani sempre da noi ogni male.
Per Cristo nostro Signore.