26 Aprile 2020

III Domenica di Pasqua

 At 2,14.22-33; Sal 15 (16); 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Colletta: O Dio, che in questo giorno memoriale della Pasqua raccogli la tua Chiesa pellegrina nel mondo, donaci il tuo Spirito, perché nella celebrazione del mistero eucaristico riconosciamo il Cristo crocifisso e risorto, che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture, e si rivela a noi nell’atto di spezzare il pane. Egli è Dio, e vive e regna con te...

Benedetto XVI (REGINA CÆLI, 22 Aprile 2012): Quest’oggi, terza Domenica di Pasqua, incontriamo – nel Vangelo secondo Luca - Gesù risorto che si presenta in mezzo ai discepoli (cfr Lc 24,36), i quali, increduli e impauriti, pensano di vedere un fantasma (cfr Lc 24,37). Scrive Romano Guardini: «Il Signore è mutato. Non vive più come prima. La sua esistenza… non è comprensibile. Eppure è corporea, comprende… tutta quanta la sua vita vissuta, il destino attraversato, la sua passione e la sua morte. Tutto è realtà. Sia pure mutata, ma sempre tangibile realtà» (Il Signore. Meditazioni sulla persona e la vita di N.S. Gesù Cristo, Milano 1949, 433).
Poiché la risurrezione non cancella i segni della crocifissione, Gesù mostra agli Apostoli le mani e i piedi. E per convincerli, chiede persino qualcosa da mangiare. Così i discepoli «gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro» (Lc 24,42-43). San Gregorio Magno commenta che «il pesce arrostito al fuoco non significa altro che la passione di Gesù Mediatore tra Dio e gli uomini. Egli, infatti, si degnò di nascondersi nelle acque del genere umano, accettò di essere stretto nel laccio della nostra morte e fu come posto al fuoco per i dolori subiti al tempo della passione» (Hom. in Evang. XXIV, 5: CCL 141, Turnhout 1999, 201).
Grazie a questi segni molto realistici, i discepoli superano il dubbio iniziale e si aprono al dono della fede; e questa fede permette loro di capire le cose scritte sul Cristo «nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi» (Lc 24,44).
Leggiamo, infatti, che Gesù «aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati… Di questo voi siete testimoni”» (Lc 24,45-48). Il Salvatore ci assicura della sua presenza reale tra noi, per mezzo della Parola e dell’Eucaristia.
Come, perciò, i discepoli di Emmaus riconobbero Gesù nello spezzare il pane (cfr Lc 24,35), così anche noi incontriamo il Signore nella Celebrazione eucaristica. Spiega, a tale proposito, san Tommaso d’Aquino che «è necessario riconoscere secondo la fede cattolica, che tutto il Cristo è presente in questo Sacramento… perché mai la divinità ha lasciato il corpo che ha assunto» (S.Th. III, q. 76, a. 1).

Prima Lettura At 2,14a.22-33 - Non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere: La prima lettura è una parte del discorso che Pietro pronunciò a Gerusalemme nel giorno di Pentecoste. La risurrezione di Gesù poggia su due solide testimonianze ed è quindi veritiera (Cf. Dt 19,15; Mt 18,16). La prima testimonianza è quella della Sacra Scrittura, la seconda è quella degli Apostoli: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni». Il salmo 15 nel giudaismo veniva letto in chiave messianica e poteva servire, modificando lievemente la versione greca, come argomento per la fede nella risurrezione. Dalla Chiesa apostolica, questa applicazione messianica è stata vista verificata nella risurrezione di Cristo.

Salmo Responsoriale 15 (16) - Mostraci Signore il sentiero della vita: «L’eredità della natura ragionevole è la contemplazione, l’eredità del Cristo è la conoscenza di Dio. Il Cristo dice come sommo sacerdote: Il Signore è la mia porzione. L’eredità del Cristo, quindi, è il Padre, e quelli che il Padre gli dà. Chi ha rinunciato a tutto in questo mondo, può dire: Il Signore è la porzione della mia eredità in eterno. Il Signore si fa pane dandoci i suoi insegnamenti e fortificando il cuore di colui che mangia; si fa calice nella misura in cui contempliamo la verità, e dà la gioia della conoscenza a chi beve con amore. La vera Vigna ci tende il calice e chi beve dice, con un rendimento di grazie: Hai dato gioia nel mio cuore (Sal 4,7)» (Origene).

Seconda Lettura 1Pt 1,17-21:  Foste liberati con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia: Nella seconda lettura, Gesù viene presentato come l’Agnello «senza difetti e senza macchia», immolato per la salvezza degli uomini. Il sacrificio di Gesù-Agnello era stato predestinato fin dalla creazione del mondo e manifestato negli ultimi tempi (Cf. Rom 16,25; 1Cor 2,7.10; Gal 4,4; Ef 3,5). Un disegno che prevedeva e predisponeva la salvezza di tutti gli uomini mediante l’incarnazione, la morte e risurrezione di Cristo, nonostante la loro insipienza e il loro abbrutimento nel peccato (Cf. Rom 1-3).

Vangelo Lc 24,13-35 - Lo riconobbero nello spezzare il pane: Il racconto dell’apparizione di Gesù risorto ai discepoli di Emmaus si trova solo nel Vangelo di Luca. È una pagina di rara efficacia letteraria. Volendo indicare al discepolo l’unico cammino che porta alla fede, ha un intento catechetico, pedagogico e didattico di grande spessore. Il racconto tocca il suo acme quando l’evangelista si ferma a descrivere ciò che fece Gesù: «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro». Spezzare il pane, sono le parole con cui l’evangelista Luca, indica «il pasto eucaristico in At 2,42 e 20,27. Nel sacramento eucaristico, cuore di tutto il sistema sacramentale, il cammino catechistico dei discepoli di Gesù si compie: hanno fatto esperienza di Gesù risorto “nello spezzare il pane”. Avendone fatta l’esperienza, non hanno più bisogno di vederlo» (Alfonso Sidoti).

Dal Vangelo secondo Luca 24,13-35: Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? - Alois Stoger (Commenti spirituali del Nuovo Testamento, Vangelo secondo Luca, Vol. II): Secondo il decreto di Dio, il cammino di Gesù per giungere alla gloria messianica deve passare attraverso la sofferenza e la morte. «Dio ha portato a compimento quanto aveva predetto per bocca di tutti i profeti, cioè che il suo Messia doveva soffrire» (Atti, 3,18).
«Secondo il determinato consiglio e la prescienza di Dio, egli fu consegnato e crocifisso per mano d’iniqui» (Atti, 2,23). Questa strada del Messia, la quale solo attraverso il dolore conduce alla gloria, è un imperativo divino, fa parte di quel piano di Dio che comprende entrambe queste due cose: per questa vita la croce, per l’altra la gloria. Cristo è entrato attraverso il dolore nella sua gloria. La gloria è  potenza divina, divino splendore e divina sostanza.
Ciò che nella trasfigurazione si era reso visibile per pochi istanti (Lc. 9,32), ora Gesù, dopo la sua passione, l’ha ottenuto per sempre; d’ora in poi egli si mostrerà in questa gloria: «Si vedrà il Figlio dell’uomo venire con grande potenza e gloria» (Lc 21,27). La trasfigurazione è un’anticipazione della fine dei tempi; in questa èra intermedia la gloria del Figlio di Dio è ancora nascosta, sebbene Gesù già la possegga. Come dopo la morte egli entra nel suo regno (Lc 23,42), così entra anche nella sua gloria.
Il Padre ha stabilito per lui questa gloria, perché egli ha percorso il cammino della prova e del dolore (Lc 22,29). «Dio ha costituito Signore e Messia questo Gesù che voi avete crocifisso» (Atti, 2,36).
Il Risorto spiega ai discepoli la Sacra Scrittura.
Nella Scrittura si trova in grande abbondanza ciò che lo riguarda: nella legge e nei libri dei profeti, in tutte le Scritture, in tutti i libri dei profeti. Ciò di cui la Scrittura dell’Antico Testamento parla è il Cristo, il suo dolore e la sua glorificazione. Il Risorto dà ai discepoli, e per mezzo loro alla Chiesa, le più importanti «regole di ermeneutica»  (interpretazione del significato dei testi) per la comprensione della Sacra Scrittura. La chiave di questa medesima Scrittura è il Cristo risorto; a lui le Scritture rendono testimonianza (Cf. Gv. 5,39-47). I profeti «hanno indagato quale fosse il tempo e quali le circostanze a cui accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando preannunziava le sofferenze di Cristo e la gloria che ne sarebbe seguita» (1Pt. 1,10s.). Chi non conosce la Scrittura, non conosce nemmeno Cristo; chi non conosce Cristo, non conosce nemmeno la Scrittura. Solo chi si è «convertito al Signore», chi accetta per fede che Gesù di Nazaret è il Messia promesso e il Figlio di Dio risorto e glorificato, comprende il senso della Sacra Scrittura. 
San Paolo dice: «Sino al giorno d’oggi, quando si legge l’Antico Testamento permane il medesimo velo sopra di loro (i giudei) e non viene rimosso, perché solo in Cristo viene tolto: sì fino ad oggi è  steso un velo sul cuore, quando si legge Mosè. Quando però (Israele) si convertirà al Signore, il velo sarà tolto» (2Cor. 3,14-16).

La morte di Gesù non è la somma di sventurate coincidenze o il coagulo di odi, vendette o risentimenti, ma l’epilogo di un progetto che prevedeva la sua morte a vantaggio di tutti gli uomini (Cf. Eb 2,9). La Croce non è un fallimento, ma la via voluta da Dio (bisognava) per il trionfo definitivo di Cristo sul peccato e sulla morte, e quindi della redenzione di tutti gli uomini. La metodologia usata da Gesù per spiegare tale necessità, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui, vuole indicare ai discepoli la strada maestra per arrivare a comprendere la volontà e le vie di Dio: la Parola di Dio. Ma la Parola non basta: occorre incontrarsi; è necessario fare comunione con Gesù risorto nella frazione del pane, nutrendosi del Pane della Vita che il Risorto dona alla Chiesa; condividendo con i fratelli il pane della carità e della consolazione. Con «somma sapienza cristiana Luca evidenzia il ruolo delle Scritture, ma nello stesso tempo ne esprime anche i limiti. La comprensione introduce nel mistero del Signore, ma non per questo lo dona, perché la partecipazione ad esso non è un fatto di conoscenza razionale, sia pure connotata spiritualmente ... l’esperienza dell’incontro con il Risorto tocca il suo apice nel sacramento, nella “frazione del pane”, nell’eucaristia» (E. Caporello). Quando Luca scrive il racconto, i cristiani già celebravano nelle loro case la cena del Signore (Cf. Atti 2,42.46; 20,7.11). Ed è proprio con l’espressione spezzare il pane che si indicava il memoriale della morte e risurrezione di Gesù. Quindi, Luca ha voluto che il credente, leggendo l’episodio dei discepoli di Emmaus, lo accostasse all’Eucaristia. Usando intenzionalmente un vocabolario eucaristico ha voluto dire ai suoi lettori che la frazione del pane li fa incontrare con il Risorto dando completezza e risonanza all’incontro avvenuto già alla mensa della Parola. Così come avvenne per i discepoli di Emmaus. È quindi una nota liturgica: la comunità cristiana ritrova la presenza del suo Signore nell’ascolto della Parola e nell’Eucaristia celebrata in un convito di fraternità agapica.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** La comunità cristiana ritrova la presenza del suo Signore nell’ascolto della Parola e nell’Eucaristia celebrata in un convito di fraternità agapica.
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Guarda con bontà, Signore, il tuo popolo,
che hai rinnovato con i sacramenti pasquali,
e guidalo alla gloria incorruttibile della risurrezione.
Per Cristo nostro Signore.