21 Giugno 2019
Messa del Giorno
VENERDÌ DELLA XI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO DISPARI)
I Lettura: 2Cor 11,18.21b-30; Salmo Responsoriale: Dal Salmo 33 (34); Vangelo: Mt 6,19-23
Colletta: O Dio, principio e fonte di ogni bene, che in san Luigi Gonzaga hai unito in modo mirabile l’austerità e la purezza, fa’ che per i suoi meriti e le sue preghiere, se non lo abbiamo imitato nell’innocenza, lo seguiamo sulla via della penitenza evangelica. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Senza dubbio la Parola di Dio ci mette in difficoltà, non tanto per il mucchietto di denari che teniamo ben nascosti in qualche angolo della casa, ma per quella sana armonia che dovrebbe regnare nel nostro povero cuore, e che spesso è latitante. L’uomo deve lavorare ed essere oculato, e questo significa che deve mettere da parte qualcosa per fronteggiare un futuro che spesso si manifesta minaccioso. E questo non è un problema, il problema nasce quando si diventa avari, quando la nostra vita dipende dalle ricchezze, quando il denaro diventa padre-padrone, quando tutto si riduce nel nascondere in una cassetta di sicurezza tutte le risorse economiche, quando l’avidità corrode la mente e il cuore, sradicando la carità, e l’attenzione ai bisogni del prossimo si riduce al lumicino. Ma v’è ancora qualcosa di più grave, e lo suggerisce san Paolo nella lettera ai Colossesi: “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!” (Col 3,1-3). Se dunque siete risorti, chi si fa schiavizzare dal denaro non vive da risorto, è un morto che cammina, un uomo senza speranza e senza futuro. Da qui si comprende la necessità di accendere nella nostra vita la lampada della fede e allora la nostra povera vita sarà tutta luminosa. Il denaro, l’avidità, la spilorceria sono coltri pesanti che oscurano la mente e il cuore, e tutto diventa cattivo, tutto diventa tenebroso. Nel leggere il brano evangelico ci vengono in mente i “novissimi”: accumulare per noi tesori in cielo, significa slanciarci alla conquista del Paradiso; farci mettere le manette dell’avidità delle ricchezze, significa avviarci verso l’Inferno, e lì “quanto è grande la tenebra”!
Vangelo: Dal Vangelo secondo Matteo 6,19-23: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore. La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!».
Il Vangelo di oggi mette in evidenza due temi: il primo indica ai cristiani il vero tesoro, che è il Cielo, il secondo tema individua l’occhio come lampada del corpo. Sia l’Antico Testamento che il Nuovo sono concordi nel rimproverare l’accumulo di ricchezza, sopra tutto quando scivola nella avarizia e nell’egoismo. Siracide 29,8-10, invita ad essere generosi verso chi è in difficoltà: “Sii paziente con il misero, e non fargli attendere troppo a lungo l’elemosina. Per amore del comandamento soccorri chi ha bisogno, secondo la sua necessità non rimandarlo a mani vuote. Perdi pure denaro per un fratello e un amico, non si arrugginisca inutilmente sotto una pietra”. Per Giacomo le ricchezze malamente accumulate ed egoisticamente custodite sono fonte di castighi divini: “E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni!” (Gc 5,1-3).
La lampada del corpo è l’occhio … la “luce spirituale che si irradia dall’anima è paragonata alla luce materiale di cui l’occhio, sano o malato, dispensa o rifiuta il beneficio al corpo: se anch’essa si trova oscurata, l’accecamento sarà ben peggiore della stessa cecità fisica” (Bibbia di Gerusalemme, nota a Mt 6,23)
L’esortazione di Gesù a non accumulare tesori sulla terra ha come fulcro due ragioni: tutto è effimero, e tutto passa, anche le ricchezze, e, quello che è più grave, i tesori terreni, spesso oscurando il cuore e annebbiando la mente, pervertono l’uomo, lo fanno deviare da un sano giudizio morale, spegnendo in lui ogni barlume di umanità. Solo nella conquista del Paradiso c’è tutta la vita dell’uomo credente.
Ricchezza - Christa Breuer: Nell’Antico Testamento il ricco era considerato un uomo particolarmente benedetto da Dio. La ricchezza era un segno di un particolare favore divino (per es. Abramo, Gen 13,2). Ma quando più tardi si abusò della ricchezza, i profeti biasimarono spesso i ricchi (per es. Ger 34,8ss). Nel Nuovo Testamento, di fronte al lieto messaggio del regno di Dio e all’attesa imminente, si esige la totale abnegazione per amore del regno dei cieli (cf. la parabola della perla preziosa, Mt 13,45s). Soprattutto Luca condanna ripetutamente il cattivo uso della ricchezza. I ricchi e i sazi vengono esclusi dal regno di Dio; ai poveri e a quanti hanno fame viene promessa la ricompensa in cielo (Lc 6,20ss). Ricercare i beni terreni è stoltezza. Quando giunge la morte, il ricco non può portare con sé ciò a cui ha attaccato la propria anima (Lc 12,16). L’uomo può servire un solo padrone: Dio o mammona (Lc 16,13). Il significato del possesso dei beni in rapporto alla salvezza eterna dell’uomo viene rivelato nella parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31). Chi vuole entrare nel regno di Dio deve sciogliere il suo cuore dal legame con la ricchezza (Lc 18,29s). Per il credente però, la ricchezza è un dono di Dio che deve essere impiegato per il servizio del prossimo (Lc 16,10-12).
Comportamento morale e beni temporali nel Nuovo Testamento - Pierino Montini: Il comportamento morale nei riguardi dei beni temporali è chiaramente delineato nella prima beatitudine del discorso della montagna (Mt 5,3; cfr. anche Lc 6,20). I beni della terra non sono proscritti, ma devono essere usati con sobrietà per evitare il pericolo dell’ingiustizia e il rischio dell’idolatria. La vera povertà non è rifiuto dei beni, ma capacità di condividerli con gli uomini, aprendosi ad una salvezza che viene soltanto da Dio. Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica utilizza termini quali “beni terreni” o “terrestri”, “beni creati”, “beni materiali” e termini quali “beni futuri”, “beni celesti”, “beni spirituali”: i primi indicano i “beni di questo mondo”, ritenuti inferiori; i secondi, la vera felicità, che non risiede nei beni temporali ma in Dio. Tra i due ambiti non vi è opposizione: accogliere i doni di Dio e rispondere con altrettanta misura d’amore. Tutto ciò che è affidato all’umanità non può essere disgiunto dall’obbligo morale di metterlo al servizio del bene di tutti. I beni temporali devono essere utilizzati nell’ottica della sapienza divina che ha creato tutte le cose per la pienezza di vita di ogni uomo e dell’intera umanità.
... se il tuo occhio è semplice: Evangelium vitae 24: E nell’intimo della coscienza morale che l’eclissi del senso di Dio e dell’uomo, con tutte le sue molteplici e funeste conseguenze sulla vita, si consuma. E in questione, anzitutto, la coscienza di ciascuna persona, che nella sua unicità e irripetibilità si trova sola di fronte a Dio. Ma è pure in questione, in un certo senso, la “coscienza morale” della società: essa è in qualche modo responsabile non solo perché tollera o favorisce comportamenti contrari alla vita, ma anche perché alimenta la “cultura della morte”, giungendo a creare e a consolidare vere e proprie “strutture di peccato” contro la vita. La coscienza morale, sia individuale che sociale, è oggi sottoposta, anche per l’influsso invadente di molti strumenti della comunicazione sociale, a un pericolo gravissimo e mortale: quello della confusione tra il bene e il male in riferimento allo stesso fondamentale diritto alla vita. Tanta parte dell’attuale società si rivela tristemente simile a quell’umanità che Paolo descrive nella Lettera ai Romani. E fatta “di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia” (1,18): avendo rinnegato Dio e credendo di poter costruire la città terrena senza di lui, “hanno vaneggiato nei loro ragionamenti” sicché “si è ottenebrata la loro mente ottusa” (1,21); “mentre si dichiaravano sapienti sono diventati stolti” (1,22), sono diventati autori di opere degne di morte e “non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa” (1,32). Quando la coscienza, questo luminoso occhio dell’anima (Mt 6,22-23), chiama “bene il male e male il bene” (Is 5,20), è ormai sulla strada della sua degenerazione più inquietante e della più tenebrosa cecità morale. Eppure tutti i condizionamenti e gli sforzi per imporre il silenzio non riescono a soffocare la voce del Signore che risuona nella coscienza di ogni uomo: è sempre da questo intimo sacrario della coscienza che può ripartire un nuovo cammino di amore, di accoglienza e di servizio alla vita umana.
La ricchezza: l’insegnamento di Paolo - A. V. (Ricchezza - Schede Bibliche Pastorali - Vol. VII): Le lettere paoline sono ricche di riferimenti al tema della ricchezza. Fin dalla prima lettera ai tessalonicesi, egli mette in guardia contro l’ingordigia negli affari, contro l’avidità di guadagni ottenuti magari con la violenza e con la frode (1Ts 4,3-6), e invita ognuno a vivere onestamente del proprio lavoro (4,11; Cf. 2Ts 3,6-12).
Nel primo elenco di peccati steso dall’apostolo (Gal 5,19-21), compaiono tra i «frutti della carne» anche atteggiamenti a cui non sono estranei i disordini circa i beni economici. Inoltre, tra i consigli dell’apostolo figura quello che «chi viene istruito nella dottrina, faccia parte di quanto possiede a chi lo istruisce» (Gal 6,6); il che, se si riferisce anche ai beni spirituali, certo ha di mira anzitutto i beni temporali, secondo quella legge di «fornire del temporale a chi distribuisce lo spirituale», che è spesso enunciata da Paolo (lTs 2,6.9; 2Ts 3,9; ecc.). [...] Più di una volta, negli scritti dell’apostolo, l’avarizia è identificata con l’idolatria (Col 3,5). Le due affermazioni si trovano in testi ove viene tracciata una vivace opposizione tra condotta pagana e condotta cristiana: l’ingiusta avidità di guadagni sempre maggiori appare a Paolo precipuamente un costume pagano, tanto da essere quasi l’emblema della società idolatra e pagana del suo tempo.
Un testo di grande interesse è contenuto nella prima lettera a Timoteo (1Tm 6,9-10.17-19). Sotto forma meno violenta, si ritrova qui la maledizione evangelica ai ricchi. Paolo sta bollando coloro che sfruttano a scopo di arricchimento personale gli uditori che accorrono alle loro adunanze e considerano la loro religione come un mezzo ordinario di guadagno (vv. 3-5). «Certo, la pietà è un grande guadagno», spiega l’apostolo, ma in campo spirituale; poiché in quello economico, l’ideale cristiano è la sobrietà, la moderazione (v. 6), mentre la brama di arricchire è «la radice di tutti i mali» e fonte di rovina. Che, anzi, non solo la bramosia delle ricchezze, ma anche la ricchezza onestamente guadagnata può divenire un ostacolo grave per chi la possiede, perché lo rende sia altezzoso e fiducioso in sé anziché in Dio, sia egoista e insensibile al bisogno altrui; mentre le ricchezze devono servire a «fare del bene» e raggiungere la vera vita.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano» (Vangelo).
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
O Dio, che ci hai nutriti con il pane degli angeli,
fa’ che ti serviamo con carità e purezza,
e sull’esempio di san Luigi Gonzaga,
viviamo in perenne rendimento di grazie.
Per Cristo nostro Signore.
fa’ che ti serviamo con carità e purezza,
e sull’esempio di san Luigi Gonzaga,
viviamo in perenne rendimento di grazie.
Per Cristo nostro Signore.