5 Dicembre 2018

Mercoledì della I Settimana di Avvento


Oggi Gesù ci dice: «Sento compassione di questa folla: non voglio rimandarli digiuni, perché non svengano lungo la strada» (Mt 5,32 - Antifona alla comunione).

Dal Vangelo secondo Matteo 15,29-37: Tutti mangiarono a sazietà. Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene: il motivo del miracolo va trovato esclusivamente nella compassione di Gesù per la folla che ormai da tre giorni lo seguiva per ascoltare la sua parola. La compassione è un moto dell’animo che ci fa sentire dispiacere o dolore dei mali altrui, quasi li soffrissimo noi. Se il miracolo è manifestazione della potenza di Gesù, “Dio benedetto nei secoli” (Rm 9,5), la commozione è rivelazione della sua anima, “manifestazione evidente della tenerezza del cuore di Cristo Uomo” (San Josemaria Balanguer).

La moltiplicazione dei pani - Claude Tassin (Vangelo di Matteo): Il commento di Mt 14,13-21 ha rilevato che le prime Chiese di origine pagana hanno come ridisegnato il quadro della moltiplicazione dei pani con ritocchi simbolici più vicini alla loro condizione spirituale. La tradizione ha registrato la loro versione come un secondo episodio segnato da tratti più universali. Ad esempio, le folle seguono Gesù «da tre giorni», cioè, simbolicamente, dalla sua risurrezione (v. 32); il numero sette (vv. 34 e 37) si sostituisce al numero dodici, forse in memoria dei sette ministri che, preposti al servizio delle mense (cfr. At 6,2-6), evangelizzarono i pagani; nel riferimento al rito eucaristico (v. 36) il verbo benedire (cfr. 14,19), tipicamente ebraico, è sostituito dall'espressione rendere grazie, tipicamente greca. Infine il numero di quattro mila uomini (v. 38) simboleggia il complesso dei quattro punti cardinali.
Però Matteo non sfrutta più di tanto questi dati; egli elimina anche l'espressione «sono venuti da lontano» (Mc 8,3) con cui la Bibbia ama designare i pagani. In pratica, il senso che l'evangelista conferisce a questo nuovo episodio si chiarisce con un'introduzione di sua mano (vv. 29-31) più ampia di quella relativa alla prima moltiplicazione dei pani (cfr. 14,14). Qui, la scena si svolge su una montagna di Galilea, là dove, più tardi (cfr. Mt 28,16), inizierà la missione universale. Inoltre, Gesù «si siede» e ci si aspetta un discorso, come in 5,1. Ma questa volta l'insegnamento avviene per mezzo di azioni, delle guarigioni (vv. 30-31) che ricordano i segni del Messia poco prima annunciati al Battista (cfr. 11,5). Ma vi è di più: al v. 31, sono i muti e i ciechi che caratterizzano l'elencazione dei miracoli, come un'eco della guarigione del cieco muto all'inizio della sezione, in 12,22-23. E le folle, allora, «glorificano il Dio d'Israele». L'espressione riassume la conclusione di un salmo (Sal 72,17b-19) che cantava le meraviglie compiute dal futuro figlio di Davide, amico dei poveri e degli sventurati e la cui gloria avrebbe riempito tutta la terra.
Colui che ha compassione delle folle e le sfama è quindi davvero il Messia, salvatore degli afflitti; e la folla dei piccoli scopre in lui l'azione di Dio. È colui che apre la bocca di coloro che non sanno esprimere la propria fede e gli occhi di coloro che non lo riconoscono ancora adeguatamente. Così, con una seconda moltiplicazione dei pani, Gesù, secondo Matteo, concede una replica, per meglio rivelarsi ai discepoli che egli si impegna a formare.
Ed è su questo obiettivo che Gesù li associa al proprio lavoro. I discepoli hanno detto: «Rimanda le folle», ed egli li ha coinvolti nel compito di sfamarle; essi gli chiedono di « rimandare » la cananea e lo hanno visto cedere alla fede di questa. Adesso, Gesù procede oltre: «Non voglio rimandarli», dice (15,32). Essi finiranno per comprendere chi è colui che seguono e, allo stesso tempo, qua! è la loro missione.

Prese il pane… - Wolfgang Trilling: Il cerimoniale è lo stesso della prima volta. Gesù prende il pane e, recitata la preghiera di ringraziamento, lo spezza e lo dà ai discepoli perché lo distribuiscano alla folla. Anche questa volta si raccolgono i pezzi avanzati e si stabilisce il numero di quelli che hanno mangiato. La prima volta cinquemila uomini, la seconda quattromila, senza contare le donne e i bambini. In Israele si contano gli uomini, come capofamiglia. Il numero elevato non solo vuol dare l'idea della grandezza del miracolo, ma sottolineare che qui si è radunato ed è stato nutrito il popolo. Naturalmente non tutto il popolo di Israele, ma una gran numero, così da poter essere considerato una significativa rappresentanza. Come «popolo» Israele era stato condotto attraverso il deserto verso la terra promessa. La scena risveglia nei cuori questo ricordo; nello stesso tempo si presenta un'immagine per il futuro: Dio si “prenderà cura” del suo popolo, se questi gli sarà nuovamente fedele e sottomesso. In lui non c'è penuria, ma ogni abbondanza: egli ci risana e sazia la nostra fame; è un Dio amico degli uomini; Gesù ha guarito le malattie fisiche e saziato la fame corporale. L'amore di Dio non va interpretato solo in senso spirituale! Dio vede l'uomo anche nelle sue necessità materiali e se ne rende partecipe con una passione più profonda di quella che abbiamo noi, gli uni per gli altri. Egli vuole che tutti gli uomini siano sazi e sani. Nel regno di Dio non esistono solo i valori spirituali e gli atteggiamenti interiori; i suoi discepoli non devono dimenticare le molteplici necessità e miserie degli uomini che hanno fame e freddo e vivono nell'indigenza. Tutto l'uomo è chiamato alla salvezza e deve giungere al banchetto celeste. Nella prima moltiplicazione dei pani Gesù scende dalla barca, nutre la folla e sale sul monte a pregare. Ora discende dal monte, congeda la folla, dopo il miracolo, e sale in barca per passare all'altra riva. Non è ancora giunto il tempo di restare: Gesù è ancora solo di passaggio in mezzo ai suoi. Ci sono certamente momenti privilegiati, in cui il semplice stare assieme rappresenta un anticipo del possesso eterno; come «i tre giorni» che la folla ha trascorso al seguito di Gesù. Ma ora il viaggio deve proseguire; il Messia è chiamato a pellegrinare, affinché tutti ricevano la buona novella. «Andiamocene altrove, per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!» (Mc 1,38). Gesù è pellegrino tra i pellegrini

I miracoli, segni dell’amore di Dio - Gianni Colzani: Nel linguaggio corrente, il miracolo è un fatto sensibile operato da Dio al di fuori delle leggi della natura. Nella concezione biblica, invece, il miracolo non è un fatto che nella sua straordinarietà sia contrario alle leggi di natura: il concetto di legge di natura è moderno e del tutto sconosciuto al mondo biblico.
• Segni dell'amore di Dio. Per le Scritture il miracolo è un'opera potente di Dio e soprattutto un segno con cui Dio ci parla. Non conta solo il fatto straordinario, ma anche il modo e il contesto in cui il segno si colloca e avviene. Esso va dunque inquadrato nell'agire potente e salvifico di Dio: Dio è "maestoso in santità, tremendo nelle imprese, operatore di prodigi" (Es 15,11). Questa potenza è la rivelazione di un amore fedele, colto nella fede e celebrato nella preghiera. Il miracolo va mantenuto sullo sfondo di questa immagine di Dio: è segno di quel Regno a cui la potenza divina è ordinata e delinea una storia aperta all'agire di Dio, da lui guidata. Presenti nell'Antico Testamento (il segno più eloquente e straordinario è l'esodo,
la liberazione del popolo d'Israele dalla schiavitù d'Egitto), i miracoli trovano particolare rilevanza nella vita di Gesù. Lo riconoscono i discepoli, che nella loro predicazione presentano Gesù come “profeta potente in opere e parole, davanti a Dio e a tutto il popolo” (Lc 24,19; cfr. Mt 11,2124; At 10,38); lo riconoscono pure gli avversari, che, se mai, contestano il significato messianico di questa sua attività: per essi si tratta di magia diabolica (Mc 3,22-23).

Il pane eucaristico. Se si colloca la narrazione della moltiplicazione dei pani in un contesto salvifico, allora sarà spontaneo leggere il miracolo dei pani e dei pesci, alla luce dell’Eucarestia: il cibo «apprestato da Gesù, attraverso il miracolo dei pani, è immagine e segno della Cena Eucaristica, in cui il Corpo e il Sangue del Figlio di Dio vengono dati agli uomini nel mistero della sua Pasqua salvifica. Intorno al Corpo Eucaristico si costruisce la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo. Attraverso l’Eucaristia, Gesù diventa cibo e aduna organicamente tutta l’umanità in un Corpo di cui diventa Capo» (P. Massimo Biocco).
Anche se alcuni contestano questa lettura, i verbi prendere (prese i sette pani e i pesci), benedire (rese grazie), spezzare (spezzò i pani), dare (li dava ai discepoli) ci suggeriscono palesemente il senso eucaristico del racconto evangelico.
Ma nella narrazione di Matteo il lettore può trovarvi altri suggerimenti. Per esempio, la sollecitudine di Gesù nello sfamare i cinquemila, fa pensare a qualcos’altro che può essere svelato da alcune sue parole fedelmente registrate dal Vangelo secondo Giovanni: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame, e chi crede in me non avrà sete, mai» (Gv 6,35).
Quindi è un invito a non andare a cercare cibi o bevande che danno la morte (Cf. Gv 6,49); solo Lui, il Pane vivo e vero, disceso dal cielo, può sfamare veramente la fame dell’uomo e donargli la vita eterna. Gesù nel racconto delle tentazioni lo aveva ricordato a Satana, e lo ricorda ad ogni credente: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).
Il Cristo, con queste parole, scardina ogni tentazione di appagarsi dei semplici nutrimenti umani. Il pane che Dio ci dona si contrappone a tutti gli alimenti di questo mondo che non possono saziare l’intimo dell’uomo: è il Verbo eterno del Padre, Lui stesso, Parola fatta carne (Cf. Gv 1,1.14), a farsi alimento dell’intera umanità. In altre parole, solo il Figlio di Dio può soddisfare appieno tutti i bisogni dell’uomo, anche i più profondi e vitali. Lui solo sazia la fame del mondo.
Gesù, vero Uomo e Dio benedetto nei secoli (Cf. Rom 9,5), non solo può procurare agli uomini il pane, l’acqua, la casa, il lavoro, la salute, ma soprattutto solo lui può donare loro la serenità, la pace, la gioia, il benessere e quella vera felicità che supera tutte le felicità umane: la comunione con la Trinità che si compie col mangiare il pane eucaristico: un manducare che è inizio e preludio di quella vita beata che è la vita eterna.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene. Dio non lesina i suoi doni, perché offre le sue grazie e i suoi beni a profusione: «A quelli che sono ricchi in questo mondo ordina di non essere orgogliosi, di non porre la speranza nell’instabilità delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci dà con abbondanza perché possiamo goderne» (1Tm 6,17). Ma perché l’uomo possa, oggi e domani, ricevere il dono di Dio deve essere affamato del pane celeste, deve imitare la generosità del suo Signore, deve saper dare senza chiedere nulla in contraccambio: voi stessi date loro da mangiare, perché solo se si dona si riceve: «Date e vi sarà dato; una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo» (Lc 6,38).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  Dio non lesina i suoi doni, perché offre le sue grazie e i suoi beni a profusione.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Dio grande e misericordioso, prepara con la tua potenza il nostro cuore a incontrare il Cristo che viene, perché ci trovi degni di partecipare al banchetto della vita e ci serva egli stesso nel suo avvento glorioso. Per il nostro Signore Gesù Cristo...