IL PENSIERO DEL GIORNO
6 Settembre 2017
Oggi Gesù ci dice: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato» (Lc 4,43).
Benedetto Prete (Il Vangelo secondo Luca): Gesù afferma apertamente quale sia la missione che lo attende manifestando con queste parole la chiara coscienza del compito che deve svolgere.
Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!» - G. Gio. e S. L. (Satana, in Schede Bibliche Pastorali, Vol. VII - EDB): Satana l’accusatore - Il testo più antico che parla di Satana (si può infatti collocarlo sullo scorcio del VI secolo a.C., poco dopo il ritorno dall’esilio babilonese) è Zaccaria 3,1-5.
Nella visione del profeta, Giosuè, destinato ad assumere il sacerdozio nel tempio in fase di ricostruzione, compare in giudizio davanti al tribunale di Dio. L’angelo di JHWH gli sta di fronte in qualità di giudice, Satana è alla sua destra «per accusarlo».
Satana compare dunque come accusatore pubblico in giudizio (Cf. Sal 109,6) presso la corte celeste.
La sua figura non rivela le caratteristiche proprie di un essere fondamentalmente cattivo, perverso e nemico di Dio: infatti l’accusa è ben motivata dalle mancanze realmente commesse da Giosuè e simboleggiate dalle «vesti sudicie» che egli porta: Satana sta difendendo gli interessi della giustizia di Dio; sta alla corte di JHWH, angelo tra gli angeli, e non fa altro che compiere fedelmente l’incarico che gli è stato affidato. Non manca però un risvolto negativo, per il quale Satana viene aspramente rimproverato dall’angelo di JHWH: è l’incapacità di assumere la giustizia nella misericordia. Satana, rigido tutore della giustizia, non riesce ad assecondare il piano divino: egli è «cattivo» in quanto si oppone al trionfo della misericordia.
Il Nuovo Testamento conosce questa immagine di Satana accusatore, anche se non riproduce alla lettera tutti i particolari scenici del giudizio quali si trovano nella visione di Zaccaria. Non è solo la diversa mentalità e l’evoluzione culturale a modificare la rappresentazione neotestamentaria. C’è il fatto nuovo: Cristo, l’autentico protagonista vittorioso, vero angelo difensore presso il tribunale di Dio. Satana quindi viene completamente esautorato dal suo ruolo, perché «non c’è dunque ora più nessuna condanna per quelli che sono in Gesù Cristo» (Rom 8,1).
Paolo esprime questo pensiero con il cuore pieno di speranza che sfocia in un caldo inno all’amore di Dio. Si avverte l’eco dell’annuncio di salvezza dei profeti (Is 50,7-9) che si è realizzato compiutamente in Cristo: «Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo?» (Rom 8,31-35).
Si ritrova questa prospettiva in Apocalisse 12,10-11, che forse riprende un testo più antico. Michele e i suoi angeli lottano contro il Dragone e i suoi. Il Dragone, colui che è chiamato Diavolo, Satana e Accusatore, è sconfitto e precipitato sulla terra.
Anche qui risuona un inno di vittoria. Non c’è più posto in cielo per un accusatore; Satana non ha più diritto di accusare i cristiani: i loro peccati sono stati espiati nel sangue di Cristo ed essi «hanno lavate le loro vesti e le hanno rese candide col sangue dell’Agnello» (Ap 7,14; cf. Ap 19,8). Essi hanno «come difensore presso il Padre Gesù Cristo giusto... propiziazione per i peccati» (1Gv 2,1-2).
Anche qui Satana non viene rappresentato come un essere, la cui natura è intrinsecamente cattiva. Il suo errore, il lato oscuro della sua personalità emerge dalla sua incomprensione tenace per il piano di Dio, che è un trionfo della misericordia, e contro il quale egli oppone un rifiuto irriducibile. Per ben valutare questi testi non bisogna dimenticare un elemento di fondamentale importanza; la loro prospettiva non è quella di parlare di Satana per delinearne la figura, ma di annunciare la definitiva vittoria di Dio in Cristo. Ecco perché rimane pura curiosità, aliena dalle visioni della Bibbia, pretendere di chiarire fino in fondo quegli aspetti di ambivalenza, quelle zone di oscurità che sono presenti nella raffigurazione biblica di Satana.
Andiamocene altrove - Il racconto della guarigione della suocera di Simon Pietro a una lettura più attenta potrebbe celare delle sorprese. Letto con gli occhi di Luca assume un significato che va al di là del puro fatto di cronaca. Il terzo evangelista, infatti, «sottolinea la forza [con il verbo minacciò la febbre, lo stesso usato per indicare la scacciata del demonio] e l’istantaneità [con l’espressione Alzatasi all’istante], oltre alla gravità della malattia [era afflitta da una grande febbre]: egli perciò la considera come un potente esorcismo di Gesù, sempre impegnato nella lotta non solo contro Satana, ma anche contro le conseguenze del peccato [in questo caso contro la malattia]» (Carlo Ghidelli, Luca). La lotta contro Satana è una idea forza che troviamo diffusamente nei Vangeli ed è presente anche in Marco che ne fa quasi un tratto fondamentale del ministero apostolico di Gesù (Cf. Mc 1,39). San Giovanni, quasi a sintetizzare la missione di Gesù, afferma che Egli è «apparso per distruggere le opere del diavolo» (1Gv 3,8).
Letto con gli occhi di Marco vi è un altro particolare molto interessante. Quando si dice della suocera di Pietro che Gesù la fece alzare, il secondo evangelista usa il verbo egeirō che viene spesso usato per indicare la risurrezione di Gesù (Cf. Mc 14,28; 16,6; 1Cor 15,4; At 3,15; 13,37). Molto probabilmente la Chiesa primitiva ha letto il miracolo come una «prefigurazione della risurrezione escatologica operata nel genere umano attraverso la morte e la risurrezione di Cristo» (Edward J. Mally, S.J.).
Il racconto evangelico è attraversato da un crescendo di emozioni, di entusiasmo e di buoni sentimenti, almeno da parte della folla che non si stanca di ascoltare il Maestro e dei molti ammalati che assediano la casa dove Egli è ospite per ottenere la guarigione fisica. Si passa dalla entusiasta accoglienza nella sinagoga alla guarigione della suocera di Pietro; dalla guarigione di molti ammalati «affetti da varie malattie» alla liberazione di indemoniati e ossessi fino a raggiungere il culmine con l’affermazione che Luca mette bene in evidenza: “Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via”. Ma su questo entusiasmo arriva una risposta a dir poco sconcertante e inattesa: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
Gesù “è stato mandato dal Padre” per andare e dedicarsi alla salvezza dei Giudei e dei pagani: «per questo Egli è venuto» (Mc 1,38). Egli è venuto a chiamare i peccatori (Cf. Mc 2,17), a cercare la pecora perduta (Cf. Lc 14,4-6) e a dare «la propria vita in riscatto per molti» (Cf. Mc 10,45).
Con queste parole, È necessario che io annunci…, Gesù per la prima volta «parla della sua missione e manifesta chiaramente il proposito di volersi attenere alla volontà del Padre, considerando suo compito primo l’annuncio della salvezza e non quello di soddisfare la curiosità o l’entusiasmo delle folle come un qualunque guaritore più o meno abile» (ADALBERTO SISTI, Marco, NVB).
La vita di Gesù è una vita girovaga senza riposo e senza un tetto sotto il quale ripararsi (Cf. Mt 8,20), uno stile di vita che i discepoli devono saper imitare. Sul suo esempio, Egli vuole che i suoi discepoli siano decisi ad abbracciare questo stile di vita intessuto di povertà e di precarietà, pronti nell’abbandonare affetti, case e parentele varie per mettersi al suo seguito (Cf. Mt 8,21-22). Un distacco totale che contrassegna la sequela cristiana.
Ritirandosi in un luogo deserto per pregare, Gesù indica ai suoi discepoli la fonte dove trovare la forza per attuare un simile programma di vita. I Vangeli amano parlare della preghiera di Gesù.
Sopra tutto la ricordano in occasione dei momenti più importanti del ministero pubblico del Signore: il battesimo (Cf. Lc 3,21), la chiamata degli Apostoli (Cf. Lc 6,12), la prima moltiplicazione dei pani (Cf. Mc 6,46), la Trasfigurazione (Cf. Lc 9,29), nel Getsemani (Cf. Mt 26,39), sulla croce quando prega per i suoi carnefici (Cf. Lc 23,34). Altresì, possiamo ricordare quante volte la preghiera ottenne il dono della guarigione da Gesù: il cieco nato (Cf. Mc 10,46-56), la guarigione del lebbroso (Cf. Mt 8,23), la Cananea (Cf. Mt 15,21-28). Il discepolo apprende in questo modo il segreto della preghiera come unico fondamento su cui poggiare la sua fede, la sua speranza. Senza la preghiera il cristiano non può essere fedele alla sua vocazione e alla sua elezione (2Pt 2,10).
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Senza la preghiera il cristiano non può essere fedele alla sua vocazione e alla sua elezione.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Preghiamo con la Chiesa: O Dio, nostro Padre, unica fonte di ogni dono perfetto, suscita in noi l’amore per te e ravviva la nostra fede, perché si sviluppi in noi il germe del bene e con il tuo aiuto maturi fino alla sua pienezza. Per il nostro Signore Gesù Cristo...