IL PENSIERO DEL GIORNO
24 Settembre 2017
Oggi Gesù ci dice: «Sei invidioso perché io sono buono?» (cfr. Mt 20,15).
Mt 20,1-15: La ricompensa che i discepoli di Gesù devono attendersi non poggia sui parametri della meritocrazia, ma unicamente sulla sovrabbondante bontà e misericordia di Dio. Assumendo «fino a sera operai disoccupati e dando a tutti un salario intero, il padrone della vigna dà prova di una bontà che va oltre la giustizia, senza, d’altra parte, lederla. Tale è Dio, che introduce nel suo regno anche uomini chiamati tardi come i peccatori e i pagani» (Bibbia di Gerusalemme). I Giudei, i chiamati della prima ora, non se ne devono scandalizzare.
Catechismo degli Adulti 125
Le parabole: Le parabole sono racconti simbolici, in cui il paragone fra due realtà viene elaborato in una narrazione. Si tratta di un genere letterario che aveva precedenti nell’Antico Testamento, come ad esempio la severa parabola con cui il profeta Natan indusse a conversione il re David; ma Gesù lo impiega in modo estremamente originale. Vi fa ricorso per lo più quando si rivolge a quelli che non fanno parte della cerchia dei discepoli: i notabili, le autorità, la folla dei curiosi. Narra con eleganza piccole storie verosimili, ambientandole nella vita ordinaria, quasi a insinuare che il Regno è già all’opera con la sua potenza nascosta. Ma ecco, nel bel mezzo della normalità, uscir fuori spesso l’imprevedibile, l’insolito, come ad esempio la paga data agli operai della vigna: uguale per tutti, malgrado il diverso lavoro. È la novità del Regno, il suo carattere di dono gratuito e incomparabile.
Gesù fa appello all’esperienza delle persone. Invita a riflettere e a capire, a liberarsi dai pregiudizi. Il suo punto di vista si pone in contrasto con quello degli interlocutori. Ascoltando la parabola, costoro si trovano coinvolti dentro una dinamica conflittuale e sono costretti a scegliere, a schierarsi con lui o contro di lui. Anzi, la provocazione risulterebbe ancor più evidente, se conoscessimo le situazioni originarie concrete, in cui le parabole furono pronunciate. La loro forza comunque è ben superiore a quella di una generica esortazione moraleggiante.
Giovanni Paolo II (Omelia, 23 settembre 1990)
La parabola degli operai mandati nella vigna
“Ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio”. E il Figlio come si esprime? Preferisce parlare in parabole. Anche oggi ne abbiamo ascoltato una, quella degli operai mandati nella vigna. Il senso è chiaro. Gesù non si propone certo di trattare la questione salariale nel contesto della giustizia sociale. Egli vuole piuttosto illustrare l’atteggiamento di Dio verso l’uomo; atteggiamento che non si ispira al modello contrattuale, bensì al principio della gratuità che supera ogni logica umana e ogni concezione giuridica.
La conclusione della parabola può sembrare misteriosa. Agli uomini dell’ultima ora viene corrisposta la stessa ricompensa pattuita per gli altri che invece hanno “sopportato il peso della giornata e il caldo”. Il comportamento del padrone della vigna appare provocatorio e non meraviglia che desti delle proteste. Può essere anche istintivo provare gelosia e invidia perché un altro ottiene senza suo merito ciò che a noi è stato possibile conquistare solo con dura fatica. Ma la giustizia divina è ben diversa da quella umana. Inutile mettere a confronto le vie di Dio con gli angusti sentieri dei nostri ragionamenti!
Quanto opportunamente, allora, l’odierna liturgia ci prepara all’ascolto del Vangelo, con il versetto dell’Alleluia che così dice: “Apri, Signore, il nostro cuore, perché aderiamo alle parole del tuo Figlio”. Sì, bisogna aderire a queste parole. Bisogna ascoltarle fino in fondo: “Tutto quello che Gesù fece e insegnò” (At 1,1), si riassume nella parola più potente e definitiva della sua morte e della sua risurrezione: la parola della Pasqua di Cristo, la parola della nostra redenzione.
Nella Liturgia, la Chiesa imbandisce per noi la mensa della Parola di Dio, perché il suo ascolto ci disponga ad accostarci all’Eucaristia, mistico banchetto del corpo e del sangue del Signore. In così ineffabile sacrificio il Figlio, della stessa sostanza del Padre, parla senza parole. La croce è la sua parola più efficace e decisiva. E anche l’eterno Padre si manifesta, in modo assoluto e definitivo, in questa parola del Figlio. È la parola della Redenzione, la parola di Vita eterna: perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).
Dopo questa parola, nella storia della divina rivelazione, è sopraggiunto il silenzio colmato dalla discesa dello Spirito Santo. Un silenzio, tuttavia, che fa vivere. “È lo Spirito che dà la vita” (Gv 6, 63). Il silenzio che scruta profondamente e spiega tutte le parole di Cristo, spiega anche questa parabola degli operai nella vigna, spiega fino a dare a ciascuno una risposta a questo interrogativo che viene dalla provocazione, a questo perché.
Siamo chiamati a partecipare, non solamente ad ascoltare, non solamente a essere osservatori: non si può essere osservatori di questa parola che è la croce, la Pasqua. Siamo chiamati ad aprire il cuore alle parole di Cristo, perché il suo Spirito possa operare in noi. Questa è la realtà anche di questa nostra assemblea, e soprattutto di questa nostra assemblea eucaristica qui nel centro di Ferrara.
Siamo chiamati come operai in questa vigna, che raffigura il regno di Dio, un regno che non ci è stato soltanto dato nella parola di Cristo, nel mistero cioè della croce e della risurrezione, come bene da possedere, ma che ci è stato affidato come missione da compiere. E la perenne effusione dello Spirito Santo ci conferma costantemente in tale compito. Ci fa cristiani, ci fa partecipi del mistero pasquale di Cristo, del suo Vangelo, della sua redenzione, ci fa partecipi, ci fa tutti apostoli.
Paolo VI (Messaggio, 19 marzo 1969)
Appello ai cuori giovanili
A questi cuori giovanili, Noi soprattutto Ci rivolgiamo, al termine del presente Messaggio, il quale è più che altro un colloquio e un dialogo: a voi, giovani, che, oggi più che mai, potete e dovete sentire la voce di Cristo che chiama, indicandovi le regioni del mondo già prossime a maturazione, pronte per la mietitura (cfr. Io. 4,35), ove mancano, e sono pur tanto necessari, i sacerdoti, i missionari, le suore di contemplazione e di apostolato. L’anima dei giovani del tempo nostro è forse più adatta e disposta a captare quest’imponderabile chiamata, perché essi sono più che mai assetati di assoluto, di generosità, di autenticità. I giovani oggi, certo la grande maggioranza, non vogliono parole, ma fatti; vogliono pagare di persona, vogliono costruire un mondo nuovo. E ad essi, come sempre, la Chiesa è ancor là, viva e discreta, stimolante e silenziosa, a chiedere le loro energie, a spalancar loro il campo immenso della collaborazione, a presentar loro le anime ansiose di verità, le moltitudini delle nostre città e delle nostre campagne, ed anche, più oltre, i corpi minati dalla fame, le braccia languenti dei malati e dei lebbrosi, per ripetere, con la sua voce non mai affievolita, che sovrasta i clamori della violenza inconsulta, e i seducenti richiami dell’edonismo molle ed egoista, la voce dell’antica parabola: «Perché ve ne state tutto il giorno oziosi? Andate anche voi nella mia vigna»! (Matth. 20,6).
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** La parabola evangelica spalanca davanti al nostro sguardo l’immensa vigna del Signore e la moltitudine di persone, uomini e donne, che da lui sono chiamate e mandate perché in essa abbiano a lavorare. La vigna è il mondo intero (cfr. Mt 13,38), che dev’essere trasformato secondo il disegno di Dio in vista dell’avvento definitivo del Regno di Dio. (Christifideles laici 1).
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Preghiamo con la Chiesa: O Padre giusto e grande, nel dare all’ultimo operaio come al primo dimostri che le tue vie distano dalle nostre vie quanto il cielo dista dalla terra; apri il nostro cuore all’intelligenza delle parole del tuo Figlio, perché comprendiamo l’impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino. Per il nostro Signore Gesù Cristo ...