IL PENSIERO DEL GIORNO


23 Settembre 2017


Oggi Gesù ci dice: «Beati coloro che custodiscono la Parola di Dio con cuore integro e buono e producono frutto con perseveranza» (cfr. Lc 8,25 - Canto al Vangelo).

Vangelo secondo Luca 8,4-15: La parabola del seminatore vuole mettere in evidenza gli ostacoli che il regno di Dio trova nel suo sviluppo sulla terra. Ma, nonostante i fallimenti e l’incorrispondenza di molti, il seme, a suo tempo, porterà abbondanti frutti. Un messaggio di ottimismo per tanti cristiani delusi (cfr. Lc 24,13ss).


Catechismo della Chiesa Cattolica
  
Il seminatore uscì a seminare il suo seme: CCC 543: Tutti gli uomini sono chiamati ad entrare nel Regno. Annunziato dapprima ai figli di Israele, questo regno messianico è destinato ad accogliere gli uomini di tutte le nazioni. Per accedervi, è necessario accogliere la parola di Gesù: «La parola del Signore è paragonata appunto al seme che viene seminato in un campo: quelli che l’ascoltano con fede e appartengono al piccolo gregge di Cristo hanno accolto il regno stesso di Dio; poi il seme per virtù propria germoglia e cresce fino al tempo del raccolto».

Una parte cadde...: CCC 2707: I metodi di meditazione sono tanti quanti i maestri spirituali. Un cristiano deve meditare regolarmente, altrimenti rassomiglia ai tre primi terreni della parabola del seminatore. Ma un metodo non è che una guida; l’importante è avanzare, con lo Spirito Santo, sull’unica via della preghiera: Cristo Gesù.

Un’altra parte cadde sulla pietra: CCC 2731: Un’altra difficoltà, specialmente per coloro che vogliono sinceramente pregare, è l’aridità. Fa parte dell’orazione nella quale il cuore è insensibile, senza gusto per i pensieri, i ricordi e i sentimenti anche spirituali. È il momento della fede pura, che rimane con Gesù nell’agonia e nella tomba. «Il chicco di grano, [...] se muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Se l’aridità è dovuta alla mancanza di radice, perché la parola è caduta sulla pietra, il combattimento rientra nel campo della conversione.


Gesù ama parlare in parabole - DANIEL SESBOÜÉ (Parabola in Dizionario di Teologia Biblica): Il mistero del regno e della persona di Gesù è talmente nuovo che anch’esso non può manifestarsi se non gradualmente, e secondo la ricettività diversa degli uditori. Perciò Gesù, nella prima parte della sua vita pubblica, raccomanda a suo riguardo il «segreto messianico», posto in così forte rilievo da Marco (1,34.44; 3,12; 5,43 ... ). Perciò pure egli ama parlare in parabole che, pur dando una prima idea della sua dottrina, obbligano a riflettere ed hanno bisogno di una spiegazione per essere perfettamente comprese. Si perviene così a un insegnamento a due livelli, ben sottolineato da Mc 4, 33-34: il ricorso a temi classici (il re, il banchetto, la vite, il pastore, le semine...) mette sulla buona strada l’insieme degli ascoltatori; ma i discepoli hanno diritto a un approfondimento della dottrina, impartito da Gesù stesso. I loro quesiti ricordano allora gli interventi dei veggenti nelle apocalissi (Mi 13,10-13.34s-36.51; 15,15; cfr. Dan 2,18ss; 7,16). Le parabole appaiono così una specie di mediazione necessaria affinché la ragione si apra alla fede: più il credente penetra nel mistero rivelato, più approfondisce la comprensione delle parabole; viceversa, più l’uomo rifiuta il messaggio di Gesù, più gli resta interdetto l’accesso alle parabole del regno. Gli evangelisti sottolineano appunto questo fatto quando, colpiti dalla ostinazione  di molti Giudei di fronte al vangelo, rappresentano Gesù che risponde ai discepoli con una citazione di Isaia: le parabole mettono in evidenza l’accecamento di coloro che rifiutano deliberatamente di aprirsi al messaggio di Cristo (Mt 13,10-15par.). Tuttavia, accanto a queste parabole affini alle apocalissi, ce ne sono di più chiare che hanno di mira insegnamenti morali accessibili a tutti (così Lc 8,16ss; 10,30-37; 11,5-8).
L’INTERPRETAZIONE DELLE PARABOLE: Se ci si pone in questo contesto biblico ed orientale in cui Gesù parlava, e si tiene conto della sua volontà di insegnamento progressivo, diventa più facile interpretare le parabole. La loro materia sono i fatti umili della vita quotidiana, ma anche, e forse soprattutto, i grandi avvenimenti della storia sacra. I loro temi classici, facilmente reperibili, sono già pregni di significato per il loro sfondo di Vecchio Testamento, al momento in cui Gesù se ne serve. Nessuna inverosimiglianza deve stupire nei racconti composti con libertà ed interamente ordinati all’insegnamento; il lettore non dev’essere urtato dall’atteggiamento di taluni personaggi presentati per evocare un ragionamento a fortiori od a contrario (ad es. Lc 6,1-8; 18,1-5). Ad ogni modo bisogna anzitutto mettere in luce l’aspetto teocentrico, e più precisamente cristocentrico, della maggior parte delle parabole. Qualunque sia la misura esatta dell’allegoria, in definitiva il personaggio centrale deve per lo più evocare il Padre Celeste (Mt 21,28; Lc 15,11), o Cristo stesso - sia nella sua missione storica (il «seminatore» di Mt 13, 3.24.31 par.), sia nella sua gloria futura (il «ladro» di Mt 24,43; il «padrone» di Mt 25,14; lo «sposo» di Mt 25,1); e quando ve ne sono due, sono il Padre ed il Figlio (Mt 20,1-16; 21,33.37; 22,2). Infatti l’amore del Padre testimoniato agli uomini con l’invio del suo Figlio è la grande rivelazione portata da Gesù. A questo servono le parabole che mostrano il compimento perfetto che il nuovo regno dà al disegno di Dio sul mondo.


Liselotte Mattern: La parabola del seminatore ci è tramandata in Mt 13.355. Mc 4,355 e Lc 8,555. Il racconto corrisponde all’ambiente palestinese: dopo il raccolto di giugno, spine e cardi crescono abbondanti nei campi e ricoprono anche le pietre che raggiungono quasi la superficie. Immediatamente dopo la semina. con l’aratura la semente viene interrata assieme alla sterpaglia. In maniera sorprendentemente minuziosa, però, la parabola Mc 4,4-7 descrive la successiva non riuscita di quanto è stato seminato. Ciononostante alla fine si parla di un sovrabbondante raccolto. La finalità del racconto sta evidentemente in questo accostamento di insuccesso e successo.
Per capire una parabola è determinante riconoscere che cosa vuoi indicare l’immagine, poiché l’immagine “è simile” a una realtà. È quindi decisivo trovare il punto di paragone tra immagine e realtà. Se nel racconto del seminatore la finalità dell’“immagine” e con ciò il punto di paragone tra immagine e realtà è l’accostamento di successo e insuccesso, allora la parabola vorrà dire: anche se in un primo tempo sembra prevalere l’insuccesso, Dio raggiunge tuttavia la sua meta gloriosa. Parlando così risponde forse Gesù a degli avversari che deridono il suo “successo”?


«Ecco, il seminatore uscì a seminare» - I Giorni del Signore (Commento delle Letture Domenicali): Apparentemente, la parabola del seminatore è di un’estrema semplicità e non solleva alcun problema di interpretazione. Il racconto è tutto sommato banale: chiunque di noi ha avuto occasione di osservarlo in un paese dove si semina nei campi aperti, senza troppo preoccuparsi del terreno su cui cade la semente, o almeno dando per scontato che una buona parte cadrà su un terreno favorevole.
Ed ecco la cosa stupenda. Su quel suolo eterogeneo, vicino a una strada dove sono venuti gli uccelli a divo­rare tutto, su quel campo dove affiora la pietra o dove ci sono le spine, qualche mese più tardi si vedono le spighe che sono cresciute fitte non appena i semi hanno trovato un poco di terra buona. Veramente il seminatore aveva ragione a seminare generosamente, a piene mani, ha fatto bene a non preoccuparsi troppo del terreno. Straordinaria potenza della semente che riesce a dare frutto con un rendimento fuori del comune: fino sl cento per uno!
Gesù è quel seminatore fiducioso che ha lanciato a tutti i venti la semente che è la sua parola. Al vedere quanta folla si riunisce attorno a lui, come non essere stupiti dal successo della sua generosa seminagione? Ma in questa parabola che mette in luce la fecondità della semente, Gesù non nasconde che una parte dei semi va perduta. Non si può allora evitare la domanda: Perché non tutti ricevono la parola in modo che fruttifichi in loro?». La domanda si poneva durante il ministero di Gesù, e ancora di più dopo, quando la sua passione e morte avevano spazzato via tutto e l’esiguo manipolo degli apostoli dovette ricominciare a seminare, senza che il loro lavoro conoscesse il successo di Gesù che, a volte, li esaltava. Perché? La domanda non ha nulla di teorico. È invece angosciante per gli instancabili seminatori e per tutta la Chiesa: perché la predicazione della buona novella è accolta così male? La spiegazione data ai discepoli è la risposta a questa domanda, e la tradizione evangelica non l’ha dimenticata.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** L’amore del Padre testimoniato agli uomini con l’invio del suo Figlio è la grande rivelazione portata da Gesù.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio onnipotente ed eterno, per grazia singolare hai concesso al sacerdote san Pio (da Pietrelcina) di partecipare alla croce del tuo Figlio, e per mezzo del suo mistero hai rinnovato le meraviglie della tua misericordia; per sua intercessione, concedi a noi, uniti costantemente alla passione di Cristo, di giungere felicemente alla gloria della risurrezione. Per il nostro Signore Gesù Cristo…