IL PENSIERO DEL GIORNO

19 Settembre 2017
  

Oggi Gesù ci dice: «Ragazzo, dico a te, alzati!» (Lc 7,14).

Luca ama mettere in evidenza la compassione di Gesù. La madre non chiede nulla al Signore, semplicemente mostra piangendo il suo dolore e Gesù si lascia coinvolgere dal dolore della donna. Gesù compie il miracolo con una parola che suona come un ordine: Ragazzo, dico a te, àlzati! Nessuna invocazione a Dio, nessuna preghiera, nessun gesto, ma soltanto una parola in prima persona, dico a te. Forse è proprio questo l’intento principale di Luca: affermare che la parola di Gesù è parola che salva e dona la vita.


La compassione di Gesù: Catechismo della Chiesa Cattolica 1503: La compassione di Cristo verso i malati e le sue numerose guarigioni di infermi di ogni genere sono un chiaro segno del fatto che Dio ha visitato il suo popolo e che il regno di Dio è vicino. Gesù non ha soltanto il potere di guarire, ma anche di perdonare i peccati: è venuto a guarire l’uomo tutto intero, anima e corpo; è il medico di cui i malati hanno bisogno. La sua compassione verso tutti coloro che soffrono si spinge così lontano che egli si identifica con loro: «Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36). Il suo amore di predilezione per gli infermi non ha cessato, lungo i secoli, di rendere i cristiani particolarmente premurosi verso tutti coloro che soffrono nel corpo e nello spirito. Esso sta all’origine degli instancabili sforzi per alleviare le loro pene.


Gli interrogativi più profondi del genere umano - Gaudium et spes 10: In verità gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo. È proprio all’interno dell’uomo che molti elementi si combattono a vicenda. Da una parte infatti, come creatura, esperimenta in mille modi i suoi limiti; d’altra parte sente di essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato ad una vita superiore. Sollecitato da molte attrattive, è costretto sempre a sceglierne qualcuna e a rinunziare alle altre. Inoltre, debole e peccatore, non di rado fa quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe.
Per cui soffre in se stesso una divisione, dalla quale provengono anche tante e così gravi discordie nella società. Molti, è vero, la cui vita è impregnata di materialismo pratico, sono lungi dall’avere una chiara percezione di questo dramma; oppure, oppressi dalla miseria, non hanno modo di rifletterci. Altri, in gran numero, credono di trovare la loro tranquillità nelle diverse spiegazioni del mondo che sono loro proposte. Alcuni poi dai soli sforzi umani attendono una vera e piena liberazione dell’umanità, e sono persuasi che il futuro regno dell’uomo sulla terra appagherà tutti i desideri del suo cuore. Né manca chi, disperando di dare uno scopo alla vita, loda l’audacia di quanti, stimando l’esistenza umana vuota in se stessa di significato, si sforzano di darne una spiegazione completa mediante la loro sola ispirazione.
Con tutto ciò, di fronte all’evoluzione attuale del mondo, diventano sempre più numerosi quelli che si pongono o sentono con nuova acutezza gli interrogativi più fondamentali: cos’è l’uomo?
Qual è il significato del dolore, del male, della morte, che continuano a sussistere malgrado ogni progresso?
Cosa valgono quelle conquiste pagate a così caro prezzo?
Che apporta l’uomo alla società, e cosa può attendersi da essa?
Cosa ci sarà dopo questa vita?
Ecco: la Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all’uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua altissima vocazione; né è dato in terra un altro Nome agli uomini, mediante il quale possono essere salvati. Essa crede anche di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana.
Inoltre la Chiesa afferma che al di là di tutto ciò che muta stanno realtà immutabili; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli.
Così nella luce di Cristo, immagine del Dio invisibile, primogenito di tutte le creature il Concilio intende rivolgersi a tutti per illustrare il mistero dell’uomo e per cooperare nella ricerca di una soluzione ai principali problemi del nostro tempo.


Risurrezione del figlio della vedova di Naim - Ambrogio (In Luc., 5, 89-92): “Come fu presso la porta della città, ecco che trasportavano un morto, unico figlio di sua madre, e questa era vedova, e molta gente era con lei. Il Signore, vedendola, ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere». E avvicinatosi, toccò la bara” (Lc 7,12-13).
Anche questo passo è ricco di un doppio insegnamento: ci fa comprendere come la divina misericordia venga toccata dal dolore di una madre vedova, addolorata per la perdita del suo figlio unico, di una vedova cui però la folla in lutto restituisce un certo modo i benefici della maternità; d’altra parte, questa vedova, circondata da una folla di popolo, ci sembra assai più di una donna: essa con le sue lacrime ha meritato d’ottenere la risurrezione dell’adolescente, suo figlio unico, così come la santa Chiesa richiama alla vita, dal corteo funebre e dalle profondità del sepolcro, il popolo più giovane, grazie alle sue lacrime, mentre viene proibito di piangere colui cui è riservata la risurrezione.
Orbene, questo morto era portato alla tomba, nella bara, dai quattro elementi della materia; ma esso portava la speranza della risurrezione poiché veniva trasportato nel legno. Quel legno non giovò subito, è vero: ma non appena Gesù lo toccò, esso cominciò a comunicare la vita, perché era un chiaro simbolo della salvezza che doveva diffondersi su tutti, dal patibolo della croce.
Appena udite le parole del Signore, i quattro lugubri portatori della bara si fermarono: essi trascinavano il corpo umano nella mortale vicenda della sua natura materiale. Che altro significa ciò se non che anche noi ci troviamo distesi senza vita in una bara, strumento dell’ultima sepoltura, allorquando il fuoco smisurato della cupidigia senza freni ci consuma, oppure l’amore freddo ci gela, o un certo abituale torpore del corpo smorza il vigore dell’anima, o il nostro spirito, privo della vera luce, s’annebbia nell’intelligenza? Questi sono infatti i portatori del nostro funerale.
Ma, sebbene i supremi sintomi della morte facciano scomparire ogni speranza di vita, sebbene i corpi dei defunti giacciano vicini al sepolcro, pur tuttavia, per la Parola di Dio, i cadaveri già in disfacimento si rialzano, ritorna la voce, ed ecco il figlio viene restituito alla madre, è richiamato dalla tomba, strappato al sepolcro.
Che cosa rappresenta questa tomba se non i cattivi costumi? La tua tomba è la mancanza di fede, il tuo sepolcro è la gola - infatti “la loro gola è un sepolcro spalancato” (Sal 5,11) - che pronunzia parole di morte. Da questo sepolcro ti libera Cristo, e tu da questo sepolcro risorgerai se ascolterai la Parola di Dio.
Anche se sei in grave peccato, un peccato che non puoi lavare con le lacrime del pentimento, ebbene, che pianga allora per te la madre Chiesa, che interviene per ciascuno dei suoi figli come interviene la madre vedova per il suo figlio unico; essa piange per una sofferenza spirituale che in lei è naturale quando vede i suoi figli spinti verso la morte dai vizi funesti. Noi siamo le viscere delle sue viscere: vi sono infatti anche viscere spirituali, quelle che Paolo mostrava di possedere quando diceva: “Sì, fratello, possa io trarre da te qualche utile per il Signore; acqueta le mie viscere in Cristo” (Fm 20). Noi siamo le viscere della Chiesa perché siamo membra del suo corpo, siamo fatti della sua carne e delle sue ossa.
Che pianga dunque la tenera madre, e un popolo, un popolo numerosissimo partecipi al dolore della buona madre. Allora tu ti risolleverai dalla morte, allora sarai liberato dal sepolcro; i portatori della tua bara si arresteranno, e tu comincerai a dire parole di vita; tutti avranno timore. E per l’esempio di uno solo molti si metteranno sulla diritta via, e loderanno Dio per averci accordato tanti potenti rimedi per evitare la morte.


La sofferenza definitiva: Salvifici doloris 14: L’uomo «muore», quando perde «la vita eterna». Il contrario della salvezza non è, quindi, la sola sofferenza temporale, una qualsiasi sofferenza, ma la sofferenza definitiva: la perdita della vita eterna, l’essere respinti da Dio, la dannazione. Il Figlio unigenito è stato dato all’umanità per proteggere l’uomo, prima di tutto, contro questo male definitivo e contro la sofferenza definitiva. Nella sua missione salvifica egli deve, dunque, toccare il male alle sue stesse radici trascendentali, dalle quali esso si sviluppa nella storia dell’uomo. Tali radici trascendentali del male sono fissate nel peccato e nella morte: esse, infatti, si trovano alla base della perdita della vita eterna. La missione del Figlio unigenito consiste nel vincere il peccato e la morte. Egli vince il peccato con la sua obbedienza fino alla morte, e vince la morte con la sua risurrezione.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** L’uomo «muore», quando perde «la vita eterna».
Questa parola cosa ti suggerisce?

Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che hai creato e governi l’universo, fa’ che sperimentiamo la potenza della tua misericordia, per dedicarci con tutte le forze al tuo servizio. Per il nostro Signore Gesù Cristo...