IL PENSIERO DEL GIORNO
13 Settembre 2017
Oggi Gesù ci dice: «Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione» (Lc 6,24).
BENEDETTO PRETE (Il Vangelo secondo Luca): Guai a voi ricchi; le quattro minacce che Luca raccoglie in questa sezione corrispondono alle quattro beatitudini precedenti e ne costituiscono un compimento per opposizione. Alle consolazioni promesse ai poveri, agli affamati, ai piangenti ed ai perseguitati, consolazioni di ordine spirituale e trascendente, vengono contrapposte le consolazioni terrene ed effimere dei ricchi, di quelli che sono ripieni di ogni bene, di quelli che ridono ed infine di tutti coloro che sono stimati e ben visti dagli altri. Tutti questi soddisfatti della vita non hanno da attendere nessun bene superiore per il futuro; ad essi invece sovrasta come castigo la privazione di tutto ciò che costituiva la loro felicità terrena.
Le quattro maledizioni più che rappresentare delle minacce concrete, rivolte contro i ricchi, i ben pasciuti ed i gaudenti della vita, costituiscono delle formule fortemente contrastanti con quelle delle beatitudini; in verità le beatitudini come le maledizioni, disposte secondo un parallelismo antitetico, propongono gli stessi principi: per entrare nel regno di Dio ed aver parte ai suoi beni spirituali è necessario rinunziare alle ricchezze, all'opulenza, alle soddisfazioni della vita e alle approvazioni degli uomini. La maledizione ai ricchi non suona come una condanna indiscriminata della ricchezza in sé o di chi la possiede, ma della ricchezza considerata esclusivamente come mezzo di godimento della vita.
Il testo non indica che Luca è caduto nell’errore di quegli eretici che saranno chiamati ebioniti. L’evangelista insegna il distacco dalle ricchezze, non già condanna chi le possiede o ne faccia uso; egli, pur avendo messo molto in rilievo l’ideale evangelico della povertà e dello spogliamento assoluto dei beni terreni, ha anche trattato con particolare simpatia uomini ricchi, come Zaccheo (cf. Lc 19,1-10) e Giuseppe di Arimatea (cf. Lc 23,50-53). Le maledizioni riferite da Luca nel presente contesto richiamano quelle pronunziate dai profeti contro i loro contemporanei (cf. Is 1,4; 5,8-23; 10,5; Am 5,18; etc.).
Guai a voi ricchi: CCC 2547: Il Signore apostrofa i ricchi, perché trovano la loro consolazione nell’abbondanza dei beni. «Il superbo cerca la potenza terrena, mentre il povero in spirito cerca il regno dei cieli». L’abbandono alla provvidenza del Padre del cielo libera dall’apprensione per il domani. La fiducia in Dio prepara alla beatitudine dei poveri. Essi vedranno Dio.
Beati i poveri: CCC 2444: «L’amore della Chiesa per i poveri [...] appartiene alla sua costante tradizione». Si ispira al Vangelo delle beatitudini, alla povertà di Gesù e alla sua attenzione per i poveri. L’amore per i poveri è anche una delle motivazioni del dovere di lavorare per far parte dei beni a chi si trova in necessità. Tale amore per i poveri non riguarda soltanto la povertà materiale, ma anche le numerose forme di povertà culturale e religiosa.
BEATITUDINE - JOHN L. McKENZIE (Dizionario Biblico): Termine tecnico per indicare una forma letteraria che si trova sia nell’Antico Testamento che nel Nuovo Testamento. La beatitudine è una dichiarazione di benedizione, sulla base di una virtù o della buona sorte. La formula inizia con « beato è ... », la si trova 26 volte nei Salmi, otto volte nei Proverbi, 10 negli altri libri eb dell’Antico Testamento, e 13 nei libri gr dell’Antico Testamento. È connessa a espressioni di preghiera e di sapienza.
Si è detti beati a motivo di una, virtù, o del perdono, della protezione, dell’amicizia di Yahweh. La beatitudine è anche comune nel Nuovo Testamento il più delle volte per la fede o per la partecipazione al regno di Dio. Le più note sono le beatitudini proclamate da Gesù, otto in Mt 5,3ss, quattro in Lc 6, 20 ss. In Matteo le beatitudini possono anche essere considerate nove, se si separa 5,11 da 5,10. È difficile dire quale delle due formulazioni si avvicini maggiormente alle parole realmente pronunciate da Gesù. Le prime tre beatitudini di Luca sono quasi identiche alla prima, seconda e quarta di Matteo, invertendo le ultime due. Queste tre beatitudini lucane si rivolgono a coloro che soffrono la povertà, la fame, il dolore. Tali sofferenze saranno rimosse. La quarta è identica alla ottava di Matteo, persecuzione e odio sopportati nel nome di Gesù. Le beatitudini di Matteo sono state completate con l’aggiunta della mitezza, della misericordia (elemosina), della purezza di cuore, della riconciliazione; a ciascuna beatitudine è stata aggiunta un’esplicita ricompensa, che in ogni caso è sinonimo con il regno dei cieli della prima beatitudine, descritto in termini che corrispondono alla rispettiva adeguata beatitudine. Le beatitudini di Matteo presuppongono il fondamento della virtù cristiana. La differenza fra la «povertà» di Luca e la «povertà di spirito» di Matteo è minore di quanto la traduzione non faccia pensare. Ambedue i termini vogliono indicare le classi depresse del mondo antico, quelle che non avevano beni materiali, né godevano di stima o di reputazione. La beatitudine rivolta a coloro che hanno fame diventò in Matteo un appello a coloro che hanno fame di giustizia. In Matteo viene quindi in un certo senso temperato il paradosso delle beatitudini come si trova in Luca. Il paradosso consiste in questo: la beatitudine non viene proclamata a motivo di una certa buona sorte, ma a motivo proprio di una cattiva sorte, povertà, fame, dolore, persecuzione. Gesù afferma che in queste circostanze l’uomo può essere felice se le accetta come provenienti dal Padre celeste e nello spirito degli ammaestramenti di Gesù. Afferma quindi che l’opposto di queste circostanze - ricchezza, gioia, pienezza - non ha niente a che vedere con la vera felicità, che si deve trovare soltanto nel regno di Dio e nella sua giustizia. Ma il paradosso appare anche in Matteo, dove le beatitudini sono completate con l’aggiunta di alcune difficili abitudini di virtù che esigono il superamento dell'egoismo e dell’ambizione.
Si è detti beati a motivo di una, virtù, o del perdono, della protezione, dell’amicizia di Yahweh. La beatitudine è anche comune nel Nuovo Testamento il più delle volte per la fede o per la partecipazione al regno di Dio. Le più note sono le beatitudini proclamate da Gesù, otto in Mt 5,3ss, quattro in Lc 6, 20 ss. In Matteo le beatitudini possono anche essere considerate nove, se si separa 5,11 da 5,10. È difficile dire quale delle due formulazioni si avvicini maggiormente alle parole realmente pronunciate da Gesù. Le prime tre beatitudini di Luca sono quasi identiche alla prima, seconda e quarta di Matteo, invertendo le ultime due. Queste tre beatitudini lucane si rivolgono a coloro che soffrono la povertà, la fame, il dolore. Tali sofferenze saranno rimosse. La quarta è identica alla ottava di Matteo, persecuzione e odio sopportati nel nome di Gesù. Le beatitudini di Matteo sono state completate con l’aggiunta della mitezza, della misericordia (elemosina), della purezza di cuore, della riconciliazione; a ciascuna beatitudine è stata aggiunta un’esplicita ricompensa, che in ogni caso è sinonimo con il regno dei cieli della prima beatitudine, descritto in termini che corrispondono alla rispettiva adeguata beatitudine. Le beatitudini di Matteo presuppongono il fondamento della virtù cristiana. La differenza fra la «povertà» di Luca e la «povertà di spirito» di Matteo è minore di quanto la traduzione non faccia pensare. Ambedue i termini vogliono indicare le classi depresse del mondo antico, quelle che non avevano beni materiali, né godevano di stima o di reputazione. La beatitudine rivolta a coloro che hanno fame diventò in Matteo un appello a coloro che hanno fame di giustizia. In Matteo viene quindi in un certo senso temperato il paradosso delle beatitudini come si trova in Luca. Il paradosso consiste in questo: la beatitudine non viene proclamata a motivo di una certa buona sorte, ma a motivo proprio di una cattiva sorte, povertà, fame, dolore, persecuzione. Gesù afferma che in queste circostanze l’uomo può essere felice se le accetta come provenienti dal Padre celeste e nello spirito degli ammaestramenti di Gesù. Afferma quindi che l’opposto di queste circostanze - ricchezza, gioia, pienezza - non ha niente a che vedere con la vera felicità, che si deve trovare soltanto nel regno di Dio e nella sua giustizia. Ma il paradosso appare anche in Matteo, dove le beatitudini sono completate con l’aggiunta di alcune difficili abitudini di virtù che esigono il superamento dell'egoismo e dell’ambizione.
LA BEATITUDINE E CRISTO - J.-L. D’ARAGON e X. LÉON-DUFOUR (Dizionario di Teologia Biblica): Gesù non è semplicemente un sapiente di grande esperienza, ma è colui che vive pienamente la beatitudine che propone.
1. Le «beatitudini», poste all'inizio del discorso inaugurale di Gesù, offrono, secondo Mt 5,3-12, il programma della felicità cristiana. Nella recensione di Luca, esse sono abbinate a delle constatazioni di sventura, esaltando in tal modo il valore superiore di certe condizioni di vita (Lc 6,20-26). Queste due interpretazioni tuttavia non possono essere ricondotte alla beatificazione di virtù o stati di vita. Si compensano a vicenda; soprattutto esprimono la verità in esse contenuta solo a condizione che venga loro attribuito quel significato che Gesù aveva dato loro. Gesù infatti è venuto da parte di Dio a pronunciare un solenne sì alle promesse del Vecchio Testamento; il regno dei cieli è lì, le necessità e le afflizioni sono soppresse, la misericordia e la vita, concesse da Dio. Effettivamente, se certe beatitudini sono pronunciate al futuro, la prima («Beati i poveri...»), che contiene virtualmente le altre, intende attualizzarsi fin d’ora. C’è di più. Le beatitudini sono un sì detto da Dio in Gesù. Mentre il Vecchio Testamento giungeva ad identificare la beatitudine con Dio stesso, Gesù si presenta a sua volta come colui che porta a compimento l’aspirazione alla felicità: il regno dei cieli è presente in lui. Più ancora, Gesù ha voluto «incarnare» le beatitudini vivendole perfettamente, mostrandosi «mite ed umile di cuore» (Mt 11,29).
2. Le altre proclamazioni evangeliche tendono tutte parimenti a dimostrare che Gesù è al centro della beatitudine. Maria è «proclamata beata» per aver dato alla luce il Salvatore (Lc 1,48; 11,27), perché ha creduto (1,45); con ciò essa annunzia la beatitudine di tutti coloro che, ascoltando la parola di Dio (11,28), crederanno senza aver visto (Gv 20,29). Guai ai farisei (Mt 23,13-32), a Giuda (26,24), alle città incredule (1,21)! Beato Simone, al quale il Padre ha rivelato in Gesù il Figlio del Dio vivente (Mt 16,17)! Beati gli occhi che hanno visto Gesù (13,16)! Beati soprattutto i discepoli che, in attesa del ritorno del Signore, saranno fedeli, vigilanti (Mt 24,46), tutti dediti al servizio reciproco (Gv 13,17).
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Beati soprattutto i discepoli che, in attesa del ritorno del Signore, saranno fedeli, vigilanti (Mt 24,46), tutti dediti al servizio reciproco (Gv 13,17).Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Preghiamo con la Chiesa: O Padre, che ci hai donato il Salvatore e lo Spirito Santo, guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo...