IL PENSIERO DEL GIORNO
5 GIUGNO 2017
Oggi Gesù ci dice: “Beato l’uomo che teme il Signore e nei suoi precetti trova grande gioia” (Sal 111,1 - Cf. Salmo responsoriale).
Beato l’uomo che teme il Signore: Benedetto XVI (Udienza Generale, 2 novembre 2005): Il Salmista precisa subito in che cosa consista tale timore: esso si manifesta nella docilità ai comandamenti di Dio. È proclamato beato colui che «trova grande gioia» nell’osservare i comandamenti, trovando in essi gioia e pace. La docilità a Dio è, quindi, radice di speranza e di armonia interiore ed esteriore. L’osservanza della legge morale è sorgente di profonda pace della coscienza. Anzi, secondo la visione biblica della «retribuzione», sul giusto si stende il manto della benedizione divina, che imprime stabilità e successo alle sue opere e a quelle dei suoi discendenti: «Potente sulla terra sarà la sua stirpe, la discendenza dei giusti sarà benedetta. Onore e ricchezza nella sua casa» (vv. 2-3; cfr. v. 9). Certo, a questa visione ottimistica si oppongono le osservazioni amare del giusto Giobbe, che sperimenta il mistero del dolore, si sente ingiustamente punito e sottoposto a prove apparentemente insensate. Bisognerà, quindi, leggere questo Salmo nel contesto globale della Rivelazione, che abbraccia la realtà della vita umana in tutti i suoi aspetti. Tuttavia rimane valida la fiducia che il Salmista vuole trasmettere e far sperimentare a chi ha scelto di seguire la via di una condotta moralmente ineccepibile, contro ogni alternativa di illusorio successo ottenuto attraverso l’ingiustizia e l’immoralità. Il cuore di questa fedeltà alla Parola divina consiste in una scelta fondamentale, cioè la carità verso i poveri e i bisognosi: «Felice l’uomo pietoso che dà in prestito… Egli dona largamente ai poveri» (vv. 5.9). Il fedele è, dunque, generoso; rispettando la norma biblica, egli concede prestiti ai fratelli in necessità, senza interesse (cfr. Dt 15,7-11) e senza cadere nell’infamia dell’usura che annienta la vita dei miseri. Il giusto, raccogliendo il monito costante dei profeti, si schiera dalla parte degli emarginati, e li sostiene con aiuti abbondanti. «Egli dona largamente ai poveri», si dice nel versetto 9, esprimendo così un’estrema generosità, completamente disinteressata.
Mc 12,1-12: La parabola dei contadini omicidi si divide in tre parti: nella prima parte, il padrone della vigna manda i servi a ritirare il raccolto; nella seconda i contadini maltrattano i servi, alcuni li uccidono; infine uccidono pure il figlio del padrone; nella terza parte Gesù spiega il senso della parabola, suscitando l’ira dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo.
L’immagine della vigna era familiare agli israeliti come figura di realtà spirituali. Allo stesso tempo, al linguaggio popolare suggeriva delle sentenze (Cf. Gdc 8,2; Ger 31,29) e ispirava ai profeti e agli scrittori biblici numerosissime metafore. Nell’Antico Testamento, la vigna appare talvolta come il simbolo della fertilità (Cf. Sal 128,3; Ez 19,10) e spesso designa il popolo d’Israele (Cf. Is 3,4; 5,1-7; Ger 2,21; 12,10; Ez 15,1; 17,6-10; 19,10-14; Os 10,1). Per esempio nel linguaggio del Cantico dei Cantici o dei Profeti, Israele è la vigna di Dio, l’opera del Signore, la gioia del suo cuore. Sempre nel libro sacro, il castigo di Dio è spesso rappresentato sotto l’aspetto della distruzione di una vigna (Cf. Os 2,14; Is 7,23; 32,10; Ger 8,13), mentre il suo perdono è talora contrassegnato dalla ricostruzione di una vigna fiorente (Cf. Gl 2,22; Mal 3,11). Questo canovaccio non è comunque mantenuto nel Nuovo Testamento. Se nel cantico della vigna (Cf. Is 5,1-7) la casa d’Israele, a motivo della sua ingratitudine e della sua infedeltà, sarà ridotta a un deserto e abbandonata al suo miserevole destino; nella parabola dei contadini omicidi la vigna non sarà distrutta, ma sarà data ad altri che la faranno fruttificare. È una sorta di rigenerazione, un messaggio di speranza. Il testimòne dell’alleanza passerà alla Chiesa: essa in Cristo, suo Capo, sarà il nuovo Israele che consegnerà a Dio i frutti a suo tempo.
Catechismo della Chiesa Cattolica
755 La Chiesa è il podere o campo di Dio. In quel campo cresce l'antico olivo, la cui santa radice sono stati i patriarchi e nel quale è avvenuta e avverrà la riconciliazione dei Giudei e delle genti. Essa è stata piantata dal celeste Agricoltore come vigna scelta. Cristo è la vera Vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui e senza di lui nulla possiamo fare.
.. darà in affitto la vigna ad altri contadini - I contadini omicidi saranno puniti, ma “la morte del Figlio aprirà una nuova tappa del disegno di Dio: affidata a vignaioli fedeli, la vigna darà finalmente il suo frutto” (M. F. Lacan). Il testimòne è così passato alla Chiesa e sarà essa a dare i frutti a Dio, in quanto «podere o campo di Dio. In quel campo cresce l’antico olivo, la cui santa radice sono stati i patriarchi e nel quale è avvenuta e avverrà la riconciliazione dei Giudei e delle genti. Essa è stata piantata dal celeste Agricoltore come vigna scelta. Cristo è la vera Vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui e senza di lui nulla possiamo fare» (CCC 755).
La Chiesa edificata da Gesù sopra la roccia di Pietro, custodirà e confermerà la fede dei suoi membri: «Cristo, “Pietra viva”, assicura alla sua Chiesa fondata su Pietro la vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa. Avrà la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli» (CCC 552). E perché questa missione sia indefettibile, la Chiesa deve conservare con grande attenzione la fede che ha ricevuto in dono, credervi in uno stesso identico modo, come se avesse una sola anima ed un cuore solo, e predicare la verità della fede, insegnarla e trasmetterla con voce unanime, come se avesse una sola bocca (CCC 173).
In pratica, essa deve trasmettere e confessare fedelmente «la sua unica fede, ricevuta da un solo Signore, trasmessa mediante un solo Battesimo, radicata nella convinzione che tutti gli uomini non hanno che un solo Dio e Padre» (CCC 172).
Custodire, trasmettere, confessare sono le peculiarità irrinunciabili della Sposa di Cristo (CCC 796).
In particolare custodirà fedelmente la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte.
Conserverà con cura la memoria delle Parole di Cristo e trasmetterà di generazione in generazione la confessione di fede degli Apostoli (CCC 171).
Ma avrà anche il compito di insegnare il linguaggio della fede: «Come una madre che insegna ai suoi figli a parlare, e con ciò stesso a comprendere e a comunicare, la Chiesa, nostra Madre, ci insegna il linguaggio della fede per introdurci nell’intelligenza della fede e nella vita» (CCC 171).
Fedeltà fino al martirio. È inimmaginabile che la Chiesa, la cui vocazione è quella di essere in questo mondo il sacramento della salvezza, il segno e lo strumento della comunione di Dio e degli uomini (CCC 780), tradisca il suo Fondatore, sia ingrata o sia incapace di produrre quei frutti che il divino Agricoltore esige affinché il suo regno sia sempre più dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento (CCC782).
Ma perché non si resti in una riflessione astratta, è bene ricordare che la parola Chiesa indica la comunità dell’universalità dei credenti.
«Nel linguaggio cristiano, il termine “Chiesa” designa l’assemblea liturgica, ma anche la comunità locale o tutta la comunità universale dei credenti. Di fatto questi tre significati sono inseparabili. La “Chiesa” è il popolo che Dio raduna nel mondo intero. Essa esiste nelle comunità locali e si realizza come assemblea liturgica, soprattutto eucaristica. Essa vive della Parola e del Corpo di Cristo, divenendo così essa stessa Corpo di Cristo» (CCC 752).
Quindi è una fedeltà che interpella tutto il popolo di Dio e in particolare ciascuno di Dio.
Una fedeltà esatta senza mezzi termini dal padrone della vigna e la parabola dei contadini omicidi (Mt 21,22-43) lo esplicita in modo chiaro. Non «basta un’adesione intellettuale al Vangelo, ma bisogna “far frutti” per non essere esclusi dal regno come i capi giudei... L’evangelista attualizza la parabola in senso parenetico, rivolgendo un severo monito ai cristiani delle sue comunità, che potevano ripetere l’errore degli ebrei, staccandosi da Cristo» (A. Poppi). Un giorno, se infedeli, quando ci capiterà di bussare alla porta del Regno di Dio e incominceremo a dire «Signore, signore, aprici!», Lui, il padrone della vigna, risponderà: «In verità io vi dico: non vi conosco» (Mt 25,12). E non servirà protestare, quella porta resterà chiusa per sempre.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** Un giorno, se infedeli, quando ci capiterà di bussare alla porta del Regno di Dio e incominceremo a dire «Signore, signore, aprici!», Lui, il padrone della vigna, risponderà: «In verità io vi dico: non vi conosco» (Mt 25,12). E non servirà protestare, quella porta resterà chiusa per sempre.
** Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che nella tua provvidenza tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza, allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene. Per il nostro Signore Gesù Cristo...