IL PENSIERO DEL GIORNO

27 GIUGNO 2017


Oggi Gesù ci dice: «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano» (Mt 7,13).


Le due vie - Giuseppe Barbaglio (I Vangeli): A prima vista l’immagine è la stessa in Luca e in Matteo. In realtà Matteo parla di una porta di città a cui si accede attraverso una strada; nella versione di Luca invece si tratta della porta da varcare per accedere alla sala del banchetto. Di conseguenza anche l’accento appare diverso: Luca insiste sulla decisione necessaria per varcare la soglia che introduce nel regno; per Matteo importante si presenta il cammino faticoso per arrivar all’ingresso della città. In pratica egli costruisce la metafora sullo schema molto conosciuto delle due vie!
Queste sono descritte in termini antitetici: l’una ampia, angusta l’altra; quella conduce alla perdizione, questa alla vita eterna; molti percorrono la prima, pochi la seconda. Non può esserci dubbio in quale senso debba indirizzarsi la scelta dei discepoli del Signore. Con probabilità il terzo evangelista riflette più fedelmente la paro­
la di Gesù, che intendeva lanciare un appello estremo agli ascoltatori perché si decidessero, nella fede e nella conversione, ad accogliere l’offerta della salvezza. La preoccupazione pastorale ha spinto Matteo a creare l’antitesi delle due vie, inserendovi un significato morale. In concreto, nel contesto del discorso della montagna l’immagine della via angusta serve a esprimere l’impegno duro e faticoso richiesto dalla nuova obbedienza insegnata da Cristo. Egli non ha indicato un cammino facile e comodo, percorribile anche dai meno impegnati. Al contrario le esigenze del regno da lui rivelate sono radicali. Matteo esorta la sua chiesa a trovare nuovo slancio di azione: il cammino è in ascesa, ma è anche l’unico che porta alla città di Dio. L’evangelista ha piegato in senso etico un detto di Gesù che interpellava gli uomini per una scelta decisiva, ma si è pur sempre collocato nel quadro del radicalismo delle esigenze che è una prerogativa della predicazione del maestro.


Condanna degli empi - Catechismo Tridentino (Articolo Settimo, 94): Rivolto poi a quelli che staranno alla sua sinistra, fulminerà contro di essi la sua giustizia con queste parole: Via da me, maledetti, al fuoco eterno, preparato per il diavolo ed i suoi angeli (Mt 25,41). Con le prime, “Via da me”, viene espressa la maggiore delle pene che colpirà gli empi, con l’essere cacciati il più possibile lungi dal cospetto di Dio, né li potrà consolare la speranza che un giorno potranno fruire di tanto bene. Questa è dai teologi chiamata pena del danno; per la quale gli empi saranno privati per sempre, nell’inferno, della luce della visione divina. L’altra parola: “maledetti “, aumenterà sensibilmente la loro miseria e calamità. Se mentre sono cacciati dalla presenza di Dio fossero stimati degni almeno di qualche benedizione, questo tornerebbe a grande loro sollievo; ma poiché nulla di simile potranno aspettarsi, che allievi la loro disgrazia, la divina giustizia, cacciandoli giustamente, li colpisce con ogni sua maledizione.
Seguono poi le parole: “al fuoco eterno”; è il secondo genere di pena che i teologi chiamano pena del senso, perché si percepisce con i sensi del corpo, come avviene dei flagelli, delle battiture o di altro più grave supplizio, tra i quali non è a dubitare che il tormento del fuoco provochi il più acuto dolore sensibile. Aggiungendo a tanto male la durata perpetua, se ne deduce che la pena dei dannati rappresenta il colmo di tutti i supplizi. Ciò è meglio spiegato dalle parole che terminano la sentenza: “preparato per il diavolo e per i suoi angeli”. Siccome la nostra natura è tale che noi più facilmente sopportiamo le nostre molestie, se abbiamo come socio delle nostre disgrazie qualcuno, la cui prudenza e gentilezza ci possano in qualche modo giovare, quale non sarà la miseria dei dannati, cui non sarà mai concesso, in tanti tormenti, separarsi dalla compagnia dei perdutissimi demoni. Tale sentenza giustamente il Signore e Salvatore nostro emanerà contro gli empi, perché questi hanno trascurato tutte le opere di vera pietà: non hanno offerto cibo all’affamato e bevanda all’assetato; non hanno alloggiato l’ospite, vestito l’ignudo, visitato l’infermo e il carcerato.


Beato Giacomo Alberione (I Novissimi meditati innanzi a Gesù Eucaristico): L’esistenza dell’inferno è un articolo della nostra Fede. Diciamo nel Simbolo Atanasiano: «La fede retta insegna che dobbiamo credere e confessare che chi avrà fatto bene andrà alla vita eterna, mentre chi avrà fatto il male andrà nel fuoco eterno. Questa è la fede cattolica, che se qualcuno non la credesse fedelmente e fermamente, senza dubbio si dannerebbe». Si dice nel Vangelo: «Radunerà il Signore il suo grano nel granaio, brucerà la paglia con fuoco inestinguibile. Dal contesto è chiare: il grano rappresenta i giusti, la paglia rappresenta i cattivi. Sant’Ireneo scrive: «Tutti coloro cui il Signore avrà detto: “Allontanatevi da me, o maledetti!” saranno per sempre perduti e tutti coloro, invece, cui avrà detto Gesù Cristo: “Venite, o benedetti, nel regno del Padre mio” saranno per sempre salvi». Tutti i popoli hanno compreso e creduto la esistenza di un inferno eterno. Ammessa la Divina Giustizia, è evidente. infatti, che il male deve venir punito; ed è pure un fatto che questo non accade sempre nella vita presente. Non si vedono talora i buoni perseguitati ed i cattivi in prosperità?
Sia lode a Dio legislatore! Sia gloria eterna alla Bontà che perdona gli umili e contriti di cuore; sia gloria alla Giustizia che punisce gli ostinati che passano all’eternità in peccato.
L’albero se cadrà a destra rimarrà in eterno alla destra: che se invece cadrà alla sinistra rimarrà in eterno alla sinistra. Causa unica di dannazione è il peccato: frutto sia dunque un vivo dolore dei peccati. Una goccia di piacere porta un mare di dolori. Dicono i dannati: Che ci giovò la ricchezza? che ci giovò la gloria mondana? che ci giovò il piacere? Tutto passò come ombra! Rimane eterno l’amarissimo frutto: l’inferno. Abbiamo gustato un po’ di miele, e ne fummo avvelenati per una morte eterna.


Gli alberi di morte (Dialogo della Divina Provvidenza, La dottrina del ponte, 31): Santa Caterina da Siena: Carissima figlia, dinanzi a me tu hai lodato la mia misericordia, perché già lo ti avevo concesso di gustarne e vederne allorché ti dissi: “Son questi, i peccatori, quelli per i quali vi prego che mi preghiate”. Ma devi sapere che la mia misericordia verso di voi è incomparabilmente più grande di quanto tu non veda, perché il tuo vedere è imperfetto e finito, mentre la misericordia mia perfetta e infinita; non si può fare altro paragone se non quello che mette in confronto una cosa finita ad una infinita.
E ho voluto che tu gustassi questa misericordia, ed anche la dignità dell’uomo della quale già ti parlai, affinché tu potessi meglio conoscere la crudeltà e la indegnità degli uomini iniqui che camminano lungo la via dell’acqua tempestosa. Apri bene l’occhio della tua intelligenza: guarda quelli che volontariamente si annegano, e osserva in quanta indegnità sono caduti per le loro colpe.
Innanzitutto essi sono diventati come infermi sin da quando accolsero il peccato mortale concependolo nella loro mente, per generarlo poi nei fatti, così da perdere la vita della grazia.
E come il cadavere non può più usare alcuno dei sentimenti che in vita pur possedeva, né può muoversi da sé e deve esser rimosso da altri, così quelli che sono annegati nel fiume del disordinato amore del mondo sono morti alla grazia. In quanto morti, la loro memoria non conserva alcun ricordo della mia misericordia; l’occhio del loro intelletto non vede la mia verità, né, se la vedesse, la riconoscerebbe, poiché il sentimento è morto; ed è morto in questo senso: che non vede più niente, altro che se stesso, e non ama se non con l’amore della propria sensualità, che è un amore senza vita. Perciò anche la volontà muore alla mia volontà, in quanto non ama più se non cose morte.
Essendo morte queste tre facoltà, tutte le sue opere, quelle esteriori e quelle interiori, sono morte alla grazia; cosi il peccatore non può difendersi dai propri nemici, né aiutarsi con le proprie forze, se non in quanto lo intervengo ad aiutarlo. È ben vero che questo cadavere, al quale è rimasto soltanto il libero arbitrio, può ricevere il mio aiuto mentre vive con il suo corpo mortale, purché me lo chieda; ma non potrà mai ricevere alcun aiuto dalle sole sue forze.
Egli si è reso impotente da se stesso, e volendo padroneggiare il mondo, è diventato schiavo di una cosa che non è, cioè del peccato. Il peccato è un nulla, ed essi si son fatti servi e schiavi del peccato.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** ** Una goccia di piacere porta un mare di dolori.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la ChiesaDona al tuo popolo, o Padre, di vivere sempre nella venerazione e nell’amore per il tuo santo nome, poiché tu non privi mai della tua guida coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore. Per il nostro Signore...