IL PENSIERO DEL GIORNO

28 GIUGNO 2017


Oggi Gesù ci dice: «Darò a voi dei pastori secondo il mio cuore, essi vi guideranno con sapienza e dottrina» (Ger 3,15; Cf Antifona).

Bibbia di Gerusalemme (Nota: Ez 34,1-31): L’immagine del re-pastore è antica nel patrimonio letterario dell’Oriente. Geremia l’ha applicata ai re d’Israele, per rimproverarli di avere adempiuto male i loro compiti (Ger 2,8;10,21; 23,1-3), e per annunziare che Dio darà al suo popolo nuovi pastori, che lo guideranno nella giustizia (Ger 3,15; 23,4); tra questi pastori vi sarà un «germoglio» (Ger 23,5-6), il Messia. Ezechiele riprende il tema di Ger 23,1-6 che più tardi sarà anche ripreso da Zc 11,4-17; 13,7. Egli rimprovera ai pastori - qui i re o i capi laici del popolo - i loro crimini (vv 1-10). Il Signore si riprenderà il gregge che essi strapazzano, e farà lui stesso da pastore al suo popolo (cf. Gen 48,15; 49,24; Is 40,11; Sal 80,2; 95,7; 23); è l’annunzio di una teocrazia (vv 11-16): in effetti, al ritorno dall’esilio, la monarchia non verrà più ristabilita. Solo più tardi Jahve darà al suo popolo (cf. Ez 17,22; 21,32) un pastore di sua scelta (vv 23-24), un «principe» (cf. Ez 45,7-8; 45,17, Ez 46,8.10.16-18), nuovo Davide. La descrizione del regno di questo principe (vv 25-31) e il nome di Davide che gli vien dato (vedere 2Sam 7,1+; cf. Is 11,1+, Ger 23,5) suggeriscono una era messianica, in cui Dio stesso, mediante il Messia, regnerà sul suo popolo nella giustizia e nella pace. Si trova, in questo testo di Ezechiele, l’abbozzo della parabola della pecorella smarrita (Mt 18,12-14; Lc 15,4-7) e soprattutto dell’allegoria del buon pastore (Gv 10,11-18) che, confrontata con Ezechiele, appare come una rivendicazione messianica di Gesù. Il buon pastore sarà uno dei temi iconografici più antichi del cristianesimo.


Pastores dabo vobis (n. 4)

Nell’esperienza ecclesiale tipica del sinodo, quella cioè di “una singolare esperienza di comunione episcopale nell’universalità, che rafforza il senso della chiesa universale, la responsabilità dei vescovi verso la chiesa universale e la sua missione, in comunione affettiva ed effettiva attorno a Pietro”, si è fatta sentire, limpida e accurata, la voce delle diverse chiese particolari; e in questo sinodo, per la prima volta, di alcune chiese dell’est: le chiese hanno proclamato la loro fede nel compimento della promessa di Dio: “Vi darò pastori secondo il mio cuore” (Ger 3,15), e hanno rinnovato il loro impegno pastorale per la cura delle vocazioni e per la formazione dei sacerdoti, nella consapevolezza che da queste dipendono l’avvenire della chiesa, il suo sviluppo e la sua missione universale di salvezza.
Riprendendo ora il ricco patrimonio delle riflessioni, degli orientamenti e delle indicazioni che hanno preparato e accompagnato i lavori dei padri sinodali, con questa esortazione apostolica postsinodale unisco alla loro la mia voce di vescovo di Roma e di successore di Pietro e la rivolgo al cuore di tutti i fedeli e di ciascuno di essi, in particolare al cuore dei sacerdoti e di quanti sono impegnati nel delicato ministero della loro formazione. Sì, con tutti i sacerdoti e con ciascuno di loro, sia diocesani sia religiosi, desidero incontrarmi mediante questa esortazione.
Con le labbra e il cuore dei padri sinodali faccio mie le parole e i sentimenti del Messaggio finale del sinodo al popolo di Dio: “Con animo riconoscente e pieno di ammirazione ci rivolgiamo a voi che siete i nostri primi cooperatori nel servizio apostolico. La vostra opera nella chiesa è veramente necessaria e insostituibile. Voi sostenete il peso del ministero sacerdotale e avete il contatto quotidiano con i fedeli. Voi siete i ministri dell’eucaristia, i dispensatori della misericordia divina nel sacramento della penitenza, i consolatori delle anime, le guide dei fedeli tutti nelle tempestose difficoltà della vita. Vi salutiamo con tutto il cuore, vi esprimiamo la nostra gratitudine e vi esortiamo a perseverare in questa via con animo lieto e pronto. Non cedete allo scoraggiamento. La nostra opera non è nostra ma di Dio. Colui che ci ha chiamati e che ci ha inviati rimane con noi per tutti i giorni della nostra vita. Noi infatti operiamo per mandato di Cristo”.


I simboli della Chiesa - Catechismo della Chiesa Cattolica 753-754: Nella Sacra Scrittura troviamo moltissime immagini e figure tra loro connesse mediante le quali la Rivelazione parla del mistero insondabile della Chiesa. Le immagini dell’Antico Testamento sono variazioni di un’idea di fondo, quella del “Popolo di Dio”. Nel Nuovo Testamento tutte queste immagini trovano un nuovo centro, per il fatto che Cristo diventa il “Capo” di questo Popolo, che è quindi il suo Corpo. Attorno a questo centro si sono raggruppate immagini “desunte sia dalla vita pastorale o agricola, sia dalla costruzione di edifici o anche dalla famiglia e dagli sponsali”. “Così la Chiesa è l’ovile, la cui porta unica e necessaria è Cristo. È pure il gregge, di cui Dio stesso ha preannunziato che sarebbe il pastore e le cui pecore, anche se governate da pastori umani, sono però incessantemente condotte al pascolo e nutrite dallo stesso Cristo, il Pastore buono e il Principe dei pastori, il quale ha dato la sua vita per le pecore.


Gesù è il pastore secondo il cuore di Dio

L’immagine del Buon pastore è una somma di intense realtà: innanzi tutto, il rapporto intimo e personale tra Gesù e ogni seguace è lo stesso rapporto amoroso che intercorre tra lui e il Padre; poi, la sicurezza assoluta della salvezza che egli offre ai suoi discepoli: «Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano» (Gv 10,28); e ancora, la sua signoria d’amore; la sua guida: Gesù è il pastore che conduce i suoi discepoli «alle fonti delle acque della vita» (Ap 7,17); la sua presenza costante nella vita del discepolo e della Chiesa, «fino alla fine del mondo» (Mt 28,20); la sua sollecitudine che non conosce sosta: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?» (Lc 15,4); e infine, il suo amore fino al sacrifico estremo: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1).
Gesù si definisce il Buon Pastore, «ma egli non si accontenta di parole vaghe e diversamente interpretabili, perciò specifica chiaramente l’entità e la misura della sua bontà in quanto pastore. Il buon pastore è colui che dà la vita per le sue pecore; che ama cioè le sue pecore più di se stesso, ed è disposto a sacrificarsi per il suo gregge. Non c’è amore più grande di colui che dà la vita per i propri fratelli [Gv 15,13]” (Giorgio Fornasari).
Gesù è il pastore inviato per riunire le pecore disperse d’Israele (Cf. Mt 2,6; 15,24). Ma Giovanni 10,16 - ho altre pecore che non sono di quest’ovile ...- fa intendere che esistono altri ovili, diversi da quello del giudaismo, che un giorno formeranno un solo gregge sotto un solo pastore, Gesù.
Sarà la missione della Chiesa (Cf. GS 92): una missione che superando i confini del popolo eletto raggiungerà ogni uomo sino agli angoli più sperduti della terra. Questo significa che i giudei, come eredi dell’elezione e delle promesse, dovevano ricevere per primi l’offerta della redenzione, ma la salvezza donata da Gesù non poteva interessare solo la nazione ebraica, ma tutto il mondo. Ebrei e pagani, schiavi e liberi, uomini e donne in Cristo costituiscono un unico gregge: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
Se Gesù è il Pastore assediato da una banda di malvagi (Cf. Sal 22,17), i discepoli sono un piccolo gregge in mezzo a un branco di lupi: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16). I lupi, travestendosi da agnelli (Mt 7,15), si confonderanno nel gregge, uccideranno il Pastore e disperderanno le pecore: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge» (Mt 26,31).
Il mondo allora si rallegrerà. I discepoli saranno afflitti, ma la loro afflizione si cambierà in gioia (Gv 16,20) perché il pastore risorgerà e ricostruirà il suo gregge (Cf. Mt 26,32). Salito al Cielo, Gesù continuerà a guidare il suo gregge fino al giorno in cui si ripresenterà a giudicare le sue pecore (Cf. 1Pt 5,4), separando queste dai capri, e premiando ciascuno secondo i propri meriti (Cf. Mt 25,3-46).


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
****  Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: Dona al tuo popolo, o Padre, di vivere sempre nella venerazione e nell’amore per il tuo santo nome, poiché tu non privi mai della tua guida coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore. Per il nostro Signore...