IL PENSIERO DEL GIORNO
23 GIUGNO 2017
Oggi Gesù ci dice: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita» (Mt 11,29).
Bibbia di Gerusalemme (Nota. Mt 11,29): mite e umile di cuore: epiteti classici dei «poveri» dell’Antico Testamento (cf. Sof 2,3+; Dn 3,87). Gesù rivendica per sé il loro atteggiamento religioso e se ne avvale per farsi loro maestro di sapienza, come era annunziato del «servo» (Is 61,1-2 e Lc 4,18; vedere ancora Mt 12,18-21, Mt 21,5). Per essi infatti egli ha pronunziato le beatitudini (Mt 5,3+) e molte altre istruzioni della buona novella.
Angelico Poppi: Gesù, il rivelatore totale di Dio, invita a sé tutti coloro che sono affaticati, oppressi sotto il giogo delle prescrizioni degli scribi e dei faisei, che avevano aggravato le norme della Torà con la loro interpretazione rigida (23,4). A tale fardello opprimente egli contrappone il suo “giogo soave”.
Il Vangelo non è certo meno esigente della Legge mosaica (cf. 5,17-48), poiché coinvolge la persona umana in profondità. Tuttavia, il giogo di Gesù è soave, perché è accettato liberamente per amore; la sua dottrina ha come frutto la gioia, la libertà interiore, la pace con i fratelli, la vita eterna. Lui stesso ha dato l’esempio di una donazione totale di sé, consentendo ai discepoli di accogliere e vivere il suo messaggio. Egli è “mite”: benché rifiutato dagli uomini, quale Servo sofferente di JHWH, non nutre nel cuore sentimenti di rivalsa o di vendetta; è “umile” perché si sottomette al volere del Padre. Tutti i piccoli, i poveri possono accostarsi a lui con fiducia e imitare il suo esempio.
Gesù si è rivolto soprattutto a loro, per svelare l’amore premuroso e sommo con cui il Padre celeste si prende cura di essi.
M. F. Lacan: L’umiltà biblica è anzitutto la modestia che si oppone alla vanità. Il modesto, alieno da pretese irrazionali, non si fida del proprio giudizio (Prov 3,7; Rom 12,3.16; cfr. Sal 131, 1). L’umiltà, che si oppone all’orgoglio, sta ad un livello più profondo; è l’atteggiamento della creatura peccatrice dinanzi all’onnipotente ed al tre volte santo; l’umile riconosce di aver ricevuto da Dio tutto ciò che ha (1Cor 4,7); servo senza valore (Lc 17,10), da sé non è nulla (Gal 6,3), se non un peccatore (Is 6,3 ss; Lc 5,8). Questo umile che si apre alla sua grazia (Giac 4,6; Prov 3,34), Dio lo glorificherà (1Sam 2,7s; Prov 15,33).
Incomparabilmente più profonda ancora è l’umiltà di Cristo che con il suo abbassamento ci salva, ed invita i suoi discepoli a servire i loro fratelli per amore (Lc 22,26s), affinché in tutti sia glorificato Dio (1Piet 4,10s).
Mariano Magrassi: L’umiltà, spesso è la virtù meno conosciuta e meno apprezzata. Il suo opposto, che è l’orgoglio, sembra il sovrano di questo mondo con un dominio quasi incontrastato. Contro di esso, però sta la parola del Signore, tagliente come una spada: «Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14,11). È un principio generale che presenta coordinate al rovescio. E già l’Antico Testamento ne aveva avuto l’intuizione: «Quanto più sei grande, tanto più umiliati» (Sir 3,18).
Fondamento dell’umiltà. Più esplicitamente: come radicare nel cuore questo atteggiamento così contrario al movimento istintivo dell’orgoglio? Da tutta la Bibbia viene una risposta convergente: si diventa umili, collocandosi davanti a Dio.
L’umiltà nasce dal senso di Dio, e questo lo può avere solo chi si mette in rapporto personale con lui. Bisogna aprire gli occhi sulla sua gloria. Allora accadono tre cose:
l. Anzitutto si sperimenta il proprio nulla. Non si tratta di negare il bene che c’è in noi. L’umiltà è verità, non ipocrisia. Si tratta di riferirlo al suo vero Autore: «Ogni dono viene dall’alto, discende dal Padre della luce» (Gc 1,17). «E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?», aggiunge s. Paolo (1Cor 4,7). Si scopre che Dio è la fonte unica del bene: e l’uomo è una mano vuota tesa verso di lui per essere colmata. Da noi non abbiamo nulla. Perciò, l’orgoglio è una forma pratica di ateismo.
2. In secondo luogo, davanti al Santo ci si scopre «venduti al peccato », È così che reagisce Isaia al canto dei serafini, che proclamano il Dio tre volte Santo: «Guai a me, perché un uomo dalle labbra impure io sono, e i miei occhi hanno visto il Dio vivente» (Is 6,5). Allo stesso modo reagisce Pietro dinanzi alla potenza di Gesù, che si rivela nella pesca miracolosa: «Allontanati da me, che sono un uomo peccatore» (Lc 5,8). La gloria di Dio non rivela solo il suo volto, ma anche l’impurità dello sguardo umano che lo contempla.
3. Nasce allora un atteggiamento di fiducia totale in Dio, e in Dio solo, che diventa apertura alla grazia. A questo punto Dio mobilita per l’umile la sua potenza, non per l’orgoglioso, perché questi attribuirebbe a sé le «meraviglie» che Dio opera in lui, oscurando così la gloria del Signore.
Catechismo degli Adulti
Un commento alle beatitudini
857 «Beati i poveri in spirito» (Mt 5,3), cioè gli umili di cuore. I Padri della Chiesa di solito interpretano la povertà in spirito come umiltà: «Aggiunse “in spirito”, perché si intendesse l’umiltà, non la penuria». Abbastanza spesso però vi includono anche il distacco interiore dalla ricchezza e la povertà volontaria: «Non si tratta di poveri in rapporto alla ricchezza, ma di coloro che hanno scelto la povertà interiormente». Si tratta sostanzialmente di un atteggiamento di abbandono fiducioso in Dio, che implica libertà da se stessi e dalle cose, solidarietà con i poveri. Gli umili sono felici dei beni che ricevono e più ancora di riceverli da Dio. Si accettano come sono, lieti anche della loro debolezza, che consente alla forza di Dio di manifestarsi. Non si deprimono nelle difficoltà. Sanno valorizzare tutte le possibilità di bene. Non si lasciano possedere dalle cose: «Ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco» (Fil 4,12). Tuttavia sanno che una certa disponibilità di beni materiali è necessaria alla crescita della persona umana; quindi, per amore dei fratelli, lottano contro la miseria e l’ingiustizia. In tutto il loro comportamento seguono Cristo, il quale per salvarci, «da ricco che era, si è fatto povero» (2Cor 8,9 ), si è svuotato di se stesso per obbedire in ogni cosa al disegno del Padre
Soren Kienkergaard
[...] colui che pronuncia questo Venite!, questa parola che ci libera, certamente sa quello che fa rivolgendoti questo invito, e non ti deluderà quando verrai da lui per trovar riposo, affidando a lui il tuo fardello.
Questa parola sgorga dall’intimo del suo essere e rimane carica del suo amore: se tu ne segui il richiamo, essa ti ricondurrà naturalmente al punto da cui era partita. Oh, se tu accettassi l’invito: Venite!
Esso suppone che gli infelici gravati dal peso siano tanto stanchi, scoraggiati, sfiniti e così immersi in una sorta di torpore, da dimenticare che c’è una consolazione. O meglio, Gesù lo sa fin troppo bene: non c’è né consolazione né aiuto fuori di lui. Per questo egli ci rivolge il richiamo: Venite! ...
Non importa quanto grave è la tua fatica, la tua stanchezza del lavoro o del cammino, così lungo eppure così vano, che hai percorso finora alla ricerca di un aiuto, di una salvezza. Se ti sembra di non poter più fare un passo, di non poter più resistere neppure per un momento senza venir meno: ancora un passo, ed ecco il riposo! Venite!
E se qualcuno si trovasse così preso dallo sconforto da non riuscire neppure a muoversi, ebbene, basterebbe un sospiro: desiderare lui è già arrivare a lui.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** ** L’umiltà, spesso è la virtù meno conosciuta e meno apprezzata.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Preghiamo con la Chiesa: O Padre, che nel Cuore del tuo dilettissimo Figlio ci dai la gioia di celebrare le grandi opere del tuo amore per noi, fa’ che da questa fonte inesauribile attingiamo l’abbondanza dei tuoi doni. Per il nostro Signore Gesù Cristo...