2 Marzo 2026
 
Lunedì della II settimana di Quaresima
 
Dn 9,4b-10; Salmo responsoriale Dal Salmo 78 (79); Lc 6,36-38
 
Le tue parole, Signore, sono spirito e vita; tu hai parole di vita eterna. (Cf. Gv 6,63c.68c - Acclamazione al Vangelo)
 
 «Tu hai parole di vita eterna» - Agostino, Comment. in Ioan., 11, 5; 27, 9: L’evangelista ci racconta che il Signore restò con dodici discepoli, i quali gli dissero: “Ecco, Signore, quelli ti hanno abbandonato”. E Gesù rispose: “Anche voi ve ne volete andare?” (Gv 6,67), volendo dimostrare che egli era necessario a loro, e non loro erano necessari a Cristo.
Nessuno s’immagini d’intimorire Cristo, rimandando di farsi cristiano, quasi che Cristo sarà più beato se ti farai cristiano. Diventare cristiano, è bene per te: perché, se non lo diverrai, con ciò non farai del male a Cristo. Ascolta la voce del salmo: “Ho detto al Signore: Tu sei il mio Dio, poiché non hai bisogno dei miei beni” (Sal 15,2). Perciò «Tu sei il mio Dio, poiché non hai bisogno dei miei beni». Se tu non sarai con Dio, ne sarai diminuito; ma Dio non sarà più grande, se tu sarai con lui. Tu non lo fai più grande, ma senza di lui tu diventi più piccolo. Cresci dunque in lui, non ritrarti, quasi ne ricavasse una diminuzione. Se ti avvicini a lui, ne guadagnerai; ti distruggi, se ti allontani da lui. Egli non subisce mutamento, sia che tu ti avvicini, sia che tu ti allontani.
Quando, dunque, egli disse ai discepoli: «Anche voi ve ne volete andare?», rispose Pietro, quella famosa pietra, e a nome di tutti disse: “Signore, a chi andremo noi? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68) ...
Il Signore si rivolse a quei pochi che erano rimasti: “Perciò Gesù disse ai dodici” - cioè a quei pochi che erano rimasti -: «”Anche voi ve ne volete andare?”» (Gv 6,67). Anche Giuda era rimasto. La ragione per cui era rimasto era già chiara al Signore, mentre a noi sarà chiara solo più tardi. Pietro rispose per tutti, uno per molti, l’unità per la molteplicità: “Gli rispose Simone Pietro: «Signore, a chi andremo?”» (Gv 6,68). Se ci scacci da te, dacci un altro simile a te. «A chi andremo?». Se ce ne andiamo da te, da chi andremo?
“Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68). Vedete in qual modo Pietro, con la grazia di Dio, vivificato dallo Spirito Santo, ha capito le parole di Cristo. In che modo ha capito se non perché ha creduto? «Tu hai parole di vita eterna». Cioè, tu ci dai la vita eterna, nell’offrirci la tua carne e il tuo sangue.
“E noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto” (Gv 6,69). Non dice Pietro, abbiamo conosciuto e abbiamo creduto, ma «abbiamo creduto e abbiamo conosciuto». Abbiamo creduto per poter conoscere; infatti se prima volessimo sapere e poi credere, non saremmo capaci né di conoscere né di credere. Che cosa abbiamo creduto e che cosa abbiamo conosciuto? “Che tu sei il Cristo Figlio di Dio (ibid.)”, cioè che tu sei la stessa vita eterna, e tu ci dai, nella carne e nel sangue tuo, ciò che tu stesso sei.                                
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Epifanio Gallego: Ci troviamo davanti a questa bella preghiera detta di Daniele, ma che, con tutta sicurezza, non ha nulla a che vedere col protagonista, né con l’autore del libro. Come fiore esotico di colori vivi e naturali, essa racchiude in sé l’aroma di tutta la tradizione biblica con la freschezza d’un ebraico puro e limpido, molto superiore a quello di tutto il resto dell’opera.
Composta con frasi tipiche dei profeti, degli agiografi e dei salmi, essa riflette un modello comune di preghiera comunitaria che può datare dai tempi lontani dell’esilio. Il suo stile è cultuale, unitario, completo in sé. Non è, quindi, un mosaico di brani presi qua e là, ma un’autentica preghiera liturgica che ha una vita di secoli.
In essa, fanno contrasto il riconoscimento della colpa e l’accettazione delle sue dolorose circostanze come castigo meritato per il peccato. Per il suo autore, la situazione precaria in cui si trovano i figli d’Israele non è frutto dei loro peccati, ma della malizia e della perversità dei loro oppressori.
La preghiera consta di tre parti differenziate con tutta precisione: riconoscimento e confessione della propria colpevolezza, supplica basata sulla misericordia di Dio e nostalgia per la restaurazione di Gerusalemme, dove si dovrà manifestare il nome e la gloria di Yahveh.
La presente lettura riflette solo la prima parte della preghiera, la confessione dei peccati. Più che d’un commento, il lettore di tutti i tempi sente il bisogno di riflettere e di rendersi consapevole dei sentimenti della pietà tradizionale giudaica che in essa si riflettono, per sentirsi solidale con la colpa storica di tutte le generazioni e con la ferma speranza che è del « Signore Dio nostra la misericordia e il perdono ».

Vangelo
Perdonate e sarete perdonati.
 
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso: la misericordia è l’amore ostinato, che rimane saldo anche se non corrisposto, addirittura anche se tradito. Un amore che dà sempre, anche se non riceve nulla in contraccambio. Si è veramente figli di Dio solo se si imitano i sentimenti del Padre. Il figlio assomiglia al Padre: la parentela con Dio, una realtà che non è visibile, è resa concreta e visibile dalla qualità dei nostri comportamenti verso gli altri. I detti che seguono, non giudicate e non sarete giudicati, date e vi sarà dato, con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio, sembrano contraddire quanto è stato affermato poco sopra: infatti sembrano riportare l’agire cristiano verso un ideale di giustizia che ha gli angusti confini della parità del dare e dell’avere. Ma, in verità, Luca vuole semplicemente affermare che anche il comportamento cristiano che si basa sulla semplice parità, non è improduttiva e nemmeno impossibile, e il Padre ricambierà con una abbondanza che va oltre la misura.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,36-38
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.
Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 36 Siate misericordiosi, come è misericordioso il vostro Padre; il vers. conclude in pari tempo la sezione precedente ed introduce quella seguente. In Matteo il vers. suona: «siate perfetti, come è perfetto etc.», in Luca al contrario si parla di misericordia. Dio è il modello della misericordia al quale si devono ispirare i discepoli; in Dio la misericordia deriva dalla sua bontà essenziale che si comunica a tutti gli esseri. Il seguace di Cristo sarà misericordioso con tutti, senza considerare chi ne è degno o meno. Anche i rabbini dicevano: «come il nostro Padre è misericordioso in cielo, così voi dovete essere misericordiosi sulla terra».
37 Non giudicate e non sarete giudicati; il precetto è formulato alla stessa maniera del primo evangelista; Luca tuttavia non si limita a questo semplice divieto in sé molto chiaro ed esplicito, ma lo sviluppa per tutto l’intero versetto e parte del seguente. In Matteo si legge una sola proibizione, in Luca invece si hanno due divieti e due precetti. La proibizione di giudicare il prossimo è considerata come un’applicazione della misericordia, della bontà e della dolcezza da usare verso gli altri. Non condannate; come per il giudizio, così anche per la condanna non si tratta di un procedimento giudiziario, ma di una critica negativa e di una condanna personale del prossimo. Rimettete e vi sarà rimesso, vale a dire: assolvete e sarete assolti; scagionate gli altri e sarete scagionati.
38 Date e vi sarà dato; siate generosi verso gli altri e Dio lo sarà verso di voi. Anche il dare si deve ispirare alla misericordia. Una misura piena, pressata etc.; il principio è illustrato con un’immagine, tratta dal mondo agricolo, che indica la sovrabbondanza della retribuzione nel cielo; la ricompensa celeste è così piena e abbondante come una misura che deborda per l’eccessiva quantità di grano riposto in essa. Vi sarà versata nelle pieghe (della vostra tunica); letteral.: nel vostro seno. Le pieghe della tunica o del mantello, formate dalla cintura, servivano da tasche per mettervi denaro e provviste. Poiché con la misura con la quale misurate etc.; la stessa affermazione ricorre anche in Matteo; tuttavia nei due testi paralleli il detto ha una differente puntualizzazione: in Matteo esso indica la severità del giudizio per colui che ha giudicato senza carità il prossimo; in Luca invece si mette in rilievo la sovrabbondanza della ricompensa promessa a coloro che hanno dato con larga generosità.
 
Per approfondire
 
Bibbia Edu - Daniele - I contenuti: Nella Bibbia ebraica, il libro di Daniele non è collocato tra i Profeti, ma tra gli Altri Scritti (Ketubìm). Il testo è redatto ora in ebraico (1,1-2,4a; 8,1-12,13), ora in aramaico (2,4b-7,28); non si è ancora trovata una spiegazione pienamente convincente per questa presenza delle due lingue.
Nella prima parte del libro (cc. 1-6), si narrano le vicende di un gruppo di giovani ebrei, tra cui spicca Daniele, presso la corte babilonese e persiana. Nella seconda parte (cc. 7-12) si hanno delle visioni piene di simboli, che appartengono al genere “apocalittico”. Nelle antiche versioni greche dei LXX si trova infine anche una terza parte, composta da racconti diversi (cc. 13-14). Questa terza parte, che manca nel testo ebraico usato in sinagoga, appartiene agli scritti deuterocanonici; così anche la preghiera di Azaria e il cantico dei tre giovani nella fornace (3,24-90). Il libro può essere suddiviso così:
Daniele e i giovani ebrei alla corte del re (1,1-6,29)
Visioni di Daniele (7,1-12,13)
Susanna, Bel e il drago (13,1-14,42).
Le caratteristiche: Benché si presenti come scritto in Babilonia, all’epoca babilonese-persiana (VI-V sec. a.C.), in realtà il libro di Daniele è stato composto al tempo della persecuzione di Antioco IV Epìfane, rispecchia il clima di quell’epoca e ne testimonia la fede. Sia con i racconti, sia con le visioni, il libro di Daniele proclama il dominio assoluto di Dio nelle vicende storiche del mondo e la sua sollecitudine per coloro che credono in lui. Deve essere smascherato l’orgoglio del potere umano, che pretende di porsi come punto di riferimento assoluto; con questa pretesa, l’autorità politica diventa una potenza di male, si oppone alla realizzazione dei disegni divini e, in tal modo, provoca la propria rovina. Nel libro vengono esaltate le virtù del credente: Daniele è modello di fede, di preghiera, di giustizia, di sapienza; egli riconosce le proprie doti come doni di Dio. Vi si nota anche una certa ironia nei confronti dei culti idolatrici.
L’origine: Il nome “Daniele” richiama quello di un personaggio leggendario, esempio proverbiale di giustizia e di sapienza, ricordato sia nella Bibbia (Ez 14,14.20; 28,3) sia nei testi di Ugarit, risalenti al II millennio a.C.
Tra le due figure vi è però solo un’identità di nome (con una leggera variante nella loro grafia nel testo ebraico). Il libro di Daniele, infatti, nella sua redazione finale risale al II sec. a.C., al periodo delle persecuzioni compiute dal re di Siria Antioco IV e delle lotte maccabaiche. Ne sono destinatari Ebrei di quell’epoca, sottoposti a persecuzione e, a volte, costretti sotto minaccia di morte a rinnegare la propria fede. A costoro vengono presentati racconti esemplari e visioni profetiche, nelle quali la storia passata è riproposta in chiave simbolica, per aprire l’animo alla speranza. Sono così invitati a rimanere saldi nella fede, anche di fronte alle minacce di morte, perché Dio non abbandona i giusti che confidano in lui.
 
Jules Cambier e Xavier Léon-Dufour (Misericordia in Dizionario di Teologia Biblica): Il linguaggio corrente, determinato indubbiamente dal latino ecclesiastico, identifica la misericordia con la compassione od il perdono. Questa identificazione, quantunque valida, minaccia di velare la ricchezza concreta che Israele, in virtù della sua esperienza, poneva nel termine.
Per esso infatti la misericordia si trova alla confluenza di due correnti di pensiero: la compassione e la fedeltà.
Il primo termine ebraico (rahamim) esprime l’attaccamento istintivo di un essere ad un altro. Secondo i semiti questo sentimento ha sede nel seno materno (rehem: 1 Re 3, 26), nelle viscere (rahamim) - noi diremmo: il cuore - di un padre (Ger 31, 20; Sal 103, 13), o di un fratello (Gen 43, 30): è la tenerezza; esso si traduce subito in atti: in compassione, in occasione di una situazione tragica (Sal 106, 45), od in perdono delle offese (Dam 9, 9).
Il secondo termine (hesed), tradotto ordinariamente in greco con una parola che significa anch’essa misericordia (èleos), designa per sé la pietà, relazione che unisce due esseri ed implica fedeltà. Per tale fatto la misericordia riceve una base solida: non è più soltanto l’eco d’un istinto di bontà, che può ingannarsi circa il suo oggetto e la sua natura, ma una bontà cosciente, voluta; è anche risposta ad un dovere interiore, fedeltà a se stesso. Le traduzioni in lingue moderne delle parole ebraiche e greche oscillano dalla misericordia all’amore, passando attraverso la tenerezza, la pietà, la compassione, la clemenza, la bontà e persino la grazia (ebr. hen) che tuttavia ha un’accezione molto più ampia. Nonostante questa varietà, non è impossibile definire la concezione biblica della misericordia. Dall’inizio alla fine Dio manifesta la sua tenerezza in occasione della miseria umana; l’uomo, a sua volta, deve mostrarsi misericordioso verso il prossimo, ad imitazione del suo creatore.
VT - Il Dio delle misericordie - Quando l’uomo acquista coscienza di essere sventurato o peccatore, allora gli si rivela, più o meno netto, il volto della misericordia infinita.
In soccorso al misero - Incessanti risuonano le grida del salmista: «Pietà di me, o Signore!» (Sal 4, 2; 6, 3; 9, 14; 25, 16), oppure le proclamazioni di ringraziamento: «Rendete grazie a Jahve, perché eterno è il suo amore (hesed)» (Sal 107, 1), quella misericordia che egli non cessa di dimostrare nei confronti di coloro che gridano a lui nella loro miseria, i naviganti in pericolo, ad esempio (Sal 107, 23), nei confronti dei «figli di Adamo», chiunque essi siano. Egli infatti si presenta come il difensore del povero, della vedova e dell’orfano: sono i suoi privilegiati. Questa convinzione incrollabile degli uomini pii sembra trarre origine dall’esperienza che fece Israele in occasione dell’esodo. Quantunque il termine misericordia non si trovi nel racconto del fatto, la liberazione dall’Egitto è descritta come un atto della misericordia divina. La prime tradizioni sulla vocazione di Mosè lo suggeriscono nettamente: «Ho visto la miseria del mio popolo. Ho ascoltato le sue grida di aiuto... Conosco le sue angosce. Sono deciso a liberarlo» (Es 3, 7s. 16s). Più tardi, il redattore sacerdotale spiegherà la decisione di Dio con la sua fedeltà all’alleanza (6, 5). Nella sua misericordia Dio non può sopportare la miseria del suo eletto; è come se, contraendo alleanza con esso, egli ne avesse fatto un essere «della sua stirpe» (cfr. Atti 17, 28s): un istinto di tenerezza lo unisce a lui per sempre.
La salvezza del peccatore - Ma che avverrà se questo eletto si separa da lui con il peccato? La misericordia prevarrà ancora, purché egli non si indurisca; infatti, sconvolto dal castigo che il peccato esige, Dio vuol salvare il peccatore. Così, in occasione del peccato, l’uomo entra ancora più profondamente nel mistero nella tenerezza divina.
 
Asterio d’Amasea: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» [Lc 6,36]. Se volete imitare Dio, a immagine del quale siete stati creati, conformatevi al vostro modello. Voi cristiani, voi che portate un nome che significa amore, imitate la carità di Cristo. Osservate la ricchezza del suo amore per gli uomini. Sul punto di manifestarsi a loro nella sua umanità, ha mandato Giovanni per invitarli alla penitenza e condurli al pentimento e, ancora prima di lui, ha inviato tutti i profeti che hanno insegnato la conversione. Quando poi, poco tempo dopo, si è presentato Cristo stesso, ha gridato con la propria voce facendosi avanti in persona: Venite a me tutti voi che siete affaticati e oppressi e io vi consolerò [Mt 11,28]. E quelli che hanno accolto l’invito, come li ha ricevuti? Ha concesso loro, senza difficoltà, il perdono dei peccati e immediatamente li ha liberati dalle loro afflizioni. Il Verbo li ha resi santi, lo Spirito ha impresso su di loro il suo sigillo. L’uomo vecchio è stato sepolto ed è nata la nuova creatura, rigenerata per grazia. Di conseguenza l’uomo, che era estraneo, è diventato un intimo, da straniero è diventato figlio; prima escluso, ora è stato introdotto nel mistero, e da empio che era è diventato santo.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Agnese, Principessa, Badessa: Figlia del sovrano boemo Otakar I, Agnese nacque a Praga nel 1211. Nel 1220, essendo promessa sposa di Enrico VII, figlio di Federico Barbarossa, Agnese fu condotta a Vienna ove visse sino al 1225 quando, rotto il fidanzamento, tornò a Praga per consacrarsi a Dio. Grazie ai Frati Minori, venne a conoscenza della vita spirituale di Chiara d’Assisi. Rimase affascinata da questo modello e decise di imitarne l’esempio. Fondò il monastero di San Francesco per le «Sorelle Povere o Damianite» nel 1234. Insieme a Santa Chiara si adoperò per ottenere l’approvazione di una nuova ed apposita regola che ricevette e professò. Agnese divenne badessa del monastero, ufficio che conservò per tutta la vita. Morì il 2 marzo 1282. Numerosi miracoli furono attribuiti alla principessa badessa che venne beatificata da Pio IX nel 1874 e canonizzata da Giovanni Paolo II nel 1989. (Avvenire)
 
O Dio, che hai ordinato la penitenza del corpo
come medicina dell’anima,
fa’ che ci asteniamo da ogni peccato
per avere la forza di osservare
i comandamenti del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

Conferma, o Signore, i cuori dei tuoi fedeli
e sostienili con il vigore della tua grazia
perché siano perseveranti nella preghiera
e sinceri nella carità fraterna.
Per Cristo nostro Signore.