1 Marzo 2026
 
II Domenia di Quaresima
 
Gn 12,1-4a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 32 (33); 2Tm 1,8b-10
 
Prima Lettura - Vocazione di Abramo, padre del popolo di Dio: Dopo il peccato dei progenitori consumato nel Giardino, il Signore Dio, intendendo e preparando nel suo grande amore la salvezza del genere umano, si sceglie, con particolare attenzione, un popolo, al quale affidare le promesse. La prima lettura narra la vocazione e l’obbedienza di Abramo che costituiscono la prima tessera del meraviglioso mosaico di redenzione del genere umano. La storia della salvezza è ormai legata alla fede di Abramo, «padre di tutti noi» (Rom 4,16) e non sarà altro che l’atto di fedeltà di Dio ad Abramo.
 
Seconda Lettura - Dio ci chiama e ci illumina: La I e la II lettera a Timòteo e la lettera a Tito vengono chiamate “lettere pastorali”, in quanto hanno come tema principale il governo della comunità ecclesiale. Nel brano odierno, Paolo ricorda a Timòteo che ogni uomo è chiamato alla salvezza unicamente per amore e non in base alle sue opere. L’apostolo Paolo sviluppa anche il tema della grazia della vocazione collegandola a Gesù Cristo. Egli afferma che già prima della incarnazione, «fin dall’eternità», la grazia è stata data «in Cristo Gesù». Infine, ricorda l’opera di Gesù pienamente manifestata nella sua risurrezione: la morte è stata vinta, la vita e l’immortalità risplendono per mezzo del Vangelo. Questa verità deve trasfondere forza e coraggio a Timoteo.
 
Vangelo
Il suo volto brillò come il sole.
 
In tutte le antiche religioni il monte è il luogo privilegiato dove Dio si manifesta agli uomini. Per esempio, il monte Sinai o la montagna delle «Beatitudini». Prima della Passione, Gesù, su «un alto monte», si manifesta ai suoi discepoli in tutto il suo fulgore divino. Gesù è il Verbo incarnato - «a somiglianza di noi, escluso il peccato» (Eb 4,15) -; ma, allo stesso tempo, è il Signore che si manifesta ai discepoli. È una realtà unica con due forme di esistenza: l’umana e la divina: «Gesù Cristo ha due nature, la divina e l’umana, non confuse, ma unite nell’unica Persona del Figlio di Dio» (Catechismo della Chiesa Cattolica 482). Il Vangelo ha anche l’intenzione di mostrare Gesù come l’erede di tutto l’Antico Testamento e come colui che lo porta a compimento.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 17,1-9
 
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva:
«Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».
 
Parola del Signore.
 
Fu trasfigurato ...
 
La mitologia greca con il termine trasfigurazione indica il mutare forma o aspetto degli dèi. Nei Vangeli il termine non ha nessuna relazione con il suo uso mitologico, perché «questa scena di gloria, per quanto passeggera, manifesta ciò che è realmente e ciò che sarà presto in modo definitivo colui che deve conoscere per un certo periodo l’abbassamento del servo sofferente» (Bibbia di Gerusalemme).
Il racconto della Trasfigurazione è presente soltanto nei Vangeli sinottici (Mt 17,1-8; Mc 9,2-8; Lc 9,28-36). Anche se il racconto è sostanzialmente identico, gli evangelisti si diversificano nella lettura dell’avvenimento: «Mentre Matteo fa della Trasfigurazione una proclamazione di Gesù nuovo Mosè (Cf. Mt 17,1) e Luca vi insiste sulla preparazione alla passione vicina (Cf. Lc 9,28), Marco vi vede soprattutto una epifania gloriosa del Messia nascosto, in conformità al tema dominante del suo vangelo» (Bibbia di Gerusalemme). Soltanto Luca precisa che Gesù salì sul monte «per pregare» e che stava pregando quando avvenne la Trasfigurazione (Cf. Lc 9,28-29).
Gesù sale «su un alto monte» accompagnato da Pietro, Giacomo e Giovanni: i tre Apostoli che lo accompagneranno nel campo del Getsemani.
Sembra così che Gesù intenzionalmente abbia voluto rivelare la sua gloria a coloro che avrebbero assistito più direttamente al suo annichilimento.
La Trasfigurazione quindi, al dire di san Leone Magno, «mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l’umiliazione della Passione volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede, dal momento che era stata rivelata loro la grandezza sublime della dignità nascosta di Cristo».
L’«alto monte» potrebbe essere il Tabor, ma non è escluso che tale monte sia l’Hermon dal quale nasce il fiume Giordano. Altri optano per il monte dove Gesù fu trasportato da Satana nell’episodio delle tentazioni (Cf. Mt 4,8). Ma al di là di queste congetture, il significato della annotazione è teologico più che geografico, ricordando forse la rivelazione a Mosè sul monte Sinai (Cf. Es 24,12-18) e ad Elia nello stesso luogo (Cf. 1Re 19,8-18).
Al fianco di Gesù appaiono Mosè ed Elia, i rappresentanti rispettivamente della Legge e dei Profeti.
Matteo, a differenza di Luca, mette prima Mosè per ricordare che Gesù, il nuovo Mosè, è venuto a promulgare la legge della Nuova Alleanza.
Pietro disse ... Signore ... Se vuoi, farò qui tre capanne ... È un esplicito riferimento alla festa delle capanne (Cf. Gv 7,2). Con la celebrazione di questa festa il popolo eletto voleva ricordare il soggiorno nel deserto dei suoi avi durante il viaggio dall’Egitto verso la terra promessa (Cf. Lev 23,39-42).
... una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Nel libro dell’Esodo (13,21) la nube e l’ombra stanno ad indicare la presenza e la protezione di Dio verso il popolo: «la shekina, la nube misteriosa nella quale si incontra e si ode Dio» (Benedict T. Viviano).
... furono presi da grande timore. Lo smarrimento degli Apostoli proviene da ciò che vedono, ma ancor più da ciò che odono. È chiara l’intenzione di affermare che Gesù è la Parola di Dio - Ascoltatelo (Cf. Dt 18,15) -, che riunisce in sé la Legge e i Profeti e li porta a compimento. La voce del Padre, come avvenne per il Battesimo, conferma la filiazione divina di Gesù.
La teofania fa precipitare i discepoli con la faccia a terra, ma il Maestro li invita ad alzarsi senza timore; quando alzarono gli occhi, videro che Gesù era rimasto solo, questo perché basta lui come dottore della legge perfetta e definitiva.
L’ordine di Gesù - Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti - fa bene intendere che il senso della sua vita e della sua missione si comprendono soltanto nella luce della risurrezione.
Sul monte si manifesta la «gloria» del figlio incarnato. Questa gloria appartiene di diritto al Verbo (Gv 1,lss), ma Egli vi rinuncia volontariamente per rendersi in tutto simile ai fratelli (Eb 2,17): la «teologia della Trasfigurazione è tutt’uno con la teologia di Fil 2,6-11, in cui Paolo scruta il significato dell’annullamento di se stesso operato da Gesù, il significato del fatto che Dio abbia assunto su di sé la condizione umana» (John McKenzie).
Nella seconda lettera di Pietro (Cf. 2Pt 1,16-18) si fa esplicito riferimento alla Trasfigurazione, ma con intenzioni che superano il significato del semplice ricordo; infatti, è inteso «a scalzare le obiezioni mosse contro la parusia, mostrando, sulla testimonianza dei testi oculari apostolici, che Gesù possiede già le qualità essenziali che saranno manifestate alla sua parusia: maestà, onore e gloria dal Padre, figliolanza messianica e divina» (T. W. Leaby).
 
Per approfondire
 
Angel González - Vattene dalla tua terra: Abramo esce dalla sua terra guidato da una parola di Dio, che promette di dargli un nome e un grande popolo. Questa parola suona come un correttivo del proposito dell’umanità di Babele, che aspirava a rendersi famosa e grande da sé, non guardando verso il cielo in atteggiamento d’adorazione, bensì tentando di conquistarlo. L’atteggiamento di Abramo che parte è quello dell’ubbidienza e della fiducia, due principi di riferimento che allargano le possibilità fino all’infinito, poiché Dio è il termine della sua ubbidienza e della sua fiducia. Abramo si orienta così verso una grandezza che è quella di Dio: non parte con un salto nel vuoto, ma per entrare in una infinita pienezza; abbandona il centro delle sicurezze della natura per entrare in quello della grazia.
La partenza di Abramo verso questo grande futuro ha lo scopo di farlo rientrare nell’umanità dalla quale è uscito, portando con sé la benedizione che soppianta la maledizione. Abramo avrà benedizione in misura tale che
ne sarà il paradigma; si potrà pronosticare felicità a un uomo, augurandogli la sorte di Abramo. Tale sorte rivela il Dio che benedice, e il benedetto è il suo segno. In questo modo, l’atteggiamento assunto davanti al segno equivale all’atteggiamento assunto davanti a Dio (come l’atteggiamento davanti al Cristo in Lc 2,34s).
Stando a quanto leggerà più tardi la teologia biblica, Abramo sarà anche principio di benedizione in quanto il suo bene ridonderà a favore del mondo. Così Abramo torna nell’ambito dell’umanità universale, e torna per la via normale di un popolo che nasce da lui, che si espande fino ad assorbire nella sua condizione di popolo benedetto tutte le famiglie della terra.
L’appartenenza di Abramo al popolo del futuro si realizza attraverso la via della paternità. Nel primo piano della tradizione abramitica, si parla della paternità nel suo senso biologico; ma, dal momento in cui questa stessa tradizione proclama che Dio darà al patriarca un grande popolo, si sta già passando dal livello biologico a quello teologico, e la paternità acquista il valore di segno: sarà popolo di Abramo quello che nascerà nell’atteggiamento di fiducia e d’ubbidienza, come quella del patriarca davanti a Dio.
A molta distanza da quello che qui è scritto, Paolo spiegherà che il popolo di Abramo è il popolo figlio della sua fede.
La figura di Abramo appartiene allo spazio della storia conosciuta. Il suo nome, i suoi movimenti, i suoi costumi e il suo modo di vivere lo collocano nel contesto delle migrazioni aramee dalla Mesopotamia all’Oriente mediterraneo; ma questo passaggio, come il resto della sua tradizione, non dev’essere letto al puro livello biografico, bensì in chiave teologica.
Perciò, la sua duplice appartenenza all’umanità e al popolo non dev’essere misurata con criteri storico-biologici, ma alla luce del disegno salvifico di Dio, secondo la testimonianza del popolo dei patriarca.
Il passo che commentiamo contiene quella che possiamo chiamare la «promessa patriarcale»: discendenza, terra e benedizione. Questa promessa dà i primi segni della sua realizzazione nel viaggio di Abramo verso la terra di Canaan, simbolica presa di possesso di quella terra. In realtà, il popolo che parla nella tradizione di Abramo possiede già quella terra; ma da Abramo la guarda nella prospettiva di promessa, perché, in realtà, la considera un dono di Dio. Presenta Abramo in atto di confidare e ubbidire, perché comprende che questo è l’atteggiamento che lo definisce come popolo di Dio, E crede che questa appunto è la grandezza che distingue lui e suo padre Abramo dall’umanità di Babele, quella che vuole costruirsi la sua propria grandezza.
 
Settimio Cipriani (Le lettere di Paolo) - Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia: Avendo ricordato la «potenza di Dio» (v. 8) comunicata a Timoteo nella sua ordinazione, l’Apostolo sviluppa il tema dell’assoluta gratuità della «salvezza» (v, 9) mediante la fede in Cristo e nel suo «Vangelo» (vv. 9-10), di cui egli è stato stabilito «araldo, apostolo e maestro» (v. 11).
È un secondo motivo che Timoteo ha per essere forte e coraggioso; non si può respingere a cuor leggero la «vocazione» di Dio (v. 9) alla salvezza e alla «immortalità» (v. 10), sia del corpo che dell’anima, costi quello che costi.
Un parallelo a questi pensieri lo troviamo in Tit. 3,3-7 e in altri passi delle lettere paoline (anche in Efes. 4,1 si parla della «vocazione» dei cristiani; in Rom. 8,28 del «proposito» di Dio; in Rom. 16,25-27 della «rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni»; in 1Cor. 15,54-55 della «vittoria» sulla morte, ecc.).
La «grazia», che ci fa partecipare alla vita stessa di Dio inserendoci «in Cristo Gesù» (v. 9), fu destinata a noi fin da tutta l’«eternità» (v. 9) dall’amore del Padre celeste, anche se di fatto storicamente si è «manifestata» solo con l’«apparizione» (epifania) di Cristo, che con la sua stessa morte e resurrezione ha «distrutto la morte» fisica e spirituale e ha fatto «risplendere» agli occhi di tutti, mediante la predicazione del Vangelo, la «vita e l’immortalità» promessa a chi col battesimo si inserisce effettivamente nella sua vita di Risuscitato (Rom. 6,3-11; Gal. 3,27).
La «grazia» dunque per i cristiani non è un qualunque «dono» di Dio, quanto piuttosto Cristo stesso che ci assorbe nella sua vita e ci fa respirare con il suo respiro: in lui non possiamo non avere la «vita» e la «immortalità» (v. 10) per lo stesso nostro corpo. Per attuare simile enorme prodigio è chiaro che le «opere» umane non valgono (v. 9), salvo la necessaria disponibilità per accettare il dono di Dio, che fin dall’eternità ci ha progettati strettamente uniti a Gesù.
Si noti come la «salvezza» venga attribuita tanto al Padre (v. 9: «ci ha salvati») quanto a Cristo («Salvatore»: v. 10): il primo ne è l’ideatore, il secondo l’esecutore. Il termine «vocazione» (v. 9) indica sia l’atto della chiamata del cristiano alla salvezza (Rom. 1,6-7; 8,28; 1Cor. 1,2.24; Col. 3,15; Efes. 1,18; 4,4; Fil. 3,14 ecc.), sia lo stato di grazia in cui egli deve permanere.
Bella la definizione del Vangelo come «splendore» di luce e di salvezza (v. 10) per tutti gli uomini della terra.
L’«apparizione», o manifestazione (epifania), di Gesù può indicare tanto l’incarnazione (Tit. 2,11; 3,4), quanto la parusia finale (1Tim. 6,14; 2Tim. 4,1.8): qui ha il primo significato.
 
Daniel Harrington (Il Vangelo di Matteo) - La fonte di Matteo per la trasfigurazione e la conversazione su Elia (17,1-13) è Mc 9,2-13. Le modifiche che vi apporta sono di poco conto. Le principali sono: Pietro si rivolge a Gesù con il titolo di «Signore» invece di «Rabbi» (17,4), la lunga descrizione della reazione dei discepoli (17,6-7), la caratterizzazione dell’esperienza vissuta come «visione» (17,9), l’omissione dei suggerimenti di Marco circa l’adempimento delle Scritture (17,11.12) e l’identificazione di Elia con Giovanni Battista (17,13).
Con il suo lavoro di revisione (in particolare 17,6-7) Matteo ha conferito all’episodio della trasfigurazione una struttura più nitida. Dopo la scena introduttiva (quando?, chi?, dove?,), Matteo presenta un episodio visivo (17,2-3) e la reazione di Pietro (17,4) e poi un episodio auditivo (17,5) e la reazione dei discepoli (17,6-7) e una conclusione spicciola (17,8). Il collegamento con la conversazione su Elia (già presente in Marco) lega l’anticipazione della glorificazione di Gesù nella trasfigurazione alla passione e alla venuta del regno di Dio (associata ad Elia)
L’esatto genere letterario della storia della trasfigurazione è difficile da definire. I tentativi di interpretarla come un’apparizione dopo la risurrezione non stanno in piedi.
Matteo in 17,9 la chiama una «visione» (horama). Il contenuto (anticipazione della glorificazione escatologica di Gesù) ed alcune caratteristiche letterarie (specialmente la reazione dei discepoli in 17,6-7) fanno pensare che si tratti di una visione apocalittica.
Il racconto della trasfigurazione (17,1-8) è una combinazione di caratteristiche della teofania sul Sinai (Esodo 24) e delle visioni apocalittiche del libro di Daniele. Le caratteristiche riconducibili al Sinai comprendono l’alto monte, il tempo «sei giorni dopo», il volto splendente di Gesù (vedi Es 34,29), la figura di Mosè e la nube luminosa. E vi potrebbe essere pure un collegamento con Mosè e i suoi tre compagni (Aronne, Nadab e Abiu).
I tratti apocalittici si riconoscono innanzitutto nel contenuto: l’anticipa-zione della futura gloria di Gesù. In una visione apocalittica il veggente (Daniele, Enoch, ecc.) ha una visione di ciò che sta accadendo in cielo o di ciò che accadrà in futuro. Così, mentre sono avviati verso Gerusalemme, i discepoli di Gesù hanno una visione di ciò che egli veramente è e di ciò che sarà nel regno di Dio.
Matteo s’è dato un gran da fare per sottolineare questo aspetto della trasfigurazione assimilando la reazione dei discepoli in 17,6-7 a quelle di Daniele in Dn 8,17-18; 10,7-9 e definendo l’evento una «visione» (17,9).
Il personaggio di Elia unisce tra loro i due episodi. Correggendo l’ordine in modo da avere «Mosè ed Elia» al posto di «Elia con Mosè» di Marco, Matteo ha fatto dei due personaggi i rappresentanti della Legge (Mosè) e dei Profeti (Elia). Queste due figure bibliche hanno anche una valenza apocalittica, poiché la loro morte era avvolta nel mistero e si speculava riguardo al loro ruolo in futuro. Così essi erano gli interlocutori ideali per Gesù in una visione apocalittica che era un’anteprima della sua futura gloria.
Le speculazioni circa il ruolo di Elia nel regno di Dio che deve venire sono espresse in Ml 4,5 (= 3,23 nella Bibbia ebraica): «Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore».
Matteo è d’accordo con altri primi cristiani che questa profezia si è adem-piuta nella persona di Giovanni il Battista il cui vestito e modo di vivere erano quelli di Elia (vedi Mt 3,4). Nella diatriba con i Giudei non cristiani la trasfigurazione stabilisce il legame tra Gesù da una parte e Mosè ed Elia dall’altra. Nel contesto matteano l’episodio fa parte del progetto di Matteo di dimostrare che Gesù è venuto a dar compimento alla Legge e ai Profeti (vedi Mt 5,17). Tra questi tre personaggi esiste una perfetta armonia.
 
Leone Magno (Sermo 51,1-3): La trasfigurazione aveva soprattutto lo scopo di eliminare dal cuore dei discepoli lo scandalo della croce, affinché l’umiltà della passione volontariamente subita non turbasse la fede di coloro ai quali sarebbe stata rivelata la sublimità della dignità nascosta. Ma con eguale previdenza egli dava un fondamento alla speranza della santa Chiesa, di modo che tutto il corpo di Cristo venisse a conoscenza di quale trasformazione sarebbe stato gratificato, e le membra dessero a sé stesse la promessa di partecipare all’onore che era rifulso nel capo.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Albino, Vescovo - Nato intorno al 470 da una famiglia nobile, Albino fu monaco e quindi abate per venticinque anni a Nantilly, nei pressi di Saumur. Nel 529 fu eletto per acclamazione popolare vescovo di Angers. Fu uno dei principali promotori del terzo Concilio di Orleans, che riformò la Chiesa dei Franchi con grande fermezza. È ricordato come difensore dei poveri e dei prigionieri. Inoltre richiamò i signori merovingi al rispetto del vincolo matrimoniale. Morì il 1 marzo 550. (Avvenire)
 
O Dio, che hai chiamato alla fede i nostri padri
e per mezzo del Vangelo hai fatto risplendere la vita,
aprici all’ascolto del tuo Figlio,
perché, accogliendo in noi il mistero della croce,
possiamo essere con lui trasfigurati nella luce.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO
Benedici sempre i tuoi fedeli, o Padre,
perché, aderendo al Vangelo
del tuo Figlio unigenito,
possano desiderare e raggiungere
la gloria manifestata agli apostoli
in tutta la sua bellezza.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 28 Febbraio 2026
 
Sabato I Settimana di Quaresima
 
Dt 26,16-19; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mt 5,43-48

Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! (2Cor 6,2b - Acclamazione al Vangelo)
 
Bibbia di Gerusalemme nota a 1Cor 6,2 : Tra il tempo della venuta di Cristo (Rm 3,26+) e quello del suo ritorno (1Cor 1,8+) passa un tempo intermedio (Rm 13,11+), che è il “giorno della salvezza”. Tempo lasciato alla conversione (At 3,20s), accordato alla salvezza del resto» (Rm 11,5) e dei pagani (Rm 11,25; Ef 2,12s; cf Ap 6,11; Lc 21,24). Benché di durata incerta (1Ts 5,1+), questo tempo di pellegrinaggio (lPt 1,17) deve essere considerato come breve (lCor 7,26-31; cf Ap 10,6; 12,12; 20,3), carico di prove (Ef 5,16; 6,13) e di sofferenze che preparano la gloria futura (Rrn 8,11). La fine si avvicina (lPt 4,7; cf Ap 1,3+ e 1Cor 16,22; Fil 4,5; Gc 5,8), così come il giorno della luce piena (Rm l3,11s); bisogna vegliare (lTs 5,6; cf Mc 13,33) e usare bene del tempo che resta (Col 4,5; Ef 5,161 per salvarsi e per salvare gli altri (Gal 6.101, lasciando a Dio la cura della giustizia ultima (Rm 12,19; 1Cor 4,5).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): Nel brano viene richiamato il tema fondamentale del Deuteronomio: l’amore che ha spinto Iahvè a fare alleanza con le dodici tribù di Giacobbe ed in cui egli si è impegnato a essere il Dio d’Israele, a patto che Israele si impegni a essere il suo popolo con tutte le conseguenze a ciò connesse. In pratica questa esortazione, incentrata sull’alleanza, ci ricorda il suo carattere spirituale e gratuito e in certo qual modo anche la sua perennità. Infatti è Dio che ha fatto per primo il dono dell’elezione, sollecitando così dall’uomo la sua libera e piena adesione, ed inoltre, essendo immutabile per natura, assicura i credenti della sua fedeltà fino all’ultimo.
 
Vangelo
Siate perfetti come il Padre vostro celeste.
 
Per comprendere il brano odierno bisogna tenere a mente che la Chiesa di Matteo è sotto attacco, geme nel crogiuolo della prova e potenti e forti sono i persecutori. In questo clima di lotta e di odio, le parole di Gesù tendono a dare pace ai cuori smarriti e a suggerire la nuova risposta da dare agli aguzzini che con dura ed efferata violenza perseguitano i cristiani: imitando la misericordia del Padre celeste, un no fermo e deciso alla vendetta, un no alla legge del taglione, un sì magnanimo all’amore e al perdono.
 
Dal vangelo secondo Matteo
Mt 5,43-48
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».
 
Parola del Signore.
 
Ma io vi dico: amate i vostri - Amare i nemici e pregare per i persecutori, porgere l’altra guancia, sono delle postazioni di osservazione dalle quali il credente osserva ogni situazione, anche la più drammatica, con gli occhi di Dio e la interpreta con misericordia, imitando la misericordia di Dio: Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro celeste (Lc 6,36). Una cabina di regia per leggere fatti, avvenimenti con il cuore in mano, un cuore che si fa carne pietosa rifiutando di aprirsi alla vendetta o dimenticando di chiedere gli interessi o slanciandosi in soccorso caritatevole verso i più bisognosi, i più indigenti, i più poveri. Una scelta di campo che spezza la spirale della violenza, che annichilisce ogni interpretazione farisaica della Legge di Dio, che stempera lo zelo divenuto eccessivo, che soffoca quell’estremismo religioso che ama brandire la spada. San Paolo esprime benissimo tutto ciò: «La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene... Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto… Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti... se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, accumulerai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Rom 12,9-21). Il modello di queste norme etiche si trova in Gesù, autore e perfezionatore della fede (cfr. Eb 12,2), soprattutto nei diversi episodi della sua terrificante passione: quando reagisce con imperturbabilità e fermezza alle percosse durante il processo ebraico (Gv 18,23), quando non fugge dinanzi alla marmaglia che era venuta per arrestarlo e impedisce a Pietro di usare la spada per difenderlo (Gv 18,4-10), quando perdona i carnefici (Lc 23,34) e accoglie nel suo Regno il buon ladrone (Lc 23,40). E sappiamo che a tenerlo confitto in Croce fu l’amore per gli uomini (Gv 13,1; 15,13). San Tommaso d’Aquino ci dice appunto che la passione di Cristo è sufficiente per orientare tutta la nostra vita. Infatti, chiunque «vuol vivere in perfezione non faccia altro che disprezzare quello che Cristo disprezzò sulla croce, e desiderare quello che egli desiderò. Nessun esempio di virtù è assente dalla croce». Dunque, la via da battere per vivere la Legge nuova è quella del Calvario, difatti se «cerchi un esempio di carità... Se cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente sulla croce ... Se cerchi un esempio di umiltà, guarda il crocifisso... Se cerchi un esempio di disprezzo delle cose terrene ... Egli è nudo sulla croce, schernito, sputacchiato, percosso, coronato di spine, abbeverato con aceto e fiele...» (San Tommaso d’Aquino). Solo chi si fa inchiodare sulla Croce del Cristo può vivere la sua Parola, altrimenti tutto è pura follia.
Voi, dunque, siate perfetti... - Questo «loghion non si riferisce soltanto all’ultima antitesi, concernente l’amore dei nemici, ma ricapitola l’insegnamento globale di Gesù circa la “giustizia superiore” [Mt 5,21-47]» (Angelico Poppi). La perfezione che viene qui richiesta è la somma di sfumature diverse che si colgono a secondo della traduzione del testo: téilos, in greco, sta a significare perfetto, compiuto, senza difetti, completo, in questo caso nella carità; tamìn, in ebraico, ha una valenza cultuale di integrità e di santità. Una santità quindi che coinvolge tutta la persona del credente: anima, corpo e spirito (cfr. 1Tess 5,23). Il nuovo comandamento di Gesù ha un corrispondente nel Libro del Levitico: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (19,2). Sembra una meta impossibile da raggiungere, e infatti «è impossibile che la creatura abbia la perfezione di Dio. Pertanto il Signore vuol dire che la perfezione divina costituisce il modello cui deve aspirare il cristiano, consapevole della distanza infinita che lo separa dal suo Creatore. Ma ciò nulla toglie alla forza di questo imperativo, anzi ne riceve luce» (Bibbia di Navarra). Siate santi come il Padre vostro celeste, una sfida, un invito che la Chiesa non si stanca di rinnovare lungo i secoli.
 
Per approfondire
 
Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano - Paul Beauchamp: 1. Il comandamento e l’esempio. - «Amate i vostri nemici, fate del bene a Coloro che vi odiano» (Mt 5,44 par.). Questo comandamento brilla tra le esigenze più nuove (cfr. 5,43) di Gesù. Egli stesso ha avuto dei nemici che non «lo hanno voluto come re», come dice una parabola (Lc 19,27). Lo hanno messo a morte; ed egli, sulla croce, ha perdonato loro (Lc 23, 34). Così deve fare il discepolo, ad imitazione del suo maestro (cfr. 1Piet 2,23), ad imitazione del Padre celeste (Mt 5,45ss), di cui potrà in tal modo ottenere il perdono (cfr. Mt 6,12). Il cristiano che perdona non si fa illusioni sul mondo in cui vive, come Gesù non si faceva illusioni né sui  Farisei, né su Erode. Ma pratica alla lettera il consiglio della Scrittura: ammucchiare carboni ardenti sul capo del suo nemico (Rom 12,20 = Prov 25,21s). Questa non è vendetta: questo fuoco si cambierà in amore se il nemico vi consente; l’uomo che ama il nemico mira a trasformarlo in  amico ed adopera con sapienza i mezzi adatti. In questa iniziativa Dio stesso l’ha preceduto: quando eravamo suoi nemici, egli ci ha riconciliati con se stesso mediante la morte del Figlio suo (Rom 5,10).
2. La vittoria sull’inimicizia. - Gesù non viene quindi a negare l’inimicizia, ma a manifestarla nella sua dimensione completa al momento di vincerla. Essa non è un fatto come gli altri; è un mistero, il segno del regno di Satana, il nemico per eccellenza: dal giardino di Eden una inimicizia lo oppone ai figli di Eva (Gen 3,15). Nemico degli uomini e nemico di Dio, egli semina quaggiù la zizzania (Mt 13,39); perciò noi siamo esposti ai suoi attacchi. Ma Gesù ha dato ai suoi il potere su ogni potenza che viene dal nemico (Lc 10,19). Essi l’hanno dalla lotta in cui Gesù trionfò con la sua stessa sconfitta, essendosi offerto ai colpi di Satana attraverso quelli dei suoi nemici, ed avendo vinto la morte con la sua morte. In tal modo abbatté «il muro di inimicizia» che divideva l’umanità (Ef 2,14-16). In attesa del giorno in cui Cristo, per mettere «tutti i nemici sotto i suoi piedi», distruggerà per sempre la morte che è «l’ultimo nemico» (1Cor 15,25s), il cristiano combatte con Gesù contro l’antico nemico del genere umano (Ef 6,11-17). Attorno a lui alcuni si comportano da nemici della croce di Cristo (Fil 3,18), ma egli sa che la Croce lo porta al trionfo. Questa croce è il luogo fuori del quale non c’è riconciliazione né con Dio né tra gli uomini. 
 
Siate perfetti - A. Vanhoye: Pratica della perfezione. - Meditando gli esempi degli antenati (Sap 10; Eccli 44 - 49), i Giudei pii cercavano la perfezione nell’osservanza della legge: «Beati, perfetti nella loro via, coloro che camminano nella legge di Jahvè» (Sal 119). Ma il loro stesso attaccamento all’ideale acuiva taluni problemi. Giobbe è un modello di perfezione, «uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male» (Giob 1, 1); perché la sventura non lo risparmia? Questa dolorosa questione teneva gli animi aperti e nell’attesa.
Perfezione della legge. Il vangelo rende omaggio a questa perfezione aperta ad un’attesa, che è quella dei genitori di Giovanni Battista, «irreprensibili» nella loro fedeltà alla legge (Lc 1, 6), o quella di Simeone e di Anna. Ma se la pratica della legge pretende di rinchiudersi compiacentemente in se stessa, non è più che una falsa perfezione e suscita l’opposizione irriducibile di Gesù (ad es. Lc 18, 9-14; Gv 5, 44), continuata da quella di Paolo (cfr. Rom 10, 3 s; Gal 3, 10).
Gesù e la perfezione. - Di fatto la legge deve trovare il suo compimento in un modo completamente diverso.
Rivelando pienamente che il Dio santissimo è un Dio di amore, Gesù dà un nuovo orientamento all’esigenza di perfezione suscitata dal rapporto con Dio. Non si tratta più di integrità da preservare, si tratta dei doni di Dio, si tratta dell’amore di Dio, da ricevere e da effondere.
Gesù non si allinea con i «giusti» che fuggono il contatto dei peccatori: è venuto per i peccatori (Mt 9, 12 s).
Certamente egli è «l’agnello senza difetti» (1 Piet 1, 19) prefigurato dalle prescrizioni del Levitico, ma prende su di sé i nostri peccati, per la cui remissione versa il suo sangue; in tal modo diventa il nostro sacerdote «perfetto» (Ebr 5, 9 s; 7, 26 ss), capace di renderci perfetti a nostra volta (Ebr 10, 14).
Perfezione nell’umiltà. - Chi vuole approfittare della salvezza che egli apporta deve quindi riconoscersi peccatore (1 Gv 1, 8) e rinunciare a far valere qualunque vantaggio personale, per non confidare che nella sua grazia (Fil 3, 7-11; 2 Cor 12, 9). Senza la umiltà ed il distacco non si può seguire Gesù (Lc 9, 23 par.; 22, 26 s).
Non tutti sono chiamati alle stesse forme di rinunzia effettiva (cfr. Mt 19, 11 s; Atti 5, 4), ma chi vuole avanzare verso la perfezione deve camminare generosamente in questa via; le parole rivolte al giovane ricco si impongono alla sua attenzione: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai... e vieni, seguimi» (Mt 19, 21; cfr. Atti 4, 36 s).
Perfezione dell’amore. - La perfezione a cui sono chiamati i figli di Dio è quella dell’amore (Col 3, 14; Rom 13, 8-10). Nel passo di Lc parallelo a Mt 5, 48, invece di «perfetto» si legge «misericordioso» (Lc 6, 36), ed il contesto di Mt parla anch’esso di carità universale, di amore esteso perfino al nemico ed al persecutore. Certamente il cristiano deve guardarsi dal male (Mt 5, 29 s; 1 Piet l, 14 ss); ma, per rassomigliare al Padre suo (Mt 5, 45; Ef 5, 1 s), deve nello stesso tempo preoccuparsi del malvagio (cfr. Rom 5, 8), amare il Padre stesso e, a qualunque costo, «vincere il male col bene» (Rom 12, 21; 1 Piet 3, 9).
Perfezione e progresso. - Questa generosità conquistatrice non si ritiene mai soddisfatta del risultato ottenuto.
L’idea di progresso è ormai legata a quella di perfezione. I discepoli di Cristo devono sempre progredire, crescere nella conoscenza e nell’amore (Fil 1, 9), anche quando fanno parte della categoria dei cristiani formati (in greco «i perfetti»; 1 Cor 2, 6; 14, 20; cfr. Fil 3, 12. 15).
Perfezione alla parusia. - Essi non cessano di prepararsi per la venuta del loro Signore, sperando che Dio concederà loro di essere trovati irreprensibili in quel giorno (1 Tess 3, 12 s). Si preoccupano di rispondere al desiderio di Cristo, che è di vedersi presentare allora una Chiesa «tutta splendente ...» (Ef 5, 27); dimenticando ciò che è già realizzato, essi si protendono quindi in avanti (cfr. Fil 3, 13), fino a «giungere tutti assieme ... a costituire l’uomo perfetto, nella forza dell’età, che realizza la pienezza di Cristo» (Ef 4, 13).
 
Cassiano Giovanni, Conferenze, 21,33: Chi ha raggiunto la vetta della perfezione evangelica sta al di sopra di tutta la legge per il merito di sì grande virtù. Guardando dall’alto in basso come cosa di poco conto tutto ciò che Mosè ha ordinato, egli riconosce di vivere sotto la grazia del redentore, per il cui aiuto, lo sa bene, egli è giunto a questo stato eccelso. Non regna perciò in lui il peccato, perché l’amore di Dio, riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo (Rm 5,5) che ci è stato donato, esclude ogni inclinazione a qualsiasi altra cosa. Egli perciò non può desiderare quel che è proibito né disprezzare ciò che è comandato, perché tutta la sua tensione, tutti i suoi desideri sono rivolti all’amore di Dio ed egli è così poco preso dal piacere delle cose terrene, che non se ne serve neppure se permesse.
 
Testimoni di Cristo -  Beato Daniele Alessio Brottier, Sacerdote: Daniele Alessio Brottier è ricordato per il suo impegno nella missione, nell’apostolato tra i militari e per l’aiuto agli orfani. Nato nel 1876 a La Ferté-Saint Cyr, diocesi di Blois, in Francia, entrò in Seminario nel 1890 e divenne prete a 23 anni nel 1899. Nel 1902 entrò come novizio nella congregazione dello Spirito Santo ad Orly, l’anno seguente emise i voti religiosi e partì quasi subito per il Senegal, allora colonia francese , ma rientrò dopo soli tre anni per motivi di salute.
Ripresosi tornò nuovamente nel paese africano, ma i problemi di salute lo costrinsero a tornare definitivamente in patria. Allora, in Francia, fondò l’opera «Souvenir Africain», allo scopo di costruire la cattedrale di Dakar. Cappellano militare nella Prima Guerra mondiale, fondò l’Unione nazionale combattenti e l’Opera degli orfani apprendisti. Morì nel 1936. È stato beatificato da Giovanni Paolo II nel 1984. (Avvenire)
 
Padre di eterna misericordia,
converti a te i nostri cuori,
perché nella ricerca dell’unico bene necessario
e nelle opere di carità fraterna
siamo sempre consacrati alla tua lode.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

Scenda sui tuoi fedeli, o Signore,
la benedizione che invocano
e confermali nei santi propositi,
perché non si separino mai dalla tua volontà
e rendano sempre grazie per i tuoi benefici.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 
 
 
27 Febbraio 2026
 
Venerdì I Settimana di Quaresima
 
Ez 18,21-28; Salmo Responsoriale Dal Salmo 129 (130); Mt 5,20-26
 
Liberatevi da tutte le iniquità commesse, dice il Signore, e formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo. (Cf. Ez 18,31a - Acclamazione al Vangelo)
 
Il cuore nuovo - È questo appunto il disegno di Dio, il cui annuncio conforta Israele. Di fatto il fuoco di Dio è un fuoco d’amore; Dio non può aver di mira la distruzione del suo popolo; a questo solo pensiero il suo cuore si rivolta in lui (Os 11, 8) Se egli ha condotto nel deserto la sua sposa infedele, lo ha fatto per parlare nuovamente al suo cuore (Os 2, 16). Sarà quindi posto un termine alle prove, ed inizierà un’altra epoca, contrassegnata da un rinnovamento interiore che Dio stesso opererà. «Egli circonciderà il tuo cuore ed il cuore della tua posterità, così che tu ami Jahvè tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, affinché tu viva» (Deut 30, 6). Gli Israeliti non saranno più ribelli perché Dio, stabilendo con essi una nuova alleanza, «porrà la sua legge in fondo al loro essere e la scriverà nel loro cuore» (Ger 31, 33). Meglio ancora: Dio darà loro un altro cuore (Ger 32, 39), un cuore per conoscerlo (Ger 24, 7; cfr. Deut 29, 3). Dopo aver aggiunto: «Fatevi un cuore nuovo» (Ez 18, 31), Dio promette di realizzare egli stesso ciò che esige: «Io vi purificherò. Io vi darò un cuore nuovo, io porrò in voi uno spirito nuovo; toglierò dalla vostra carne il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36, 25 s). Così sarà assicurata tra Dio e il suo popolo una unione definitiva. (J. De Fraine e A. Vanhoye)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Questo passo di Ezechiele segna un progresso decisivo nello sviluppo della dottrina morale dell’Antico Testamento (cfr. Ez 14,12-23; 33,10-20). Ai tempi di Gesù sembrava normale che una città o una nazione fosse castigata in blocco, i giusti con i peccatori, e che la sorte dei figli fosse legata alla condotta dei loro padri. La predicazione dei profeti cercava di contrariare questa tesi, e paladino di questa correzione sarà sopra tutto il profeta Ezechiele il quale affermerà con estrema chiarezza che la salvezza di un uomo o la sua rovina non dipendono né dai suoi antenati né dai suoi parenti, e neppure dal suo stesso passato. Solo le disposizioni attuali del cuore contano davanti al Signore. Come sarà espresso anche dal Nuovo Testamento, solo il comportamento attuale determina il giudizio di Dio.  
 
Vangelo
Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello.
 
Se la vostra giustizia... è un aperto rimprovero ai farisei che avevano deformato lo spirito della Legge, riducendo il loro impegno religioso a una formale interpretazione della Legge di Dio. La giustizia dei farisei era quindi il frutto di una ipocrita osservanza esteriore della Legge, deprecata dagli uomini e rigettata da Dio (cfr. Lc 18,9-14). Invece, il vero giusto per la sacra Scrittura è colui che si sforza sinceramente di adempiere la volontà di Dio (cfr. Mt1,19), che si manifesta sopra tutto nei Comandamenti. Per avvicinarci al nostro linguaggio cristiano, giustizia è sinonimo di santità (cfr. 1Gv 2,29; 3,7-10; Ap 22,11). Ma io vi dico... un’espressione che mette in risalto l’autorità di Gesù: poiché la sua potestà è divina, Egli è superiore a Mosè e ai Profeti. Una prerogativa rigettata dai farisei, ma accolta dalla folla che seguiva il Maestro di Nazaret: «Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi» (Mc 1,22; Cf. Mt 7,28).
 
Dal vangelo secondo Matteo
Mt 5,20-26
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinèdrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!».
 
Parola del Signore.
 
Il brano evangelico oltre a mettere in risalto il valore perenne dell’Antico Testamento, insegna il valore della dottrina di Gesù, la nuova Legge, che porta  a compimento la Legge antica.
In verità io vi dico (= Amen): la parola ebraica che significava in origine stabilità in seguito venne a significare la verità e la fedeltà. Qui sottolinea semplicemente in verità, mettendo in questo modo in evidenza l’autorità e la signoria di Gesù.
Se la vostra giustizia... è un aperto rimprovero ai farisei che avevano deformato lo spirito della Legge, riducendo il loro impegno religioso a una formale interpretazione della Legge di Dio. La giustizia dei farisei era quindi il frutto di una ipocrita osservanza esteriore della Legge, deprecata dagli uomini e rigettata da Dio (Cf. Lc 18,9-14). Invece, il vero giusto per la sacra Scrittura è colui che si sforza sinceramente di adempiere la volontà di Dio (Cf. Mt 1,19), che si manifesta sopra tutto nei Comandamenti. Per avvicinarci al nostro linguaggio cristiano, giustizia è sinonimo di santità (Cf. 1Gv 2,29; 3,7-10; Ap 22,11).
Ma io vi dico... un’espressione che mette in risalto l’autorità di Gesù: poiché la sua potestà è divina, Egli è superiore a Mosè e ai Profeti. Una prerogativa rigettata dai farisei, ma accolta dalla folla che seguiva il Maestro di Nazaret: «Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi» (Mc 1,22; Cf. Mt 7,28).
Stupido... Epiteto ingiurioso cui si accompagnava a un gran disprezzo, che spesso veniva espresso non solo con le parole, ma sputando a terra. Pazzo, ancora più offensivo perché a volte voleva sottintendere un’aperta ribellione alla volontà di Dio.
Per Gesù non bisogna scivolare in una casistica farisaica nella quale il credente si troverebbe a vivere una fede asfittica, lontana dalle vere esigenze evangeliche. Solo l’amore permette al discepolo di Gesù che la sua giustizia superi quella degli scribi e dei farisei: unica condizione per entrare nel regno dei cieli.
 
Per approfondire
 
Se la vostra giustizia… - Odilo Kaiser: 1. Nell’Antico Testamento giustizia designa negli scritti veterotestamentari un comportamento generalizzato dell’uomo che agisce secondo la volontà di Dio (Dt 6,25). Con ciò è presupposta o percepita la subordinazione e l’adeguamento della giustizia alla giustizia di Dio. Proprio quando testi antichi evidenziano l’aspetto giuridico della giustizia, questo fatto non va dimenticato. Anche nell’Antico Testamento, quando si parla della giustizia si tratta spesso delle relazioni di una persona con l’altra (Es 23,6ss; Dt 1,16). Specie nel periodo più tardo, invece, è la rigida osservanza della preghiera (Gb 4) e l’elemosina (Tb 12,9) a “creare” la giustizia.
2. Nel Nuovo Testamento. Generalizzando si può dire: la giustizia si esprime nell’accettazione totale e incondizionata della giustizia di Dio, con l’abbandono perciò di tutte le “sicurezze” umane. Questa nuova giustizia, Dio l’ha offerta agli uomini nell’evento della salvezza attuato in Cristo. Non può essere acquisita attraverso le proprie opere e i propri meriti. L’uomo viene gratuitamente giustificato soltanto nella fede e nell’ubbidiente accettazione del messaggio della salvezza in Cristo. In quanto giustificato ora vive della giustizia di Dio (Rm 3,21-26). La giustizia di Dio è diventata, con ciò stesso, giustizia della propria vita. Quando Fil 1,11 invoca, per la comunità, che sia ripiena dei “frutti della giustizia”, intende dimostrare fino a che punto la giustizia di Dio, di cui la comunità è stata oggetto, sia diventata per essa realmente e concretamente determinante per la sua vita. È questo che l’apostolo spera e invoca.
L’“esercizio della giustizia” si presenta nella teologia di Matteo (6,1ss) con un significato indiscutibilmente personale. Ma proprio la composizione programmatica del discorso della montagna risalta nelle cosiddette antitesi (5,21-48), illustrando al credente (nella figura del discepolo di Gesù) che cosa si debba fare ora per “adempiere ogni giustizia”. Modello è lo stesso Gesù (3,15). Lc 10,25-37 dimostra in quale misura ogni comprensione puramente formale della giustizia nei confronti dell’altro uomo dovrebbe essere eliminata per sempre. L’esigenza assoluta posta dal Dio dell’amore fa di ogni uomo il “prossimo”. Tutte le barriere che separano l’uomo dall’uomo si rivelano contrarie alla volontà di Dio. Tanto più che nella parola di Gesù perfino gli obblighi cultuali e le prescrizioni religiose sono univocamente superati dalla nuova giustizia dell’amore. Giustizia significa realizzazione dell’amore di Dio che in Cristo è dischiuso, come possibilità, a tutti gli uomini.
 
Non ucciderai - Evangelium vitae 41: Il comandamento del “non uccidere”, incluso e approfondito in quello positivo dell’amore del prossimo, viene ribadito in tutta la sua validità dal Signore Gesù. Al giovane ricco che gli chiede: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”, risponde: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti” (Mt 19,16-17). E cita, come primo, il “non uccidere” (v. 18). Nel Discorso della Montagna, Gesù esige dai discepoli una giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei anche nel campo del rispetto della vita: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio” (Mt 5,21-22). Con la sua parola e i suoi gesti Gesù esplicita ulteriormente le esigenze positive del comandamento circa l’inviolabilità della vita. Esse erano già presenti nell’Antico Testamento, dove la legislazione si preoccupava di garantire e salvaguardare le situazioni di vita debole e minacciata: il forestiero, la vedova, l’orfano, il malato, il povero in genere, la stessa vita prima della nascita (cfr. Es 21,22; 22,20-26). Con Gesù queste esigenze positive acquistano vigore e slancio nuovi e si manifestano in tutta la loro ampiezza e profondità: vanno dal prendersi cura della vita del fratello (familiare, appartenente allo stesso popolo, straniero che abita nella terra di Israele), al farsi carico dell’estraneo, fino all’amare il nemico.
L’estraneo non è più tale per chi deve farsi prossimo di chiunque è nel bisogno fino ad assumersi la responsabilità della sua vita, come insegna in modo eloquente e incisivo la parabola del buon samaritano (cf. Lc 10,25-37). Anche il nemico cessa di essere tale per chi è tenuto ad amarlo (cf. Mt 5,38-48; Lc 6,27-35) e a «fargli del bene» (cf. Lc 6,27.33.35), venendo incontro alle necessità della sua vita con prontezza e senso di gratuità (cf. Lc 6,34-35). Vertice di questo amore è la preghiera per il nemico, mediante la quale ci si pone in sintonia con l’amore provvidente di Dio: «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,44-45; cf. Lc 6,28.35).
Così il comandamento di Dio a salvaguardia della vita dell’uomo ha il suo aspetto più profondo nell’esigenza di venerazione e di amore nei confronti di ogni persona e della sua vita. È questo l’insegnamento che l’apostolo Paolo, facendo eco alla parola di Gesù (cf. Mt 19,17-18), rivolge ai cristiani di Roma: «Il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13,9-10). 
 
La vera e falsa giustizia: La vera giustizia è accompagnata dalla compassione, la falsa giustizia invece dallo sdegno - quantunque spesso i giusti si sdegnino, a buon diritto, con i peccatori -. Ma altro è ciò che compie lirritazione superba, altro lo zelo per la disciplina. Si sdegnano, ma non sono sdegnati; disperano, ma non sono disperati; perseguitano, ma amando, perché se esteriormente esagerano i rimproveri, per zelo, interiormente sono tutti dolcezza, per amore. Ritengono per lo più superiori, in cuor loro, coloro stessi che correggono, e giudicano migliori di sé quegli stessi che giudicano. Facendo così, custodiscono i sudditi nellosservanza e custodiscono se stessi nellumiltà. Viceversa, coloro che spesso insolentiscono per falsa giustizia, disprezzano gli altri, non conoscono misericordia per le debolezze; e non ritenendosi essi peccatori, diventano perciò stesso peccatori peggiori” (Gregorio Magno, Predica per la III domenica dopo Pentecoste, 34).
 
Testimoni di Cristo - San Gabriele dell’Addolorata - Così una vita piena di vita non si spegne nel dolore:  Una vita piena di vita non può morire, nemmeno quando è soffocata dalla malattia e dal dolore. Ecco perché la morte di un giovane può diventare un canto alla vita. Ne è testimone san Gabriele dell’Addolorata, apostolo della vera gioia evangelica fino alla fine, anche nella prova della sofferenza. La sua vicenda è l’espressione di un Vangelo trasformato in radice di autentica speranza, anche davanti alle prove più ardue. Si chiamava Francesco Possenti ed era nato ad Assisi nel 1838; rimase orfano di madre all’età di 4 anni e il padre gli insegnò a rivolgersi alle “due mamme” in cielo, la sua e Maria. Questa devozione lo accompagnò per tutta la vita. Il padre era un funzionario dello Stato Pontificio e progettava una vita agiata per il futuro del figlio, ma lui a 18 anni, nel 1856, scelse di diventare religioso tra i Passionisti, entrando nel noviziato di Morrovalle (Macerata). Era stato scosso dalla morte della sorella maggiore e da una visione avuta durante l’ottava dell’Assunta a Spoleto. Iniziò il suo cammino verso la consacrazione tra i Passionisti a Loreto e poi continuò, dal 1859, a Isola del Gran Sasso. Tre anni, dopo, però, il suo cammino terreno fu interrotto dalla tubercolosi. Proclamato santo il 13 maggio 1920, nel 1926, Pio XI lo dichiarò Patrono della gioventù cattolica italiana. (Matteo Liut)
 
Concedi, o Signore, alla tua Chiesa
di prepararsi interiormente alla celebrazione della Pasqua,
perché il comune impegno nella mortificazione corporale
porti a tutti noi un vero rinnovamento dello spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
 
Guarda con bontà, o Signore, il tuo popolo,
e fa’ che le sue opere di penitenza
manifestino una vera conversione interiore.
Per Cristo nostro Signore.