1 Marzo 2026
II Domenia di Quaresima
Gn 12,1-4a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 32 (33); 2Tm 1,8b-10
Prima Lettura - Vocazione di Abramo, padre del popolo di Dio: Dopo il peccato dei progenitori consumato nel Giardino, il Signore Dio, intendendo e preparando nel suo grande amore la salvezza del genere umano, si sceglie, con particolare attenzione, un popolo, al quale affidare le promesse. La prima lettura narra la vocazione e l’obbedienza di Abramo che costituiscono la prima tessera del meraviglioso mosaico di redenzione del genere umano. La storia della salvezza è ormai legata alla fede di Abramo, «padre di tutti noi» (Rom 4,16) e non sarà altro che l’atto di fedeltà di Dio ad Abramo.
Seconda Lettura - Dio ci chiama e ci illumina: La I e la II lettera a Timòteo e la lettera a Tito vengono chiamate “lettere pastorali”, in quanto hanno come tema principale il governo della comunità ecclesiale. Nel brano odierno, Paolo ricorda a Timòteo che ogni uomo è chiamato alla salvezza unicamente per amore e non in base alle sue opere. L’apostolo Paolo sviluppa anche il tema della grazia della vocazione collegandola a Gesù Cristo. Egli afferma che già prima della incarnazione, «fin dall’eternità», la grazia è stata data «in Cristo Gesù». Infine, ricorda l’opera di Gesù pienamente manifestata nella sua risurrezione: la morte è stata vinta, la vita e l’immortalità risplendono per mezzo del Vangelo. Questa verità deve trasfondere forza e coraggio a Timoteo.
Vangelo
Il suo volto brillò come il sole.
In tutte le antiche religioni il monte è il luogo privilegiato dove Dio si manifesta agli uomini. Per esempio, il monte Sinai o la montagna delle «Beatitudini». Prima della Passione, Gesù, su «un alto monte», si manifesta ai suoi discepoli in tutto il suo fulgore divino. Gesù è il Verbo incarnato - «a somiglianza di noi, escluso il peccato» (Eb 4,15) -; ma, allo stesso tempo, è il Signore che si manifesta ai discepoli. È una realtà unica con due forme di esistenza: l’umana e la divina: «Gesù Cristo ha due nature, la divina e l’umana, non confuse, ma unite nell’unica Persona del Figlio di Dio» (Catechismo della Chiesa Cattolica 482). Il Vangelo ha anche l’intenzione di mostrare Gesù come l’erede di tutto l’Antico Testamento e come colui che lo porta a compimento.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 17,1-9
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva:
«Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».
Parola del Signore.
Fu trasfigurato ...
La mitologia greca con il termine trasfigurazione indica il mutare forma o aspetto degli dèi. Nei Vangeli il termine non ha nessuna relazione con il suo uso mitologico, perché «questa scena di gloria, per quanto passeggera, manifesta ciò che è realmente e ciò che sarà presto in modo definitivo colui che deve conoscere per un certo periodo l’abbassamento del servo sofferente» (Bibbia di Gerusalemme).
Il racconto della Trasfigurazione è presente soltanto nei Vangeli sinottici (Mt 17,1-8; Mc 9,2-8; Lc 9,28-36). Anche se il racconto è sostanzialmente identico, gli evangelisti si diversificano nella lettura dell’avvenimento: «Mentre Matteo fa della Trasfigurazione una proclamazione di Gesù nuovo Mosè (Cf. Mt 17,1) e Luca vi insiste sulla preparazione alla passione vicina (Cf. Lc 9,28), Marco vi vede soprattutto una epifania gloriosa del Messia nascosto, in conformità al tema dominante del suo vangelo» (Bibbia di Gerusalemme). Soltanto Luca precisa che Gesù salì sul monte «per pregare» e che stava pregando quando avvenne la Trasfigurazione (Cf. Lc 9,28-29).
Gesù sale «su un alto monte» accompagnato da Pietro, Giacomo e Giovanni: i tre Apostoli che lo accompagneranno nel campo del Getsemani.
Sembra così che Gesù intenzionalmente abbia voluto rivelare la sua gloria a coloro che avrebbero assistito più direttamente al suo annichilimento.
La Trasfigurazione quindi, al dire di san Leone Magno, «mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l’umiliazione della Passione volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede, dal momento che era stata rivelata loro la grandezza sublime della dignità nascosta di Cristo».
L’«alto monte» potrebbe essere il Tabor, ma non è escluso che tale monte sia l’Hermon dal quale nasce il fiume Giordano. Altri optano per il monte dove Gesù fu trasportato da Satana nell’episodio delle tentazioni (Cf. Mt 4,8). Ma al di là di queste congetture, il significato della annotazione è teologico più che geografico, ricordando forse la rivelazione a Mosè sul monte Sinai (Cf. Es 24,12-18) e ad Elia nello stesso luogo (Cf. 1Re 19,8-18).
Al fianco di Gesù appaiono Mosè ed Elia, i rappresentanti rispettivamente della Legge e dei Profeti.
Matteo, a differenza di Luca, mette prima Mosè per ricordare che Gesù, il nuovo Mosè, è venuto a promulgare la legge della Nuova Alleanza.
Pietro disse ... Signore ... Se vuoi, farò qui tre capanne ... È un esplicito riferimento alla festa delle capanne (Cf. Gv 7,2). Con la celebrazione di questa festa il popolo eletto voleva ricordare il soggiorno nel deserto dei suoi avi durante il viaggio dall’Egitto verso la terra promessa (Cf. Lev 23,39-42).
... una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Nel libro dell’Esodo (13,21) la nube e l’ombra stanno ad indicare la presenza e la protezione di Dio verso il popolo: «la shekina, la nube misteriosa nella quale si incontra e si ode Dio» (Benedict T. Viviano).
... furono presi da grande timore. Lo smarrimento degli Apostoli proviene da ciò che vedono, ma ancor più da ciò che odono. È chiara l’intenzione di affermare che Gesù è la Parola di Dio - Ascoltatelo (Cf. Dt 18,15) -, che riunisce in sé la Legge e i Profeti e li porta a compimento. La voce del Padre, come avvenne per il Battesimo, conferma la filiazione divina di Gesù.
La teofania fa precipitare i discepoli con la faccia a terra, ma il Maestro li invita ad alzarsi senza timore; quando alzarono gli occhi, videro che Gesù era rimasto solo, questo perché basta lui come dottore della legge perfetta e definitiva.
L’ordine di Gesù - Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti - fa bene intendere che il senso della sua vita e della sua missione si comprendono soltanto nella luce della risurrezione.
Sul monte si manifesta la «gloria» del figlio incarnato. Questa gloria appartiene di diritto al Verbo (Gv 1,lss), ma Egli vi rinuncia volontariamente per rendersi in tutto simile ai fratelli (Eb 2,17): la «teologia della Trasfigurazione è tutt’uno con la teologia di Fil 2,6-11, in cui Paolo scruta il significato dell’annullamento di se stesso operato da Gesù, il significato del fatto che Dio abbia assunto su di sé la condizione umana» (John McKenzie).
Nella seconda lettera di Pietro (Cf. 2Pt 1,16-18) si fa esplicito riferimento alla Trasfigurazione, ma con intenzioni che superano il significato del semplice ricordo; infatti, è inteso «a scalzare le obiezioni mosse contro la parusia, mostrando, sulla testimonianza dei testi oculari apostolici, che Gesù possiede già le qualità essenziali che saranno manifestate alla sua parusia: maestà, onore e gloria dal Padre, figliolanza messianica e divina» (T. W. Leaby).
Per approfondire
Angel González - Vattene dalla tua terra: Abramo esce dalla sua terra guidato da una parola di Dio, che promette di dargli un nome e un grande popolo. Questa parola suona come un correttivo del proposito dell’umanità di Babele, che aspirava a rendersi famosa e grande da sé, non guardando verso il cielo in atteggiamento d’adorazione, bensì tentando di conquistarlo. L’atteggiamento di Abramo che parte è quello dell’ubbidienza e della fiducia, due principi di riferimento che allargano le possibilità fino all’infinito, poiché Dio è il termine della sua ubbidienza e della sua fiducia. Abramo si orienta così verso una grandezza che è quella di Dio: non parte con un salto nel vuoto, ma per entrare in una infinita pienezza; abbandona il centro delle sicurezze della natura per entrare in quello della grazia.
La partenza di Abramo verso questo grande futuro ha lo scopo di farlo rientrare nell’umanità dalla quale è uscito, portando con sé la benedizione che soppianta la maledizione. Abramo avrà benedizione in misura tale che
ne sarà il paradigma; si potrà pronosticare felicità a un uomo, augurandogli la sorte di Abramo. Tale sorte rivela il Dio che benedice, e il benedetto è il suo segno. In questo modo, l’atteggiamento assunto davanti al segno equivale all’atteggiamento assunto davanti a Dio (come l’atteggiamento davanti al Cristo in Lc 2,34s).
Stando a quanto leggerà più tardi la teologia biblica, Abramo sarà anche principio di benedizione in quanto il suo bene ridonderà a favore del mondo. Così Abramo torna nell’ambito dell’umanità universale, e torna per la via normale di un popolo che nasce da lui, che si espande fino ad assorbire nella sua condizione di popolo benedetto tutte le famiglie della terra.
L’appartenenza di Abramo al popolo del futuro si realizza attraverso la via della paternità. Nel primo piano della tradizione abramitica, si parla della paternità nel suo senso biologico; ma, dal momento in cui questa stessa tradizione proclama che Dio darà al patriarca un grande popolo, si sta già passando dal livello biologico a quello teologico, e la paternità acquista il valore di segno: sarà popolo di Abramo quello che nascerà nell’atteggiamento di fiducia e d’ubbidienza, come quella del patriarca davanti a Dio.
A molta distanza da quello che qui è scritto, Paolo spiegherà che il popolo di Abramo è il popolo figlio della sua fede.
La figura di Abramo appartiene allo spazio della storia conosciuta. Il suo nome, i suoi movimenti, i suoi costumi e il suo modo di vivere lo collocano nel contesto delle migrazioni aramee dalla Mesopotamia all’Oriente mediterraneo; ma questo passaggio, come il resto della sua tradizione, non dev’essere letto al puro livello biografico, bensì in chiave teologica.
Perciò, la sua duplice appartenenza all’umanità e al popolo non dev’essere misurata con criteri storico-biologici, ma alla luce del disegno salvifico di Dio, secondo la testimonianza del popolo dei patriarca.
Il passo che commentiamo contiene quella che possiamo chiamare la «promessa patriarcale»: discendenza, terra e benedizione. Questa promessa dà i primi segni della sua realizzazione nel viaggio di Abramo verso la terra di Canaan, simbolica presa di possesso di quella terra. In realtà, il popolo che parla nella tradizione di Abramo possiede già quella terra; ma da Abramo la guarda nella prospettiva di promessa, perché, in realtà, la considera un dono di Dio. Presenta Abramo in atto di confidare e ubbidire, perché comprende che questo è l’atteggiamento che lo definisce come popolo di Dio, E crede che questa appunto è la grandezza che distingue lui e suo padre Abramo dall’umanità di Babele, quella che vuole costruirsi la sua propria grandezza.
Settimio Cipriani (Le lettere di Paolo) - Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia: Avendo ricordato la «potenza di Dio» (v. 8) comunicata a Timoteo nella sua ordinazione, l’Apostolo sviluppa il tema dell’assoluta gratuità della «salvezza» (v, 9) mediante la fede in Cristo e nel suo «Vangelo» (vv. 9-10), di cui egli è stato stabilito «araldo, apostolo e maestro» (v. 11).
È un secondo motivo che Timoteo ha per essere forte e coraggioso; non si può respingere a cuor leggero la «vocazione» di Dio (v. 9) alla salvezza e alla «immortalità» (v. 10), sia del corpo che dell’anima, costi quello che costi.
Un parallelo a questi pensieri lo troviamo in Tit. 3,3-7 e in altri passi delle lettere paoline (anche in Efes. 4,1 si parla della «vocazione» dei cristiani; in Rom. 8,28 del «proposito» di Dio; in Rom. 16,25-27 della «rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni»; in 1Cor. 15,54-55 della «vittoria» sulla morte, ecc.).
La «grazia», che ci fa partecipare alla vita stessa di Dio inserendoci «in Cristo Gesù» (v. 9), fu destinata a noi fin da tutta l’«eternità» (v. 9) dall’amore del Padre celeste, anche se di fatto storicamente si è «manifestata» solo con l’«apparizione» (epifania) di Cristo, che con la sua stessa morte e resurrezione ha «distrutto la morte» fisica e spirituale e ha fatto «risplendere» agli occhi di tutti, mediante la predicazione del Vangelo, la «vita e l’immortalità» promessa a chi col battesimo si inserisce effettivamente nella sua vita di Risuscitato (Rom. 6,3-11; Gal. 3,27).
La «grazia» dunque per i cristiani non è un qualunque «dono» di Dio, quanto piuttosto Cristo stesso che ci assorbe nella sua vita e ci fa respirare con il suo respiro: in lui non possiamo non avere la «vita» e la «immortalità» (v. 10) per lo stesso nostro corpo. Per attuare simile enorme prodigio è chiaro che le «opere» umane non valgono (v. 9), salvo la necessaria disponibilità per accettare il dono di Dio, che fin dall’eternità ci ha progettati strettamente uniti a Gesù.
Si noti come la «salvezza» venga attribuita tanto al Padre (v. 9: «ci ha salvati») quanto a Cristo («Salvatore»: v. 10): il primo ne è l’ideatore, il secondo l’esecutore. Il termine «vocazione» (v. 9) indica sia l’atto della chiamata del cristiano alla salvezza (Rom. 1,6-7; 8,28; 1Cor. 1,2.24; Col. 3,15; Efes. 1,18; 4,4; Fil. 3,14 ecc.), sia lo stato di grazia in cui egli deve permanere.
Bella la definizione del Vangelo come «splendore» di luce e di salvezza (v. 10) per tutti gli uomini della terra.
L’«apparizione», o manifestazione (epifania), di Gesù può indicare tanto l’incarnazione (Tit. 2,11; 3,4), quanto la parusia finale (1Tim. 6,14; 2Tim. 4,1.8): qui ha il primo significato.
Daniel Harrington (Il Vangelo di Matteo) - La fonte di Matteo per la trasfigurazione e la conversazione su Elia (17,1-13) è Mc 9,2-13. Le modifiche che vi apporta sono di poco conto. Le principali sono: Pietro si rivolge a Gesù con il titolo di «Signore» invece di «Rabbi» (17,4), la lunga descrizione della reazione dei discepoli (17,6-7), la caratterizzazione dell’esperienza vissuta come «visione» (17,9), l’omissione dei suggerimenti di Marco circa l’adempimento delle Scritture (17,11.12) e l’identificazione di Elia con Giovanni Battista (17,13).
Con il suo lavoro di revisione (in particolare 17,6-7) Matteo ha conferito all’episodio della trasfigurazione una struttura più nitida. Dopo la scena introduttiva (quando?, chi?, dove?,), Matteo presenta un episodio visivo (17,2-3) e la reazione di Pietro (17,4) e poi un episodio auditivo (17,5) e la reazione dei discepoli (17,6-7) e una conclusione spicciola (17,8). Il collegamento con la conversazione su Elia (già presente in Marco) lega l’anticipazione della glorificazione di Gesù nella trasfigurazione alla passione e alla venuta del regno di Dio (associata ad Elia)
L’esatto genere letterario della storia della trasfigurazione è difficile da definire. I tentativi di interpretarla come un’apparizione dopo la risurrezione non stanno in piedi.
Matteo in 17,9 la chiama una «visione» (horama). Il contenuto (anticipazione della glorificazione escatologica di Gesù) ed alcune caratteristiche letterarie (specialmente la reazione dei discepoli in 17,6-7) fanno pensare che si tratti di una visione apocalittica.
Il racconto della trasfigurazione (17,1-8) è una combinazione di caratteristiche della teofania sul Sinai (Esodo 24) e delle visioni apocalittiche del libro di Daniele. Le caratteristiche riconducibili al Sinai comprendono l’alto monte, il tempo «sei giorni dopo», il volto splendente di Gesù (vedi Es 34,29), la figura di Mosè e la nube luminosa. E vi potrebbe essere pure un collegamento con Mosè e i suoi tre compagni (Aronne, Nadab e Abiu).
I tratti apocalittici si riconoscono innanzitutto nel contenuto: l’anticipa-zione della futura gloria di Gesù. In una visione apocalittica il veggente (Daniele, Enoch, ecc.) ha una visione di ciò che sta accadendo in cielo o di ciò che accadrà in futuro. Così, mentre sono avviati verso Gerusalemme, i discepoli di Gesù hanno una visione di ciò che egli veramente è e di ciò che sarà nel regno di Dio.
Matteo s’è dato un gran da fare per sottolineare questo aspetto della trasfigurazione assimilando la reazione dei discepoli in 17,6-7 a quelle di Daniele in Dn 8,17-18; 10,7-9 e definendo l’evento una «visione» (17,9).
Il personaggio di Elia unisce tra loro i due episodi. Correggendo l’ordine in modo da avere «Mosè ed Elia» al posto di «Elia con Mosè» di Marco, Matteo ha fatto dei due personaggi i rappresentanti della Legge (Mosè) e dei Profeti (Elia). Queste due figure bibliche hanno anche una valenza apocalittica, poiché la loro morte era avvolta nel mistero e si speculava riguardo al loro ruolo in futuro. Così essi erano gli interlocutori ideali per Gesù in una visione apocalittica che era un’anteprima della sua futura gloria.
Le speculazioni circa il ruolo di Elia nel regno di Dio che deve venire sono espresse in Ml 4,5 (= 3,23 nella Bibbia ebraica): «Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore».
Matteo è d’accordo con altri primi cristiani che questa profezia si è adem-piuta nella persona di Giovanni il Battista il cui vestito e modo di vivere erano quelli di Elia (vedi Mt 3,4). Nella diatriba con i Giudei non cristiani la trasfigurazione stabilisce il legame tra Gesù da una parte e Mosè ed Elia dall’altra. Nel contesto matteano l’episodio fa parte del progetto di Matteo di dimostrare che Gesù è venuto a dar compimento alla Legge e ai Profeti (vedi Mt 5,17). Tra questi tre personaggi esiste una perfetta armonia.
Leone Magno (Sermo 51,1-3): La trasfigurazione aveva soprattutto lo scopo di eliminare dal cuore dei discepoli lo scandalo della croce, affinché l’umiltà della passione volontariamente subita non turbasse la fede di coloro ai quali sarebbe stata rivelata la sublimità della dignità nascosta. Ma con eguale previdenza egli dava un fondamento alla speranza della santa Chiesa, di modo che tutto il corpo di Cristo venisse a conoscenza di quale trasformazione sarebbe stato gratificato, e le membra dessero a sé stesse la promessa di partecipare all’onore che era rifulso nel capo.
Testimoni di Cristo - Sant’Albino, Vescovo - Nato intorno al 470 da una famiglia nobile, Albino fu monaco e quindi abate per venticinque anni a Nantilly, nei pressi di Saumur. Nel 529 fu eletto per acclamazione popolare vescovo di Angers. Fu uno dei principali promotori del terzo Concilio di Orleans, che riformò la Chiesa dei Franchi con grande fermezza. È ricordato come difensore dei poveri e dei prigionieri. Inoltre richiamò i signori merovingi al rispetto del vincolo matrimoniale. Morì il 1 marzo 550. (Avvenire)
O Dio, che hai chiamato alla fede i nostri padri
e per mezzo del Vangelo hai fatto risplendere la vita,
aprici all’ascolto del tuo Figlio,
perché, accogliendo in noi il mistero della croce,
possiamo essere con lui trasfigurati nella luce.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
ORAZIONE SUL POPOLO
Benedici sempre i tuoi fedeli, o Padre,
perché, aderendo al Vangelo
del tuo Figlio unigenito,
possano desiderare e raggiungere
la gloria manifestata agli apostoli
in tutta la sua bellezza.
Per Cristo nostro Signore.