14 APRILE 2020

Martedì fra l’Ottava di Pasqua

At 2,36-41; Salmo Responsoriale 32 (33); Gv 20,11-18

Colletta: O Dio, che nei sacramenti pasquali hai dato al tuo popolo la salvezza, effondi su di noi l’abbondanza dei tuoi doni, perché raggiungiamo il bene della perfetta libertà e abbiamo in cielo quella gioia che ora pregustiamo sulla terra. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Prime testimoni della Risurrezione - Mulieris dignitatem n. 16: Sin dall’inizio della missione di Cristo la donna mostra verso di Lui e verso il suo mistero una speciale sensibilità che corrisponde ad una caratteristica della sua femminilità. Occorre dire, inoltre, che ciò trova particolare conferma in relazione al mistero pasquale, non solo al momento della croce, ma anche all’alba della risurrezione. Le donne sono le prime presso la tomba. Sono le prime a trovarla vuota. Sono le prime ad udire: «Non è qui. È risorto, come aveva detto» (Mt 28,6). Sono le prime a stringergli i piedi (cf. Mt 28,9). Sono anche chiamate per prime ad annunciare questa verità agli apostoli (cf. Mt 28,1-10; Lc 24,8-11). Il Vangelo di Giovanni (cf. anche Mc 16,9) mette in rilievo il ruolo particolare di Maria di Magdala. È la prima ad incontrare il Cristo risorto. All’inizio crede che sia il custode del giardino: lo riconosce solo quando egli la chiama per nome. «Gesù le disse: “Maria”. Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbuní!”, che significa: “Maestro”. Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria di Magdala andò subito ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e anche ciò che le aveva detto» (Gv 20, 16-18).
Per questo essa venne anche chiamata «la apostola degli apostoli», Maria di Magdala fu la testimone oculare del Cristo risorto prima degli apostoli e, per tale ragione, fu anche la prima a rendergli testimonianza davanti agli apostoli. Questo evento, in un certo senso, corona tutto ciò che è stato detto in precedenza sull’affidamento delle verità divine da parte di Cristo alle donne, al pari degli uomini. Si può dire che in questo modo si sono compiute le parole del Profeta: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo, e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie» (Gl 3,1). Nel cinquantesimo giorno dopo la risurrezione di Cristo, queste parole trovano ancora una volta conferma nel cenacolo di Gerusalemme, durante la discesa dello Spirito Santo, il Paraclito (cf. At 2,17).

Dal Vangelo secondo Giovanni 20,11-18: In quel tempo, Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro».


Maria di Màgdala andò subito ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): La Maddalena aveva visto (blépei, v. I) la pietra rimossa, ma non era pervenuta alla fede. Tuttavia, il suo attaccamento a Gesù, al contrario dei due discepoli, la fece tornare al sepolcro. Al movimento della prima scena, che descrive la donna affannata che va di corsa ad annunziare la scomparsa del cadavere, si contrappone la staticità della seconda scena: Maria stava presso il sepolcro.
Il suo sguardo si fa più attento e scorge due angeli. Il verbo theòrein, che ricorre due volte in questo brano (vv. 12.14), denota una maggiore attenzione rispetto a blépein.
L’episodio è riportato solo da Giovanni, ma riecheggia l’apparizione alle donne narrata da Mt 28,9-10.
Come nelle altre apparizioni di riconoscimento, emerge la trasformazione avvenuta nel corpo di Gesù, che non è riconosciuto subito da Maria. I due discepoli di Emmaus lo riconobbero allo spezzare il pane, la Maddalena lo riconosce dalla voce. Luca probabilmente intendeva suggerire che la presenza di Gesù si può sperimentare nella frazione del pane eucaristico; per Giovanni questo si verifica soprattutto nell’ascolto della sua Parola, proclamata nelle assemblee cristiane. Sembra comunque che l’evangelista in questo brano voglia rilevare il progresso della fede: una «visione troppo umana del Gesù terrestre deve trasformarsi in una visione di fede» (De la Potterie, pp. 199-200).

Maria di Magdala, dalla quale Gesù cacciato sette demoni (Mc 16,9), stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva: l’amore la tiene inchiodata al sepolcro, così come era rimasta inchiodata ai piedi della croce. Tutto sembra essere finito per sempre, e la visione degli angeli non la scuote, né la spaventa. Vede Gesù e non lo riconosce, lo scambia per il custode del giardino. Maria non pensa alla risurrezione, ha un solo cruccio: Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo. Dolore si assomma a dolore: hanno ucciso il Maestro, ora lo hanno rubato. Maria..., quella voce... sì quella voce la conosce... è Gesù... vorrebbe trattenersi e trattenere il Maestro, ma non può, deve andare: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». E Maria si mette in cammino, non è il tempo di fermarsi, la Buona Novella della Risurrezione non deve fermarsi, ma diffondersi... Ho visto il Signore... una testimonianza che travalica il tempo e raggiunge, oggi, fino agli estremi confini della terra tutti gli uomini. Fedeltà, amore, sollecitudine... come Maria dobbiamo metterci in cammino per annunciare al mondo il Vangelo della misericordia: Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo.

Il primogenito tra i morti - J. Radermakers e P. Grelot: Gesù non crede soltanto alla risurrezione dei giusti nell’ultimo giorno. Egli sa che il mistero della risurrezione dev’essere da lui inaugurato, cui Dio ha dato il dominio della vita e della morte. Manifesta questo potere, che ha ricevuto dal Padre, riportando alla vita parecchi morti per i quali era stato supplicato: la figlia di Giairo (Mc 5,21-42 par.), il figlio della vedova di Nain (Lc 7,11-17), Lazzaro suo amico (Gv 11). Queste risurrezioni, che ricordano i miracoli profetici, sono già l’annunzio velato della sua, che sarà di ordine completamente diverso. Egli vi aggiunge predizioni chiare: il figlio dell’uomo deve morire e risuscitare il terzo giorno (Mc 8,31; 9,31; 10,34 par.). Secondo Mt, questo è il «segno di Giona»: il figlio dell’uomo sarà per tre giorni e tre notti nel seno della terra (Mt 12,40).
Il segno del tempio: «Distruggete questo tempio, ed in tre giorni io lo riedificherò...» ora «egli parlava del tempio del suo corpo» (Gv 2,19ss; cfr. Mt 26,61 par.). Questo annunzio di una risurrezione dai morti rimane incomprensibile anche per i Dodici (cfr. Mc 9,10); a maggior ragione per i nemici di Gesù, che ne prendono pretesto per far custodire la sua tomba (Mt 27,63s).
L’esperienza pasquale: I Dodici quindi non avevano compreso che l’annunzio della risurrezione nelle Scritture riguardava in primo luogo Gesù stesso (Gv 20,9); e per questo la sua morte e la sua sepoltura li avevano gettati nella disperazione (cfr. Mc 16,14; Lc 24,21-24.37; Gv 20,19). Per indurli a credere è necessaria nientemeno che l’esperienza pasquale. Quella del sepolcro trovato vuoto non basta a convincerli, perché potrebbe spiegarsi con un semplice trafugamento del cadavere (Lc 24,11s; Gv 20,2): soltanto Giovanni crede subito (Gv 20,8). Ma poi incominciano le narrazioni del risorto. La lista raccolta da Paolo (1Cor 15,5ss) e quella degli evangelisti non coincidono perfettamente; ma il numero esatto ha poca importanza. Gesù appare «durante molti giorni» (Atti 13,31); altrove si precisa: «durante 40 giorni» (1,3), fino alla scena significativa della ascensione. I racconti sottolineano il carattere concreto di queste manifestazioni: colui che appare è proprio Gesù di Nazaret; gli apostoli lo vedono e lo toccano (Lc 24,36-40; Gv 20,19-29), mangiano con lui (Lc 24,29s.41s; Gv 21,9-13; Atti 10,41). Egli è presente, non come un fantasma, ma con il suo proprio corpo (Mt 28,9; Lc 24,ss; Gv 20,20.27ss). Tuttavia questo corpo sfugge alle condizioni abituali della vita terrena (Gv 20,19; cfr. 20,17). Gesù ripete bensì gli atti che compiva durante la sua vita pubblica, e ciò permette di riconoscerlo (Lc 24,30s; Gv 21,6.12); ma ora è nello stato di gloria che descrivevano le apocalissi giudaiche. Il popolo non è spettatore di queste apparizioni, come lo è stato della passione e della morte. Gesù riserva le sue manifestazioni ai testimoni che si è scelto (Atti 2,32; 10,41; 13,31), e l’ultimo è Paolo sulla strada di Damasco (1Cor 15,8): dei testimoni egli fa i suoi apostoli. Si mostra ad essi «e non al mondo» (Gv 14,22), perché il mondo è chiuso alla fede. Neppure le guardie del sepolcro, terrorizzate dalla teofania misteriosa (Mt 28,4), non vedono Cristo stesso.
Perciò il fatto della risurrezione, il momento in cui Gesù risale dalla morte, è impossibile da descrivere. Matteo non fa Che evocarlo con un linguaggio convenzionale desunto dalle Scritture (Mi 28,2s): terremoto, luce abbagliante, apparizione dell’angelo del Signore... Si entra qui in un campo trascendente, che soltanto le espressioni preparate dal VT possono tradurre, benché la realtà a cui vengono applicate sia in se stessa ineffabile.

Questo è l’annuncio che sconvolge ogni sentire umano. Il Crocifisso è risuscitato e si è introdotto, come germe di vita nuova e immortale, nel mondo. Questa novità di vita unisce in un unico abbraccio Israele, il popolo eletto; il mondo intero; la Chiesa, il nuovo Israele.
Gesù, risorto da morte, è innanzi tutto il Messia promesso e salvatore d’Israele. Nel discorso di Pentecoste Pietro proclama: «Dio ha risuscitato Gesù ... che voi avete fatto uccidere» (Atti 2,22ss).
E a questa affermazione, Pietro, aggiunge quella secondo la quale Gesù è il Messia e il Signore di Israele: «Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (Atti 2,36).
Ma, come dovrà amaramente constatare anche l’apostolo Paolo, Israele ha rifiutato di accogliere il Crocifisso come suo Salvatore e Signore: «non tutti hanno obbedito al Vangelo» (Rom 10,19).
Una disobbedienza che però alla fine risultò salutare: infatti a causa del rifiuto della casa di Israele la salvezza sarà predicata ai pagani (cfr. Rom 11,11). In verità, la salvezza non poteva essere appannaggio di un solo popolo, anche se amato e prediletto: doveva essere necessariamente offerta a tutti gli uomini.
Superati i confini della Città santa il Vangelo dilaga nel mondo: nel nome di Gesù vengono predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati (cfr. Lc 24,27) e tutti coloro che credono in Gesù e si uniscono a lui, ottengono il perdono dei peccati e il dono della partecipazione alla vita divina del Risorto. Da allora il Vangelo ha percorso tutte le strade del mondo, raggiungendo nazioni, popoli, approdando su nuove terre.
Per molti però si rinnova il destino del popolo eletto. Se per alcuni la Buona Novella rimane velata la colpa, al dire di Paolo, è «degli uomini che si lasciano “accecare le menti” da Satana in modo da non poter ricevere lo splendore “luminoso” del “Vangelo”, che contiene e diffonde dovunque la “gloria di Cristo”, unica e completa immagine del Padre» (Settimio Cipriani).
L’appartenenza a un popolo o alla Chiesa non è il passaporto per ottenere il perdono dei peccati e la vita eterna: solo chi crede in Cristo, l’Uomo nuovo che ha vinto la morte, otterrà la salvezza.
Ma Satana, il nemico degli uomini (cfr. 1Pt 5,8), starà sempre in agguato per intorbidare le acque nel tentativo di accecare le menti degli increduli perché «non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio» (2Cor 4,4): a lui bisogna resistere saldi nella fede (cfr. 1Pt 5,9).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** “L’appartenenza a un popolo o alla Chiesa non è il passaporto per ottenere il perdono dei peccati e la vita eterna: solo chi crede in Cristo, l’Uomo nuovo che ha vinto la morte, otterrà la salvezza” (J. Radermakers e P. Grelot).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Ascolta, Signore, le nostre preghiere
e guida questa tua famiglia, purificata col dono del Battesimo,
alla luce meravigliosa del tuo regno.
Per Cristo nostro Signore.