8 Luglio 2019
Lunedì XIV Settimana del T. O.
Gen 28,10-22a; Sal 90 (91); Mt 9,18-26
Colletta: O Dio, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta, donaci una rinnovata gioia pasquale, perché, liberi dall’oppressione della colpa, partecipiamo alla felicità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
C’è sempre gente che è pronta a fare teatro, a drammatizzare ogni evento della vita. Così, mentre il padre crede e spera, i flautisti, parenti, amici e affini sono pronti per la sceneggiata, e chissà come ci saranno rimasti male nel vedere che la bambina in verità “non era morta ma dormiva”. Nella nostra povera vita ci sono eventi incalzanti che non lasciano spazio a soluzioni, se avessimo la fede di quel papà o di quella donna che “aveva perdite da dodici anni”, i lamenti si tramuterebbero in canti di lode, colmi non di strazianti lacrime, ma di gioia. Il Vangelo di Luca della donna che da dodici soffriva di perdite di sangue ci rivela un particolare che è omesso da Matteo: “Mentre Gesù vi si recava, le folle gli si accalcavano attorno. E una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, la quale, pur avendo speso tutti i suoi beni per i medici, non aveva potuto essere guarita da nessuno” (Lc 8,40-43); pur avendo speso tutti i suoi beni per i medici..., eh sì, quando si spengono tutte le speranze umane non resta che toccare il mantello di Gesù: “gli si avvicinò da dietro, gli toccò il lembo del mantello e immediatamente l’emorragia si arrestò” (Lc 8,44). Un piccolo gesto, ma che molte volte abbiamo paura di compiere perché ostinatamente attaccati alle “soluzioni umane”, che spesso, non solo non guariscono, ma aggrovigliano in modo irreversibile le nostre difficoltà.
Vangelo - Dal Vangelo secondo Matteo 9,18-26: In quel tempo, [mentre Gesù parlava,] giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà». Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli. Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata». Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell’istante la donna fu salvata. Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.
Il caso si presentava ormai era senza soluzioni: la fanciulla è morta. La casa del capo della sinagoga, che in Marco e Luca è chiamato Giairo, è sprofondata nel dolore: gli strepiti, i pianti dei parenti e delle prèfiche, accrescono la confusione e il chiasso.
Forse per riportare un po’ di calma, Gesù entrando dice ai piagnoni: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». Le parole di Gesù non devono far credere che si tratta di morte apparente, la fanciulla è veramente morta. Gesù non è ancora entrato nella camera dove era stato composto il cadavere della fanciulla, ma per il fatto che aveva già deciso di restituire alla vita la figlia di Giairo, il presente stato della fanciulla è soltanto temporaneo e paragonabile ad un sonno.
Riecheggiano le parole che Gesù dirà quando gli portano la notizia della morte di Lazzaro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11). Questo linguaggio eufemistico è stato adottato dalla Chiesa che lo ha esteso a tutti coloro che «si addormentano nel Signore» (At 7,60; 13,36; 1Cor 7,39; 11,30), in attesa della risurrezione finale (1Ts 4,13-16; 1Cor 15,20-21.51-52).
Per i brontoloni le parole di Gesù sembrano essere fuori posto: come se Egli avesse voluto irridere il dolore dei genitori, dei parenti e degli amici convenuti in quel luogo di dolore.
La reazione però segnala anche un’ottusa ostilità nei confronti di Gesù e sopra tutto mette in evidenza la mancanza di fede nella sua potenza. È la sorte di tutti i profeti (Lc 4,24). Tanta cecità non lo ferma, per cui dopo aver messo alla porta gli increduli piagnoni, entra dove era la bambina, la prende per mano, il gesto abituale delle guarigioni (Mc 1,13.41; 9,27), e la riporta in vita.
La risurrezione della fanciulla è collocata all’apice di una sequenza di miracoli dall’impatto dirompente: la tempesta sedata (Mt 8,23-27), la liberazione dell’indemoniato geraseno (Mt 8,28-34). La vittoria di Gesù sugli elementi della natura impazziti (Sal 88,10), poi sul potere del maligno, e qui infine sulla morte stessa, mettono in luce la potenza del Figlio di Dio.
Oggi, Gesù, pur sedendo alla destra del Padre (Rom 8,34; Ef 1,20), continua ad essere presente nella sua Chiesa: per questa Presenza, i credenti fruiscono della potenza salvifica del Cristo celata misteriosamente nei sacramenti fino a che arrivino «all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13).
Ed ecco, una donna - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Mentre Gesù si recava alla casa di Jairo una donna gli si avvicinò per toccare il lembo della sua veste. L’infelice soffriva da lungo tempo (dodici anni) di disfunzioni femminili, essendo ella affetta da una emorragia cronica. L’espediente al quale ricorre l’ammalata è suggerito in parte dalla timidità naturale ad ogni donna, l’inferma infatti si sentiva imbarazzata a manifestare il suo male in pubblico, ed in parte dalla condizione di impurità legale in cui si trovava (cf. Levitico, 15, 25-27); una donna quando aveva i suoi fatti periodici o quando soffriva di emorragia era considerata impura dalla legge e, conseguentemente, non poteva essere toccata.
Gli toccò il lembo della veste; κράσπεδον (ebraico: şişith) era una piccola frangia che i pii Ebrei portavano ai quattro angoli del mantello (cf. Numeri, 15,37-41). La donna, nella sua illimitata fiducia, pensa che anche il semplice tocco della piccola frangia all’estremità del mantello è sufficiente a guarirla. La tua fede ti ha sanata; Gesù illumina l’anima della donna; ella non deve credere che la guarigione sia dovuta al tocco materiale della veste, ma alla fiducia avuta da lei nella potenza di Cristo. Ti ha sanata; il greco ha: essere salvato, espressione popolare che equivale a: essere guarito.
Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata - Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): In mezzo alla ressa una donna infelice riesce a toccare alle spalle il mantello di Gesù. La sua fede è grande, anche se si manifesta con un gesto che sa di magia. Ma questa fede, questa fiducia semplice e senza parole che si esprime con un toccare appena, viene accolta da Gesù. A differenza di Marco, Matteo fa notare che è la parola di Gesù che opera la guarigione, è la sua volontà e il suo comando e non un effluvio magico che passa nel corpo della donna malata. La sua interpretazione è più spirituale del testo popolare e ingenuo di Marco. Egli vuol prevenire il malinteso che Gesù possa esser visto soltanto come un guaritore, un operatore di meraviglie, dotato di misteriose energie. E importante constatare che nei Vangeli c’è una forza equilibratrice tra i singoli evangelisti, e solo nella visione d’insieme di tutti i racconti si manifesta la verità piena. Gesù sottolinea che è stata la fede a guarire la donna; la fede resta il presupposto e il fondamento dell’opera salvifica di Dio nei confronti dell’uomo. Certo, può essere una fede non ancora adulta, terra terra o più spirituale, ma è fede, in cammino, continuamente in via di sviluppo, «di fede in fede» (cf. Rm 1,17); da una fede sempre più profonda e radicalmente vissuta.
La relazione tra morte e peccato - Giorgio Gozzelino: Il Nuovo Testamento sottolinea vigorosamente che la morte di Gesù porta i segni inconfondibili del peccato sia rispetto alle cause (fu prodotta dalla malvagità umana), sia rispetto agli effetti (ha prodotto la possibilità della liberazione dal male). Partendo da questo fondamento la fede cristiana sostiene la verità di una reale dipendenza della morte umana dal male morale. E ne mostra un riscontro esperienziale, in negativo, nella spaventosa moltiplicazione delle cause di morte prodotta dalle scelte direttamente o indirettamente omicide degli uomini, o nel modo carico di risentimento e ribellione nel quale la morte viene spesso subita; e in positivo, nella straordinaria forza di ispirazione e stimolazione sprigionata dalla morte dei testimoni (o martiri) di una giusta causa.
Il Libro della Sapienza ci suggerisce che la morte è entrata nel mondo per l’invidia del diavolo e «ne fanno esperienza coloro che le appartengono» (2,24). L’invidia del diavolo nasce dalla sua eterna dannazione. Nasce dalla sua intima perversione che lo spinge a gioire quando l’uomo pecca. Gioisce perché sa che l’uomo indurendosi nel peccato perde il dono della salvezza, dono che Dio nella sua infinita liberalità e misericordia ha offerto a tutti gli uomini. Salvezza che a lui, principe tenebroso, è per sempre sbarrata.
Come ci ricorda Origene, il diavolo «è sempre con noi: questa è la nostra infelicità e la nostra miseria! Ogni volta che pecchiamo, il nostro avversario esulta di gioia, sapendo che può andar superbo al cospetto del principe di questo mondo che lo ha messo al nostro fianco: egli infatti, avversario di questo o di quell’uomo, è riuscito ad esempio a rendere quest’uomo schiavo del principe di questo mondo per mezzo di questi o di tali altri peccati e delitti».
Al di là di tanta infelicità e miseria, possiamo affermare che la sacra Scrittura, a questo riguardo, rivela tre verità. Innanzi tutto, la morte era contraria ai disegni di Dio: la morte «è entrata nel mondo a causa del peccato dell’uomo. Sebbene l’uomo possedesse una natura mortale, Dio lo destinava a non morire. La morte fu dunque contraria ai disegni di Dio Creatore ed essa entrò nel mondo come conseguenza del peccato» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1008).
Poi, attraversato il tunnel doloroso della morte l’uomo entra in Cielo, realizzazione perfetta di tutte le sue aspirazioni: «Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono “così come egli è” [1Gv 3,2], “a faccia a faccia” [1Cor 3,12] [...]. Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata “il cielo”. Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva. Vivere in cielo è “essere con Cristo”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1023-1025).
Ma per entrare in Cielo bisogna vivere e comportarsi «da cittadini degni del vangelo» (Fil 1,27).
Infine, la vera felicità dell’uomo non è in questo mondo, ma nell’altro mondo, in cielo quando possederà Dio e da lui sarà posseduto.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** La vera felicità dell’uomo non è in questo mondo, ma nell’altro mondo, in cielo quando possederà Dio e da lui sarà posseduto.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Dio onnipotente ed eterno,
che ci hai nutriti con i doni della tua carità senza limiti,
fa’ che godiamo i benefici della salvezza
e viviamo sempre in rendimento di grazie.
Per Cristo nostro Signore.
che ci hai nutriti con i doni della tua carità senza limiti,
fa’ che godiamo i benefici della salvezza
e viviamo sempre in rendimento di grazie.
Per Cristo nostro Signore.