6 Luglio 2019
Sabato della XIII Settimana T. O.
Gen 27,1-5.15-29; Sal 134 (135); Mt 9,14-17
Colletta: O Dio, che ci hai reso figli della luce con il tuo Spirito di adozione, fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore, ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Il digiuno è una pratica penitenziale che si perde nella notte dei tempi, e così la troviamo anche nella vita religiosa di Israele. Ma altro è digiunare per “compiacere Dio”, in questo caso il digiuno è sinonimo di conversione, di rinuncia al peccato; e altro è digiunare “dinanzi a Dio” ma per essere lodati dagli uomini (Mt 6,2), e in questo caso è sinonimo di millanteria, vanità, fame di applausi, segno limpido di una religiosità falsa e vuota. Gesù rispondendo ai soliti criticoni fa intendere che la sua “discesa nel mondo e nel tempo” è invito alla gioia, alla lode, lo Sposo dell’umanità è finalmente arrivato: «Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia» (Sof 3,16-17).
Quando lo Sposo sarà ucciso, quando sarà tolto, allora sarà il tempo del lutto e del digiuno, ma non in chiave masochista, ma per ravvivare il desiderio della conversione, per aprirsi con maggiore liberalità alle opere di misericordia, per essere attenti ai bisogni e alle necessità del prossimo. Questi sono i frutti del digiuno da rendere ben visibili perché gli uomini, vedendo le opere buone, rendano gloria al Padre che è nei cieli (Mt 5,16), e poi quando si deve digiunare vale una sola regola: “E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,16-18).
Vangelo - Dal Vangelo secondo Matteo 9,14-17: In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno. Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno. Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».
Possono forse gli invitati a nozze … - Angelo Lancellotti (Matteo): Gli invitati a nozze: il greco ha l’originale espressione semitica: «i figli dello sposalizio»; essi costituiscono il gruppo speciale di invitati che stavano più vicino allo sposo e svolgevano una parte importante nella cerimonia nuziale. Nel banchetto delle nozze messianiche i discepoli occupano questo posto privilegiato e, finché lo sposo è con loro, nessuno deve scandalizzarsi del loro atteggiamento di festa. L’immagine di Jahvé, legato alla nazione eletta con un patto nuziale, è ricorrente nell’Antico Testamento (cf Os 2,18-22; Is 50,1; 54,4-8; 61,10; Gr 2,2; 3,1-13; Ez 16; 23; SI 45; e tutto il libro del Cantico dei Cantici). La stessa immagine è ripresa nel Nuovo Testamento e applicata al Cristo, sposo della Chiesa (cf 2Cor 11,2; Ap 21). - Verranno però giorni...: è una formula caratteristica del linguaggio profetico con cui viene introdotto un annuncio funesto (cf Is 39,6; Gr 23,7; 30,49); qui si tratta del primo annuncio, anche se velato, della morte violenta (cf Is 5 3,8: « fu tolto dalla terra dei vivi », riferito al Servo di Jahvé) del Salvatore.
... essere in lutto finché lo sposo è con loro? - Marc-François Lacan (Dizionario di teologia Biblica): l. L’agnello, sposo della nuova alleanza. - La sapienza,che è nata da Dio e si compiace di abitare tra gli uomini (Prov 8,22 ss. 31), non è soltanto un dono spirituale; appare nella carne: è Cristo, sapienza di Dio (1Cor 1,24); e nel mistero della croce, follia di Dio, egli porta a termine la rivelazione dell’amore di Dio per la sua sposa infedele, salva e santifica la sposa di cui è il capo (Ef 5,23-27).
Si svela così il mistero dell’unione simboleggiata nel VT dai nomi di sposo e di sposa.
Per l’uomo si tratta di aver comunione con la vita trinitaria, di unirsi al Figlio di Dio per diventare figlio del Padre celeste: lo sposo è Cristo, e Cristo crocifisso. La nuova alleanza è suggellata nel suo sangue (1Cor 11,25) e perciò l’ Apocalisse non chiama più Gerusalemme sposa di Dio, ma sposa dell’agnello (Apoc 21,9).
2. La Chiesa, sposa della nuova alleanza. - Qual è questa Gerusalemme, chiamata alla alleanza con il Figlio di Dio? Non è più la serva, che rappresenta il popolo dell’antica alleanza, ma la donna libera, la Gerusalemme di lassù (Gal 4,22-27). Dopo la venuta dello sposo, al quale il precursore, suo amico, ha reso testimonianza (Gv 3,29), l’umanità è rappresentata da due donne, simbolo di due città spirituali: da una parte la «prostituta», tipo della Babilonia idolatra (Apoc 17,1.7; cfr. Is 47), dall’altra parte la sposa dell’agnello, tipo della città amata (Apoc 20,9), della Gerusalemme santa che viene dal cielo, perché dallo sposo ha la sua santità (21,2.9 s).
Questa donna è la madre dei figli di Dio, di coloro che l’agnello libera dal dragone in virtù del suo sangue (12,1s. 11.17). Appare dunque che la sposa di Cristo non è soltanto l’insieme degli eletti, ma è la loro madre, colei per mezzo della quale e nella quale nulla di essi è nato; essi sono santificati dalla grazia di Cristo (Tito 3,5 ss), e diventano degli esseri vergini, degni di Cristo loro sposo (2Cor 11,2), uniti per sempre all’agnello (Apoc 14,4).
Senso del digiuno - Raymond Girard (Dizionario di teologia Biblica): Poiché l’uomo è anima e corpo, non servirebbe a nulla immaginare una religione puramente spirituale: per impegnarsi, l’anima ha bisogno degli atti e degli atteggiamenti del corpo. Il digiuno, sempre accompagnato da una preghiera supplice, serve ad esprimere l’umiltà dinanzi a Dio: digiunare (Lev 16,31) equivale ad «umiliare la propria anima» (16,29). Il digiuno non è quindi una prodezza ascetica; non mira a procurare qualche stato di esaltazione psicologica o religiosa. Simili utilizzazioni sono attestate nella storia delle religioni. Ma nel contesto biblico, quando l’uomo si astiene dal mangiare per tutto un giorno (Giud 20,26; 2Sam 12,16s; Giona 3,7) mentre considera il cibo come un dono di Dio (Deut 8,3), questa privazione è un atto religioso di cui bisogna comprendere esattamente i motivi; lo stesso per l’astensione dai rapporti coniugali.
Ci si rivolge al Signore (Dan 9,3; Esd 8,21) in un atteggiamento di dipendenza e di abbandono totale: prima di affrontare un compito difficile (Giud 20,26; Est 4,16), od ancora per implorare il perdono di una colpa (1 Re 21,27), sollecitare una guarigione (2 Sam 12, 16.22), lamentarsi in occasione di una sepoltura (1 Sam 31,13; 2Sam 1,2), dopo una vedovanza (Giudit 8,5; Lc 2,27) o in seguito a una sventura nazionale (1Sam 7,6; 2Sam 1,12; Bar 1,5; Zac 11,19), per ottenere la cessazione di una calamità (Gioe 2,12-17; Giudit 4,9-13), per aprirsi alla luce divina (Dan 10,12), per attendere la grazia necessaria al compimento di una missione (Atti 13,2s), per prepararsi all’incontro con Dio (Es 34,28; Dan 9,3).
Le occasioni ed i motivi sono vari. Ma in tutti i casi si tratta di porsi con fede in un atteggiamento di umiltà per accogliere la azione di Dio e mettersi alla sua presenza. Questa intenzione profonda svela il senso dei quaranta giorni trascorsi senza cibo da Mosè (Es 34,28) e da Elia ( Re 19, 8). Quanto al quaranta giorni di Gesù nel deserto, che si modellano su questo duplice esempio, essi non hanno per scopo di aprirlo allo Spirito di Dio, perché ne è ripieno (Lc 4,1); se lo Spirito lo spinge a questo digiuno, lo fa perché inauguri la sua missione messianica con un atto di abbandono fiducioso nel Padre suo (Mt 4,1-4).
Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza… - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Le due esemplificazioni tendono a chiarire la condotta dei discepoli e, implicitamente, quella del loro Maestro. È cosa imprudente e rischiosa mettere insieme due elementi incompatibili, porre insieme il nuovo ed il vecchio. Una pezza nuova applicata ad un vestito vecchio causa uno strappo peggiore di quello che è stato riparato, perché tira troppo sui margini della stoffa usata; in modo analogo, il vino nuovo, non interamente fermentato, preme troppo sugli otri vecchi e li fa scoppiare. Il vestito vecchio rappresenta il giudaismo; la stoffa nuova (letteralmente: – stoffa – non ancora lavata) indica lo spirito nuovo del regno di Dio. Adattare allo spirito dell’Antico Testamento quello del Nuovo Testamento equivale a compiere una riparazione occasionale senza effetti duraturi. La pietà e la religione non vengono intensificate con nuove imposizioni e nuove pratiche – come facevano i Farisei e i discepoli di Giovanni con i loro digiuni e penitenze – ma con uno spirito più sottomesso a Dio ed illuminato, con un cuore più desideroso di perfezione interiore, la quale eleva e rende simili a Dio, più che di una perfezione esterna, la quale si accontenta dell’uniformità con la legge. Cristo rinnova la religione ebraica sviluppando lo spirito della Legge antica che gli Ebrei avevano soffocato con un legalismo minuzioso e cavilloso. Il principio dottrinale nascosto in queste due immagini è ricco di applicazioni; Gesù stabilisce un principio d’incalcolabile importanza ed interesse, al quale si sono ispirati gli Apostoli e si richiama continuamente la Chiesa. La legge positiva è condizionata alla perfezione dell’uomo; quando lo spirito porta l’uomo ad un livello superiore la legge ha raggiunto il suo scopo ed è superata. La legge ebraica ha preparato la legge evangelica e fu superata da quest’ultima. Gli Apostoli giunsero ad una rottura ufficiale col giudaismo, quando si avvidero che i giudaizzanti volevano imporre la loro legge anche a coloro che venivano dopo la promulgazione della legge evangelica (cf. Atti, 15, 1).
Incompatibilità tra vecchio e nuovo - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Questa incompatibilità del nuovo con il vecchio è sottolineata da Gesù nelle due brevi parabole del rammendo di panno nuovo su un vestito vecchio e del vino nuovo in otri vecchi. La stoffa nuova tira il tessuto vecchio e causa uno strappo peggiore e il vino nuovo fa scoppiare gli otri vecchi e già rovinati e così si perde anche il vino. L’ordine della salvezza di Dio, che Cristo inaugura, è nuovo come lo fu la rivelazione dell’alleanza e della legge antiche per mezzo di Mosè. Anche se, in linguaggio metaforico, le affermazioni di Gesù sulla novità del regno e del vangelo sono più energiche di tutto quello che leggiamo sull’argomento in san Paolo. Già in altre occasioni Gesù aveva fatto applicazioni concrete del suo atteggiamento verso il nuovo: per esempio, riferendosi ai riti della purificazione, all’osservanza del sabato, al tempio di Gerusalemme e al suo culto, al contatto con peccatori e impuri, pagani e lebbrosi, ecc.; oggi lo fa nei confronti del digiuno. La religione in spirito e verità che Gesù propone è una novità tanto radicale che non dipende assolutamente dal passato. In questo modo l’intese san Paolo, quando tira le conseguenze di questo principio per i cristiani delle sue comunità e di tutti i tempi: «Se uno è i Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17). Gli otri vecchi sono gli anchilosati schemi mentali e religiosi di sempre. Se le guide religiose d’Israele rifiutarono Gesù fu proprio perché la novità di un messia umile non coincideva con le loro vecchie idee. Ma pensiamo a noi stessi. La resistenza alla novità della parola di Dio nel vangelo di Gesù e nei segni dei tempi è, in fondo, rifiutare la conversione evangelica in nome di tradizioni caduche e facendosi scudo di ciò che è stato sempre fatto. Ma è inutile voler addomesticare ed è impossibile confinare in stampi arrugginiti e ammuffiti la novità radicale di un Dio sempre sorprendente.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Gli otri vecchi sono gli anchilosati schemi mentali e religiosi di sempre.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
La divina Eucaristia, che abbiamo offerto e ricevuto, Signore,
sia per noi principio di vita nuova,
perché, uniti a te nell’amore,
portiamo frutti che rimangano per sempre.
Per Cristo nostro Signore.
sia per noi principio di vita nuova,
perché, uniti a te nell’amore,
portiamo frutti che rimangano per sempre.
Per Cristo nostro Signore.