19 Giugno 2019

Messa del Giorno

MERCOLEDÌ DELLA XI SETTIMANA
DEL TEMPO ORDINARIO 

I Lettura: 2Cor 9,6-11; Salmo Responsoriale: Dal Salmo 111 (112); Vangelo: Mt 6,1-6.16-18

Colletta: O Dio, fortezza di chi spera in te, ascolta benigno le nostre invocazioni, e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto, soccorrici con la tua grazia, perché fedeli ai tuoi comandamenti possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, Gesù si riferisce a quelle opere buone che rendono l’uomo giusto davanti a Dio. Le fondamentali erano, agli occhi del popolo d’Israele, l’elemosina (vv 2-4), la preghiera (vv 5-6) e il digiuno (vv 16-18).
Ed è scontato che l’epiteto ipocriti è rivolto a tutti i falsi devoti amanti di una pietà affettata e chiassosa, e anche ai farisei che eccellevano in questa arte ipocrita (cfr. Mt 15,7; 22,18; 23,13-15).
E quando pregate: è sottinteso che il modello da imitare è Gesù e non i farisei “che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente”, e qui v’è ancora la raccomandazione della discrezione, del nascondimento.
E infine il digiuno. Si digiunava a causa di un dolore o di una disgrazia (2Sam 1,11s; Gl 2,12), in occasione di un lutto (1Sam 13,31), per prepararsi a ricevere rivelazioni e ispirazioni divine (Es 34,28), come segno della conversione a Dio (Gl 2,12; Gv 3,7). Ma vi erano anche periodi precisi in cui digiunare (Zc 7,5). Ma anche in questa opera buona poteva intrufolarsi il tarlo della vanità. Un digiuno fine a se stesso è rigettato da Dio, combattuto dai profeti (Is 58,37) e da Gesù, il quale però non rigetta il digiuno, ma anzi si prepara egli stesso al suo ministero con il digiuno (Mt 4,2; Lc 4,2) e ne fa una regola per la sua Chiesa (Mt 9,14s; At 13,2).

Vangelo: Dal Vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Elemosina - Günter Stemberger: Nella Bibbia non esiste un’espressione precisa per l’elemosina nella Lettera agli Ebrei la si esprime con parole come giustizia, grazia, ecc.; la LXX usa la parola pluristratificata eleemosyne (da cui anche la parola italiana). Tutte le espressioni bibliche per elemosina possono indicare il comportamento di Dio nei confronti dell’uomo: il suo agire e il suo amore per noi, manifestatosi nella maniera più piena in Cristo per il quale, sebbene fosse ricco, per amor nostro si è fatto povero (2Cor 8,9); in ciò va ricreato il motivo sostanziale per fare l’elemosina (Dt 24,18). La Bibbia invita spesso a fare elemosina (Dt 15,11; Pr 3,27) e riporta molti esempi di questa assistenza ai poveri (es. la colletta per Gerusalemme). Essa scorse nell’elemosina un atto profondamente religioso avente lo stesso valore del sacrificio (Tb 4,11). In linea con la preghiera e il digiuno, come questi va esercitata non per essere visti dagli altri, ma in un sincero sentimento d’amore (Mt 6,1-4). Nel momento presente l’elemosina opera la remissione dei peccati (Dn 4,24), nel giudizio finale futuro produce la partecipazione al regno di Dio: ciò che viene fatto a uno di questi piccoli, viene fatto a Cristo (Mt 25,34ss).

Dunque, quando fai l’elemosina … - L’elemosina per il Regno dei Cieli - I. Roncaglio: Sulla scia del messaggio profetico dell’AT, già la predicazione di Giovanni Battista aveva presentato l’elemosina come una condizione inderogabile per preparare l’avvento del «giorno del Signore», come testimonia la versione lucana della predicazione di Giovanni: «Le folle lo interrogavano: Che cosa dobbiamo fare? Rispondeva: Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha: e chi ha da mangiare, faccia altrettanto» (3,10-11). Solo così «si raddrizzeranno le vie tortuose e le aspre diventeranno piane» (cf. Lc 3,5), permettendo alla «salvezza di Dio», ossia a Cristo, d’impadronirsi dei cuori degli uomini. Di fatto, Zaccheo con la sua profonda umiltà scopre di colpo nell’elemosina la forma ideale per esternare la propria gratitudine in vista della «salvezza che è giunta a casa sua»: «Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: Ecco, Signore, io dò la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto. Gesù gli rispose: Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo» (Lc 19,8-9).
II motivo per cui l’elemosina costituisce come la chiave del regno viene esposto dallo stesso Gesù nel grande discorso escatologico (Mt 26,31-40) in cui egli ci insegna a scoprire e a servire la sua stessa persona in tutti i fratelli che invocano il nostro aiuto. La rinuncia completa ai beni terreni, distribuendoli ai poveri, diviene quindi lo strumento ideale per il conseguimento dell’unione con Cristo. Ecco la richiesta che Gesù rivolge al giovane ricco desidero o di avere la vita eterna: «Una cosa ancora ti manca; vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi» (Lc 18,22).
Chi ha compreso queste parole è come l’uomo che ha scoperto il tesoro nascosto in un campo e, «pieno di gioia, vende tutto il suo avere» per comprarlo (Mt 1,44).
Evidentemente siamo ben lontani dall’interpretazione corrente della parola «elemosina»; la scala dei valori è completamente capovolta, e il cosiddetto «benefattore», che con la rinuncia sia pure integrale a dei beni perituri consegue il possesso del bene eterno, è in realtà il vero «beneficato». O meglio, nella rispettiva donazione e accettazione, sono beneficati entrambi dal dono incomparabile della divina carità che lo Spirito santo diffonde nei loro cuori (cf. Rm 5,5).

Quando pregate - Bibbia di Gerusalemme: con l’esempio (Mt 14,23), come con le istruzioni, Gesù ha insegnato ai suoi discepoli il dovere e la maniera di pregare. La preghiera deve essere umile davanti a Dio (Lc 18,10-14) e davanti agli uomini (Mt 6,5-6, Mc 12,40p), fatta con il cuore piuttosto che con le labbra (Mt 6,7), fiduciosa nella bontà del Padre (Mt 6,8; 7,7-11p) e insistente fino all’importunità (Lc 11,5-8; 18,1-8). È esaudita se è fatta con fede (Mt 21,22p), in nome di Gesù (Mt 18,19-20, Gv 14,13-14; 15,7,16; 16,23-27), e chiede cose buone (Mt 7,11) come lo Spirito santo (Lc 11,13), il perdono (Mc 11,25), il bene dei persecutori (Mt 5,44p; cf. Lc 23,24), soprattutto l’avvento del regno di Dio e la perseveranza al momento della prova escatologica (Mt 24,20p; 26,41p; Lc 21,36; cf. Lc 22,31-32): vi è tutta la sostanza della preghiera-modello, insegnata da Gesù (Mt 6,9-15p).

Pregare nel nome di Gesù - Helen Schüngel: La chiesa primitiva ha sperimentato la propria preghiera come qualcosa di nuovo, di inaudito. Supportata dalla fede di essere liberata dal potere delle tenebre e trasferita nel regno dell’amore del Figlio” (Col 1,13), sapeva di esser autorizzata a pregare nel nome del Signore” (1Cor 1,10) o “per Cristo”. Tutte le promesse di Dio sono state confermate e adempiute in Gesù e per mezzo suo; nel momento in cui i credenti dicono l’“amen”, rendono a Dio l’onore di essere fedele, poiché essi lo fanno nella speranza di sperimentare lo stesso adempimento delle promesse (2Cor 1,20). Così può pregare soltanto colui al quale Dio si è rivelato, mediante Gesù, come il Dio fedele e salvatore e che rimane in questo rapporto con Dio (Gv 15,16). Credere significa dunque saper pregare ed essere certi dell’adempimento (Gv 15,7; 6,23ss). La preghiera cristiana ha perciò la sua motivazione nell’azione salvifica di Dio, ma allo stesso modo rimane orientata verso l’estrema azione di Dio: è un pregare escatologico; nell’invocazione liturgica Maranà tha la comunità prega per la venuta definitiva del suo Signore. Pregando, il cristiano sperimenta la sua distanza dal mondo, soprattutto anche dai propri desideri più vari; egli sa che la sua preghiera, come la sua vita in genere, è determinata dal “non aver nulla e invece possedere tutto” (2Cor 6,10). Una tale preghiera avviene nello Spirito Santo “perché noi nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26); in questa preghiera ci uniamo al “genere della creazione” (Rm 8,22s). Questa preghiera, dunque, che libera dal mondo, è al tempo stesso la forma più profonda di solidarietà con il mondo.

E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti - Raymond  Girard: Di fatto la pratica del digiuno non è esente da taluni pericoli: pericolo di formalismo, già denunciato dai profeti (Am 5,21: Ger 14,12); pericolo di orgoglio e di ostentazione, se’si digiuna «per essere visti dagli uomini» (Mc 6,16). Per piacere a Dio, il vero digiuno deve essere unito all’amore del prossimo ed implicare una ricerca della vera giustizia (Is 58,2-11); esso non è separabile né dall’elemosina, né dalla preghiera. Infine, bisogna digiunare per amore di Dio (Zac 7,5). Gesù quindi invita a farlo con una perfetta discrezione: noto a Dio solo, questo digiuno sarà la pura espressione della speranza in lui, un digiuno umile che aprirà il cuore alla giustizia interiore, opera del Padre che vede ed agisce nel segreto (Mt 6, 17 s).
In materia di digiuno la Chiesa apostolica conservò le usanze del giudaismo, compiute nello spirito definito da Gesù. Gli Atti degli Apostoli menzionano celebrazioni cultuali implicanti digiuno e preghiera (Atti 13,2ss; 14,23). Durante il suo massacrante lavoro apostolico, Paolo non si accontenta di soffrire la fame e la sete quando lo esigono le circostanze; vi aggiunge ripetuti digiuni (2 Cor 6,5; 11,27). La Chiesa è rimasta fedele a questa tradizione, cercando con la pratica del digiuno di mettere i fedeli in un atteggiamento di apertura totale alla grazia del Signore, in attesa del suo ritorno. Infatti, se la prima venuta di Cristo ha posto fine all’attesa di Israele, il tempo che consegue alla sua risurrezione non è quello della gioia totale in cui gli atti di penitenza sarebbero fuori posto. Difendendo, contro i farisei, i suoi discepoli che non digiunavano, Gesù stesso ha detto: «Possono forse digiunare gli amici dello sposo, finché lo sposo è con essi? Verranno giorni in cui lo sposo sarà loro tolto, ed allora in quei giorni digiuneranno» (Mc 2,19 s par.). In attesa che lo sposo ritorni a noi, il digiuno penitenziale ha il suo posto nelle pratiche della Chiesa.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Signore, la partecipazione a questo sacramento,
segno della nostra unione con te,
edifichi la tua Chiesa nell’unità e nella pace.
Per Cristo nostro Signore.