IL PENSIERO DEL GIORNO
3 Settembre 2017
Oggi Gesù ci dice: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).
Gesù annunzia ai suoi amici la prova dolorosa della passione, provocando le proteste di Pietro. In questo modo, l’Apostolo, decidendo di mettersi di traverso nella via che deve seguire Gesù, si trasforma in «ostacolo» e diventa il collaboratore, certamente incosciente, di Satana il cui intento primario è quello di demolire il piano di salvezza.
Va’ dietro a me, Satana! - Subito dopo la solenne confessione di Pietro a Cesarea di Filippo (Cf. Mt 16,13-20), Gesù, per la prima volta, cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi. Costoro facevano parte del Sinedrio, l’organo preposto all’emanazione delle leggi ed alla gestione della giustizia. Stranamente non sono nominati i farisei.
All’annuncio della morte violenta viene associato quello della risurrezione al terzo giorno. A questa prima profezia ne seguiranno altre due: la seconda subito dopo la trasfigurazione (Cf. Mt 17,22-23; Mc 9,30-32; Lc 9,44-45), la terza mentre Gesù saliva Gerusalemme . In questo terzo annuncio, i particolari della passione sono di una drammatica ed estrema esattezza: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà” (Mt 20,17-19).
In verità, Gesù aveva già fatto cenno in altre occasioni, più o meno velatamente, alla sua morte violenta. La prima volta è in occasione di una discussione sul digiuno avuta con i discepoli di Giovanni Battista (Cf. Mt 9,14-17; Mc 2,18-22; Lc 5,33-39), ove paragona la sua vita terrena a una festa nuziale in cui lo sposo è lui stesso, che però sarà tolto (cioè ucciso) nel bel mezzo della festa. In un’altra occasione, Gesù, in modo ancora velato, annuncia la sua fine violenta quando narra la parabola dei vignaioli omicidi i quali per accaparrarsi la vigna uccideranno il figlio prediletto del padrone della vigna (Cf. Mc 12,1-12).
Alla profezia segue immediatamente la reazione di Pietro. Per amore verso il Maestro, ma anche perché si allineava al comune sentire di molti che attendevano un Messia politico e allo stesso tempo liberatore e restauratore della potenza d’Israele. La morte violenta, pertanto, non poteva fare parte della missione del Figlio del Dio vivente (Mt 16,16).
In questa ottica, l’annuncio di Gesù è teso a rivelare la vera missione del Messia. Sarà quella del servo sofferente preconizzata dal profeta Isaia: Egli sarà trafitto per i delitti dell’umanità, schiacciato per le sue iniquità; per le sue piaghe gli uomini saranno riconciliati con Dio (Is 53,1ss). Il ministero del Cristo non sarà glorioso, ma di dolore, di sofferenza e di morte. Da qui la reazione di Pietro e il disappunto degli altri, che mettono a nudo la difficoltà di comprendere le misteriose vie di Dio: la protesta di Pietro conferma che la via della sofferenza e della morte è estranea alle aspettative degli uomini.
La risposta di Gesù, Va’ dietro a me, satana!, sta a significare che i sentimenti e i progetti degli uomini, quando sono in contrasto con quelli di Dio, diventano tentazioni sataniche, situazioni scandalose, pietra d’inciampo: l’uomo, anche se in modo incosciente, diventa il migliore alleato del demonio il cui principale obiettivo è quello di demolire il piano divino di salvezza. Collaborando con Satana, l’uomo si mette di traverso impedendo o ritardando il compimento della volontà salvifica di Dio.
Nella reazione di Pietro e nella risposta di Gesù si può cogliere un messaggio ancora più profondo. Se la sequela cristiana si traduce sinteticamente nell’invito Venite dietro a me, allora nel «rimprovero di Pietro, che precede quello così audace di Gesù in Marco 8,2, c’è la presunzione di chi ritiene d’avere già superato le fasi della sequela, di chi non ha nulla da imparare. E di fronte a questa sorta di scavalcamento della condizione di discepolo, di cui Pietro è simbolo, Gesù non allontana il presuntuoso da sé, dicendogli: “Lungi da me...”, ma lo ricolloca nella sua condizione [“Vieni dietro a me”]: per fargli comprendere che il suo discepolato non si chiude con la professione di fede, anche se si trattasse della più bella o completa, bensì con l’accoglienza della croce e della vita donata per gli altri» (Roberto Beretta - Antonio Pitta).
Prenda la sua croce, se nel linguaggio di Matteo il termine discepoli indica tutti i seguaci del Rabbi di Nazaret, allora, le parole dure di Gesù sono rivolte ai Dodici, a tutti i discepoli, a quelli che affollavano le strade della Palestina, e anche ai cristiani di oggi e a quelli di domani. Da qui l’urgente necessità di mettere in atto il programma di conversione indicato dal Cristo: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Le tre espressioni verbali - venire, rinnegare, prendere - non vanno intese come tre tappe di un cammino vocazionale, ma tre aspetti della stessa realtà: la decisione coraggiosa di seguire il Maestro non contando più su se stessi, abbandonandosi al progetto di Dio e legando la propria sorte a quella di Gesù: «A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2,21; Cf. Fil 2,5-9).
Poi, l’inciso, per causa mia, fa evitare la trappola di un ascetismo astratto e vacuo: la rinunzia, la sofferenza, la morte hanno senso, e valore salvifico, solo se riconducono alla croce e alla morte di Cristo; hanno significato solo se si rapportano alla piena e totale adesione a Gesù. Fuori da questa cornice il dolore, la rinuncia ai beni terreni, la sofferenza, la morte sono incomprensibili: la croce resta uno strumento di tortura, via larga che conduce solo alla disperazione.
Il Figlio dell’uomo sta per venire..., la parusia, il ritorno glorioso di Gesù alla fine dei tempi, è ricorrente nella predicazione di Gesù e ricorrerà frequentemente nella predicazione apostolica. Nel giorno della venuta gloriosa del Cristo, ogni uomo sarà giudicato non in base alle «singole opere buone, secondo una concezione meritocratica, bensì per l’operato di ciascuno: nel giudizio finale, dinanzi al tribunale del Figlio dell’uomo, si svelerà in senso globale come ogni individuo ha agito durante la vita, giunta al suo compimento» (Angelico Poppi).
La sofferenza del figlio dell’uomo - R. T. (Sofferenza, in Schede Bibliche Pastorali, Volume VII, Ed. Dehoniane): La vittoria di Gesù sulla sofferenza umana doveva passare attraverso la sua personale sofferenza, che sarebbe giunta fino alla morte in croce. Quando il Maestro cominciò a spiegare ai discepoli che avrebbe molto sofferto e che sarebbe stato messo a morte dai capi del popolo, Pietro si scandalizzò e scongiurò che tali previsioni non si avverassero. Ma Gesù respinse queste rimostranze, in quanto espressione di una visione umana del dolore, incapace di cogliere il senso che Dio gli ha dato (Mc 8,33).
Già prima della sua passione, Gesù mostra di essere «familiare col patire», secondo l’espressione profetica del Deuteroisaia (Is 53,3). Soffre a causa della incredulità e perversità della folla (Mt 17,17; Cf. 12,34; 23,33); soffre perché i suoi lo respingono (Gv 1,11), in particolare i capi del popolo. Da questa sofferenza sgorga il lamento accorato e il rimprovero alla città di Gerusalemme (Lc 13,41). Di fronte al pensiero della sua passione, Gesù ha una reazione del tutto «umana»: si turba (Gv 12,27). Questo turbamento giunge ad essere una angoscia mortale, una vera «agonia» (Lc 22,44), un combattimento che si svolge nella sofferenza e la paura (Mc 14,33-34). Tutta la sofferenza umana, fisica e morale, si concentra nella passione di Cristo. Egli esperimenta, in una successione dolorosa di eventi, il tradimento di un amico (Mt 26,49-50), la fuga dei discepoli (Mt 26,56), il rinnegamento di Pietro (Lc 22,54-62), l’abbandono del Padre: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46).
Proprio nella indescrivibile sofferenza della passione, Gesù dà la prova suprema del suo amore per il Padre (Gv 14,31) e per gli uomini suoi fratelli (Gv 15,13). Proprio nella passione, si attua la rivelazione della gloria del Figlio (Gv 17,1). Per mezzo della croce si compie l’unificazione dei figli di Dio dispersi (Gv 11,51-52; 12,32). Solo il Crocifisso, «per aver sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18) e può identificarsi con tutti coloro che soffrono (Mt 25,35-36).
Sofferenza e gioia dei cristiani - a) Soffrire con Cristo. Nella gioia della pasqua, nella fede in colui che è risorto, i credenti potrebbero illudersi che anche nella loro esistenza siano scomparsi il dolore e la morte. La loro vita, invece, rimane costellata di tragiche e dolorose realtà (Cf. 1Ts 4,13). Cristo, con la sua passione, ha posto fine al suo pellegrinaggio terreno ed è entrato nella gloria; noi, invece, siamo ancora in cammino verso la casa del Padre. Per noi, quindi, gli insegnamenti del Vangelo conservano tutta la loro urgenza e attualità: è necessario portare ogni giorno la propria croce per essere autentici discepoli del Crocifisso (Lc 9,23); è necessario vivere personalmente la beatitudine della sofferenza.
La via di Cristo è la via dolorosa della croce; perciò se egli, per entrare nella gloria, ha dovuto soffrire (Lc 24,26), il suo discepolo non può far altro che imitare il maestro e seguirlo nella medesima via (Mt 10,24; Gv 15,18.20). Alla madre stessa del Signore non è stato risparmiato il dolore, secondo la predizione di Simeone (Lc 2,35). Per tutti l’èra messianica è tempo di prova e di tribolazione (Mt 24,8; At 14,22; 1Tm 4,1ss). Tuttavia, non siamo soli e abbandonati nella sofferenza. La certezza che Cristo soffre con noi ci dà coraggio e conforto. Se è vero, infatti, come insegna san Paolo, che non è semplicemente il cristiano a vivere, ma è Cristo a vivere in lui (Gal 2,20), possiamo concludere che la sofferenza del cristiano è quella di Cristo che vive in lui (2Cor 1,5). Col nostro stesso corpo, noi apparteniamo a Cristo e mediante la sofferenza gli diventiamo conformi (Fil 3,10). Così Cristo è sempre intimamente unito a quelli che soffrono (1Cor 12,26-27), è solidale con coloro che seguono la sua via dolorosa. Per questo possiamo affrontare con costanza la prova fissata per noi (Eb 12,1-2), imparando come Cristo «l’obbedienza per le cose patite» (Eb 5,8).
La glorificazione della sofferenza con Cristo - In questa prospettiva di comunione alla sofferenza di Cristo, possiamo comprendere la sorprendente affermazione di Paolo: a voi credenti è stato concesso di patire per Cristo (Fil 1,29). La sofferenza umana è illuminata qui da una luce nuova: essa è una grazia, un dono divino. Paolo spiega il senso di questa affermazione: noi portiamo nel nostro corpo le sofferenze di morte di Gesù, «perché anche la vita di Gesù sia manifesta nel nostro corpo» (2Cor 4,10). La sofferenza sopportata con Cristo prepara per noi «una quantità smisurata ed eterna di gloria» che supera ogni misura (2Cor 4,17). Veramente, se noi soffriamo con Cristo, siamo certi che saremo con lui glorificati (Rm 8,17). Inoltre, la nostra sofferenza non è confortata solo dalla certezza della gloria futura: essa è consolata fin da ora dalla gioia promessa da Gesù (Gv 15,11; 16,22-23). Gli apostoli esperimentarono subito, dopo la risurrezione del Signore, la verità di questa promessa: perseguitati e percossi dai capi di Israele, «se ne andarono dal Sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù» (At 5,41). Questo messaggio gioioso essi lo comunicarono ai fedeli, invitandoli alla «perfetta letizia» che viene dalla sofferenza grazie all’azione dello Spirito di Dio (1Pt 4,13-14). Ancora una volta, san Paolo ci da l’esempio perfetto: egli gioisce nella sofferenza, e la sua letizia viene dall’amore e dall’unione a Cristo e al suo corpo, la chiesa (Col 1,24).
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Gli Apostoli se ne andarono dal Sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Preghiamo con la Chiesa: Rinnovaci con il tuo Spirito di verità, o Padre, perché non ci lasciamo deviare dalle seduzioni del mondo, ma come veri discepoli, convocati dalla tua parola, sappiamo discernere ciò che è buono e a te gradito, per portare ogni giorno la croce sulle orme di Cristo, nostra speranza. Egli è Dio, e vive e regna con te....