IL PENSIERO DEL GIORNO
2 Settembre 2017
Oggi Gesù ci dice: «Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21.23).
Molti credono che «la parabola dei talenti» faccia riferimento a Erode Archelao il quale era partito per Roma per ricevere il titolo di re della Giudea. Al di là di questa nota, l’insegnamento del racconto è molto chiaro. Gesù è l’uomo che intraprende il viaggio, i servi i credenti, i talenti il «patrimonio del padrone dato da amministrare in proporzione diverse “a ciascuno secondo le sue capacità”» (Clara Achille Cesarini). Non è degno del premio celeste chi non sente la responsabilità di far crescere il regno. L’inattività del servo malvagio, alla fine della vita, sarà giudicata con severità.
Un uomo partendo... - Decodificare il testo evangelico è molto facile. I talenti non sono le buone qualità o le virtù dei credenti, ma i beni, «i misteri del Regno» (Mt 13,11), che il padrone dà da amministrare ai suoi servi secondo le loro capacità. L’«uomo» è Cristo che, ormai prossimo alla morte, lascia agli Apostoli, e quindi alla Chiesa, il suo patrimonio per riscuotere, al suo ritorno, i frutti prodotti dalla operosità di ciascuno. Il ritorno non è soltanto quello ultimo della fine dei tempi, ma anche quello del rendiconto individuale alla morte di ciascun discepolo. Al ritorno del padrone, dopo la resa dei conti, il giudizio divino sarà senza sconti. I servi sono i cristiani, in modo particolare quelli che hanno compiti di responsabilità nella comunità cristiana, o tutti gli uomini di buona volontà chiamati a lavorare indefessamente per la crescita del Regno di Dio. I servi devono attendere il ritorno del Signore trafficando i talenti ricevuti e il premio della fedeltà consisterà in un incarico di maggiore responsabilità. L’ammissione nella gioia del Signore significa che il servo entrerà in una perfetta comunione di vita con il suo padrone.
Il padrone non dà comandi, lascia tutto il suo patrimonio alla libera iniziativa dei servi, «secondo le capacità di ciascuno». Il Signore Dio nel consegnare agli uomini i suoi beni non li costringe ad operare secondo schemi già prestabiliti, ma li lascia liberi di trovare i modi per metterli in pratica, per trafficarli, per incrementarli. Così per quel bene grande e prezioso che è la sua Parola. Affidata come inviolabile deposito alla Chiesa è custodita quando è trafficata, cioè messa in pratica; quando viene annunciata senza timore, con grande franchezza e non quando se ne fa un tesoro nascosto.
Come risulta chiaramente dal testo, tutta la parabola si concentra sul comportamento del terzo servo: quello che nasconde il talento sotto terra e per questo viene rimproverato e condannato dal padrone. Trafficare i talenti comporta dei rischi, il rischio di bruciare in operazioni commerciali tutto il patrimonio ricevuto in affidamento, ma vi è la possibilità di accrescerlo. Con i doni di Dio bisogna rischiare. Il servo infingardo non ha perso nulla, ma non ha guadagnato nulla. Poteva depositarlo in banca e ritirare a tempo debito gli interessi. Una precauzione che l’avrebbe messo al riparo dall’ira del suo padrone. Il fatto paradossale del servo pigro che viene spogliato dell’unico talento e dato a chi ne aveva dieci «indica che i poteri conferiti ai discepoli aumentano quando sono esercitati bene e diminuiscono quando non lo sono. Il castigo per questo tipo di infedeltà è severo quanto quello inflitto per mancanze più positive; è l’espulsione nelle tenebre esteriori» (John L. MacKenzie).
La «parabola dei talenti» sembra suggerire che la non risposta ai doni di Dio sia dettata dalla paura. È come se l’uomo avesse paura di Dio. Come, in un Giardino, si era nascosto dietro una siepe perché si era scoperto nudo, così, ora, nasconde sotto terra i semi della salvezza: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo» (Mt 25,24-25). Ma forse nasconde i doni di Dio sotto terra perché non diventino Parole di Dio che possano parlare al suo cuore, alla sua mente e sopra tutto alla sua coscienza. La possibilità che il seme diventi Parola di Dio ha scatenato nel servo infingardo, tardo di mente e di cuore, la paura, la paura di Dio. Così, la paura ha finito per paralizzare, complessare, bloccare il servo malvagio. La paura della reazione del padrone esigente ha ucciso la sua semplicità, la sua purezza, la sua creatività... un vero e proprio suicidio: «... gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi» (Mt 27,5). La paura ha impedito al servo dell’unico talento di fare il calcolo delle probabilità e lo ha bloccato nell’immobilismo fissandolo per sempre in una eternità buia senza luce, salato col fuoco (Cf. Mc 9,49), dov’è pianto e stridore di denti.
La perdita del cielo è un castigo più grande che l’inferno - San Giovanni Crisostomo: Molti di quelli che riflettono poco si accontentano di salvarsi dall’inferno. Ma io sostengo che è una pena ben peggiore dell’inferno non giungere alla gloria, e penso che, chi cade da lassù, non debba tanto soffrire per i mali dell’inferno quanto della perdita del regno dei cieli. Invero è proprio questo il peggiore castigo. Quando talvolta vediamo il re entrare col suo seguito nel palazzo reale, riteniamo fortunati quelli che gli vivono vicino, che parlano con lui, che hanno parte alle sue decisioni, che partecipano della sua gloria. E anche se abbiamo mille beni, ci stimiamo sfortunati e non godiamo dei nostri possedimenti, quando vediamo la gloria di coloro che lo circondano, pur sapendo quanto tale splendore sia precario e insicuro, sia per le guerre, sia per le congiure e l’invidia, sia perché in sé e per sé non ha alcun valore.
Ma quando si tratta del re dell’universo, che domina su tutto l’orbe terrestre e non solo su una sua piccola parte, anzi che lo tiene nel pugno, che misura i cieli col palmo della mano, che tutto sostiene con la parola della sua potenza, di fronte a cui tutte le genti sono un nulla, sono uno sputo: non riterremo supremo castigo non esser accolti nel suo seguito; ci accontenteremo solo di aver sfuggito l’inferno? Quale cosa più miserabile esiste di una tale anima? Invero questo re verrà, non tirato da una coppia di muli bianchi, non sul carro aureo, non ornato di porpora e corona, non così verrà a giudicare la terra. Ma come? Odi il grido dei profeti che lo annunciano come possono esprimersi gli uomini. Uno dice: Dio verrà apertamente, il nostro Dio, e non tacerà; il fuoco arderà al suo cospetto e intorno a lui infurierà un forte uragano. Chiamerà il cielo in alto, e anche la terra a giudicare il suo popolo (Sal 49,3-4).
Evangelium vitae 52: L’uomo, immagine vivente di Dio, è voluto dal suo Creatore come re e signore. «Dio ha fatto l’uomo - scrive san Gregorio di Nissa - in modo tale che potesse svolgere la sua funzione di re della terra... L’uomo è stato creato a immagine di Colui che governa l’universo. Tutto dimostra che fin dal principio la sua natura è contrassegnata dalla regalità... Anche l’uomo è re. Creato per dominare il mondo, ha ricevuto la somiglianza col re universale, è l’immagine viva che partecipa con la sua dignità alla perfezione del divino modello». Chiamato ad essere fecondo e a moltiplicarsi, a soggiogare la terra e a dominare sugli esseri infraumani (cf. Gn 1, 28), l’uomo è re e signore non solo delle cose, ma anche ed anzitutto di se stesso e, in un certo senso, della vita che gli è donata e che egli può trasmettere mediante l’opera generatrice compiuta nell’amore e nel rispetto del disegno di Dio. La sua, tuttavia, non è una signoria assoluta, ma ministeriale; è riflesso reale della signoria unica e infinita di Dio. Per questo l’uomo deve viverla con sapienza e amore, partecipando alla sapienza e all’amore incommensurabili di Dio. E ciò avviene con l’obbedienza alla sua Legge santa: un’obbedienza libera e gioiosa (cf. Sal 119/118), che nasce ed è nutrita dalla consapevolezza che i precetti del Signore sono dono di grazia affidati all’uomo sempre e solo per il suo bene, per la custodia della sua dignità personale e per il perseguimento della sua felicità.
Come già di fronte alle cose, ancor più di fronte alla vita, l’uomo non è padrone assoluto e arbitro insindacabile, ma - e in questo sta la sua impareggiabile grandezza - è «ministro del disegno di Dio».
La vita viene affidata all’uomo come un tesoro da non disperdere, come un talento da trafficare. Di essa l’uomo deve rendere conto al suo Signore (cf. Mt 25, 14-30; Lc 19, 12-27).
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** La vita viene affidata all’uomo come un tesoro da non disperdere, come un talento da trafficare. Di essa l’uomo deve rendere conto al suo Signore.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli, concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti, perché fra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia. Per il nostro Signore Gesù Cristo...