IL PENSIERO DEL GIORNO

3 Agosto 2017


Oggi Gesù ci dice: «Il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti» (Mt 13,47-50).

Benedetto Prete: (Il Vangelo secondo Matteo): v. 48: Quando è piena; per l’autore della parabola la rete dev’esser piena di pesci, cosi l’immagine rende perfettamente il pensiero; infatti dopo la pesca vi è una separazione definitiva. I buoni ... i cattivi; se secondo gli ittiologi nel lago di Tiberiade vivono una trentina di specie di pesci; tra di essi, quantunque vi sia una differenza di qualità, nessuna specie è tuttavia commestibile. Forse la distinzione richiama la divisione legale tra pesci puri ed impuri. Il Levitico, 11,9 (cf. Deuteronomio, 14,9 proibiva la manducazione di quei pesci che essendo sprovvisti di squame (come una specie dei Siluridi, i Clarias Macracanthus) non erano considerati come tali. Per lo scopo dottrinale della parabola non è necessaria una precisazione scientifica sulle varie specie  di pesci; inoltre se si traduce: ogni sorta di cose, l’immagine conserva tutto il suo valore, poiché essa intende stabilire che buoni e cattivi sono insieme.


Felipe F. ramos (Commento alla Bibbia liturgica): La parabola della rete gettata in mare descrive una scena ricavata dalla vita di ogni giorno presso il mare di Galilea. La rete gettata in mare si è riempita di pesci. La tirano a terra e comincia la selezione. Il centro di gravità della parabola non è tanto nella rete quanto piuttosto nella selezione che si fa dopo la pesca, una selezione che ha scarso fondamento nella realtà, perché praticamente tutti i pesci del mare di Galilea sono commestibili. Questo particolare è stato introdotto nella parabola per orientarci nella direzione in cui dobbiamo cercare l’insegnamento.
La parabola della rete è eminentemente escatologica: descrive le realtà che avranno luogo negli ultimi giorni, nell’ultimo giorno. Prima la selezione non è possibile. Buoni e cattivi devono convivere e coesistere fino alla fine (la parabola è sulla stessa linea di quello della zizzania). La convivenza e la coesistenza devono durare sino alla fine, come i pesci di tutte le specie stanno insieme nella rete fino a che non giunge la selezione.
Anche nel regno di Dio vi è un’ultima fase: quella della selezione. Solo allora si manifesterà con assoluta chiarezza la vera comunità dei figli di Dio, libera dalla schiavitù, libera da ogni male, libera da coloro confessano Cristo con le labbra, col cuore lontano da lui, libera dai puritanismi farisaici che non sono conciliabili con lo spirito del cristianesimo e approfittano di esso. E tutti quelli che non appartengono alla vera comunità dei figli di Dio saranno esclusi dalla vita e subiranno la sorte dei pesci di cui ci parla la parabola.


Giudizio del mondo. Hella Mohrdiek: In quanto creatore e Signore del mondo Dio è sempre anche il suo giudice (Gen 18,25).
Con la formazione dell’escatologia nei profeti, si giunge all’attesa di un futuro giudizio (Is 24-27): nell’ “giorno di JHWH” tutto il male sarà punito e al tempo steso sarà instaurata la salvezza per Israele, anzi per tutti gli uomini (Is 2,2-4). L’attesa del giudizio è nata interamente dall’esperienza veterotestamentaria di Dio; l’influenza delle religioni dell’oriente antico è percepibile soltanto nella descrizione dei fenomeni concomitanti. Questa influenza aumenta nell’apocalittica. In essa il giudizio si pone alla fine del vecchio eone e assume proporzioni universali: saranno giudicati non solo i vivi, ma anche i morti, non solo gli uomini, ma anche gli angeli e i  demoni. L’idea del giudizio può spingersi fino al punto in cui la vittima di Dio appare completa soltanto quando tutto il mondo è annientato.
Il giudizio diventa in questo caso la fine del mondo, o meglio la fine del mondo è una parte del giudizio, al quale segue il vero e proprio momento del giudizio.
Nel Nuovo Testamento l’idea di giudizio non può essere separata dalla predicazione dell’evangelo: l’atteggiamento tenuto noi confronti di Cristo deciderà la salvezza o la distruzione (Mt 10,325). Nemmeno i credenti sono risparmiati dal giudizio, ma essi possono sperare fiduciosi nella salvezza (Rm 5,9). Secondo Giovanni, il giudizio si realizza già nella distinzione tra credenti e non credenti (3,18).


Spe salvi

41. Nel grande Credo della Chiesa la parte centrale, che tratta del mistero di Cristo a partire dalla nascita eterna dal Padre e dalla nascita temporale dalla Vergine Maria per giungere attraverso la croce e la risurrezione fino al suo ritorno, si conclude con le parole: «...di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti». La prospettiva del Giudizio, già dai primissimi tempi, ha influenzato i cristiani fin nella loro vita quotidiana come criterio secondo cui ordinare la vita presente, come richiamo alla loro coscienza e, al contempo, come speranza nella giustizia di Dio. La fede in Cristo non ha mai guardato solo indietro né mai solo verso l’alto, ma sempre anche in avanti verso l’ora della giustizia che il Signore aveva ripetutamente preannunciato. Questo sguardo in avanti ha conferito al cristianesimo la sua importanza per il presente. Nella conformazione degli edifici sacri cristiani, che volevano rendere visibile la vastità storica e cosmica della fede in Cristo, diventò abituale rappresentare sul lato orientale il Signore che ritorna come re - l’immagine della speranza -, sul lato occidentale, invece, il Giudizio finale come immagine della responsabilità per la nostra vita, una raffigurazione che guardava ed accompagnava i fedeli proprio nel loro cammino verso la quotidianità. Nello sviluppo dell’iconografia, però, è poi stato dato sempre più risalto all’aspetto minaccioso e lugubre del Giudizio, che ovviamente affascinava gli artisti più dello splendore della speranza, che spesso veniva eccessivamente nascosto sotto la minaccia.

47. Alcuni teologi recenti sono dell’avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L’incontro con Lui è l’atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l’incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l’impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa «come attraverso il fuoco». È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l’amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi. Il dolore dell’amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia. È chiaro che la «durata» di questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure cronometriche di questo mondo. Il «momento» trasformatore di questo incontro sfugge al cronometraggio terreno – è tempo del cuore, tempo del «passaggio» alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo. Il Giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia – domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura. L’incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmente l’uno con l’altra – giudizio e grazia - che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza «con timore e tremore» (Fil 2,12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro «avvocato», parakletos (cfr. 1Gv 2,1).


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Si è messi espressamente in guardia dal calcolare quando sarà l’ultimo giorno. Al contrario secondo il Nuovo Testamento, il giudizio ammonisce invece a prendere sul serio il presente (Liselotte Mattern). 
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa:  O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni nella  continua ricerca dei beni eterni. Per il nostro Signore Gesù Cristo…