IL PENSIERO DEL GIORNO
2 Agosto 2017
Oggi Gesù ci dice: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Mt 13,44-46).
La Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli) vv. 44-46: Con queste due parabole il Signore fa conoscere il valore supremo del regno dei cieli e l’atteggiamento che l’uomo deve avere perché possa pervenirvi. pur essendo affini tra di loro, presentano differenze degne di nota: il tesoro significa l’abbondanza dei doni; la perla, la bellezza del Regno. Il tesoro si rinviene all’improvviso, la perla presuppone invece una ricerca tenace; ma in entrambi i casi il ritrovamento suscita una gioia profonda. Parimenti avviene per la fede, per la vocazione, per la vera sapienza, per “il desiderio del cielo”: talvolta si danno inaspettatamente, talaltra sono il risultato di un’intensa ricerca (cfr. In Evangelia homiliae, 11). L’atteggiamento dell’uomo è identico in ambedue le parabole ed è descritto con le medesime parole: «Va, vende tutti i suoi averi e compra». Il distacco. la generosità, sono condizioni indispensabili per giungere al regno dei cieli
Catechismo della Chiesa Cattolica
1720 Il Nuovo Testamento usa parecchie espressioni per caratterizzare la beatitudine alla quale Dio chiama l’uomo: l’avvento del regno di Dio; la visione di Dio: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8); l’entrata nella gioia del Signore; l’entrata nel riposo di Dio: “Là noi riposeremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo. Ecco ciò che alla fine sarà senza fine. E quale altro fine abbiamo, se non raggiungere al regno che non avrà mai fine?”.
1721 Dio infatti ci ha creato per conoscerlo, servirlo e amarlo, e così giungere in paradiso. La beatitudine ci rende “partecipi della natura divina” (2Pt 1,4) e della vita eterna. Con essa l’uomo entra nella gloria di Cristo e nel godimento della vita trinitaria.
1722 Una tale beatitudine oltrepassa l’intelligenza e le sole forze umane. Essa è frutto di un dono gratuito di Dio. Per questo la si dice soprannaturale, come la grazia che dispone l’uomo ad entrare nella gioia di Dio.
«“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”; tuttavia nella sua grandezza e nella sua mirabile gloria, “nessun uomo può vedere Dio e restare vivo”. Il Padre, infatti, è incomprensibile; ma nel suo amore, nella sua bontà verso gli uomini, e nella sua onnipotenza, arriva a concedere a coloro che lo amano il privilegio di vedere Dio [...] poiché “ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio».
1723 La beatitudine promessa ci pone di fronte alle scelte morali decisive. Essa ci invita a purificare il nostro cuore dai suoi istinti cattivi e a cercare l’amore di Dio al di sopra di tutto. Ci insegna che la vera felicità non si trova né nella ricchezza o nel benessere, né nella gloria umana o nel potere, né in alcuna attività umana, per quanto utile possa essere, come le scienze, le tecniche e le arti, né in alcuna creatura, ma in Dio solo, sorgente di ogni bene e di ogni amore:
«La ricchezza è la grande divinità del presente; alla ricchezza la moltitudine, tutta la massa degli uomini, tributa un omaggio istintivo. Per gli uomini il metro della felicità è la fortuna, e la fortuna è il metro dell’onorabilità [...] Tutto ciò deriva dalla convinzione che in forza della ricchezza tutto è possibile. La ricchezza è quindi uno degli idoli del nostro tempo, e un altro idolo è la notorietà [...] La notorietà, il fatto di essere conosciuti e di far parlare di sé nel mondo (ciò che si potrebbe chiamare fama da stampa), ha finito per essere considerata un bene in se stessa, un bene sommo, un oggetto, anch’essa, di vera venerazione
1724 Il Decalogo, il Discorso della Montagna e la catechesi apostolica ci descrivono le vie che conducono al Regno dei cieli. Noi ci impegniamo in esse passo passo, mediante azioni quotidiane, sostenuti dalla grazia dello Spirito Santo. Fecondati dalla Parola di Cristo, lentamente portiamo frutti nella Chiesa per la gloria di Dio
Catechismo degli Adulti
Le parabole
125 Le parabole sono racconti simbolici, in cui il paragone fra due realtà viene elaborato in una narrazione. Si tratta di un genere letterario che aveva precedenti nell’Antico Testamento, come ad esempio la severa parabola con cui il profeta Natan indusse a conversione il re David; ma Gesù lo impiega in modo estremamente originale. Vi fa ricorso per lo più quando si rivolge a quelli che non fanno parte della cerchia dei discepoli: i notabili, le autorità, la folla dei curiosi. Narra con eleganza piccole storie verosimili, ambientandole nella vita ordinaria, quasi a insinuare che il Regno è già all’opera con la sua potenza nascosta. Ma ecco, nel bel mezzo della normalità, uscir fuori spesso l’imprevedibile, l’insolito, come ad esempio la paga data agli operai della vigna: uguale per tutti, malgrado il diverso lavoro. È la novità del Regno, il suo carattere di dono gratuito e incomparabile.
Gesù fa appello all’esperienza delle persone. Invita a riflettere e a capire, a liberarsi dai pregiudizi. Il suo punto di vista si pone in contrasto con quello degli interlocutori. Ascoltando la parabola, costoro si trovano coinvolti dentro una dinamica conflittuale e sono costretti a scegliere, a schierarsi con lui o contro di lui. Anzi, la provocazione risulterebbe ancor più evidente, se conoscessimo le situazioni originarie concrete, in cui le parabole furono pronunciate. La loro forza comunque è ben superiore a quella di una generica esortazione moraleggiante.
126 Il regno di Dio è presente e futuro, umile e nascosto; non sconvolge, ma valorizza la realtà quotidiana; sviluppa la sua efficacia silenziosamente, come un piccolo seme o un pugno di lievito; esige da noi il coraggio della fede e una paziente cooperazione.
Una proclamazione di felicità
127 Il regno di Dio non risolve i problemi e non cambia le situazioni come per incanto. Ci si può chiedere, allora, in che senso esso sia una buona notizia, quale felicità porti e a quali condizioni se ne possa fare l’esperienza.
Senz’altro Gesù di Nàzaret intende fare un annuncio e un’offerta di felicità. Le beatitudini del Regno, riferite dagli evangelisti Matteo e Luca, non vogliono essere soltanto una promessa, ma una proclamazione. A motivo del futuro che comincia a venire, assicurano già nel presente gioia e bellezza di vita, come un anticipo. Però è paradossale che ne siano destinatari i poveri e i sofferenti.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Nella parabola il verbo cercare è un termine-chiave: solo coloro che cercano il regno di Dio lo troveranno. I giudei non l’hanno trovato perché non l’hanno cercato con sincerità e umiltà.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Preghiamo con la Chiesa: O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni. Per il nostro Signore Gesù Cristo…