IL PENSIERO DEL GIORNO
26 Agosto 2017
Oggi Gesù ci dice: «Non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato» (Mt 23,9-11).
Benedetto Prete (Vangelo secondo Matteo): Non chiamate nessuno di voi “padre”; in aramaico il termine “Abba” (padre) era anche un titolo riservato ai dottori ebrei; la parola quindi non designa il padre carnale, ma il maestro. Gesù ritorna sopra lo stesso concetto e vuole che nessuno si consideri un maestro (padre) indipendente, poiché il vero ed unico maestro è Dio. Né vi fate chiamare “guide”; nessun discepolo deve ritenersi una guida spirituale indipendente … perché l’unica guida è Cristo.
Quest’ultimo termine (Cristo), anche se fosse un’aggiunta di qualche copista, spiega molto bene il senso della frase; Gesù stesso si dichiara unica guida dei discepoli. Il più grande tra voi sia vostro servo; Cristo insinua il principio dell’umiltà; egli, pur conservando il concetto della persona che rappresenta l’autorità secondo il grado gerarchico, insegna il modo con il quale il potere d’insegnamento va esercitato. I discepoli che sono rappresentanti dell’unico Maestro devono mettersi al servizio degli altri e considerare l’autorità come mezzo per illuminare gli altri.
Evangelium gaudium
La personalizzazione della Parola
149. Il predicatore «per primo deve sviluppare una grande familiarità personale con la Parola di Dio: non gli basta conoscere l’aspetto linguistico o esegetico, che pure è necessario; gli occorre accostare la Parola con cuore docile e orante, perché essa penetri a fondo nei suoi pensieri e sentimenti e generi in lui una mentalità nuova». Ci fa bene rinnovare ogni giorno, ogni domenica, il nostro fervore nel preparare l’omelia, e verificare se dentro di noi cresce l’amore per la Parola che predichiamo. Non è bene dimenticare che «in particolare, la maggiore o minore santità del ministro influisce realmente sull’annuncio della Parola». Come afferma san Paolo, «annunciamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori» (1Ts 2,4). Se è vivo questo desiderio di ascoltare noi per primi la Parola che dobbiamo predicare, questa si trasmetterà in un modo o nell’altro al Popolo di Dio: «la bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (Mt 12,34). Le letture della domenica risuoneranno in tutto il loro splendore nel cuore del popolo, se in primo luogo hanno risuonato così nel cuore del Pastore.
150. Gesù si irritava di fronte a questi presunti maestri, molto esigenti con gli altri, che insegnavano la Parola di Dio, ma non si lasciavano illuminare da essa: «Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,4). L’Apostolo Giacomo esortava: «Fratelli miei, non siate in molti a fare da maestri, sapendo che riceveremo un giudizio più severo» (Gc 3,1). Chiunque voglia predicare, prima dev’essere disposto a lasciarsi commuovere dalla Parola e a farla diventare carne nella sua esistenza concreta. In questo modo, la predicazione consisterà in quell’attività tanto intensa e feconda che è «comunicare agli altri ciò che uno ha contemplato». Per tutto questo, prima di preparare concretamente quello che uno dirà nella predicazione, deve accettare di essere ferito per primo da quella Parola che ferirà gli altri, perché è una Parola viva ed efficace, che come una spada «penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12). Questo riveste un’importanza pastorale. Anche in questa epoca la gente preferisce ascoltare i testimoni: «ha sete di autenticità […] reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l’Invisibile».
151. Non ci viene chiesto di essere immacolati, ma piuttosto che siamo sempre in crescita, che viviamo il desiderio profondo di progredire nella via del Vangelo, e non ci lasciamo cadere le braccia. La cosa indispensabile è che il predicatore abbia la certezza che Dio lo ama, che Gesù Cristo lo ha salvato, che il suo amore ha sempre l’ultima parola. Davanti a tanta bellezza, tante volte sentirà che la sua vita non le dà gloria pienamente e desidererà sinceramente rispondere meglio ad un amore così grande. Ma se non si sofferma ad ascoltare la Parola con sincera apertura, se non lascia che tocchi la sua vita, che lo metta in discussione, che lo esorti, che lo smuova, se non dedica un tempo per pregare con la Parola, allora sì sarà un falso profeta, un truffatore o un vuoto ciarlatano. In ogni caso, a partire dal riconoscimento della sua povertà e con il desiderio di impegnarsi maggiormente, potrà sempre donare Gesù Cristo, dicendo come Pietro: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do» (At 3,6). Il Signore vuole utilizzarci come esseri vivi, liberi e creativi, che si lasciano penetrare dalla sua Parola prima di trasmetterla; il suo messaggio deve passare realmente attraverso il predicatore, ma non solo attraverso la ragione, ma prendendo possesso di tutto il suo essere. Lo Spirito Santo, che ha ispirato la Parola, è Colui che «oggi come agli inizi della Chiesa, opera in ogni evangelizzatore che si lasci possedere e condurre da lui, che gli suggerisce le parole che da solo non saprebbe trovare».
Mons. TADEUSZ KONDRUSIEWICZ
Diffidiamo dei farisei.
La liturgia della parola di questa domenica presenta brani molto severi. Le parole del profeta Malachia sono molto aspre di fronte all’irriverenza nei confronti di Dio, dimostrata dal popolo eletto e dai suoi sacerdoti di ritorno nella terra promessa, dopo la schiavitù babilonese.
Le parole rivolte da Cristo ai farisei e alle guide spirituali di Israele sono altrettanto severe. I sapienti e i farisei spiegano al popolo le Sacre Scritture e la tradizione. Cristo dice: «Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo; ma non fate secondo le loro opere». Ed ecco perché: «Dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito».
Cristo denuncia la loro falsità, la contraddizione fra le loro parole e le loro azioni. Essi non eseguono gli ordini e, quando fanno qualcosa, lo fanno solo « per essere ammirati dagli uomini». Non si preoccupano di Dio, ma di quello che dirà la gente. Vivono nella menzogna. Il loro comportamento è dettato dall’orgoglio e dall’ipocrisia, dal disprezzo verso gli altri, dall’irriverenza nei confronti di Dio. Esso è contrario alla giustizia e a tutto quanto Cristo insegna. L’insegnamento di Cristo è fondato, infatti, sul perfezionamento in spirito e verità, sull’umiltà e sull’amore, sull’armonia tra gli uomini, tra fede e vita, tra parola e azione.
L’atteggiamento di Gesù nei confronti dei farisei di ogni tempo è lo stesso. Bisogna svelare la falsità e la menzogna, l’infamia, la superficialità e l’orgoglio. La verità è al di sopra di tutto! Ma l’umiltà è verità. L’Amore è verità. Scacciamo la sufficienza l’orgoglio dal nostro animo, dalle nostre parole e dal nostro comportamento! Perché «è un abominio per il Signore ogni cuore superbo, certamente non resterà impunito» (Prv 16,5).
Il cammino che porta al regno di Dio passa per l’umiltà. A questo proposito, i discepoli chiesero al Signore: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». E Cristo, indicando un bambino, rispose: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3). Cristo è un modello di umiltà: «imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29).
Dobbiamo allontanare con tutte le nostre forze il pericolo dell’ipocrisia e del farisaismo. Molto spesso gli uomini sono come quelle figure dai molteplici volti che dipingeva Picasso ...
Dobbiamo curarci della nostra ragione e del nostro cuore, trovare l’armonia tra parola e azione, tra fede e vita, tra forma e contenuto, perché la nostra perfezione abbia un fondamento, per assomigliare a Cristo, per non essere mai abbandonati da lui.
Cristo ha riservato i giudizi più severi a chi si abbandona ai peccati di Lucifero: orgoglio e ipocrisia. E io, sono un vero cristiano, non solo in chiesa, ma anche nella vita di ogni giorno?
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Il Signore vuole utilizzarci come esseri vivi, liberi e creativi, che si lasciano penetrare dalla sua Parola prima di trasmetterla.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che hai preparato beni invisibili per coloro che ti amano, infondi in noi la dolcezza del tuo amore, perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa, otteniamo i beni da te promessi, che superano ogni desiderio. Per il nostro Signore Gesù Cristo...