IL PENSIERO DEL GIORNO

24 Agosto 2017


Oggi Gesù ci dice: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità» (Gv 1,47).

Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Ecco veramente un israelita; l’avverbio veramente ha il valore di un aggettivo; il termine è caratteristico del quarto vangelo e significa: dichiaro che è degno del nome di Israelita, cioè che risponde intrinsecamente al nome con il quale lo designo.
La solenne dichiarazione del Salvatore ha il seguente valore: ecco un uomo che va chiamato Israele; Gesù non considera tanto l’individuo isolato, quanto invece l’individuo che rappresenta l’autentico Israele, cioè il popolo dell’elezione divina. Un testo di Isaia svela il ricco contenuto dottrinale delle compiaciute parole di Cristo; ai tempi messianici il popolo sarà fedele a Jahweh e si glorierà di appartenere a lui, allora veramente sarà chiamato Israele (cf. Is 44,5). La dichiarazione di Gesù, oltre ad affermare che Natanaele è degno del nome di Israele perché è un fedele jahwista, richiama il senso etimologico del nome Israele, senso accolto nell’antichità; secondo questa etimologia corrente il nome Israele implica l’idea di vedere Dio. In tal modo Natanaele è il vero Israele non soltanto perché è fedele a Jahweh, ma anche perché vede Dio (cioè: lo conosce). Nel quale non vi è falsità; l’espressione non fa che esplicitare quanto è stato detto nella prima parte del versetto.
Il sostantivo dolos significa «astuzia», «artifìcio»; ma esso nel greco dei Settanta traduce i due termini miremah e remjiah (frode, inganno, menzogna). La parola greca è condizionata al significato biblico dei termini che essa traduce; ora nel linguaggio profetico l’infedeltà religiosa, cioè l’abbandono di Jahweh per seguire falsi dèi, è chiamata «falsità» e «menzogna». La dichiarazione di Cristo a Natanaele non si mantiene sul livello di una forma di cortesia, come se il Maestro volesse compiacersi con l’Israelita per la sua rettitudine ed onestà, ma esprime una valutazione religiosa; Natanaele è elogiato per la sua provata fedeltà a Jahweh, fedeltà che lo ha tenuto lontano da ogni compromesso o sincretismo religioso.


Benedetto XVI (Omelia 4 Ottobre 2006)

Nella serie degli Apostoli chiamati da Gesù durante la sua vita terrena, oggi è l’apostolo Bartolomeo ad attrarre la nostra attenzione. Negli antichi elenchi dei Dodici egli viene sempre collocato prima di Matteo, mentre varia il nome di quello che lo precede e che può essere Filippo (cfr Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,14) oppure Tommaso (cfr At 1,13). Il suo nome è chiaramente un patronimico, perché formulato con esplicito riferimento al nome del padre. Infatti, si tratta di un nome di probabile impronta aramaica, bar Talmay, che significa appunto “figlio di Talmay”.
Di Bartolomeo non abbiamo notizie di rilievo; infatti, il suo nome ricorre sempre e soltanto all’interno delle liste dei Dodici citate sopra e, quindi, non si trova mai al centro di nessuna narrazione. Tradizionalmente, però, egli viene identificato con Natanaele: un nome che significa “Dio ha dato”. Questo Natanaele proveniva da Cana (cfr Gv 21,2) ed è quindi possibile che sia stato testimone del grande “segno” compiuto da Gesù in quel luogo (cfr Gv 2,1-11). L’identificazione dei due personaggi è probabilmente motivata dal fatto che questo Natanaele, nella scena di vocazione raccontata dal Vangelo di Giovanni, è posto accanto a Filippo, cioè nel posto che ha Bartolomeo nelle liste degli Apostoli riportate dagli altri Vangeli. A questo Natanaele, Filippo aveva comunicato di aver trovato “colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti: Gesù, figlio di Giuseppe, da Nazaret” (Gv 1,45). Come sappiamo, Natanaele gli oppose un pregiudizio piuttosto pesante: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46a). Questa sorta di contestazione è, a suo modo, importante per noi. Essa, infatti, ci fa vedere che, secondo le attese giudaiche, il Messia non poteva provenire da un villaggio tanto oscuro come era appunto Nazaret (vedi anche Gv 7,42). Al tempo stesso, però, pone in evidenza la libertà di Dio, che sorprende le nostre attese facendosi trovare proprio là dove non ce lo aspetteremmo. D’altra parte, sappiamo che Gesù in realtà non era esclusivamente “da Nazaret”, ma che era nato a Betlemme (cfr Mt 2,1; Lc 2,4) e che ultimamente veniva dal cielo, dal Padre che è nei cieli.


X. Léon Dufour

I DODICI E L’APOSTOLATO

Prima di dar diritto ad un titolo, l’apostolato fu una funzione. Di fatto soltanto al termine di una lenta evoluzione alla cerchia ristretta dei Dodici fu attribuito in modo privilegiato il titolo di apostolo (Mt 10,2), messo poi, in epoca tarda, sulle labbra di Gesù (Lc 6, 13). Ma se questo titolo di onore non appartiene che ai Dodici, si vede pure che altri esercitano con essi una funzione che può essere qualificata come «apostolica».

1. I dodici apostoli. - Fin dall’inizio della sua vita pubblica Gesù volle moltiplicare la sua presenza e diffondere il suo messaggio per mezzo di uomini che fossero altri se stesso. Chiama i quattro primi discepoli perché siano pescatori d’uomini (Mt 4,18-22 par.); ne sceglie dodici perché siano «con lui» e perché, come lui, annuncino il vangelo e scaccino i demoni (Mc 3,14 par.); li manda in missione a parlare in suo nome (Mc 6,6-13 par.), muniti della sua autorità: «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10,40 par.); sono incaricati di distribuire i pani moltiplicati nel deserto (Mt 14,19 par.), ricevono un’autorità speciale sulla comunità che devono dirigere (Mt 16,18; 18,18). In una parola, essi costituiscono i fondamenti del nuovo Israele, di cui saranno i giudici nell’ultimo giorno (Mt 19,28 par.); ed è questo che il numero 12 del collegio apostolico simboleggia. Ad essi il risorto, sempre presente con essi sino alla fine dei secoli, dà l’incarico di ammaestrare e di battezzare tutte le nazioni (Mt 28, 18 ss).
L’elezione di un dodicesimo apostolo in sostituzione di Giuda appare quindi indispensabile perché la figura del nuovo Israele si ritrovi nella Chiesa nascente (Atti l,15-26).
Essi dovranno essere i testimoni di Cristo, cioè attestare che il Cristo risorto è quel medesimo Gesù con il quale sono vissuti (1,8.21); testimonianza unica che conferisce al loro apostolato (inteso qui nel senso più stretto del termine) un carattere unico.
I Dodici sono per sempre il fondamento della Chiesa: «Il muro della città poggia su dodici basamenti he portano ciascuno il nome di uno dei dodici apostoli dell’agnello» (Ap 21,14).

2. L’apostolato della Chiesa nascente. - Se i Dodici sono gli apostoli per eccellenza, nel senso che la Chiesa è «apostolica , l’apostolato della Chiesa, inteso in un senso più largo, non si limita tuttavia all’azione dei Dodici. Come Gesù, «apostolos di Dio» (Eb 3,1), ha voluto istituire un collegio privilegiato che moltiplichi la sua presenza e la sua parola, così i Dodici comunicano ad altri non già il privilegio intrasmissibile che li costituisce per sempre corpo dei testimoni del risorto, bensì l’esercizio della loro missione apostolica. Già nel Vecchio Testamento Mosè aveva trasmesso a Giosuè la pienezza dei suoi poteri (Num 27,18), ed anche Gesù ha voluto che l’ufficio pastorale affidato ai Dodici continui attraverso i secoli: pur conservando un legame speciale con essi, la sua presenza di risorto trascenderà infinitamente la loro cerchia ristretta.
Del resto, già nella sua vita pubblica, Gesù stesso ha aperto la via a questa estensione della missione apostolica. Accanto alla tradizione prevalente che raccontava la missione dei Dodici, Luca ha conservato un’altra tradizione, secondo la quale Gesù «designò ancora 72 altri [discepoli] e li mandò davanti a sé» (Lc l0,1). Stesso oggetto di missione che per i Dodici, stesso carattere ufficiale: «Chi ascolta voi, ascolta me, chi rigetta voi, rigetta me, e chi rigetta me, rigetta colui che mi ha mandato» (Lc 10,16; cfr. Mt 10,40 par.). Nel pensiero di Gesù la missione apostolica non è quindi limitata a quella dei Dodici.
I Dodici stessi agiscono in questo spirito.
Al momento della scelta di Mattia essi sanno che un buon numero di discepoli possono soddisfare alle condizioni necessarie (Atti 1,21ss): Dio non designa propriamente un apostolo, ma un dodicesimo testimone. Ecco
inoltre Barnaba, un apostolo della stessa fama di Paolo (14,4.14); e se i Sette non sono chiamati apostoli (6,1-6), possono tuttavia fondare una nuova Chiesa: così Filippo in Samaria, quantunque i suoi poteri siano limitati da quelli dei Dodici (8,14-25). L’apostolato, rappresentazione ufficiale del risorto nella Chiesa, rimane per sempre fondato sul collegio «apostolico» dei Dodici, ma viene esercitato da tutti gli uomini ai quali questi conferiscono autorità.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele! (Gv 1,49b).
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: Confermaci nella fede, o Padre, perché aderiamo a Cristo, tuo Figlio, con l’entusiasmo sincero di san Bartolomeo apostolo, e per sua intercessione fa’ che la tua Chiesa si riveli al mondo come sacramento di salvezza. Per il nostro Signore Gesù Cristo...