IL PENSIERO DEL GIORNO

21 Agosto 2017


Oggi Gesù ci dice: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3; Cf. Canto al Vangelo).

Beati è una formula ricorrente nei Salmi, nei libri sapienziali e nel Nuovo Testamento, soprattutto nel libro dell’Apocalisse. Beato è l’uomo che cammina nella legge del Signore e per questo è ricolmo delle benedizioni di Dio, dei suoi favori e delle sue consolazioni divine soprattutto nei momenti cruciali in cui deve sopportare umiliazioni, affanni e persecuzioni. Gesù apre il suo discorso proclamando beati i “poveri in spirito”, una aggiunta questa che fa bene intendere che il Maestro fa riferimento non agli indigenti, ma ai “poveri di Iahvé”, cioè a coloro che nonostante tutto restano fedeli al Signore, anzi le prove sono spinte a fidarsi di Dio, a chiudersi nel suo cuore, a rinserrarsi tra le sue braccia. I “poveri in spirito” sono coloro che fanno del dolore una scala per salire fino a Dio. Sono coloro che restano nonostante tutto saldi nelle promesse di Dio (Cf. Mt 27,39-44). In questa ottica sono beati quelli che sono nel pianto, i perseguitati per la giustizia, i diffamati. Ai miti fanno corona coloro che hanno fame e sete della giustizia, cioè coloro che amano vivere all’ombra della volontà di Dio, attuandola nella loro vita e mettendola sempre al primo posto. Beati sono i misericordiosi cioè coloro che imitano la bontà, la pietà e la misericordia di Dio soprattutto a favore dei più infelici e dei più bisognosi. I puri di cuore sono beati per la purezza delle intenzioni, l’onestà della vita, perché sempre disponibili ai progetti divini. E infine, gli operatori di pace, che «nella Bibbia esprime la comunione con Dio e con gli uomini ed è il dono che riassume il vangelo [Cf. Lc 2,14], sono i più evidenti figli del Padre celeste» (S. Garofalo).


I poveri (anawîm) - I poveri sono coloro che mancano del necessario. Nella sacra Scrittura sono anzitutto gli oppressi, «infatti nel termine figurato ebraico “gli umiliati”, i “piegati” confluiscono tre significati per “povero”: bisognoso, oppresso e paziente [...]. Un povero non aveva il diritto di interloquire, non aveva alcuna influenza, veniva truffato anche davanti al giudice, era l’“oppresso”» (K. P.).
Con Sofonia il vocabolario sulla povertà prende una sfumatura morale ed escatologica: gli anawîm sono gli Israeliti sottomessi alla volontà divina e a loro sarà inviato il Messia (Cf. Is 61,1; 11,4; Sal 72,12s; Lc 4,18). Egli stesso sarà “mite e umile di cuore” (Cf. Zac 9,9; Mt 11,29; 21,5), dolce e anche oppresso ingiustamente (Cf. Is 53,4; Sal 22,25).
Al di là di questa sfumatura, Israele ha avuto sempre cura degli indigenti che numerosissimi affollavano le sue piazze.
Il Deuteronomio risponde agli appelli dei poveri con una legislazione umanitaria (Cf. Dt 24,10s; Es 22,20-26; 23,6), mentre i profeti, sempre al fianco dei più deboli, dei piccoli e dei più bisognosi, hanno difeso la loro misera sorte reclamando, spesso con forza e veemenza, giustizia, protezione e imparzialità soprattutto nei giudizi (Cf. Is 10,1-2; Am 2,6s).
Gesù Cristo nel proclamare beati i poveri, ma nel Vangelo di Matteo e non in quello di Luca, riprende la parola «povero» con la sfumatura morale messa in evidenza da Sofonia. Riprendendo il tema dei poveri di Iahvé, «Gesù ha proclamato le beatitudini; ha affermato così la felicità dei poveri, degli afflitti, degli affamati ..., di coloro cioè che vivono in misere condi­zioni, ma in una assoluta confidenza in Dio: costoro hanno la sua preferenza» (Roberto Tufariello).
Le “beatitudini” sono presenti soltanto nel Vangelo di Matteo e in quello di Luca, ma con sfumature molto diverse (Cf. Mt 5,1-12; Lc 6,20-23).
Luca alle “beatitudini” aggiunge “quattro guai” (Cf. 6,24-26). Diverso è il contesto in cui vengono collocate dagli evangelisti e anche il numero, nove in Matteo e quattro in Luca.
Per quanto riguarda il numero delle beatitudini, la nona beatitudine del vangelo di Matteo «va distinta e separata dalle altre otto che da sole costituiscono un’unità letteraria completa: essa appare come una semplice aggiunta, che estende ed applica agli ascoltatori di quell’elenco il contenuto dell’ottava beatitudine» (Don Alfonso Sidoti).
La formula delle beatitudini è nota sia dalla Bibbia sia dalla letteratura ellenistica e rabbinica.
L’Antico Testamento «usa talvolta formule di felicitazione come queste, a proposito di pietà, saggezza, prosperità, timor di Dio [Sal 1,1-2; 33,12; 128,5-6; Pr 3,3; Sir 31,8; ecc.]. Gesù ricorda, nello spirito dei profeti, che anche i poveri hanno parte a queste “benedizioni”: le prime tre “beatitudini” (Mt 5,3-5; Lc 6,20-21) dichiarano che uomini, considerati sventurati o maledetti, sono felici, perché sono preparati a ricevere la benedizione del regno. Le beatitudini successive interessano più direttamente l’atteggiamento morale dell’uomo» (Bibbia di Gerusalemme). Matteo conclude il discorso di Gesù con due beatitudini che sono di una novità scioccante: se la persecuzione, il sopportare la violenza sia fisica che morale, era anche per i pii ebrei una punizione, un castigo, ora nell’insegnamento del Cristo diventa fonte di felicità, di gioia, perché partecipazione intima, reale e completa al destino del Maestro (Cf. Gv 15,18-21), quindi sorgente di beatitudine: «Perciò sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e...  a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Gli apostoli hanno amato e vissuto la povertà e la Chiesa di Gerusalemme ha accolto e vissuto l’ideale di povertà del suo Maestro con la comunione dei beni e l’assistenza ai poveri. La persecuzione, pur essendo entrata di diritto nel bagaglio apostolico della Chiesa, non l’atterrisce, anzi per essa è motivo di vanto e di gioia, così come promesso dal suo Fondatore: «richiamati gli apostoli, li fecero flagellare... Quindi li rimisero in libertà. Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (Atti 5,40-41).


Catechismo degli Adulti

Una  proclamazione di felicità

135 Beati i poveri, perché Dio li ama, si impegna a liberarli dalla sofferenza e fin d’ora conferisce loro la dignità di suoi figli, che nessuna circostanza esteriore può compromettere.
Chi vive consapevolmente la comunione filiale con Dio, fa esperienza di gioia anche in mezzo alle tribolazioni, come Gesù. È necessario però condividere l’atteggiamento del Maestro «mite e umile di cuore» ( Mt 11,29) e vivere secondo lo spirito delle beatitudini.
Confidare nella ricchezza, gloriarsi della propria giustizia, considerarsi autosufficienti: ecco ciò che impedisce di accogliere il regno di Dio, che è dono gratuito.


Mt 19,16-22: Se vuoi essere perfetto, vendi quello che possiedi e avrai un tesoro nel cielo.

Ireneo di Lione, Adv. haer., IV, 12, 5

L’insegnamento della Legge

La legge aveva insegnato agli uomini la necessità di seguire Cristo. Lo mostrò chiaramente Cristo stesso al giovane che g]i chiese cosa avrebbe dovuto fare per ereditare la vita eterna. Gli rispose infatti: “Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti”. Quegli chiese: “Quali?”, e il Signore soggiunse: “Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non dire falsa testimonianza; onora il padre e la madre, e ama il prossimo tuo come te stesso” (Mt 19,17ss). Proponeva così a tutti coloro che volevano seguirlo i comandamenti della legge come gradini di entrata alla vita: quello che diceva a uno, lo diceva a tutti. Il giovane rispose: “Ho fatto tutto ciò” - e forse non lo aveva fatto, che altrimenti non gli sarebbe stato detto: osserva i comandamenti -; allora il Signore, rinfacciandogli la sua cupidigia, gli disse: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto ciò che hai, dividilo tra i poveri, poi vieni e seguimi” (ib.). Con queste parole prometteva l’eredità degli apostoli a chi avesse fatto così, non annunciava certo a coloro che lo avessero seguito un altro padre, diverso da quello che era stato annunciato fin dall’inizio della legge, e neppure un altro figlio; ma insegnava a osservare i comandamenti imposti da Dio all’inizio, a liberarsi dall’antica cupidigia con le buone opere e a seguire Cristo. Che poi la distribuzione dei propri beni ai poveri liberi davvero dalla cupidigia, lo ha mostrato Zaccheo dicendo: “Ecco, do la metà dei miei beni ai poveri; se poi ho frodato qualcuno, gli rendo il quadruplo” (Lc 19,8).


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Chi vive consapevolmente la comunione filiale con Dio, fa esperienza di gioia anche in mezzo alle tribolazioni, come Gesù.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Padre, che nell’accondiscendenza del tuo Figlio mite e umile di cuore hai compiuto il disegno universale di salvezza, rivestici dei suoi sentimenti, perché rendiamo continua testimonianza con le parole e con le opere al tuo amore eterno e fedele. Per il nostro Signore Gesù Cristo...