IL PENSIERO DEL GIORNO
17 Agosto 2017
Oggi Gesù ci dice: «Quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte? Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (cfr. Mt 18,21-22).
Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte? La parabola del servo spietato sposta la domanda di Pietro su un binario ben diverso: quello di Dio, cioè esplicita «non la quantità del perdono [sette volte] ma la qualità dando il motivo per il “nessun limite”: se Dio non pone alcun limite, l’uomo non può porre un limite. D’altra parte, quelli che pongono limiti alla loro disponibilità a perdonare gli altri saranno perdonati da Dio in misura limitata» (Daniel J. Harrington, S.J.).
Benedetto Prete (Il Vangelo secondo Matteo): Il tema del perdono è sviluppato con la parabola del servo spietato; in essa si susseguono tre scene (la misericordia 22-27; la crudeltà 28-30; la giustizia 31-34) che convergono verso l’epilogo nel quale è indicata la ragione ultima del perdono.
Fino a sette volte?: Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 21 ottobre 1981): “Perdono” è una parola pronunciata dalle labbra di un uomo, al quale è stato fatto del male. Anzi, essa è la parola del cuore umano. In questa parola del cuore ognuno di noi si sforza di superare la frontiera dell’inimicizia, che può separarlo dall’altro, cerca di ricostruire l’interiore spazio d’intesa, di contatto, di legame. Cristo ci ha insegnato con la parola del Vangelo, e soprattutto col proprio esempio, che questo spazio si apre non solo davanti all’altro uomo, ma in pari tempo davanti a Dio stesso. Il Padre, che è Dio di perdono e di misericordia, desidera agire proprio in questo spazio del perdono umano, desidera perdonare coloro, che sono reciprocamente capaci di perdonare, coloro che cercano di mettere in pratica quelle parole: “Rimetti a noi... come noi rimettiamo”. Il perdono è una grazia, alla quale si deve pensare con umiltà e gratitudine profonde. Esso è un mistero del cuore umano, sul quale è difficile diffondersi.
Dio largamente perdona...: Benedetto XVI (Udienza Generale, 19 ottobre 2005): Il Salmo 129 si apre con una voce che sale dalle profondità del male e della colpa (cfr. vv. 1-2). L’io dell’orante si rivolge al Signore dicendo: «A te grido, o Signore». Il Salmo poi si sviluppa in tre momenti dedicati al tema del peccato e del perdono. Ci si rivolge innanzitutto a Dio, interpellato direttamente con il «Tu»: «Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono; perciò avremo il tuo timore» (vv. 3-4). È significativo il fatto che a generare il timore, atteggiamento di rispetto misto ad amore, non sia il castigo ma il perdono. Più che la collera di Dio, deve provocare in noi un santo timore la sua magnanimità generosa e disarmante. Dio, infatti, non è un sovrano inesorabile che condanna il colpevole, ma un padre amoroso, che dobbiamo amare non per paura di una punizione, ma per la sua bontà pronta a perdonare. Al centro del secondo momento c’è l’«io» dell’orante che non si rivolge più al Signore, ma parla di lui: «Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola. L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora» (vv. 5-6). Ora fioriscono nel cuore del Salmista pentito l’attesa, la speranza, la certezza che Dio pronuncerà una parola liberatrice e cancellerà il peccato. La terza ed ultima tappa nello svolgimento del Salmo si allarga a tutto Israele, al popolo spesso peccatore e consapevole della necessità della grazia salvifica di Dio: «Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione. Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe» (vv. 7-8). La salvezza personale, prima implorata dall’orante, è ora estesa a tutta la comunità. La fede del Salmista si innesta nella fede storica del popolo dell’alleanza, «redento» dal Signore non solo dalle angustie dell’oppressione egiziana, ma anche «da tutte le colpe». Pensiamo che il popolo della elezione, il popolo di Dio siamo adesso noi. Anche la nostra fede ci innesta nella fede comune della Chiesa. E proprio così ci dà la certezza che Dio è buono con noi e ci libera dalle nostre colpe. Partendo dal gorgo tenebroso del peccato, la supplica del De profundis giunge all’orizzonte luminoso di Dio, ove domina “la misericordia e la redenzione”, due grandi caratteristiche del Dio che è amore.
La misericordia di Dio: Paolo VI (Omelia, 4 giugno 1967): «Ubi abundavit delictum superabundavit gratia». È San Paolo che lo dice: dove il delitto, il peccato, la nostra miseria, la nostra sciagurata possibilità di ribellarci a Dio, si pronuncia e diventa subito enorme, con abbondanza di malizia e stupidità, immediatamente si presenta una sovrabbondanza di grazia e di bontà. Felix culpa! canta la Liturgia nella Veglia di Pasqua e Sant’Ambrogio dichiara: il Signore creò tutte le cose e si fermò all’uomo, perché «finalmente aveva qualcuno a cui perdonare, a cui mostrare il suo cuore, la sua misericordia». Siamo all’ineffabile mistero celato dai secoli e manifestato a noi: la carità di Dio vuole inondare il mondo e raggiungere tutte le anime anche le lontane e perdute. Ora, se adunque riflettiamo che quelle anime siamo noi, che noi siamo l’oggetto d’una trama divina, di questa attenzione che si concentra su di noi e ci insegue e persegue e ci vuole - dov’è colui da me creato per il mio Amore? dove è finita quella coscienza, quell’anima che Io plasmavo quasi risposta alla mia grande interrogazione: tu mi ami? - coglieremo appieno il contenuto della pagina di Vangelo che stiamo meditando. L’uomo se ne va; si allontana. E Dio, rincorrendolo e ritrovandolo, disvela la meraviglia della sua grandezza più nel perdonare i fuggiaschi, nel colmare l’abisso di nullità prodotta dal peccato che non nella stessa creazione. C’è un Oremus che indica ciò in maniera esattissima: O Dio, che hai manifestato la grandezza della tua potenza nel perdonare, e nell’avere misericordia.
Fino a settantasette volte: Agostino (Sermo, 83,6-7): il numero settantasette contiene tutti i peccati ... Vuoi sapere come? Il sette simboleggia la totalità, poiché il tempo si svolge nello spazio di sette giorni, e al loro termine si torna daccapo al punto di partenza, per scorrere poi secondo la stessa regola. Attraverso i cicli regolati da tale norma passano le epoche, ma senza uscire dal numero sette ... II numero undici invece significa la trasgressione della Legge. Il numero dieci infatti rappresenta la Legge ... costituita dai dieci Comandamenti, mentre il peccato si commette a causa dell’undici ... che è la trasgressione del dieci. Cristo dunque, parlando del numero settantasette volle indicare tutti i peccati, poiché si moltiplica undici per sette si ottiene settantesette.
Catechismo della Chiesa Cattolica
Così anche il Padre mio
2842-2843: «Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; “come” io vi ho amati, così amatevi anche voi» (Gv 13,34). È impossibile osservare il comandamento del Signore, se si tratta di imitare il modello divino dall’esterno. Si tratta invece di una partecipazione vitale, che scaturisce “dalla profondità del cuore”, alla Santità, alla Misericordia, all’Amore del nostro Dio. Soltanto lo Spirito, che è la nostra Vita, può fare “nostri” i medesimi sentimenti che furono in Cristo Gesù. Allora diventa possibile l’unità del perdono, perdonarci “a vicenda “come” Dio ha perdonato” a noi “in Cristo” (Ef 4,32). Così prendono vita le parole del Signore sul perdono, questo Amore che ama fino alla fine. La parabola del servo spietato, che corona l’insegnamento del Signore sulla comunione ecclesiale, termina con queste parole: “Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”. È lì, infatti, “nella profondità del cuore” che tutto si lega e si scioglie. Non è in nostro potere non sentire più e dimenticare l’offesa; ma il cuore che si offre allo Spirito Santo tramuta la ferita in compassione e purifica la memoria trasformando l’offesa in intercessione.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «Il perdono incondizionato e costante è l’elemento fondamentale per l’appartenenza al Regno dei cieli, in quanto è la condizione indispensabile per ottenere il perdono del Padre celeste, e, quindi, la salvezza» (P. Benito Camporeale).
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Preghiamo con la Chiesa: Dio onnipotente ed eterno, che ci dai il privilegio di chiamarti Padre, fa’ crescere in noi lo spirito di figli adottivi, perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso. Per il nostro Signore Gesù Cristo...