IL PENSIERO DEL GIORNO

30 LUGLIO 2017


Oggi Gesù ci dice: “Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52).

Il Nuovo Testamento (Ed. San Paolo) 13,52: La sentenza sullo “scriba” cristiano non può esser applicata a tutti i discepoli, ma ai responsabili e ai maestri della comunità, che conoscono sia l’insegnamento di Gesù (“il nuovo”) sia la legge e i profeti (“il vecchio”), interpretati e completati dal “nuovo”. L’unicità del “nuovo” rispetto all’“antico’“ è sottolineata dal fatto che viene messo al primo posto. Se l’insegnamento tradizionale dei maestri della legge resta un patrimonio inesauribile a cui si continua ad attingere, è la fede in Cristo a dare a quel “tesoro” una ricchezza nuova.


Lo Scriba: A partire da Esdra, nome dato al maestro della legge dell’Antico Testamento; egli riceveva una formazione appropriata che lo rendeva competente, e gli veniva attribuito il titolo onorifico di rabbi.
Gli scriba erano teologi e giuristi; le loro spiegazioni formarono presto una raccolta di norme accanto alla legge. Essi costituivano una classe distinta e molto influente e si appoggiavano ai diversi partiti, p. es. dei Farisei, dei Sadducei, degli Esseni. Il Nuovo Testamento li menziona spesso insieme con i Farisei (Mc 7,1), poiché molti di loro erano farisei; i sacerdoti non erano per lo più scriba. Il conflitto di Gesù con i Farisei comprende pure gli scriba (cfr. Mr 14,1s); tuttavia non tutti gli scriba sono nemici dei cristiani (At 5,34). Con la distruzione di Gerusalemme (70 d.C.) scomparve il sacerdozio giudaico; nel periodo successivo divenne determinante per il giudaismo l’influsso degli scriba (per lo più di tendenza farisaica); nel 70 d.C. Iabne (Jamnia) divenne un centro di studi giudaici, che in seguito passò a Tiberiade.  (Piccolo Dizionario Biblico)


Benedetto Prete (Vangelo secondo Matteo): I discepoli affermano di aver afferrato il senso delle parabole intorno al regno di Dio. Gesù replica indicando loro i vantaggi della comprensione di tali dottrine. Chi giunge a capire l’economia del regno dei cieli diventa un dottore (scriba) della nuova legge e può essere paragonato ad un saggio padrone di casa, il quale dispone delle cose vecchie e nuove che possiede secondo i bisogni. L’immagine (che costituisce una breve parabola conclusiva dell’intero discorso compilato da Matteo nel capitolo 13) è concepita e presentata con espressioni ebraiche. Lo scriba ebreo (dottore della Legge antica) quando di­viene discepolo di Cristo. possiede ed usa tutta la ricchezza del Vecchio Testamento ampliata e perfezionata dal Nuovo. Matteo. riportando questo elogio dello scriba cristiano rievoca l’insegnamento che Cristo impartiva
quando affermava che il panno nuovo non deve servire a rattoppare un abito vecchio (cf. 9,16) e che la nuova Legge non distrugge bensì perfeziona la vecchia (cf. 5,l7). Lo scriba antico che si lascia ammaestrare da Gesù nella Legge nuova entra nel pieno possesso della verità intorno al regno di Dio. L’autore con questo elogio dello scriba cristiano indica velatamente se stesso, poiché Matteo è l’evangelista che nel suo scritto accentua più degli altri la parentela e la continuità che esiste tra il Vecchio ed il Nuovo Testamento.


Catechismo della Chiesa Cattolica

546 Gesù chiama ad entrare nel Regno servendosi delle parabole, elemento tipico del suo insegnamento. Con esse egli invita al banchetto del Regno, ma chiede anche una scelta radicale: per acquistare il Regno, è necessario «vendere» tutto; le parole non bastano, occorrono i fatti. Le parabole sono come specchi per l’uomo: accoglie la Parola come un terreno arido a come un terreno buono? Che uso fa dei talenti ricevuti? Al centro delle parabole stanno velatamente Gesù e la presenza del Regno in questo mondo. Occorre entrare nel Regno, cioè diventare discepoli di Cristo per « conoscere i misteri del regno dei cieli» (Mt 13,11). Per coloro che rimangono « fuori» (Mc 4,11), tutto resta enigmatico.

1034 Gesù parla ripetutamente della «geenna», del «fuoco inestinguibile», che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l’anima che il corpo. Gesù annunzia con parole severe: «Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angoli, i quali raccoglieranno [...] tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente» (Mt 13,41-42), cd egli pronunzierà la condanna: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!» (Mt 25,41).

1035 La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, «il fuoco eterno». La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.


Catechismo degli Adulti

La pena principale dell’inferno

1220 In che cosa consiste questa pena? La Bibbia per lo più si esprime con immagini: Geenna di fuoco, fornace ardente, stagno di fuoco, tenebre, verme che non muore, pianto e stridore di denti, morte seconda. La terribile serietà di questo linguaggio va interpretata, non sminuita. La Chiesa crede che la pena eterna del peccatore consiste nell’essere privato della visione di Dio e che tale pena si ripercuote in tutto il suo essere.

1221 Non si tratta di annientamento per sempre. Lo escludono i testi biblici sopra riportati, che indicano una sofferenza eterna e altri che affermano la risurrezione degli empi. Lo esclude la fede nella sopravvivenza personale, definita dal concilio Lateranense V. Del resto neppure il diavolo è annientato, ma tormentato «giorno e notte per i secoli dei secoli» (Ap 20.10) insieme con i suoi angeli. Quando la Sacra Scrittura parla di perdizione, rovina, distruzione, corruzione, morte seconda, si riferisce a un fallimento della persona, a una vita completamente falsata.

1222 Piuttosto la pena va intesa come esclusione dalla comunione con Dio e con Cristo: «Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità!» (Lc 13,27). «Costoro saranno castigati con una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza» (2Ts 1,9). L’esclusione però non è subita passivamente: con tutto se stesso, a somiglianza degli angeli ribelli, il peccatore rifiuta l’amore di Dio: «Ogni peccatore accende da sé la fiamma del proprio fuoco. Non che sia immerso in un fuoco acceso da altri ed esistente prima di lui. L’alimento e la materia di questo fuoco sono i nostri peccati». L’inferno è il peccato diventato definitivo e manifestato in tutte le sue conseguenze, la completa incapacità di amare, l’egoismo totale. La pena è eterna, perché il peccato è eterno.
Il dannato soffre, ma si ostina nel suo orgoglio e non vuole essere perdonato. Il suo tormento è collera e disperazione, «stridore di denti» (Lc 13,28), lacerazione straziante tra la tendenza al bene infinito e l’opposizione ad esso.
L’amore di Dio, respinto, diventa fuoco che divora e (Cf. Dt 4,24s; Is 10,17) consuma; lo sguardo di Cristo brucia come fiamma. Dio ama il peccatore, ma ovviamente non si compiace di lui: la sua riprovazione pesa terribilmente.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** L’amore di Dio, respinto, diventa fuoco che divora e (Cf. Dt 4,24s; Is 10,17) consuma.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.



Preghiamo con la Chiesa:  O Padre, fonte di sapienza, che ci hai rivelato in Cristo il tesoro nascosto e la perla preziosa, concedi a noi il discernimento dello Spirito, perché sappiamo apprezzare fra le cose del mondo il valore inestimabile del tuo regno, pronti ad ogni rinunzia per l'acquisto del tuo dono. Per il nostro Signore Gesù Cristo...