IL PENSIERO DEL GIORNO
18 LUGLIO 2017
Oggi Gesù ci dice: “Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida!” (Mt 11,21).
La Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): Corazin e Betsàida erano fiorenti città situate sulla riva settentrionale del lago di Genèsaret, non lontano da Cafàrnao. Durante il suo ministero pubblico il Signore predicò frequentemente in quelle città, operando numerosi miracoli; a Cafàrnao insegnò la dottrina del suo corpo e del suo sangue, cioè della Sacra Eucaristia (cfr Gv 6.51 ss.). Tiro e Sidone, le due capitali della Fenicia, insieme con Sòdoma e Gomorra - tutte famose per i vizi dei loro abitanti - costituivano esempi classici presso gli Ebrei a indicare il castigo di Dio (si veda Ez 26-28; Is 23).
Con questi richiami Gesù pone in risalto l’ingratitudine delle persone che, pur avendo avuto la possibilità di conoscerlo. non vollero tuttavia convertirsi; nel giorno del giudizio (vv. 22 e 24) si chiederà loro un rendiconto molto esigente: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto» (Le 12.48).
Catechismo della Chiesa Cattolica
Il giudizio dell’ultimo giorno
678 In linea con i profeti e con Giovanni Battista Gesù ha annunziato nella sua predicazione il giudizio dell’ultimo giorno. Allora saranno messi in luce la condotta di ciascuno e il segreto dei cuori. Allora verrà condannata l’incredulità colpevole che non ha tenuto in alcun conto la grazia offerta da Dio. L’atteggiamento verso il prossimo rivelerà l’accoglienza o il rifiuto della grazia e dell’amore divino. Gesù dirà nell’ultimo giorno: «Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
679 Cristo è Signore della vita eterna. Il pieno diritto di giudicare definitivamente le opere e i cuori degli uomini appartiene a lui in quanto Redentore del mondo. Egli ha « acquisito » questo diritto con la sua croce. Anche il Padre «ha rimesso ogni giudizio al Figlio» (Gv 522). Ora, il Figlio non è venuto per giudicare, ma per salvare e per donare la vita che è in lui. È per il rifiuto della grazia nella vita presente che ognuno si giudica già da se stesso, riceve secondo le sue opere e può anche condannarsi per l’eternità rifiutando lo Spirito d’amore.
Catechismo Tridentino - Parte Seconda: i Sacramenti
La penitenza
241. La penitenza in quanto virtù
Trattiamo prima di tutto della penitenza in quanto è una virtù, non solo perché il popolo deve essere dai suoi Pastori istruito intorno a ogni genere di virtù, ma anche perché gli atti di questa virtù offrono la materia riguardante il sacramento della Penitenza; sicché, se non si conosce prima bene che cosa sia la virtù della penitenza, si dovrà necessariamente ignorare l’efficacia di questo sacramento.
Bisogna dunque esortare dapprima i fedeli a fare ogni sforzo per raggiungere quella interiore penitenza dell’anima che noi chiamiamo virtù e senza la quale la penitenza esteriore riuscirà di ben poco giovamento. La penitenza interna è quella per la quale noi con tutto l’animo ci convertiamo a Dio e detestiamo profondamente i peccati commessi, proponendo insieme fermamente di emendare le nostre cattive abitudini e i costumi corrotti, fiduciosi di conseguire il perdono dalla misericordia di Dio. Si associa a questa penitenza, come compagna della detestazione del peccato, una dolorosa tristezza che è una vera affezione emotiva dell’animo e da molti viene chiamata passione. Perciò parecchi santi Padri definiscono la penitenza partendo da un cosi fatto tormento dell’anima. E tuttavia necessario che nel pentito la fede preceda la penitenza, perché nessuno può convertirsi a Dio senza la fede. Da ciò segue che a ragione non si può dire che la fede sia una parte della penitenza.
Che questa interiore penitenza sia una virtù, come abbiamo detto, è chiaramente dimostrato dai molti precetti che la riguardano (Mt 3,2; 4,17; Mc 1,4.15; Lc 3,3; At 2,38). Poiché la legge ordina solo quegli atti che si esercitano mediante la virtù. Del resto nessuno vorrà negare che sia atto di virtù il dolersi nel tempo, nel modo e nella misura opportuna. E tutto questo ce lo insegna a dovere la virtù della penitenza. Spesso avviene infatti che gli uomini non si pentano dei peccati quanto dovrebbero; che anzi vi sono taluni, a detta di Salomone, che si rallegrano del male commesso (Pr 2,14); mentre vi sono altri che se ne affliggono cosi amaramente, da disperare di salvarsi. Tale sembra essere stato il caso di Caino che esclamo:Il mio peccato è più grande del perdono di Dio (Gen 4,13); e tale fu certamente quello di Giuda, il quale pentito, appendendosi al laccio, perdette insieme la vita e l’anima (Mt 27,3; At 1,18). La virtù della penitenza ci aiuta pertanto a conservare la giusta misura nel nostro dolore.
Il medesimo si deduce anche da quanto si propone come fine chi davvero si pente del peccato. Questi, infatti, prima vuoi cancellare la colpa e lavare tutte le macchie dell’anima; secondo, vuoi dare soddisfazione a Dio per i peccati commessi; il che è evidentemente un atto di giustizia. Poiché, sebbene tra Dio e gli uomini non possano esserci rapporti di vera e rigorosa giustizia, dato l’infinito abisso che li separa, pure taluno ve n’è, nel genere di quelli che si verificano tra padre e figli, tra padrone e servi; terzo, delibera di ritornare in grazia di Dio, nella cui inimicizia e disgrazia era caduto per motivo del peccato. Tutto ciò chiaramente mostra che la penitenza è una virtù.
Fino agli inferi precipiterai!: CCC 1035: La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, «il fuoco eterno». La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.
L’inferno è l’ultima conseguenza del peccato: Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 28 luglio 1998): Dio è Padre infinitamente buono e misericordioso. Ma l’uomo, chiamato a rispondergli nella libertà, può purtroppo scegliere di respingere definitivamente il suo amore e il suo perdono, sottraendosi così per sempre alla comunione gioiosa con lui. Proprio questa tragica situazione è additata dalla dottrina cristiana quando parla di dannazione o inferno. Non si tratta di un castigo di Dio inflitto dall’esterno, ma dello sviluppo di premesse già poste dall’uomo in questa vita. La stessa dimensione di infelicità che questa oscura condizione porta con sé può essere in qualche modo intuita alla luce di alcune nostre terribili esperienze, che rendono la vita, come si suol dire, un “inferno”. In senso teologico, tuttavia, l’inferno è altra cosa: è l’ultima conseguenza dello stesso peccato, che si ritorce contro chi lo ha commesso. È la situazione in cui definitivamente si colloca chi respinge la misericordia del Padre anche nell’ultimo istante della sua vita.
Come si concilia l’esistenza dell’inferno con l’infinita bontà di Dio?: Compendio CCC 213: Dio, pur volendo «che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3,9), tuttavia, avendo creato l’uomo libero e responsabile, rispetta le sue decisioni. Pertanto, è l’uomo stesso che, in piena autonomia, si esclude volontariamente dalla comunione con Dio se, fino al momento della propria morte, persiste nel peccato mortale, rifiutando l’amore misericordioso di Dio.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** [L’Inferno] È la situazione in cui definitivamente si colloca chi respinge la misericordia del Padre anche nell’ultimo istante della sua vita.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. Per il nostro Signore Gesù Cristo...