IL PENSIERO DEL GIORNO
26 MAGGIO 2017
Oggi Gesù ci dice: «Rimanete in me e io in voi. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto» (Cfr. Gv 15,4-5 - Antifona alla Comunione).
Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto: solo se il credente-tralcio, potato amorevolmente dal Padre, rimane unito alla Vite divina potrà portare abbondanti frutti di vita eterna: «Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione» (Rom 6,5). In altre parole, restare uniti a Gesù significa ricevere il dono della lettura intelligente e sapienziale della sua passione e della sua morte: il discepolo conoscerà «lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3,10-11).
Senza di me non potete far nulla: Card. Javier Iozano Barragán (Omelia, Domenica, 14 maggio 2006): Alla luce dell’immagine della vite e dei tralci che il Signore ci propone, preghiamo lo Spirito Santo affinché ci illumini per capire che cosa significa questa Croce per la nostra vita cristiana, specialmente dinanzi al secolarismo attuale. Il Signore è molto chiaro nel Vangelo che abbiamo proclamato: senza di Lui niente si può fare. Nel mondo attuale, e purtroppo anche in alcuni ambiti europei, sembra tuttavia che si pensi esattamente il contrario: tutto si può fare senza di Lui. Questa è la ragione di tante sventure. Sembra che veramente si arrivi alla felicità soltanto mediante il denaro, il lavoro, la scienza, la tecnica, la politica. Però il risultato è sempre la tristezza, la depressione e, infine, la morte. Oggi Gesù risponde alla domanda: come evitare tante disgrazie? E ci dà la risposta: stare con Lui, uniti come i tralci con il tronco della vite, che raffigura il legno della Croce. La corrente vitale della linfa arriva ai tralci proprio dal tronco della vite, e dai tralci ritorna allo stesso tronco in una comunione reciproca. Grazie a questa comunione i tralci possono dare frutto. Questa è la cosa più straordinaria che ci possa essere data: la “divinizzazione”. Rimaniamo stupiti davanti al fatto che noi, semplici creature, diventiamo “divine” grazie all’adozione filiale che il Padre eterno ci offre nel suo Figlio Gesù Cristo. Nell’ammirare tanta bellezza non ci resta che cadere in profonda adorazione dinanzi al mistero che ci abbaglia: siamo diventati figli nel Figlio di Dio, inseriti nel Figlio di Dio come i tralci sono inseriti nel tronco della vite, vale a dire, inseriti nella Croce.
Catechismo della Chiesa Cattolica
Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto
308 Dio agisce in tutto l’agire delle sue creature: è una verità inseparabile dalla fede in Dio Creatore. Egli è la causa prima che opera nelle e per mezzo delle cause seconde: “È Dio infatti che suscita” in noi “il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni” (Fil 2,13). Lungi dallo sminuire la dignità della creatura, questa verità la accresce. Infatti la creatura, tratta dal nulla dalla potenza, dalla sapienza e dalla bontà di Dio, niente può se è separata dalla propria origine, perché “la creatura senza il Creatore svanisce”; ancor meno può raggiungere il suo fine ultimo senza l’aiuto della grazia
Essere tralci vivi: Giovanni Paolo II (Messaggio per la V Giornata Mondiale della Gioventù, 26 novembre 1989): Nella Bibbia, tra le numerose immagini che esprimono il mistero della Chiesa, troviamo anche l’immagine della vigna (cfr. Ger 2,21; Is 5,1-7). La Chiesa è la vigna piantata dal Signore stesso, una vigna che gode del suo particolare amore. Nel Vangelo di Giovanni, Cristo ci spiega il principio fondamentale della vita di questa vigna, quando dice: «Io sono la vite, voi i tralci» (Gv 15,5). Sono proprio queste le parole che ho scelto come tema della prossima Giornata Mondiale della Gioventù. Rivolgo perciò a tutti voi un appello: Giovani, siate tralci vivi della Chiesa, siate tralci carichi di frutti! Essere tralci vivi nella Chiesa-vigna significa, innanzitutto essere in comunione vitale con Cristo-vite. I tralci non sono autosufficienti, ma dipendono totalmente dalla vite. In essa si trova la sorgente della loro vita. Così, nel Battesimo, ciascuno di noi è stato innestato in Cristo ed ha ricevuto gratuitamente il dono della vita nuova. Per essere tralci vivi, dovete vivere questa realtà del vostro Battesimo, approfondendo ogni giorno la vostra comunione col Signore mediante l’ascolto e l’obbedienza alla sua Parola, la partecipazione all’Eucaristia e al sacramento della Riconciliazione, e il colloquio personale con lui nella preghiera. Gesù dice: «Chi rimane in me, ed io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,5). Essere tralci vivi nella Chiesa-vigna significa anche assumersi un impegno nella comunità e nella società. Ce lo spiega in modo molto chiaro il Concilio Vaticano II: «Come nella compagine di un corpo vivente non vi è membro alcuno che si comporti in maniera del tutto passiva, ma insieme con la vita del corpo ne partecipa anche l’attività, così nel corpo di Cristo, che è la Chiesa, “tutto il corpo... secondo l’energia propria ad ogni singolo membro... contribuisce alla crescita del corpo stesso” (Ef 4,16)» («Apostolicam Actuositatem», 2). Tutti, a seconda delle nostre vocazioni particolari, siamo partecipi della missione di Cristo e della sua Chiesa. La comunione ecclesiale è una comunione missionaria.
Il rimanere in Gesù non è una realtà statica, avvenuta una volta per sempre nel battesimo, ma una realtà dinamica: occorre lasciarsi «potare» dal Padre, ossia è un cammino di conversione che non conosce sosta, un rinnovamento che conosce tutte le tappe della vita, una scelta da verificare e rinnovare continuamente. In questo modo si diviene discepoli di Gesù e si glorifica il Padre. Una vita cristiana infruttuosa, doppia, attraversata dalle tenebre della menzogna, appesantita dall’inerzia e dall’indolenza, si apre inesorabilmente all’impotenza, che è preludio di morte. Una vita insipida a null’altro serve che ad essere gettata via e calpestata dagli uomini (cfr Mt 5,13); un’esistenza siffatta è infeconda e non ha scampo: il tralcio infruttuoso è tagliato e gettato ne1 fuoco. I credenti, invece, proprio perché sono uniti alla Vite, sono predisposti alla potatura perché portino più frutto; inoltre, sono già mondi per la Parola, la quale purifica mediante la fede. Quindi, il portare frutto è la premessa e nello stesso tempo la conseguenza del rimanere in Cristo. Ma che significa portare frutto? Come si rimane in Cristo? A queste domande, l’apostolo Giovanni, nella seconda lettura, da una risposta molto esauriente e inappellabile. Portiamo frutto e restiamo in Lui se amiamo non a parole né con la lingua, ma con i fatti. Dimoriamo e rimaniamo in Dio se osserviamo i suoi comandamenti, in particolare quello che concerne l’amore e l’effettiva solidarietà con i propri fratelli e conosciamo che Dio dimora in noi dallo Spirito che ci è stato dato. Se pratichiamo ciò che è a lui gradito e conforme alla sua volontà, otteniamo qualunque cosa nella preghiera; infatti, che possono “chiedere i fedeli se non quanto a Cristo è bene accetto? Che cosa possono volere, se restano uniti al Salvatore, se non ciò che non oppone alla loro salvezza? ... Rimanendo dunque noi in Lui e in noi restando le sue parole, potremo chiedergli qualunque cosa, ed egli la compirà in noi” (Ruperto di Deutz). Portare frutto significa, allora, cercare ciò che piace al Padre, fare la sua volontà come ci è stata manifestata nel Cristo: e questa è la volontà di Dio, la nostra santificazione, che ci asteniamo dall’impudicizia (cfr. 1Tess 4,3.7). Il frutto che il Padre cerca in noi “è la santità di una vita fecondata dall’unione con Cristo. Quando crediamo in Gesù Cristo, comunichiamo ai suoi misteri e osserviamo i suoi comandamenti, il Salvatore stesso viene ad amare in noi il Padre suo ed i suoi fratelli, Padre nostro e nostri fratelli. La sua persona diventa, grazie allo Spirito, la regola vivente ed interiore della nostra condotta: «Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati» [Gv 15,12]” (CCC, n. 2074). Appoggiandosi sull’amore di Dio, il credente non teme nulla (cfr. Rm 8,28-39), nemmeno il giudizio della propria coscienza, perché nell’amore “non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (1Gv 4,18).
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** Tutti, a seconda delle nostre vocazioni particolari, siamo partecipi della missione di Cristo e della sua Chiesa.
Questa parola cosa ti suggeriscono?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Preghiamo con la Chiesa: O Dio, nostro Padre, che ci hai reso partecipi dei doni della salvezza, fa’ che professiamo con la fede e testimoniamo con le opere la gioia della risurrezione. Per il nostro Signore Gesù Cristo...