2 GENNAIO 2026
 
Santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno, Vescovi e Dottori della Chiesa
 
1Gv 2,22-28; Salmo Responsoriale dal Salmo 97 (98); Gv 1,19-28
 
Colletta
O Dio, che hai illuminato la tua Chiesa
con gli esempi e gli insegnamenti
dei santi vescovi Basilio e Gregorio,
donaci uno spirito umile per conoscere la tua verità
e attuarla fedelmente nella carità fraterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La testimonianza dei discepoli di Cristo - Lumen gentium 10: Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini (cfr. Eb 5,1-5), fece del nuovo popolo «un regno e sacerdoti per il Dio e il Padre suo» (Ap 1,6; cfr. 5,9-10). Infatti per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce (cfr. 1 Pt 2,4-10). Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cfr. At 2,42-47), offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cfr. Rm 12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della speranza che è in essi di una vita eterna (cfr. 1 Pt 3,15) Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del loro regale sacerdozio, concorrono all’offerta dell’Eucaristia, ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e la carità operosa.
 
I Lettura: Falsi profeti e perniciose dottrine sono penetrati nelle comunità cristiane, da qui l’esortazione a restare saldi nella fede. Ma professare la fede in Cristo è dono della grazia dello Spirito Santo. Solo chi rimane nella fede possiede il Padre e Figlio.
 
Vangelo
Dopo di me verrà uno che è prima di me.
 
Perché dunque tu battezzi, se non sei il cristo, né Elia, né il profeta? All’incalzare delle domande degli inviati, arriva finalmente la risposta positiva: «Io sono voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1,23). L’attenzione quindi viene spostata perentoriamente sul vero Messia che è già in mezzo al popolo, ma non ancora manifestato: «In mezzo a voi sta uno che non conoscete» (Gv 1,26). Bisogna, dunque, disporsi ad accoglierlo, con la conversione e la penitenza cui allude il battesimo di Giovanni.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,19-28
 
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elìa?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elìa, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.
 
Parola del Signore.
 
L’occasione per rendere «testimonianza alla luce» (Gv 1,5.9), da parte del Battista, è data dalle domande dei Giudei, i quali vogliono conoscere la verità sulla persona del battezzatore. Gli inviati dei Giudei, i sacerdoti e i levìti, praticamente, a motivo della crescente notorietà del Battista, della sua predicazione e del suo apostolato, vogliono avere degli elementi probanti per discernere se si tratti di un mestatore o di un messaggero di Dio. Forse perché tra i seguaci, ma anche fuori da questa cerchia, serpeggiava la segreta speranza che Giovanni fosse il Messia. Lo rivela la risposta che Giovanni dà alla prima domanda dei suoi interlocutori: «Tu, chi sei?», «Io non sono il Cristo». È il primo tentativo di allontanare dalla sua persona le speranze messianiche tanto attese dal popolo.
Segue una seconda domanda: «Sei tu Elia?», a cui il Battista risponde: «Non lo sono».
La domanda ha come sfondo una tradizione vivissima nel mondo giudaico: il profeta Elia, che era stato rapito in cielo (Cf. 2Re 2,11), avrebbe dovuto precedere la venuta del Messia. È quanto testimonia Malachia: «Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, perché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri; così che io venendo non colpisca il paese con lo sterminio» (3,23-24). Anche Gesù dovrà dare ai suoi discepoli una risposta su questa attesa (Cf. Mt 17,10-13).
A un secco no di Giovanni segue la terza domanda: «Sei tu il profeta?» (Gv 1,21). Anche questo è un riferimento preciso ad una promessa divina: «Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò» (Dt 18,18).
Dopo tre risposte negative, all’incalzare degli inviati, arriva finalmente la risposta positiva: «Io sono voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1,23).
L’attenzione quindi viene spostata perentoriamente sul vero Messia che è già in mezzo al popolo, ma non ancora manifestato: «In mezzo a voi sta uno che non conoscete» (Gv 1,26). Bisogna, dunque, disporsi ad accoglierlo, con la conversione e la penitenza cui allude il battesimo di Giovanni.
Io battezzo nell’acqua. I sinottici aggiungono «ma egli vi battezzerà in Spirito Santo» (Mc1,8) o «in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3,11; Lc 3,16).
Il Vangelo si conclude con una ulteriore affermazione tesa a sottolineare l’inferiorità del Battista: A lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo. Giovanni è il più grande tra i nati di donna, «tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,11).
 
I testimoni di Gesù - Maurice Prat e Pierre Grelot: 1. La testimonianza apostolica. - Per giungere agli uomini la testimonianza assume una forma concreta: la predicazione del vangelo (Mt 24,14). Per portarla a tutto il mondo gli apostoli sono costituiti testimoni di Gesù (Atti 1,8): dovranno attestare solennemente dinanzi agli uomini tutti i fatti avvenuti dal battesimo di Giovanni fino alla ascensione di Gesù, e specialmente la risurrezione che ha consacrato la sua sovranità (1,22; 2,32; ecc.). La missione di Paolo viene definita negli stessi termini: sulla via di Damasco egli è stato costituito testimone di Cristo dinanzi a tutti gli uomini (22,15; 26,16); in terra pagana egli attesta dovunque la risurrezione di Gesù (1Cor 15,15), e la fede nasce nelle comunità con l’accettazione di questa testimonianza (2Tess 1,10; 1Cor 1,6). Stessa identificazione del vangelo e della testimonianza negli scritti giovannei. Il racconto evangelico è un’attestazione data da un testimone oculare (Gv 19,35; 21,24); ma la testimonianza, ispirata dallo Spirito (Gv 16,13), verte pure sul mistero che i fatti nascondono: il mistero del Verbo di vita venuto nella carne (1Gv 1,2; 4,14). I credenti che hanno accettato questa testimonianza apostolica hanno ormai in sé la testimonianza stessa di Gesù, che è la profezia dei tempi nuovi (Apoc 12,17; 19,21). Perciò i testimoni incaricati di trasmetterla riprendono i tratti dei profeti antichi (11,3-7).
2. Dalla testimonianza al martirio. - La funzione dei testimoni di Gesù è messa ancor più in evidenza quando devono rendere testimonianza dinanzi alle autorità ed ai tribunali, secondo la prospettiva che Gesù apriva già ai Dodici (Mc 13,9; Mt 10,18; Lc 21,13s). Allora l’attestazione assume un carattere solenne, ma prelude sovente alla sofferenza. Di fatto, se i credenti sono perseguitati, si è «a motivo della testimonianza di Gesù» (Apoc 1,9). Stefano per primo ha suggellato la sua testimonianza con il suo sangue versato (Atti 22,20). La stessa sorte attende quaggiù i testimoni del vangelo (Apoc 11,7): quanti saranno sgozzati «per la testimonianza di Gesù e la parola di Dio» (6,9; 17,6). Babilonia, la potenza nemica che si accanisce contro la città celeste, si inebrierà del sangue di questi testimoni, di questi martiri (17,6). Ma riporterà soltanto una vittoria apparente. In realtà saranno essi ad aver vinto, con Cristo, il diavolo, «mediante il sangue dell’agnello e la parola della loro testimonianza» (12,11). Il martirio è la testimonianza della fede consacrata dalla testimonianza del sangue.

I cristiani, a somiglianza del precursore del Messia, «devono essere i testimoni della parola e della persona di Gesù Cristo. La loro condotta quindi deve costituire una testimonianza vivente della rivelazione del Verbo incarnato. I credenti, nel mondo ostile al messaggio del Cristo, debbono partecipare alla lotta contro le tenebre, caratterizzate dall’incredulità, dall’odio, dalla violenza e dall’egoismo, lasciandosi penetrare sempre più dalla luce del Verbo incarnato, dalla sua parola e dalla sua persona, rendendo in tal modo al Figlio di Dio la testimonianza di una vita impregnata di amore e di fede» (Salvatore Alberto Panimolle, Lettura pastorale del Vangelo di Giovanni). Nella mirabile opera missionaria, tutti i credenti sono assistiti dal Cristo (cfr. Mt 28,20).
Corroborati da questa Presenza, tutti i battezzati sono chiamati a dare, di fronte alle genti, testimonianza alla Parola: «Tutti i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio [cfr. At 2,42-47], offrano se stessi come oblazione vivente, santa, gradita a Dio [cfr. Rom 12,1], diano ovunque testimonianza a Cristo, e rendano ragione, a chi lo richieda, della speranza di vita eterna che è in loro [cfr. 1Pt 3,15]» (LG 10).
E poiché sono «arricchiti di una forza speciale dello Spirito Santo, sono tenuti più strettamente a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’azione, come veri testimoni di Cristo» (LG 11). Quest’ultima affermazione ricorda ai cristiani che il martirio è la più sincera testimonianza resa a Cristo e alla verità della fede: «Il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede; il martire è un testimone che arriva fino alla morte. Egli rende testimonianza a Cristo, morto e risorto, al quale è unito dalla carità. Rende testimonianza alla verità della fede e della dottrina cristiana. Affronta la morte con un atto di fortezza. “Lasciate che diventi pasto delle belve. Solo così mi sarà concesso di raggiungere Dio”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2472).
Quindi, i credenti, in virtù del battesimo, sono testimoni del Redentore, di colui che è la «luce del mondo». Senza ritenersi luce o redentori, ma umili testimoni, devono avere un solo obiettivo: quello di favorire «la fede di coloro che non credono nel Cristo. Come il Battista rese testimonianza alla luce “affinché tutti credessero per mezzo di lui” (Gv 1,7), così il cristiano deve impegnarsi di persona per favorire la fede dei suoi fratelli nel figlio di Dio» (Savatore Alberto Panimolle, o. c.). In sintesi, i cristiani dovrebbero fare, ad ogni istante, quello che gli angeli hanno fatto nella notte di Betlemme: portare ad ogni uomo l’annuncio di una grande gioia: «oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,10-11). Anche a costo della vita.
 
La via al Signore va preparata in continuazione: “Preparate la via del Signore [Is 40,3; Mc 1,3]. La via del Signore che ci si ordina di preparare, o fratelli, camminando la si prepara, preparandola, si cammina. E quand’anche aveste molto progredito in essa, vi resta sempre nondimeno da prepararla perché, dal punto in cui siete arrivati possiate avanzare, protesi verso ciò che sta oltre. Così, risultando in ogni singolo stadio preparata la via per il suo avvento, il Signore vi verrà incontro sempre nuovo, in qualche modo, e più grande di prima. È quindi con ragione che il giusto elevava questa preghiera: Indicami, o Signore, la via dei tuoi precetti e la seguirò sino alla fine [Sal 118,33]. E forse è stata definita vita eterna perché, pur avendo la Provvidenza previsto per ciascuno una via e fissato ad essa un termine, nondimeno non si dà alcun termine alla natura della bontà verso cui si tende. Per cui, il saggio e solerte viaggiatore, quando sarà giunto alla meta, non farà che ricominciare, poiché dimenticando ciò che si lascia alle spalle [cfr. Fil 3,13], dirà a se stesso ogni giorno: Comincio adesso [Sal 76,11]. Si lancia come un gigante che nulla teme per percorrere la via dei comandamenti di Dio; da autentico Idutun [cfr. 1Cr 16,42], egli supera facilmente nell’ardore della sua corsa i pigri che si fermano per via. E pur se arrivato all’ultima ora del giorno, egli ha attinto la perfezione in poco tempo, percorrendo peraltro un lungo cammino [cfr. Sap 4,13]; fattosi svelto, da ultimo che era, fu tra i primi ad essere coronato.” (Guerric d’Igny, Sermo V, de Adventu,1).
 
Il Santo del giorno - 2 Gennaio 2026 - San Basilio Magno e Gregorio Nazianzo, Vescovi e Dottori della Chiesa - Basilio nacque intorno al 330 a Cesarea di Cappadocia. Compiuti gli studi inferiori in patria, andò a perfezionarsi prima a Costantinopoli, poi ad Atene, dove ebbe per compagno Gregorio di Nazianzo. Ritornato in patria, si dedicò alla vita ascetica. Costruì un monastero e compose 2 regole: una più estesa, l’altra più breve. Per questo è considerato l’organizzatore della vita monastica in Asia Minore. Presto, però, il suo vescovo lo volle come collaboratore e alla sua morte, nel 370, venne chiamato a succedergli. Basilio prese molto sul serio il suo ufficio di vescovo di Cesarea e primate della Cappadocia. Anzitutto sul piano dottrinale diede un contributo decisivo alla precisazione del dogma trinitario e alla definizione della divinità dello Spirito Santo.
Intervenne poi nella vita della Chiesa denunciando gli abusi e adoperandosi per far eleggere vescovi degni del proprio ruolo. Lottò poi contro la miseria ed organizzò istituzioni di beneficenza aperte a tutti. Il figlio di una eminente e facoltosa famiglia divenne così difensore e padre dei poveri. Uomo di cultura, Basilio aiutò i cristiani a superare la sfiducia verso l’eredità greco-latina. Nel Trattato ai giovani difese l’esigenza di una buona formazione classica come presupposto dello studio della Bibbia e della teologia. Dottore della Chiesa, Basilio è una delle più belle figure di cristiano, monaco e vescovo.
Insieme a lui, la Chiesa ricorda oggi Gregorio di Nazianzo, a Basilio legato da amicizia, dall’amore allo studio, dalla dignità episcopale. Fu vescovo di Sásima, di Costantinopoli e di Nazianzo. Poco dotato per il governo, Gregorio ebbe sensibilità poetica che mise al servizio della riflessione teologica. Viene chiamato “il teologo” per il profondo senso del mistero di Dio. (Enciclopedia dei Santi)
 
La partecipazione a questo banchetto del cielo,
Dio onnipotente,
rinvigorisca e accresca in tutti noi la grazia
che da te proviene,
perché, celebrando la festa dei santi Basilio e Gregorio,
custodiamo integro il dono della fede
e camminiamo sulla via della salvezza da loro indicata.
Per Cristo nostro Signore.