1 Febbraio 2026
 
IV Domenica T. O.
 
Sof 2,3; 3,12-13; Salmo Responsoriale 145 (146); 1Cor 1,26-31; Mc 5,1-12a
 
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. (Mt 5,12a  - Acclamazione al Vangelo)
 
J. M Fenasse e J. Guillet - Gesù parla del cielo - Il cielo è una parola frequente nel linguaggio di Gesù, ma non designa mai una realtà esistente per se stessa, indipendentemente da Dio. Gesù parla del regno dei cieli, della ricompensa riservata nei cieli (Mt 5, 12), del tesoro che si deve costituire nei cieli (6, 20; 19, 21), ma lo fa perché pensa sempre al Padre che è nei cieli (5, 16. 45; 6, 1. 9), che sa, che «è presente, nel segreto, e che vede» (6, 6. 18). Il cielo è questa presenza paterna, invisibile ed attenta, che avvolge il mondo, gli uccelli del cielo (6, 26), i giusti e gli ingiusti (5, 45), con la sua inesauribile bontà (7, 11). Ma, allo stato normale, gli uomini sono ciechi a questa presenza; affinché essa diventi una realtà viva e trionfante, affinché venga il regno dei cieli, Gesù è venuto a parlare di ciò che sa, ad attestare ciò che ha visto (Gv 3, 11).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero: Il testo di Sofonia si compone di due brani distinti. Il brano 2,3 è caratterizzato dalla triplice ripetizione del verbo “cercare”. Il contesto è quello della predizione della venuta del “giorno dell’ira del Signore”. È quindi un esplicito invito alla conversione per sfuggire all’ira di Dio prossima a manifestarsi. La seconda parte annuncia il disegno di Dio a favore degli umili e dei pochi fedeli che sopravvivranno quando l’autosufficienza e la superbia dell’uomo saranno spazzate via. Ciò è fonte di grande gioia, Dio è in mezzo al suo popolo e riverserà le sue benedizioni su di esso e lo riporterà in patria tra canti festosi e gli restituirà i suoi favori. La benedizione di Dio sarà estesa anche a tutte le nazioni: esse si convertiranno e daranno al Signore il culto che gli spetta.
 
Seconda Lettura - Dio ha scelto ciò che è debole per il mondo: I destinatari della lettera sono i cristiani della chiesa di Corinto, formata da credenti per lo più poveri e di poco peso sociale (Cf. 1Cor 1,26). La situazione è preoccupante: la comunità subornata da sedicenti apostoli si era divisa in fazioni. Inoltre, molti, vantandosi di una loro supposta superiorità intellettuale, disprezzavano ostentatamente chi non era “sapiente, potente, nobile”. E questo divideva ancora di più la comunità. Paolo, cercando di riportare l’unità e la pace nella comunità, ricorda ai “molti sapienti” che non sono gli orgogliosi e i saccenti ad apprezzare e a comprendere il piano salvifico di Dio attuato con la morte di Cristo in croce, bensì coloro che sono ripieni della sapienza spirituale che viene dall’alto. E perché possano comprendere questa strategia divina, Paolo li invita a ripensare proprio alla loro “chiamata”.
 
Vangelo
Beati i poveri in spirito.
 
La parola chiave del brano evangelico è beati, e ha il senso di una esclamazione di gioia. Gesù Maestro «indica ai suoi seguaci come si dovrebbe vivere: non semplicemente in conformità a una serie di regole, ma rivoluzionando dall’interno il proprio atteggiamento e la propria mentalità. La cosa straordinaria è che egli ha dato all’uomo la capacità di vivere questo ideale apparentemente impossibile» (Howard Marshall).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12a
 
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».
 
Parola del Signore.
 
Beati - L’evangelista Matteo ha nove beatitudini a differenza di Luca che ne ha quattro e alle quali fa seguire “quattro guai” (Cf. Lc 6,20-26).
Gesù salì sul monte: si pose a sedere. Due note da non trascurare. Il monte per i semiti è il luogo che Dio preferenzialmente sceglie per manifestarsi ai suoi eletti: ai lettori ebrei per assonanza sarà venuto in mente il monte Sinai. Su quella montagna Dio si era rivelato a Mosè e aveva dato al popolo d’Israele la Legge (Cf. Es 19). Il sedersi è invece la postura propria del Maestro ai cui piedi si congregano i discepoli. Le intenzioni dell’evangelista Matteo quindi sono chiare: Gesù è Dio che si manifesta ai suoi discepoli sul monte ed è il Maestro che dona al “nuovo Israele” la nuova Legge, la “Magna Charta” del Regno di Dio.
L’evangelista Matteo, «che presenta Gesù come il Maestro definitivo di Israele, lo colloca in questo stesso contesto del luogo della rivelazione di Dio e della sua Legge e gli attribuisce un’autorità superiore a quella di Mosé e di tutti i maestri [gli scribi] di Israele. È nel contesto del “discorso della montagna”, infatti, che Gesù è definito come “uomo che insegna con autorità e non come i loro scribi” [Mt 7,29]» (Don Primo Gironi).
Queste note comunque non cancellano la storicità dell’episodio evangelico realmente accaduto su «una delle colline vicino a Cafarnao» (Bibbia di Gerusalemme).
Beati è una formula ricorrente nei Salmi, nei libri sapienziali e nel Nuovo Testamento, soprattutto nel libro dell’Apocalisse. Beato è l’uomo che cammina nella legge del Signore e per questo è ricolmo delle benedizioni di Dio, dei suoi favori e delle sue consolazioni divine soprattutto nei momenti cruciali in cui deve sopportare umiliazioni, affanni e persecuzioni.
Gesù apre il suo discorso proclamando beati i “poveri in spirito”, una aggiunta questa che fa bene intendere che il Maestro fa riferimento non agli indigenti, ma ai “poveri di Iahvé”, cioè a coloro che nonostante tutto restano fedeli al Signore, anzi le prove sono spinte a fidarsi di Dio, a chiudersi nel suo cuore, a rinserrarsi tra le sue braccia. I “poveri in spirito” sono coloro che fanno del dolore una scala per salire fino a Dio. Sono coloro che restano nonostante tutto saldi nelle promesse di Dio (Cf. Mt 27,39-44). In questa ottica sono beati quelli che sono nel pianto, i perseguitati per la giustizia, i diffamati. Ai miti fanno corona coloro che hanno fame e sete della giustizia, cioè coloro che amano vivere all’ombra della volontà di Dio, attuandola nella loro vita e mettendola sempre al primo posto. Beati sono i misericordiosi cioè coloro che imitano la bontà, la pietà e la misericordia di Dio soprattutto a favore dei più infelici e dei più bisognosi. I puri di cuore sono beati per la purezza delle intenzioni, l’onestà della vita, perché sempre disponibili ai progetti divini. E infine, gli operatori di pace, che «nella Bibbia esprime la comunione con Dio e con gli uomini ed è il dono che riassume il vangelo [Cf. Lc 2,14], sono i più evidenti figli del Padre celeste» (Salvatore Garofalo).
Il “discorso della Montagna” si chiude con due beatitudini rivolte ai perseguitati. Israele in tutta la sua storia aveva dovuto fare i conti con numerosi persecutori e se, quasi sempre, aveva accettato l’umiliazione delle catene, della tortura fisica e  dell’esilio, come purificazione e liberazione dal peccato, mai avrebbe pensato alla persecuzione come a una fonte di gioia e di felicità. Il discorso di Gesù va poi collocato proprio in un momento doloroso della storia ebraica: Israele gemeva sotto il durissimo e spietato giogo di Roma.
Nel nuovo Regno bandito da Gesù di Nazaret invece la persecuzione, e anche la calunnia, l’ingiustizia o l’odio gratuito, sono sorgenti di felicità se sopportate per «causa sua». Ancora di più, la sofferenza vicaria dà «compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Solo in questa prospettiva la persecuzione è la via grande, spaziosa e larga, spalancata al dono della salvezza e apportatrice di ogni bene e dono: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Un discorso che è rivolto a tutti: ai discepoli e alla folla, nessuno escluso.
 
Per approfondire
 
Monastero Domenicano Matris Domini - Dio ha scelto ciò che è debole per il mondo: L’apostolo Paolo nei versetti 18-25 aveva approfondito il senso della croce, “che da un punto di vista puramente umano è solo follia. Ma l’apostolo ricorda che proprio ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini (v. 26). Proprio questa affermazione viene confermata dal brano che la liturgia legge in questa domenica. I cristiani di Corinto non erano persone importanti, anzi appartenevano proprio alle classi sociali più umili.
La loro stessa persona diventa così segno dell’umiltà e della grandezza di Dio.
v. 26 Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili.
Con questo infatti (che nel testo che sentirete a Messa è stato omesso), Paolo si ricollega al versetto precedente, ciò che è stolto per gli uomini è saggio davanti a Dio. I corinti vengono invitati a considerare se stessi. La comunità non può vantare nessun motivo di grandezza ed eccellenza. Poche persone di grande intelligenza, poche persone dal grande peso politico, quasi tutti di origini plebee.
v. 27 Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; però il Signore ha scelto proprio queste persone perché fossero la comunità dei credenti di Corinto. Ecco il criterio essenziale che guida l’elezione da parte di Dio. Dio privilegia quanti non hanno valore nella scala di valori degli uomini. L’agire di Dio nella storia rivoluziona i quadri di riferimento più consolidati dei rapporti umani.
v. 28 quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, v. 29 perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.
Non si tratta però di una presa di posizione classista alla rovescia, per il puro gusto di rivoluzionare tutto. È una manifestazione della sovranità di Dio, perché tutti si riconoscano piccoli ai suoi occhi, perché nessuno presuma di essere più importante di altri davanti agli occhi di Dio.
v. 30 Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, v. 31 perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.
Al centro vi è l’opera della salvezza che Dio ha realizzato attraverso Gesù. Tutti coloro che credono, stolti o saggi, ricchi o poveri sono in Cristo Gesù. Grazie a Lui possono partecipare di questa salvezza che va oltre la scala di valori umana. È lui che per noi è diventato mediatore di una salvezza che si manifesta in tre aspetti essenziali. Il primo è la giustizia, cioè nel rendere giusti i peccatori, a patto che credano. Il secondo è la santificazione: chi crede diventa sacro, separato, gradito a Dio. Il terzo è la redenzione, cioè il riscatto delle persone che erano state ridotte in schiavitù.
Questo significa che Dio recupera l’umanità peccatrice, schiava di se stessa e del male.
Svuotato di sé, del suo orgoglio l’uomo è ora pronto ad essere riempito di Dio, della sua grazia. Adesso si ci può vantare, di essere stato risollevato dal Signore, riscattato dal suo immenso amore.
 
Jean Luis D’Aragon e Xavier Léon-Dufour - Beatitudini: Con la venuta di Gesù Cristo sono virtualmente donati tutti i beni, perché in lui la beatitudine trova infine il proprio ideale e il proprio compimento.
Perché egli è il Regno già presente e dà ai suoi fedeli il bene supremo: lo Spirito Santo, come anticipo sull’eredità celeste.
 
I. LA BEATITUDINE E CRISTO Gesù non è semplicemente un sapiente di grande esperienza, ma è colui che vive pienamente la beatitudine che propone.
 
1. Le «beatitudini», poste all’inizio del discorso inaugurale di Gesù, offrono, secondo Mt 5,3-12, il programma della felicità cristiana. Nella recensione di Luca, esse sono abbinate a delle constatazioni di sventura, esaltando in tal modo il valore superiore di certe condizioni di vita (Lc 6, 20-26). Queste due interpretazioni tuttavia non possono essere ricondotte alla beatificazione di virtù o stati di vita. Si compensano a vicenda; soprattutto esprimono la verità in esse contenuta solo a condizione che venga loro attribuito quel significato che Gesù aveva dato loro. Gesù infatti è venuto da parte di Dio a pronunciare un solenne sì alle promesse del VT; il regno dei cieli è lì, le necessità e le afflizioni sono soppresse, la misericordia e la vita, concesse da Dio. Effettivamente, se certe beatitudini sono pronunciate al futuro, la prima («Beati i poveri...»), che contiene virtualmente le altre, intende attualizzarsi fin d’ora. C’è di più. Le beatitudini sono un sì detto da Dio in Gesù. Mentre il VT giungeva ad identificare la beatitudine con Dio stesso, Gesù si presenta a sua volta come colui che porta a compimento l’aspirazione alla felicità: il regno dei cieli è presente in lui. Più ancora, Gesù ha voluto «incarnare» le beatitudini vivendole perfettamente, mostrandosi «mite ed umile di cuore» (Mt 11, 29).
2. Le altre proclamazioni evangeliche tendono tutte parimenti a dimostrare che Gesù è al centro della beatitudine. Maria è «proclamata beata» per aver dato alla luce il Salvatore (Lc 1,48; 11,27), perché ha creduto (1,45); con ciò essa annunzia la beatitudine di tutti coloro che, ascoltando la parola di Dio (11, 28), crederanno senza aver visto (Gv 20,29). Guai ai farisei (Mt 23, 13-32), a Giuda (26, 24), alle città incredule (1, 21)! Beato Simone, al quale il Padre ha rivelato in Gesù il Figlio del Dio vivente (Mt 16, 17)! Beati gli occhi che hanno visto Gesù (13, 16)! Beati soprattutto i discepoli che, in attesa del ritorno del Signore, saranno fedeli, vigilanti (Mt 24, 46), tutti dediti al servizio reciproco (Gv 13, 17).
 
II. I VALORI DI CRISTO Mentre il VT si sforzava timidamente di aggiungere ai valori terreni della ricchezza e del successo il valore della giustizia nella povertà e nell’insuccesso, Gesù, dal canto suo, denuncia l’ambiguità di una rappresentazione terrena della beatitudine. Ormai i beati di questo mondo non sono più i ricchi, i pasciuti, gli adulati, ma coloro che hanno fame e che piangono, i poveri e i perseguitati (cfr. 1 Piet 3, 14; 4, 14). Questo rovesciamento dei valori era possibile ad opera di colui che è ogni valore. Due beatitudini principali comprendono tutte le altre: la povertà con il suo corteo delle opere di giustizia, di umiltà, di mitezza, di purezza, di misericordia, di preoccupazione per la pace; e poi la persecuzione per amore di Cristo. Ma questi stessi valori non sono nulla senza Gesù che dà loro tutto il senso. Quindi soltanto colui che ha posto Cristo al centro della sua fede può intendere le beatitudini dell’Apocalisse. Beato se le ascolta (Apoc 1, 3; 22, 7), se rimane vigilante (16, 15), perché è chiamato alle nozze dell’agnello (19, 9), per la risurrezione (20, 6) Anche se deve dare la vita in testimonianza, non si perda d’animo: «Beati i morti che muoiono nel Signore!» (14, 13).
 
Leone Magno (Omelia XCV): Questa sofferenza a cui viene promessa una consolazione eterna non va confusa con l’afflizione di questo mondo: nessuno può diventare beato per tali lamenti, accompagnati magari dal compianto di tutto il genere umano! Ben altro è il motivo dei gemiti santi, ben altra la causa delle lacrime beate! La tristezza di natura religiosa o piange il peccato degli altri o piange il proprio peccato: essa non si duole per quello che compie la giustizia divina, ma si affligge per quello che commette la malvagità umana.
A questo proposito è più degno di commiserazione chi fa il male che chi lo subisce, perché l’uomo ingiusto viene sprofondato dalla sua stessa malizia nella pena, mentre il giusto viene condotto alla Grazia dal suo spirito di accettazione della sofferenza.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Orso di Aosta Sacerdote: Sembra fosse un presbitero di Aosta, che aveva il compito di custodire e celebrare, nella chiesa cimiteriale di san Pietro. Sant’Orso, uomo semplice, pacifico e altruista, viveva da eremita trascorrendo il tempo nella preghiera continua, sia di giorno che di notte, dedito al lavoro manuale per procurarsi il cibo per vivere, accogliendo e consolando e aiutando tutti quelli che a lui accorrevano. Il tutto costellato da miracoli e prodigi, testimonianza della sua santità. Se incerto è il periodo in cui visse (fra il V e l’VIII secolo), più sicuro è il giorno della morte, che poi è diventato il giorno della sua festa: 1 febbraio. Il suo culto, oltre che ad Aosta dove l’antica chiesa di san Pietro è diventata la Collegiata di san Pietro e sant’Orso, si estese anche nella diocesi di Vercelli, Ivrea e altre zone dell’Italia Nord- Occidentale. È invocato contro le inondazioni, le malattie del bestiame. A lui è dedicata la fiera che si tiene nel giorno della vigilia della sua festa ad Aosta. (Avvenire)
 
O Dio, che hai promesso ai poveri e agli umili
la gioia del tuo regno,
dona alla tua Chiesa
di seguire con fiducia il suo Maestro e Signore
sulla via delle beatitudini evangeliche.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 
 
 31 Gennaio 2026
 
San Giovanni Bosco, Presbitero
 
2Sam 12,1-7a.10-17; Salmo Responsoriale dal Salmo 50 (51); Mc 4,26-34
 
Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito; chiunque crede in lui ha la vita eterna. (Cf. Gv 3,16 - Acclamazione al Vangelo)
 
La frase è il celebre versetto Giovanni 3:16 della Bibbia, che riassume il cuore del messaggio cristiano: l’immenso amore di Dio per l’umanità si manifesta nel dono del suo Figlio, Gesù Cristo, affinché chiunque creda in Lui non sia perduto, ma riceva la vita eterna, ovvero la salvezza, invece della condanna, come spiegato nel contesto del dialogo tra Gesù e Nicodemo.  (AI Overview)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Davide si invaghisce di Betsabea e per possederla non esita ad ammazzare il marito di lei, Uria l’Hittìta. Ma poiché non v’è creatura che possa nascondersi davanti a Dio (cfr. Eb 4,13), il re Davide, dal profeta Natan, viene messo dinanzi al suo peccato e alle sue responsabilità. La «gravità della colpa del re non viene misurata dalle ripercussioni sociali o comunitarie, ma dalla sua portata teologica, dalla ingratitudine mostrata dal sovrano verso Dio che l’ha colmato di tanti benefici. Se c’era uno che non aveva motivo di “desiderare la donna d’altri” era proprio David a cui Dio aveva persino accordato l’harem del precedente» (Ortensio Da Spinetoli). Dio perdona il re, egli vivrà nonostante tutto, ma dovrà pagare fino all’ultimo spicciolo (cfr. Mt 5,26): il castigo divino non è vendetta, ma salutare medicina (cfr. Eb 12,5-13) perché Davide ritorni al vero amore per il suo Signore.
 
Vangelo
Chi è costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?
 
La tempesta sedata - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): Questo miracolo rievoca la lotta primordiale di Dio contro l’oceano, concepito nell’ AT come una forza mostruosa e diabolica, che soltanto il Creatore poté domare con la sua onnipotenza nella creazione del mondo. Gesù appare ugualmente come il dominatore delle forze naturali scatenate.
II racconto del prodigio presenta numerose affinità con la storia di Giona ed echeggia altri salvataggi miracolosi celebrati nei Salmi (cf. Sal 74,13-14; 107,23-32); appare inoltre strettamente apparentato per stile con il primo esorcismo (1,21-28). Anzi, il fatto miracoloso viene raccontato come un esorcismo sulle potenze ostili del vento e del mare. Ma oltre che l’interesse cristologico emerge nel racconto anche il motivo ecclesiologico.
Il biasimo per la mancanza di fede rivolto da Gesù ai discepoli imbarcati con lui, preoccupati della propria incolumità fisica, è indirizzato dall’evangelista ai credenti della sua comunità, in modo particolare alle guide spirituali.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc  4,35-41
 
In quel medesimo giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».
 
Parola del Signore.
 
La tempesta sedata - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): vv. 35-36 In quello stesso giorno. venuta la sera ... Mc introduce la raccolta di miracoli con un aggancio estremamente conciso, perché si riallaccia all’ambientazione scenica della sezione parabolica (4, l).
Esiste uno stretto rapporto di continuità tra la predicazione e l’attività taumaturgica di Gesù: una è collegata all’altra, i miracoli confermavano e manifestavano l’origine divina del suo insegnamento. La sera stessa Gesù, senza lasciare la barca dalla quale aveva pronunciato le parabole, si diresse con i suoi discepoli verso la riva orientale del lago. Lo seguirono altre barche di pescatori, che non sono più nominate in seguito.
II viaggio si effettuò sul calare della sera, che rievocano il caos primitivo, prima della creazione del mondo.
v. 37 La descrizione della bufera mentre Gesù dormiva nella barca è modellata sulla storia di Giona (l,4-6).
Questi, allo scatenarsi della tempesta, era sceso nella plancia della nave, che stava per sfasciarsi, e «dormiva profondamente».
v, 38 Alcuni particolari pittoreschi sono esclusivi di Mc: Gesù era a poppa e dormiva sul cuscino: un segno di riguardo per il Maestro affaticato, che non dimostrava alcuna preoccupazione per la bufera ma era pieno di sicurezza. L’apostrofe dei discepoli, che per la prima volta si rivolgevano a Gesù con il titolo di «Maestro», appare poco rispettosa, ma rileva la drammaticità della situazione. In Mt (8,25) la frase si traforma in preghiera.
v. 39 Ed (egli) ... minacciò il vento e disse al re: «Taci! Ammutolisci!», Il linguaggio è- tipicamente esorcistico, affine a quello usato nella guarigione dell’indemoniato nella sinagoga a Cafarnao (1,23-28).
Nei racconti tradizionali di salvataggio di solito veniva invocata la divinità perché portasse soccorso. Gesù invece minacciò il vento, ingiungendo al mare di ammutolire (phimóō; cf. 1,25). Egli appare investito della potenza di Dio per dominare le forze ostili della natura, perché nell’ AT veniva attribuita soltanto al Creatore la prerogativa di placare le bufere del mare.
vv. 40-41 I discepoli sono rimproverati per non aver avuto fede. Non si tratta ancora di una fede messianica, ma della fiducia per la presenza nella barca di Gesù, che aveva compiuto già parecchi prodigi. I discepoli temettero con gran timore, avendo intuito che Gesù aveva lo stesso potere di JHWH sul vento e sui flutti del mare (cf. Sal 107,28-29). La loro domanda finale rappresentava un ‘acclamazione solenne, che preludeva all’attività missionaria della chiesa nel mondo pagano. La potenza sovrumana di Gesù che domina le forze brute della natura, associate nella Bibbia alla sfera demoniaca, costituiva un buon auspicio per la riuscita della futura attività mi sionaria dei discepoli fra le genti. La comunità, simboleggiata dalla barca, poteva contare con piena fiducia sulla presenza di Gesù nei momenti difficili e burrascosi.
 
Per approfondire
 
Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore!» - Antonio González Lamadrid: Dio perdona e perdona abbondantemente, generosamente, ma il gesto magnanimo di Dio non diminuisce la gravità del peccato. Della serietà e della gravità del peccato parla chiaramente la morte del Figlio di Dio sulla croce. Nel nostro caso concreto, Davide riceve il perdono di Dio, ma non gli sono risparmiati, come penitenza, duri sacrifici: la spada non si allontanerà mai dalla tua casa.
Queste parole, scritte dopo i fatti, si riferiscono alle morti cruente dei figli di Davide Ammon, Assalonne e Adonia.
Prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un tuo parente stretto, si riferisce alla ribellione di Assalonne (16,20-22).
È ammirabile anche la preghiera di Davide per il bambino condannato a morire. È una prova dell’amore per il figlio e per sua madre, Betsabea, e anche una prova della fede e nella fiducia che il re mette nella preghiera.
Egli grida, geme, digiuna, si prostra per terra e, come un novello Abramo, cerca di forzare la misericordia di Dio.
 
Il mare: visione teologica della Bibbia - G. Boggio (Mare in Schede Bibliche Pastorali ): Com’è naturale gli scrittori biblici condividevano in pieno con i loro contemporanei le nozioni sulla struttura del mondo... La terra nella Bibbia è come un grande disco steso sulle acque (Sal. 136,6) e appoggiato su colonne (Giob. 9,6; 38,4-6). Emerge dalle acque che una volta la ricoprivano e che ora si sono ritirate tutto intorno (Sal. 104,5-9). Il fir­mamento è come una lastra solida che trattiene le acque superiori (Gen. 1,6-8a; Sal. 148,4). Queste possono scendere sulla terra quando si aprono le cateratte del cielo (Gen. 7,11; 8,2; Is. 24,18). Le acque salgono sulla terra attraverso le sorgenti che sgorgano dall’abisso inferiore (Gen. 7,11; 8,2). Sotto a questo si trova lo Sheol, o luogo dei morti (Giob. 26,5-11; 38,16-17).
Da questi rapidi cenni si può vedere come il mare fosse considerato una realtà minacciosa che avvolge completamente la terra. Imponenti fenomeni naturali (piogge torrenziali, inondazioni, maremoti) devono aver lasciato un’impressione profonda sulle popolazioni primitive che hanno visto nel mare più che altro una forza ostile.
Troviamo un segno evidente di questa concezione nei miti mesopotamici. Tiamat è la divinità marina simbolo del caos che, vinta da Marduk, è uccisa e divisa in due parti. La letteratura di Ugarit ci presenta il dio del mare Yam, in lotta per il predominio della terra. Alla fine però è vinto e sottomesso da Baal. Il primo racconto della creazione (codice sacerdotale) risente nella sua composizione l’influsso di questa concezione del mondo e presenta diverse somiglianze, almeno nella terminologia, con le cosmogonie mesopotamiche. Ma la prospettiva del racconto biblico è totalmente nuova. Le acque dell’abisso non sono più una divinità che combatte con un’altra, ma sono considerate come una semplice «cosa» che Iahvé domina con un atto di volontà e di cui dispone a piacimento. La ripetizione della frase «Dio disse... e così fu» sottolinea molto bene questa fede nell’onnipotenza assoluta di Dio che non è condizionata da nulla (Gen. 1,2-10). Non solo nel racconto della creazione ma in tutta la Bibbia troviamo espresse le stesse convinzioni. Presente ovunque, Dio domina anche l’abisso e ne dispone a piacimento (Sal. 33,7-9; 139,8; Am. 9,3). Anche nel vangelo, il dominio che Gesù esercita sul mare in burrasca spinge gli apostoli alla fede nella sua potenza sovrumana (Mt. 8,23-27) che manifesta con una semplice parola (Mc. 4, 39).
È Dio che traccia i limiti al mare (Gen. 1,9-10; Sal. 140,6-9; Giob. 38) e nulla avviene contro il suo volere. Se la Bibbia non parla espressamente della creazione dell’abisso primitivo (Gen. 1,2) ci dice però che il mare è fatto da Dio (Gen. 1,9; Sal. 95,5) e come tutte le creature deve lodare Iahvé (Sal. 69,35) insieme alle acque dell’oceano superiore (Sal. 148).
 
Giob. 38,8-11: Chi chiuse con porte il mare, quando erompeva fuori dal seno materno, quando lo circondavo di nubi, sua veste, e di oscurità, sue fasce? Io gli fissai un limite, gli posi catenacci e porte. Gli dissi: «Fin qui giungerai, non oltre; qui si fermerà l’impeto delle tue onde!».
 
Sal. 148,4-7: Lodate (Iahvé), cieli dei cieli e voi, acque, che state sopra i cieli. Lodate il nome di Iahvé, perché comandò e furono creati; li ha stabiliti per sempre, in eterno; ha dato loro uno statuto che non trasgrediranno. Lodate Iahvé dalla terra, mostri marini e abissi tutti.
 
Nomi di mostri marini, molto vicini se non identici a quelli di divinità fenicie e mesopotamiche, appaiono qua e là nella Bibbia. Ma, o vengono identificati con animali (Giob. 40,25-41,26; Sal. 104) o diventano puri simboli per indicare la potenza di Dio (Sal. 89; Giob. 26,12-13)... A volte non sembrano altro che la personificazione di popoli o re nemici (Sal. 74,13-14; 87,4; Is. 30; 51,10; Ez. 29,3; 32,2). La presenza di questi riferimenti unicamente in testi poetici dal tono a volte epico, induce ad intenderli come un artificio letterario voluto per dare solennità al racconto.
 
Sal. 104,25-26: Ecco il mare, grande e immenso; ivi guizzano esseri senza numero, animali piccoli insieme con i grandi. Ivi solcano le navi; ivi è Leviatan che plasmasti per il trastullo.
 
Sal. 89,10-11: Tu domi l’orgoglio del mare, tu  calmi i suoi flutti quando infuriano. Hai trafitto Rahab come si ferisce un uomo; col tuo braccio potente hai fatto a pezzi i tuoi nemici.
 
Is. 30,7: Vano e nullo è l’aiuto dell’Egitto; per questo lo chiamo Rahab l’oziosa.
 
Con evidente iperbole viene chiamato «mare di bronzo» il grande recipiente con l’acqua per le abluzioni situato nel tempio salomonico (1Re 7,23). Anche nei templi mesopotamici troviamo vasche di questo tipo chiamate con lo stesso nome di «mare». Il simbolo dell’oceano primitivo attribuito alle conche della Mesopotamia, sembra assente da quella del tempio di Gerusalemme.
 
Simbologia della Chiesa - Ippolito di Roma, De Christ. et antichr., 59: Il mare è il mondo, in cui la Chiesa, come una nave nelle onde del mare, è sbattuta dai flutti, ma non fa naufragio; perché ha con sé Cristo, il suo accorto timoniere. Ha anche nel centro il trofeo eretto contro la morte, la croce del Signore. La sua prora è Oriente, la poppa Occidente, la carena Mezzogiorno, i chiodi i due Testamenti, le corde son la Carità di Cristo che tiene stretta la Chiesa, il lino rappresenta il lavacro di rigenerazione che rinnova i fedeli. Il vento è lo Spirito che vien dal cielo, per il quale i fedeli son condotti a Dio. Con lo Spirito ha anche ancore di ferro nei precetti di Cristo. Né le mancano marinai a destra e a sinistra, poiché i santi angeli la circondano e difendono. La scala, che sale sull’antenna, è immagine della salutare passione di Cristo, che porta i fedeli fino al cielo. Le segnalazioni in cima all’antenna son le luci dei Profeti, dei Martiri, degli Apostoli, che riposano nel regno di Cristo
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni Bosco. Allegria, studio, preghiera e bene: la sua “formula” della santità: La formula della santità? Per san Giovanni Bosco era semplice: “Primo: allegria. Secondo: doveri di studio e di preghiera. Terzo: far del bene agli altri”. Una formula che egli stesso visse da testimone con tutte le sue energie, contribuendo a costruire una delle più grandi “scuole di santi”: la famiglia religiosa salesiana. Un’eredità al cui cuore c’è l’impegno nell’educazione delle nuove generazioni: “Miriamo a formare onesti cittadini e buoni cristiani”, diceva don Bosco, che era nato nel 1815 a Castelnuovo d’Asti, oggi Castelnuovo Don Bosco. Divenuto sacerdote nel 1841, nello stesso anno cominciò a lavorare all’opera che poi diventò la Società Salesiana, fondata nel 1854. Nel 1872, con santa Maria Domenica Mazzarello (1837-1881), fondò l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Don Bosco morì nel 1888: al mondo aveva donato le basi per una nuova “pedagogia del cuore”. (Matteo Liut)

O Dio, che hai suscitato il presbitero san Giovanni [Bosco]
come padre e maestro dei giovani,
concedi anche a noi la stessa fiamma di carità,
a servizio della tua gloria, per la salvezza dei fratelli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 

 30 Gennaio 2026
 
Venerdì III Settimana T. O.
 
2Sam 11,1-4a.5-10a.13-17; Salmo Responsoriale dal Salmo 50 (51); Mc 4,26-34
 
Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno. (Cf. Mt 11,25)
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 7 Dicembre 2011): Cari fratelli e sorelle, gli evangelisti Matteo e Luca (cfr Mt 11,25-30 e Lc 10, 21-22) ci hanno tramandato un «gioiello» della preghiera di Gesù, che spesso viene chiamato Inno di giubilo o Inno di giubilo messianico. Si tratta di una preghiera di riconoscenza e di lode, come abbiamo ascoltato. Nell’originale greco dei Vangeli il verbo con cui inizia questo inno, e che esprime l’atteggiamento di Gesù nel rivolgersi al Padre, è exomologoumai, tradotto spesso con «rendo lode» (Mt 11,25 e Lc 10,21). Ma negli scritti del Nuovo Testamento questo verbo indica principalmente due cose: la prima è «riconoscere fino in fondo» – ad esempio, Giovanni Battista chiedeva di riconoscere fino in fondo i propri peccati a chi andava da lui per farsi battezzare (cfr Mt 3,6) –; la seconda cosa è «trovarsi d’accordo». Quindi, l’espressione con cui Gesù inizia la sua preghiera contiene il suo riconoscere fino in fondo, pienamente, l’agire di Dio Padre, e, insieme, il suo essere in totale, consapevole e gioioso accordo con questo modo di agire, con il progetto del Padre. L’Inno di giubilo è l’apice di un cammino di preghiera in cui emerge chiaramente la profonda e intima comunione di Gesù con la vita del Padre nello Spirito Santo e si manifesta la sua filiazione divina.  
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Israele è sui di campi di battaglia, e Davide, il re di Israele, se ne sta nell’ozio e cade nel peccato. Il peccato di Davide è molto grave per tre motivi: il primo perché non osserva la continenza che era una norma religiosa del tempo di guerra (cfr. 1Sam 21,6; Dt 23,1-12); secondo, perché per il peccato di adulterio si fa reo di morte secondo la Legge di Mosè (cfr. Lv 201,10); terzo, perché per nascondere l’adulterio, Betsabea era rimasta incinta, uccide Urìa, il marito di lei. L’agiografia fregia il re Davide del titolo di “santo”, se così è si può ben dire che anche la santità conosce le strade che conducono al peccato.
 
Vangelo
L’uomo getta il seme e dorme; il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa.
 
Il regno dei cieli non si manifesta nella potenza, ma porta i segni della piccolezza e della debolezza. Il Figlio dell’uomo ha seminato nel mondo un regno apparentemente piccolo, ma che finirà per svelare il suo progetto di salvezza universale: un albero «più grande di tutte le piane dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Niente panico dunque e soprattutto bando alla tentazione di isolarsi per paura di sporcarsi. Gesù ha fondato la Chiesa e l’ha voluta incarnata nella storia dell’uomo, l’ha voluta lievito impastato nella farina del mondo. La Chiesa, Madre e Maestra (Giovanni XXIII), per mandato divino ha la vocazione di animare il mondo: «la missione della Chiesa non è soltanto di portare il messaggio di Cristo e la sua grazia agli uomini, ma anche di permeare e perfezionare l’ordine delle realtà temporali con lo spirito evangelico» (LG 5). Il cristiano è un uomo impastato con il dolore e la gioia del mondo. Lievita le incertezze degli uomini con la sua speranza e dona ad esse la luce del Vangelo. Per Gesù, la pazienza, l’attesa, la tolleranza, la comprensione ... sono tutti frutti della carità e lo devono essere per i suoi discepoli. Non si possono erigere steccati o muri: siamo tutti, buoni e cattivi, dentro lo stesso recinto e dentro il recinto del nostro cuore mescoliamo bontà a cattiveria.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 4,26-34
 
In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.
 
Parola del Signore.
 
LA FORZA INTERIORE DEL REGNO - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): 1. L’azione silenziosa di Dio - Il testo evangelico odierno conclude il discorso in parabole di Gesù secondo Marco. Oggi vengono proclamate due parabole sulla natura del regno di Dio: il seme che cresce da solo e il granellino di senapa. La prima è esclusiva di Marco; la seconda appartiene alla tradizione sinottica (Mt 13,31s; Lc 13,19).
Entrambe coincidono nell’insegnamento che la venuta del regno è assolutamente certa, perché ha già fatto irruzione nel mondo con la persona e il messaggio di Cristo. Come il seme gettato e come il granellino di senapa, il regno raggiungerà la sua pienezza irresistibilmente, nonostante la sua lentezza iniziale.
Tuttavia, ognuna delle due parabole ha la sua sfumatura. Quella del seme che cresce da solo sottolinea la gratuità del regno, e quella del granellino di senapa la sua crescita. Con queste due parabole Gesù giustifica l’apparente insuccesso della sua missione, favorito dalla lentezza e dalla povertà dei mezzi che usa; cosa che non si accordava con l’immediatezza delle aspettative dei contemporanei sul regno.
Il seme cresce da solo fino alla mietitura, riferimento inequivocabile al giudizio di Dio, secondo la tradizione biblico-profetica. La sua crescita continua non dipende dal contadino, fatto che potrebbe suggerire un’indifferenza di quest’ultimo, cioè di Dio. Ma non è così. Il paziente silenzio di Dio durante lo sviluppo del raccolto è più apparente che reale, come l’inazione del contadino in attesa che la natura faccia il suo corso.
A causa della sua forza interna, il seme del regno agisce già dai suoi inizi insignificanti e opera una crescita lenta ma inarrestabile e già percettibile nella sua realtà e nei suoi effetti fin da quando Gesù lo inaugurò. La sua silenziosa efficacia è garantita, ma non è garantita la sua spettacolarità trionfalistica, che deve essere scartata.
Questa pazienza di Dio è una lezione per quanti vogliono collaborare con lui all’instaurazione del suo regno nel mondo degli uomini. Data la nostra inclinazione per il successo rapido e spettacolare, per la programmazione, l’efficacia produttiva, la statistica e la percentuale, è frequente l’impazienza per risultati palpabili e frutti visibili. Ma questa non è la tattica di Dio.
 
Per approfondire
 
La parabola nel Nuovo Testamento -  D. Sesbüe: Nel Vangelo. - Il mistero del regno e della persona di Gesù è talmente nuovo che anch’esso non può manifestarsi se non gradualmente, e secondo la ricettività diversa degli uditori. Perciò Gesù, nella prima parte della sua vita pubblica, raccomanda a suo riguardo il «segreto messianico», posto in così forte rilievo da Marco (1, 34. 44; 3, 12; 5, 43 ...). Perciò pure egli ama parlare in parabole che, pur dando una prima idea della sua dottrina, obbligano a riflettere ed hanno bisogno di una spiegazione per essere perfettamente comprese. Si perviene così a un insegnamento a due livelli, ben sottolineato da Mc 4, 33-34: il ricorso a temi classici (il re, il banchetto, la vite, il pastore, le semine...) mette sulla buona strada l’insieme degli ascoltatori; ma i discepoli hanno diritto a un approfondimento della dottrina, impartito da Gesù stesso. I loro quesiti ricordano allora gli interventi dei veggenti nelle apocalissi (Mt 13, 10-13. 34 s 36. 51; 15, 15; cfr. Dan 2, 18 ss; 7, 16). Le parabole appaiono così una specie di mediazione necessaria affinché la ragione si apra alla fede: più il credente penetra nel mistero rivelato, più approfondisce la comprensione delle parabole; viceversa, più l’uomo rifiuta il messaggio di Gesù, più gli resta interdetto l’accesso alle parabole del regno. Gli evangelisti sottolineano appunto questo fatto quando, colpiti dalla ostinazione di molti Giudei di fronte al vangelo, rappresentano Gesù che risponde ai discepoli con una citazione di Isaia: le parabole mettono in evidenza l’accecamento di coloro che rifiutano deliberatamente di aprirsi al messaggio di Cristo (Mt 13, 10-15 par.). Tuttavia, accanto a queste parabole affini alle apocalissi, ce ne sono di più chiare che hanno di mira insegnamenti morali accessibili a tutti (così Lc 8, 16 ss; 10, 30-37; 11, 5-8).
L’INTERPRETAZIONE DELLE PARABOLE - Se ci si pone in questo contesto biblico ed orientale in cui Gesù parlava, e si tiene conto della sua volontà di insegnamento progressivo, diventa più facile interpretare le parabole. La loro materia sono i fatti umili della vita quotidiana, ma anche, e forse soprattutto, i grandi avvenimenti della storia sacra. I loro temi classici, facilmente reperibili, sono già pregni di significato per il loro sfondo di VT, al momento in cui Gesù se ne serve. Nessuna inverosimiglianza deve stupire nei racconti composti con libertà ed interamente ordinati all’insegnamento; il lettore non dev’essere urtato dall’atteggiamento di taluni personaggi presentati per evocare un ragionamento a fortiori od a contrario (ad es. Lc 6, 1-8; 18, 1-5). Ad ogni modo bisogna anzitutto mettere in luce l’aspetto teocentrico, e più precisamente cristocentrico, della maggior parte delle parabole. Qualunque sia la misura esatta dell’allegoria, in definitiva il personaggio centrale deve per lo più evocare il Padre celeste (Mt 21, 28; Lc 15, 11), o Cristo stesso - sia nella sua missione storica (il «seminatore» di Mt 13, 3. 24. 31 par.), sia nella sua gloria futura (il «ladro» di Mt 24, 43; il «padrone» di Mt 25, 14; lo «sposo» di Mt 25, 1); e quando ve ne sono due, sono il Padre ed il Figlio (Mt 20, 1-16; 21, 33. 37; 22, 2). Infatti l’amore del Padre testimoniato agli uomini con l’invio del suo Figlio è la grande rivelazione portata da Gesù. A questo servono le parabole che mostrano il compimento perfetto che il nuovo regno dà al disegno di Dio sul mondo.
 
I chicchi sminuzzati - Ambrogio, Esposizione del Vangelo seconde Luca 7,178-179: I suoi chicchi sono, in realtà, cosa semplice e di poco valore: ma se si comincia a sminuzzarli, mandano fuori tutta la loro energia. Anche la fede, in primo luogo, è semplice, ma se vien macerata dalle avversità, essa effonde l’incanto della sua forza, talché riempie col suo aroma anche coloro che ne odono parlare o leggono a suo riguardo. Un chicco di senapa sono i nostri martiri Felice, Nabore e Vittore: essi avevano il profumo della fede, ma nessuno li conosceva.
Venne la persecuzione, deposero le armi, piegarono il capo, e fatti a pezzi dalla spada sparsero per i confini di tutto il mondo il fascino del loro martirio ... Anche il Signore è un chicco di senapa. Egli era immune da ogni offesa, ma il popolo lo ignorava, come un chicco di senapa, perché non lo aveva ancora mai toccato.
Preferì di esser sfatto, perché noi potessimo dire: Noi siamo per Dio il profumo di Cristo (2Cor 2,15).
 
Testimoni di Cristo - Santa Martina: La potenza del Vangelo distrugge i falsi idoli: Quanti sono i nostri idoli e i falsi dei che riempiono la nostra vita quotidiana? A quante cose ci aggrappiamo rimanendo schiavi della loro ombra? Ognuno risponda per sé, ma per tutti c’è una sola strada che libera il cuore e porta alla verità: il Vangelo di Cristo. Lo ricorda con chiarezza la vicenda di santa Martina, martire i cui contorni storici biografici si perdono nelle nebbie dei secoli, ma il cui culto è attestato fin dall’antichità. Secondo la tradizione Martina era una diaconessa vissuta nel III secolo, figlia di nobili. Arrestata per la sua fede cristiana e condotta davanti al tribunale dell’imperatore Alessandro Severo, si rifiutò di compiere sacrifici agli dei. Non solo: venne portata anche davanti alla statua di Apollo ma alla sua presenza il simulacro andò in pezzi. Stessa cosa successe quando Martina venne trascinata al tempio di Artemide. Di fronte a quegli incredibili segni, gli aguzzini non solo non desistettero dai loro propositi violenti, ma rincararono la dose di violenza, sottoponendo la donna a terribili torture. Eppure dai numerosi supplizi Martina uscì indenne. Venne così portata al decimo miglio della via Ostiense, dove fu decapitata. La prima notizia storica del suo culto risale al VII secolo quando papa Onorio I le dedicò una chiesa. 
 
Dio onnipotente ed eterno,
guida le nostre azioni secondo la tua volontà,
perché nel nome del tuo diletto Figlio
portiamo frutti generosi di opere buone.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 29 Gennaio 2026
 
Giovedì III Settimana T. O.
 
 2Sam 7,18-19.24-29; Salmo Responsoriale dal Salmo 131 (132); Mc 4,1-20
 
Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino. (Sal 118 (119),105 - Acclamazione al Vangelo)
 
Il salmo 119 (118), è “fatto di 1064 parole ebraiche, distribuite in 22 strofe, tante quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico. Sì, perché ognuno degli 8 versetti, che compongono ciascuna strofa, inizia con un vocabolo che comincia con la corrispondente lettera di quell’alfabeto in successione (‘alef, bet, ghimel, dalet etc.). Il nostro “luminoso” versetto appartiene alla XIV strofa che è scandita da parole che iniziano tutte con la lettera nun, la nostra n, che è appunto la XIV dell’alfabeto ebraico.
Il Salmo 119 è un canto ininterrotto – per continuare a usare l’immagine “alfabetica”, diremmo: dall’A alla Z – della Parola di Dio che, come suggerisce il nostro frammento, non è solo lo svelarsi che il Signore fa della sua intimità, del suo mistero, della sua volontà, ma è anche una fiaccola capace di rischiarare le tenebre dell’esistenza e della storia. Lo si diceva già nel libro dei Proverbi: «Il comando di Dio è una lampada e il suo insegnamento una luce» (6, 23). La “Parola” di Dio è, quindi, la sua “legge” (in ebraico Torah), la sua “testimonianza”, il suo “precetto”, il suo “ordine”, il suo “decreto”, il suo “giudizio”, il suo “detto”; sono, infatti, otto nel Salmo i vocaboli che la definiscono come norma di vita per il fedele.
E, allora, con John Henry Newman, famoso scrittore e cardinale inglese dell’Ottocento, preghiamo: «Giudami, benefica luce, in mezzo alle tenebre! La notte è oscura, io sono lontano dalla casa: guidami tu in avanti! Veglia sul mio cammino. Che m’importa di vedere l’orizzonte lontano? Un sol passo mi basta …». (Fonte Dicastero per la Cultura e l’Educazione)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Davide è sinceramente consapevole della sua pochezza, e così rimane “sorpreso” della promessa che Dio gli ha fatto, un promessa che supera la sua persona per afferrare tutti i suoi discendenti. Dalla preghiera “balbettata” di Davide, il tuo servo ha trovato l’ardire di rivolgerti questa preghiera, si possono, inoltre, mettere in evidenza due cose, che sono come l’ossatura portante del popolo d’Israele: innanzi tutto, Israele è il popolo che Dio ama di un amore eterno, e al di sopra di tutti gli altri popoli; e, infine, le parole di Dio sono verità, da qui un atteggiamento peculiare dell’uomo: magnificare sempre il Nome di Dio.
 
Vangelo
La lampada viene per essere messa sul candelabro. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
 
La Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli)In questa parabola è racchiuso un duplice insegnamento. Per un verso, la dottrina di Cristo non deve restare nascosta, ma venire predicata in tutto il mondò. Ritroviamo il medesimo insegnamento in altri passi evangelici: «Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10,27); «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ...» (Mc 16,16). L’altro insegnamento di questa parabola è che il regno annunziato da Cristo possiede tale forza di penetrazione in tutti i cuori che. alla fine della storia, quando Gesù verrà di nuovo, non una sola azione umana, a favore o contro Cristo, rimarrà celata. ma tutte diverranno pubbliche e manifeste. Cfr Mt 25,31-46.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 4,21-25
 
In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce. Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
Diceva loro: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».

Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 21 Si apporta forse la lampada...?; gli insegnamenti esposti nella parabola della lampada (verss. 21-23) ed in quella della misura (verss. 24-25) sono rivolti non già all’intera folla, ma agli apostoli ed ai discepoli. Ciò che Marco dice nella presente pericope (verss. 21-25) è distribuito da Matteo in cinque passi differenti e distanziati cronologicamente (cf. Mt., 5, 15; 7, 2; 10, 26; 13, 12; 25, 29). Inoltre il detto riportato da Marco al versetto 25 è posto da Luca in due contesti differenti, cioè in Luca, 8, 18 e 19, 26. Nel II Vangelo le due parabole occupano il loro posto naturale e logico e si trovano in un contesto che fa capire il loro contenuto e valore storico.
Gesù infatti, dopo aver detto agli apostoli e ad alcuni discepoli di aver loro affidato il mistero del regno di Dio, soggiunge che tale mistero non è stato comunicato ad essi perché lo tenessero nascosto, ma, al momento opportuno, lo manifestassero agli altri (parabola della lampada) e lo diffondessero largamente dopo averlo penetrato con tutto l’impegno della loro intelligenza (parabola della misura). Sotto il moggio; μόδιος (dal latino modius), termine attestato anche dai papiri, era probabilmente un grande vaso di terra cotta destinato a conservare i cereali; sotto il letto; κλίνη (letto) è il divano su cui ci si stendeva per mangiare (cioè per mettersi a mensa) o per dormire; qui indica piuttosto il giaciglio. Il lucerniere era una specie di candelabro al quale si appendevano una o più lampade di terra cotta. Gli apostoli e i discepoli, chiamati dal Maestro in altra circostanza «la luce del mondo» (cf. Mt., 5, 14-16) hanno il compito d’illuminare gli altri, come la lampada è fatta per illuminare la casa.
22 Nulla è nascosto...; per il momento il mistero del regno resterà nascosto alla folla, cioè a «quei che sono fuori» (cf. Mc., 4, 20), perché questi non sono in grado di comprenderlo, ma verrà il giorno nel quale esso dovrà essere manifestato a tutti, cioè, come dice Matteo, dovrà essere predicato dai tetti (cf. Mt., 10, 26-27).
23 Gli apostoli ed i discepoli devono prestare attenzione a queste parole che indicano il motivo per cui essi furono resi partecipi della rivelazione del mistero del regno; essi, come si esprime San Paolo, devono considerarsi «ministri della parola» (1 Corinti, 1, 17) e «dispensatori dei misteri di Dio» (1 Corinti, 4, 1).
24-25 Con quella misura con la quale misurate, vi sarà misurato; i doni di Dio, sotto un determinato aspetto, «vengono misurati» dall’uomo, cioè, quanto migliori sono le disposizioni degli apostoli e dei discepoli, tanto maggiori saranno i frutti del dono che Dio ha fatto loro con la rivelazione dei misteri del regno; anzi Dio sarà ancora più munifico (vi sarà ciato in aggiunta), elargendo maggiori grazie ed illuminazioni (a chi ha, sarà dato). Gesù ricorre a due detti correnti per esprimere il suo pensiero (vi sarà misurato secondo la vostra misura; a chi ha, sarà dato ancora di più). In Matteo (7, 2) ed in Luca (6, 38) il detto: «con quella misura con la quale misurerete, vi sarà misurato» è un principio che regola i rapporti con il prossimo; questo insegnamento che, secondo Marco, fu indirizzato agli apostoli ed ai discepoli, i quali hanno il dovere di accogliere il mistero del regno con le migliori disposizioni per essere in grado di comunicarlo agli altri, è applicato da Matteo e Luca a tutti i seguaci di Cristo.
 
Per approfondire
 
L’apostolato di evangelizzazione e di santificazione - Apostolicam Actuositatem 6La missione della Chiesa ha come scopo la salvezza degli uomini, che si raggiunge con la fede in Cristo e con la sua grazia. Perciò l’apostolato della Chiesa e di tutti i suoi membri è diretto prima di tutto a manifestare al mondo il messaggio di Cristo con la parola e i fatti e a comunicare la sua grazia. Ciò viene effettuato soprattutto con il ministero della parola e dei sacramenti, affidato in modo speciale al clero, nel quale anche i laici hanno la loro parte molto importante da compiere « per essere anch’essi cooperatori della verità » (3 Gv 8). È specialmente in questo ordine che l’apostolato dei laici e il ministero pastorale si completano a vicenda.
Molte sono le occasioni che si presentano ai laici per esercitare l’apostolato dell’evangelizzazione e della santificazione. La stessa testimonianza della vita cristiana e le opere buone compiute con spirito soprannaturale hanno la forza di attirare gli uomini alla fede e a Dio; il Signore dice infatti: « Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini in modo che vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16).
Tuttavia tale apostolato non consiste soltanto nella testimonianza della vita; il vero apostolo cerca le occasioni per annunziare Cristo con la parola sia ai non credenti per condurli alla fede, sia ai fedeli per istruirli, confermarli ed indurli ad una vita più fervente; « poiché l’amore di Cristo ci sospinge » (2 Cor 5,14) e nel cuore di tutti devono echeggiare le parole dell’Apostolo: «Guai a me se non annunciassi il Vangelo » (1 Cor 9,16).
Siccome m questo nostro tempo nascono nuove questioni e si diffondono gravissimi errori che cercano di abbattere dalle fondamenta la religione, l’ordine morale e la stessa società umana, questo sacro Concilio esorta vivamente tutti i laici, perché secondo la misura dei loro talenti e della loro formazione dottrinale, e seguendo il pensiero della Chiesa, adempiano con diligenza anche maggiore la parte loro spettante nell’enucleare, difendere e rettamente applicare i principi cristiani ai problemi attuali.
 
Lampada - J.-E. Brunon: Con la sua luce, la lampada significa una presenza viva, quella di Dio, quella dell’uomo.
l. La lampada, simbolo della presenza divina. - « La mia lampada sei tu, o Jahve » (2 Sam 2, 29). Con questo grido il salmista proclama che Dio solo può dare luce e vita. Non è egli forse il creatore dello spirito che è nell’uomo Come « una lampada di Jahve » (Prov 20, 27)? Non rischiara forse egli come una lampada la via del fedele con la sua parola (Sal 119, 105), con i suoi comandamenti (Prov 6,23)? Le Scritture profetiche non sono forse « una lampada Che brilla in luogo oscuro, sino a che il giorno incominci a spuntare e l’astro del mattino si levi nei nostri cuori » (2 Piet 1, 19)? Quando verrà questo giorno supremo non ci sarà più « notte; gli eletti faranno a meno di lampada o di sole per farsi luce », perché « l’agnello sarà la loro lucerna » (Apoc 22, 5; 21, 23).
2. La lampada, simbolo della presenza umana. - Il simbolismo della lampada si ritrova nel piano più umile della presenza umana. A David, Jahve promette una lampada, cioè una discendenza perpetua (2 Re 8, 19; 1 Re 11, 36; 15, 4). Per Contro, se il paese è infedele, Dio minaccia di fare sparire da esso « la luce della lampada » (Ger 25, 10): allora non ci sarà più felicità duratura per il malvagio la Cui lampada presto si spegne (Prov 13, 9; Giob 18, 5 s).
Per esprimere la sua fedeltà a Dio e la Continuità della sua preghiera, Israele fa ardere in perpetuo una lampada nel santuario (Es 27, 20 ss; 1 Sam 3, 3); lasciarla spegnere, significherebbe far intendere a Dio che lo si abbandona (2 Cron 29, 7). Per contro, beati coloro che vegliano nell’attesa
del Signore, Come le giovani donne prudenti (Mt 25, 1-8) od il servo fedele (Lc 12, 35), le cui lampade restano accese.
Dio attende ancora di più dal suo fedele: invece di lasciare la sua lampada sotto il moggio (Mt 5, 15 s par.), egli deve brillare come un luminare in mezzo ad un mondo perverso (Fil 2, 15), Come già il profeta Elia, la cui « parola bruciava come una fiaccola » (Eccli 48, 1), Come ancora Giovanni Battista, questa « lucerna che arde e risplende » (Gv 5, 35) per rendere testimonianza alla vera luce (1, 7 s). Così anche la Chiesa, fondata su Pietro e Paolo, « i due olivi e le due lucerne che stanno dinanzi al Signore della terra » (Apoc 11, 4), deve far risplendere fino alla fine dei tempi la gloria del figlio dell’uomo (1, 12 s).
 
Testimoni di Cristo - San Costanzo di Perugia - Così il sacrificio dei pastori sostiene la vita delle comunità: È attorno ai maestri, alle guide, ai pastori di anime, che le comunità ritrovano unità, condivisione e comunione. I pastori, in particolare, vivono questa dimensione nel loro ministero quotidiano spendendosi fino in fondo per le persone che sono loro affidate. Storie come quella di san Costanzo, ritenuto dalla tradizione il primo vescovo di Perugia, ci ricordano proprio che la vita delle comunità non di rado si ritrovano e sono sostenute dal sacrificio dei propri pastori. La sua vicenda si colloca nel contesto della persecuzione scatenata dall’imperatore Antonino Pio nel secondo secolo. Costanzo fu arrestato da alcuni soldati e condotto davanti al console Lucio per essere poi flagellato e gettato nell’acqua bollente (o secondo altre fonti in una fornace). Da questo terribile supplizio, però, uscì indenne e perciò venne riportato in carcere. Anche lì la sua testimonianza di fede convertì le guardie, che decisero di aiutarlo a fuggire dalla prigionia. Trovò rifugio presso un certo Anastasio, ma venne catturato nuovamente e rinchiuso prima ad Assisi e poi a Spello. Infine venne decapitato in una località presso Foligno denominata “il Trivio”; il corpo venne poi portato a Perugia. Sul luogo dove fu sepolto Costanzo sorse poi la prima Cattedrale di Perugia. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
guida le nostre azioni secondo la tua volontà,
perché nel nome del tuo diletto Figlio
portiamo frutti generosi di opere buone.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.