1 Febbraio 2026
IV Domenica T. O.
Sof 2,3; 3,12-13; Salmo Responsoriale 145 (146); 1Cor 1,26-31; Mc 5,1-12a
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. (Mt 5,12a - Acclamazione al Vangelo)
J. M Fenasse e J. Guillet - Gesù parla del cielo - Il cielo è una parola frequente nel linguaggio di Gesù, ma non designa mai una realtà esistente per se stessa, indipendentemente da Dio. Gesù parla del regno dei cieli, della ricompensa riservata nei cieli (Mt 5, 12), del tesoro che si deve costituire nei cieli (6, 20; 19, 21), ma lo fa perché pensa sempre al Padre che è nei cieli (5, 16. 45; 6, 1. 9), che sa, che «è presente, nel segreto, e che vede» (6, 6. 18). Il cielo è questa presenza paterna, invisibile ed attenta, che avvolge il mondo, gli uccelli del cielo (6, 26), i giusti e gli ingiusti (5, 45), con la sua inesauribile bontà (7, 11). Ma, allo stato normale, gli uomini sono ciechi a questa presenza; affinché essa diventi una realtà viva e trionfante, affinché venga il regno dei cieli, Gesù è venuto a parlare di ciò che sa, ad attestare ciò che ha visto (Gv 3, 11).
Liturgia della Parola
Prima Lettura - Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero: Il testo di Sofonia si compone di due brani distinti. Il brano 2,3 è caratterizzato dalla triplice ripetizione del verbo “cercare”. Il contesto è quello della predizione della venuta del “giorno dell’ira del Signore”. È quindi un esplicito invito alla conversione per sfuggire all’ira di Dio prossima a manifestarsi. La seconda parte annuncia il disegno di Dio a favore degli umili e dei pochi fedeli che sopravvivranno quando l’autosufficienza e la superbia dell’uomo saranno spazzate via. Ciò è fonte di grande gioia, Dio è in mezzo al suo popolo e riverserà le sue benedizioni su di esso e lo riporterà in patria tra canti festosi e gli restituirà i suoi favori. La benedizione di Dio sarà estesa anche a tutte le nazioni: esse si convertiranno e daranno al Signore il culto che gli spetta.
Seconda Lettura - Dio ha scelto ciò che è debole per il mondo: I destinatari della lettera sono i cristiani della chiesa di Corinto, formata da credenti per lo più poveri e di poco peso sociale (Cf. 1Cor 1,26). La situazione è preoccupante: la comunità subornata da sedicenti apostoli si era divisa in fazioni. Inoltre, molti, vantandosi di una loro supposta superiorità intellettuale, disprezzavano ostentatamente chi non era “sapiente, potente, nobile”. E questo divideva ancora di più la comunità. Paolo, cercando di riportare l’unità e la pace nella comunità, ricorda ai “molti sapienti” che non sono gli orgogliosi e i saccenti ad apprezzare e a comprendere il piano salvifico di Dio attuato con la morte di Cristo in croce, bensì coloro che sono ripieni della sapienza spirituale che viene dall’alto. E perché possano comprendere questa strategia divina, Paolo li invita a ripensare proprio alla loro “chiamata”.
Vangelo
Beati i poveri in spirito.
La parola chiave del brano evangelico è beati, e ha il senso di una esclamazione di gioia. Gesù Maestro «indica ai suoi seguaci come si dovrebbe vivere: non semplicemente in conformità a una serie di regole, ma rivoluzionando dall’interno il proprio atteggiamento e la propria mentalità. La cosa straordinaria è che egli ha dato all’uomo la capacità di vivere questo ideale apparentemente impossibile» (Howard Marshall).
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».
Parola del Signore.
Beati - L’evangelista Matteo ha nove beatitudini a differenza di Luca che ne ha quattro e alle quali fa seguire “quattro guai” (Cf. Lc 6,20-26).
Gesù salì sul monte: si pose a sedere. Due note da non trascurare. Il monte per i semiti è il luogo che Dio preferenzialmente sceglie per manifestarsi ai suoi eletti: ai lettori ebrei per assonanza sarà venuto in mente il monte Sinai. Su quella montagna Dio si era rivelato a Mosè e aveva dato al popolo d’Israele la Legge (Cf. Es 19). Il sedersi è invece la postura propria del Maestro ai cui piedi si congregano i discepoli. Le intenzioni dell’evangelista Matteo quindi sono chiare: Gesù è Dio che si manifesta ai suoi discepoli sul monte ed è il Maestro che dona al “nuovo Israele” la nuova Legge, la “Magna Charta” del Regno di Dio.
L’evangelista Matteo, «che presenta Gesù come il Maestro definitivo di Israele, lo colloca in questo stesso contesto del luogo della rivelazione di Dio e della sua Legge e gli attribuisce un’autorità superiore a quella di Mosé e di tutti i maestri [gli scribi] di Israele. È nel contesto del “discorso della montagna”, infatti, che Gesù è definito come “uomo che insegna con autorità e non come i loro scribi” [Mt 7,29]» (Don Primo Gironi).
Queste note comunque non cancellano la storicità dell’episodio evangelico realmente accaduto su «una delle colline vicino a Cafarnao» (Bibbia di Gerusalemme).
Beati è una formula ricorrente nei Salmi, nei libri sapienziali e nel Nuovo Testamento, soprattutto nel libro dell’Apocalisse. Beato è l’uomo che cammina nella legge del Signore e per questo è ricolmo delle benedizioni di Dio, dei suoi favori e delle sue consolazioni divine soprattutto nei momenti cruciali in cui deve sopportare umiliazioni, affanni e persecuzioni.
Gesù apre il suo discorso proclamando beati i “poveri in spirito”, una aggiunta questa che fa bene intendere che il Maestro fa riferimento non agli indigenti, ma ai “poveri di Iahvé”, cioè a coloro che nonostante tutto restano fedeli al Signore, anzi le prove sono spinte a fidarsi di Dio, a chiudersi nel suo cuore, a rinserrarsi tra le sue braccia. I “poveri in spirito” sono coloro che fanno del dolore una scala per salire fino a Dio. Sono coloro che restano nonostante tutto saldi nelle promesse di Dio (Cf. Mt 27,39-44). In questa ottica sono beati quelli che sono nel pianto, i perseguitati per la giustizia, i diffamati. Ai miti fanno corona coloro che hanno fame e sete della giustizia, cioè coloro che amano vivere all’ombra della volontà di Dio, attuandola nella loro vita e mettendola sempre al primo posto. Beati sono i misericordiosi cioè coloro che imitano la bontà, la pietà e la misericordia di Dio soprattutto a favore dei più infelici e dei più bisognosi. I puri di cuore sono beati per la purezza delle intenzioni, l’onestà della vita, perché sempre disponibili ai progetti divini. E infine, gli operatori di pace, che «nella Bibbia esprime la comunione con Dio e con gli uomini ed è il dono che riassume il vangelo [Cf. Lc 2,14], sono i più evidenti figli del Padre celeste» (Salvatore Garofalo).
Il “discorso della Montagna” si chiude con due beatitudini rivolte ai perseguitati. Israele in tutta la sua storia aveva dovuto fare i conti con numerosi persecutori e se, quasi sempre, aveva accettato l’umiliazione delle catene, della tortura fisica e dell’esilio, come purificazione e liberazione dal peccato, mai avrebbe pensato alla persecuzione come a una fonte di gioia e di felicità. Il discorso di Gesù va poi collocato proprio in un momento doloroso della storia ebraica: Israele gemeva sotto il durissimo e spietato giogo di Roma.
Nel nuovo Regno bandito da Gesù di Nazaret invece la persecuzione, e anche la calunnia, l’ingiustizia o l’odio gratuito, sono sorgenti di felicità se sopportate per «causa sua». Ancora di più, la sofferenza vicaria dà «compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Solo in questa prospettiva la persecuzione è la via grande, spaziosa e larga, spalancata al dono della salvezza e apportatrice di ogni bene e dono: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Un discorso che è rivolto a tutti: ai discepoli e alla folla, nessuno escluso.
Per approfondire
Monastero Domenicano Matris Domini - Dio ha scelto ciò che è debole per il mondo: L’apostolo Paolo nei versetti 18-25 aveva approfondito il senso della croce, “che da un punto di vista puramente umano è solo follia. Ma l’apostolo ricorda che proprio ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini (v. 26). Proprio questa affermazione viene confermata dal brano che la liturgia legge in questa domenica. I cristiani di Corinto non erano persone importanti, anzi appartenevano proprio alle classi sociali più umili.
La loro stessa persona diventa così segno dell’umiltà e della grandezza di Dio.
v. 26 Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili.
Con questo infatti (che nel testo che sentirete a Messa è stato omesso), Paolo si ricollega al versetto precedente, ciò che è stolto per gli uomini è saggio davanti a Dio. I corinti vengono invitati a considerare se stessi. La comunità non può vantare nessun motivo di grandezza ed eccellenza. Poche persone di grande intelligenza, poche persone dal grande peso politico, quasi tutti di origini plebee.
v. 27 Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; però il Signore ha scelto proprio queste persone perché fossero la comunità dei credenti di Corinto. Ecco il criterio essenziale che guida l’elezione da parte di Dio. Dio privilegia quanti non hanno valore nella scala di valori degli uomini. L’agire di Dio nella storia rivoluziona i quadri di riferimento più consolidati dei rapporti umani.
v. 28 quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, v. 29 perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.
Non si tratta però di una presa di posizione classista alla rovescia, per il puro gusto di rivoluzionare tutto. È una manifestazione della sovranità di Dio, perché tutti si riconoscano piccoli ai suoi occhi, perché nessuno presuma di essere più importante di altri davanti agli occhi di Dio.
v. 30 Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, v. 31 perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.
Al centro vi è l’opera della salvezza che Dio ha realizzato attraverso Gesù. Tutti coloro che credono, stolti o saggi, ricchi o poveri sono in Cristo Gesù. Grazie a Lui possono partecipare di questa salvezza che va oltre la scala di valori umana. È lui che per noi è diventato mediatore di una salvezza che si manifesta in tre aspetti essenziali. Il primo è la giustizia, cioè nel rendere giusti i peccatori, a patto che credano. Il secondo è la santificazione: chi crede diventa sacro, separato, gradito a Dio. Il terzo è la redenzione, cioè il riscatto delle persone che erano state ridotte in schiavitù.
Questo significa che Dio recupera l’umanità peccatrice, schiava di se stessa e del male.
Svuotato di sé, del suo orgoglio l’uomo è ora pronto ad essere riempito di Dio, della sua grazia. Adesso si ci può vantare, di essere stato risollevato dal Signore, riscattato dal suo immenso amore.
Jean Luis D’Aragon e Xavier Léon-Dufour - Beatitudini: Con la venuta di Gesù Cristo sono virtualmente donati tutti i beni, perché in lui la beatitudine trova infine il proprio ideale e il proprio compimento.
Perché egli è il Regno già presente e dà ai suoi fedeli il bene supremo: lo Spirito Santo, come anticipo sull’eredità celeste.
I. LA BEATITUDINE E CRISTO Gesù non è semplicemente un sapiente di grande esperienza, ma è colui che vive pienamente la beatitudine che propone.
1. Le «beatitudini», poste all’inizio del discorso inaugurale di Gesù, offrono, secondo Mt 5,3-12, il programma della felicità cristiana. Nella recensione di Luca, esse sono abbinate a delle constatazioni di sventura, esaltando in tal modo il valore superiore di certe condizioni di vita (Lc 6, 20-26). Queste due interpretazioni tuttavia non possono essere ricondotte alla beatificazione di virtù o stati di vita. Si compensano a vicenda; soprattutto esprimono la verità in esse contenuta solo a condizione che venga loro attribuito quel significato che Gesù aveva dato loro. Gesù infatti è venuto da parte di Dio a pronunciare un solenne sì alle promesse del VT; il regno dei cieli è lì, le necessità e le afflizioni sono soppresse, la misericordia e la vita, concesse da Dio. Effettivamente, se certe beatitudini sono pronunciate al futuro, la prima («Beati i poveri...»), che contiene virtualmente le altre, intende attualizzarsi fin d’ora. C’è di più. Le beatitudini sono un sì detto da Dio in Gesù. Mentre il VT giungeva ad identificare la beatitudine con Dio stesso, Gesù si presenta a sua volta come colui che porta a compimento l’aspirazione alla felicità: il regno dei cieli è presente in lui. Più ancora, Gesù ha voluto «incarnare» le beatitudini vivendole perfettamente, mostrandosi «mite ed umile di cuore» (Mt 11, 29).
2. Le altre proclamazioni evangeliche tendono tutte parimenti a dimostrare che Gesù è al centro della beatitudine. Maria è «proclamata beata» per aver dato alla luce il Salvatore (Lc 1,48; 11,27), perché ha creduto (1,45); con ciò essa annunzia la beatitudine di tutti coloro che, ascoltando la parola di Dio (11, 28), crederanno senza aver visto (Gv 20,29). Guai ai farisei (Mt 23, 13-32), a Giuda (26, 24), alle città incredule (1, 21)! Beato Simone, al quale il Padre ha rivelato in Gesù il Figlio del Dio vivente (Mt 16, 17)! Beati gli occhi che hanno visto Gesù (13, 16)! Beati soprattutto i discepoli che, in attesa del ritorno del Signore, saranno fedeli, vigilanti (Mt 24, 46), tutti dediti al servizio reciproco (Gv 13, 17).
II. I VALORI DI CRISTO Mentre il VT si sforzava timidamente di aggiungere ai valori terreni della ricchezza e del successo il valore della giustizia nella povertà e nell’insuccesso, Gesù, dal canto suo, denuncia l’ambiguità di una rappresentazione terrena della beatitudine. Ormai i beati di questo mondo non sono più i ricchi, i pasciuti, gli adulati, ma coloro che hanno fame e che piangono, i poveri e i perseguitati (cfr. 1 Piet 3, 14; 4, 14). Questo rovesciamento dei valori era possibile ad opera di colui che è ogni valore. Due beatitudini principali comprendono tutte le altre: la povertà con il suo corteo delle opere di giustizia, di umiltà, di mitezza, di purezza, di misericordia, di preoccupazione per la pace; e poi la persecuzione per amore di Cristo. Ma questi stessi valori non sono nulla senza Gesù che dà loro tutto il senso. Quindi soltanto colui che ha posto Cristo al centro della sua fede può intendere le beatitudini dell’Apocalisse. Beato se le ascolta (Apoc 1, 3; 22, 7), se rimane vigilante (16, 15), perché è chiamato alle nozze dell’agnello (19, 9), per la risurrezione (20, 6) Anche se deve dare la vita in testimonianza, non si perda d’animo: «Beati i morti che muoiono nel Signore!» (14, 13).
Leone Magno (Omelia XCV): Questa sofferenza a cui viene promessa una consolazione eterna non va confusa con l’afflizione di questo mondo: nessuno può diventare beato per tali lamenti, accompagnati magari dal compianto di tutto il genere umano! Ben altro è il motivo dei gemiti santi, ben altra la causa delle lacrime beate! La tristezza di natura religiosa o piange il peccato degli altri o piange il proprio peccato: essa non si duole per quello che compie la giustizia divina, ma si affligge per quello che commette la malvagità umana.
A questo proposito è più degno di commiserazione chi fa il male che chi lo subisce, perché l’uomo ingiusto viene sprofondato dalla sua stessa malizia nella pena, mentre il giusto viene condotto alla Grazia dal suo spirito di accettazione della sofferenza.
Testimoni di Cristo - Sant’Orso di Aosta Sacerdote: Sembra fosse un presbitero di Aosta, che aveva il compito di custodire e celebrare, nella chiesa cimiteriale di san Pietro. Sant’Orso, uomo semplice, pacifico e altruista, viveva da eremita trascorrendo il tempo nella preghiera continua, sia di giorno che di notte, dedito al lavoro manuale per procurarsi il cibo per vivere, accogliendo e consolando e aiutando tutti quelli che a lui accorrevano. Il tutto costellato da miracoli e prodigi, testimonianza della sua santità. Se incerto è il periodo in cui visse (fra il V e l’VIII secolo), più sicuro è il giorno della morte, che poi è diventato il giorno della sua festa: 1 febbraio. Il suo culto, oltre che ad Aosta dove l’antica chiesa di san Pietro è diventata la Collegiata di san Pietro e sant’Orso, si estese anche nella diocesi di Vercelli, Ivrea e altre zone dell’Italia Nord- Occidentale. È invocato contro le inondazioni, le malattie del bestiame. A lui è dedicata la fiera che si tiene nel giorno della vigilia della sua festa ad Aosta. (Avvenire)
O Dio, che hai promesso ai poveri e agli umili
la gioia del tuo regno,
dona alla tua Chiesa
di seguire con fiducia il suo Maestro e Signore
sulla via delle beatitudini evangeliche.
Egli è Dio, e vive e regna con te.