20 Agosto 2025
San Bernardo Abate e Dottore della Chiesa
Gdc 9,6-15; Salmo Responsoriale Dal Salmo 20 (21); Mt 19,23-30
Colletta
O Dio, che hai suscitato nella Chiesa il santo abate Bernardo,
acceso di zelo per la tua casa
come lampada che arde e risplende,
per sua intercessione concedi a noi lo stesso fervore di spirito,
per camminare sempre come figli della luce.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Benedetto XVI (Udienza Generale 21 Ottobre 2009): Vorrei ora soffermarmi solo su due aspetti centrali della ricca dottrina di Bernardo: essi riguardano Gesù Cristo e Maria santissima, sua Madre. La sua sollecitudine per l’intima e vitale partecipazione del cristiano all’amore di Dio in Gesù Cristo non porta orientamenti nuovi nello statuto scientifico della teologia. Ma, in maniera più che mai decisa, l’Abate di Clairvaux configura il teologo al contemplativo e al mistico. Solo Gesù – insiste Bernardo dinanzi ai complessi ragionamenti dialettici del suo tempo – solo Gesù è “miele alla bocca, cantico all’orecchio, giubilo nel cuore (mel in ore, in aure melos, in corde iubilum)”. Viene proprio da qui il titolo, a lui attribuito dalla tradizione, di Doctor mellifluus: la sua lode di Gesù Cristo, infatti, “scorre come il miele”. Nelle estenuanti battaglie tra nominalisti e realisti – due correnti filosofiche dell’epoca - l’Abate di Chiaravalle non si stanca di ripetere che uno solo è il nome che conta, quello di Gesù Nazareno. “Arido è ogni cibo dell’anima”, confessa, “se non è irrorato con questo olio; insipido, se non è condito con questo sale. Quello che scrivi non ha sapore per me, se non vi avrò letto Gesù”. E conclude: “Quando discuti o parli, nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù” (Sermones in Cantica Canticorum XV, 6: PL 183,847). Per Bernardo, infatti, la vera conoscenza di Dio consiste nell’esperienza personale, profonda di Gesù Cristo e del suo amore. E questo, cari fratelli e sorelle, vale per ogni cristiano: la fede è anzitutto incontro personale, intimo con Gesù, è fare esperienza della sua vicinanza, della sua amicizia, del suo amore, e solo così si impara a conoscerlo sempre di più, ad amarlo e seguirlo sempre più. Che questo possa avvenire per ciascuno di noi!
In un altro celebre Sermone nella domenica fra l’ottava dell’Assunzione, il santo Abate descrive in termini appassionati l’intima partecipazione di Maria al sacrificio redentore del Figlio. “O santa Madre, - egli esclama - veramente una spada ha trapassato la tua anima!... A tal punto la violenza del dolore ha trapassato la tua anima, che a ragione noi ti possiamo chiamare più che martire, perché in te la partecipazione alla passione del Figlio superò di molto nell’intensità le sofferenze fisiche del martirio” (14: PL 183,437-438). Bernardo non ha dubbi: “per Mariam ad Iesum”, attraverso Maria siamo condotti a Gesù. Egli attesta con chiarezza la subordinazione di Maria a Gesù, secondo i fondamenti della mariologia tradizionale.
Ma il corpo del Sermone documenta anche il posto privilegiato della Vergine nell’economia della salvezza, a seguito della particolarissima partecipazione della Madre (compassio) al sacrificio del Figlio. Non per nulla, un secolo e mezzo dopo la morte di Bernardo, Dante Alighieri, nell’ultimo canto della Divina Commedia, metterà sulle labbra del “Dottore mellifluo” la sublime preghiera a Maria: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,/umile ed alta più che creatura,/termine fisso d’eterno consiglio, …” (Paradiso 33, vv. 1ss.).
Prima Lettura - Antonio Gonzalez Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): Una critica mordace - Non solo i grandi imperi dell’Egitto e della Mesopotamia, ma anche i piccoli popoli che si dividevano la terra del Medio Oriente, come i filistei, gli amorrei di Damasco, Ammon, Moab, Edom, la Fenicia, ecc., erano ormai organizzati in monarchie. Solo i figli d’Israele continuavano a vivere in un regime tribale, più o meno confederati fra loro. Ogni tribù godeva d’autonomia, aveva un’amministrazione propria e, solo in situazioni d’emergenza, due o tre tribù si univano fra loro sotto la direzione d’un giudice-liberatore, per scongiurare il pericolo. Passata la crisi interna o esterna, ogni tribù tornava alla sua vita normale. Vi furono tentativi di stabilire la monarchia, ma questa non riusciva ad aprirsi una via, poiché la corrente antimonarchica era molto forte.
Qual era l’ostacolo che chiudeva la strada alla monarchia? Il libro dei Giudici mette in bocca a Gedeone alcune parole che possono essere molto significative a questo riguardo: «Gli uomini d’Israele dissero a Gedeone: Regna su di noi tu e i tuoi discendenti, poiché ci hai salvati dalla mano di Madian. Ma Gedeone rispose loro: Io non regnerò su di voi, né mio figlio regnerà: il Signore regnerà su di voi» (Gdc 8,22-23). Come si vede, i figli d’Israele non riconoscevano nessun re fuori di Yahveh e temevano che la fedeltà d’Israele verso Dio diminuisse qualora, fra Yahveh e il popolo, s’interponesse una figura umana, una dinastia. E così infatti avvenne. L’instaurazione della monarchia portò con sé una secolarizzazione della teocrazia, e il rilassamento religioso fu stimolato dal potere, come fanno notare i profeti.
Gedeone non assecondò il desiderio dei partigiani della monarchia; ma vi si prestò Abimelech al quale un autore, appartenente alla corrente antimonarchica, dedica una delle critiche più mordaci che siano mai state scritte contro la monarchia, e contro gli opportunisti ambiziosi e irresponsabili che si prestano volentieri all’esercizio dell’autorità. L’ironia sta nel fatto che, tanto l’ulivo come il fico e la vite, i tre alberi più amati e apprezzati dagli abitanti del paese - gli alberi allietano coi loro frutti e assicurano la vita - preferiscono continuare a servire il popolo restando nei loro rispettivi posti. Solo il rovo, la sterilità personificata, l’albero che non dà né frutto né ombra né altro, si offre per regnare sui sichemiti ai quali, pieno di vanità e d’orgoglio, rivolge queste parole: «Venite a rifugiarvi alla mia ombra».
Vangelo
Sei invidioso perché io sono buono?
La parabola è un racconto, a volte con contenuti iperbolici, che attraverso comparazioni e similitudini, oppure allegorie, rivela un insegnamento morale o religioso. Il suo scopo è molto semplice: l’uditore, dando una risposta alla parabola o cercando di comprenderla, si interrogherà sul suo cammino morale o religioso.
Così nella parabola degli “operai mandati nella vigna”.
Il paradosso della parabola sta nel fatto che i primi mandati nella vigna ricevono la stessa paga degli ultimi, chiamati molto più tardi, “verso le cinque”.
E per questo che i primi mandati nella vigna, nel ritirare il salario pattuito, stimano opportuno mettere in evidenza la diseguaglianza del trattamento: «Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”». La risposta del padrone della vigna traccia il messaggio della parabola, che è molto chiaro: soltanto Dio è buono, e dispensa i suoi beni non in modo capriccioso come fanno gli uomini, ma valutando le vere necessità dei beneficiati, una bontà che non lede la giustizia.
Per la Bibbia di Gerusalemme, assumendo “fino a sera operai disoccupati e dando a tutti un salario intero, il padrone della vigna dà prova di una bontà che va oltre la giustizia, senza, d’altra parte, lederla. Tale è Dio, che introduce nel suo regno anche uomini chiamati tardi come i peccatori e i pagani. I chiamati della prima ora (i Giudei beneficiari dell’Alleanza fin da Abramo), non se ne devono scandalizzare” (Nota a Mt 20,1-16).
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 20,1-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
Parola del Signore.
Andate anche voi nella vigna - Nella parabola degli operai mandati nella vigna, il regno dei cieli è simile al modo di agire del padrone di casa, cioè al suo comportamento libero e gratuito.
La ricompensa che viene destinata agli operai della prima ora è di un denaro. Ai secondi viene assicurato quello che è giusto. Agli ultimi non viene detto nulla. Ma è sottinteso che essi riceveranno una paga corrispondente alle ore di lavoro consumate. Occorre notare che quest’ultimi vengono assunti verso le cinque di pomeriggio: un particolare in sé inverosimile, ma che serve a mettere in evidenza «la bontà del padrone che nel dare lavoro è spinto non dal suo utile ma dalla sua generosità verso gli operai» (Giuseppe Ferraro).
Alla fine della giornata, quando fu sera, il padrone della vigna regola i conti. Questo fare riflette la legge mosaica: «Non opprimerai il tuo prossimo, né lo spoglierai di ciò che è suo; il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino dopo» (Lev 19,13). E ancora: «Gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e vi volge il desiderio; così egli non griderà contro di te al Signore e tu non sarai in peccato» (Dt 24,15).
Il padrone di casa vuole che si inizi dagli ultimi fino ai primi. Un altro particolare che non combacia con la realtà: forse il padrone della vigna voleva che gli operai assunti all’alba fossero presenti e si rendessero conto del suo modo di agire.
L’equità del giusto compenso viene stravolta dalla liberalità del padrone di casa, il quale dà a tutti, primi ed ultimi, come salario un denaro, provocando l’indignazione degli operai presi a giornata all’alba. Quello che «fa mormorare gli operai della prima ora contro il padrone non è tanto il fatto che si aspettavano di ricevere di più, perché con lui avevano concordato solo una moneta d’argento. Essi in realtà volevano che i loro compagni dell’ultima ora ricevessero di meno. Solo così il padrone avrebbe apprezzato la loro fatica» (Tiziano Lorenzin). Il disappunto nasce, quindi, dal fatto di non vedersi stimati, di non vedere valorizzata la loro fatica. È la rovente polemica che accompagnerà il ministero di Gesù e quello di Paolo. La giustificazione per mezzo delle opere era una mentalità che si era incollata alla religiosità ebraica e con la quale si pretendeva di condizionare Dio al momento del giudizio e della retribuzione. Questo modo di pensare aveva spaccato in due il mondo: da una parte i giusti perché osservavano la Legge, dall’altra gli empi sulla cui testa incombeva irreversibilmente l’ira di Dio. Invece la salvezza è un dono gratuito che nessuno può pretendere di accaparrarsi con le sue sole forze o con le sue buone opere. Tutto è grazia: quando l’uomo si rapporta con Cristo affidandosi alla sua opera e ai suoi meriti, mutando vita e ravvedendosi dai suoi peccati, Dio, allora, nella sua infinita misericordia tratta il peccatore come se fosse giusto.
La risposta del padrone è repentina. L’accusa di essere ingiusto viene rigettata sulla base di due ragioni: prima, il padrone della vigna ha rispettato i patti, ha dato quanto era stato concordato; seconda, se ha dato di più agli ultimi perché è buono e allo stesso tempo libero di disporre della sua volontà e dei suoi averi. In filigrana si può cogliere l’agire di Dio verso gli uomini: Egli è libero di accordare la sua grazia sia ai giusti che ai peccatori.
Il proverbio che conclude la parabola, Gli ultimi saranno i primi e i primi, ultimi, noto anche nella letteratura giudaica, è riferito più volte dagli evangelisti con applicazioni diverse secondo il contesto (Cf. Mc 10,30; Lc 13,30). Va ricordato che queste parole «erano già state dette nel capitolo precedente [19,30] quando Gesù aveva assicurato una ricompensa enorme “sproporzionata” [cento volte tanto e in eredità la vita eterna] ai discepoli: quasi a sottolineare il capovolgimento degli abituali criteri umani fondati sul merito. In questo contesto la parabola diventa non solo una chiara illustrazione di tale principio, ma altresì una certezza consegnata alla comunità dei discepoli. Dio riserva la sua elezione a questi uomini spogli di tutto, di averi e di pretese [gli ultimi!]» (Adriano Schenker - Rosario Scognamiglio).
Guido Gatti: L’invidia è quell’ignobile, ma diffuso sentimento per cui si prova dispiacere per il bene altrui, come fosse male proprio. Non va confusa con l’emulazione o la rivalità, che pongono le persone in competizione reciproca, per il raggiungimento di scopi e per la conquista di beni, che non possono essere ugualmente condivisi tra tutti i concorrenti. Dello spirito di rivalità e di competizione l’inidia rappresenta piuttosto una degenerazione radicale. S. Tommaso la collega al desiderio sfrenato di autoaffermazione e di gloria: “Amatores honoris sunt magis invidi”: spesso, infatti, la riuscita, la buona fama, la gloria altrui sono percepite dall’assetato di successo e di onori come “diminutive della propria gloria”. In realtà tutte le cose che possono essere ambite dagli uomini, dal denaro allo status sociale, dal successo in amore alla salute, possono scatenare in chi è ossessionato di sé questo ignobile sentimento.
S. Tommaso la considera qualcosa di semper pravum, poiché consiste nel provare dispiacere per ciò di cui si dovrebbe invece godere, vale a dire del bene altrui. Del resto, l’invidia porta facilmente all’insofferenza e all’ostilità verso i fratelli, alla detrazione e alla calunnia e sfocia alla fine nell’odio. [...].
Il carattere particolarmente odioso e vergognoso di questo vizio ne favorisce la rimozione dall’orizzonte della coscienza e spinge il soggetto a negare disperatamente a se stesso la sua esistenza. L’onesto riconoscimento della presenza di sentimenti che, come l’invidia, possono albergare in noi anche senza di noi e perfino nonostante noi e non essere considerati peccaminosi, se non nella misura in cui sono volontariamente consentiti, è comunque una condizione previa per ogni serio impegno di crescita spirituale, ma anche per l’acquisizione o la conservazione di una soddisfacente sanità ed equilibrio psicologico. La prima vittima dell’invidia è, infatti, lo stesso soggetto che se ne lascia dominare e che finisce per ripiegarsi su se stesso, venendo interiormente logorato dal carattere, tutto sommato impotente, della sua passione.
S. Tommaso ritiene necessario mettere in guardia anche contro una forma di invidia “quae inter gravissima peccata computatur”, vale a dire l’invidia della grazia concessa ai fratelli: in questo caso, l’ostilità e l’avversione verso i fratelli diventano un peccato contro lo Spirito Santo, poiché con esse in qualche modo si avversa lo Spirito Santo che glorifica se stesso nella sue opere.
L’ora terza, nona e undicesima: “Il Signore uscì all’alba e chiamò Adamo e coloro che erano con lui; alle nove del mattino [ora terza] chiamò Noè e quelli che erano con lui; a mezzogiorno [ora sesta] Abramo e quelli che erano con lui; alle tre [ora nona] Mosè e i suoi, a David e i suoi, poiché a questi diede i testamenti. Le cinque [ora undicesima] rappresentano simbolicamente il tempo dei gentili, perché ora noi siamo sul limite stesso del mondo, come testimonia Giovanni nella sua lettera, in cui dice: È l’ultima ora [1Gv 2,18]” (Anonimo, Opera incompleta su Matteo, omelia 34).
Il Santo del giorno - 20 Agosto 2025 - San Bernardo da Chiaravalle, Abate e Dottore della Chiesa: Nacque nel 1090 presso Digione in Francia. Educato piamente, nel 1111 si associò ai monaci Cistercensi e, poco dopo, eletto abate del monastero di Chiaravalle, guidò egregiamente i monaci alla pratica delle virtù con l’azione e l’esempio. A causa degli scismi sorti nella Chiesa, percorse l’Europa per ristabilire la pace e l’unità. Bernardo, dopo Roberto, Alberico e Stefano, fu padre dell’Ordine Cistercense. Scrisse molte opere riguardanti la teologia e l’ascetica. Con molti scritti ispirò un devoto affetto all’umanità di Cristo e alla Vergine Madre, che egli chiamava mediatrice di grazie. Morì nel 1153. San Bernardo “è un uomo di Dio. È un uomo, e fa in se stesso le esperienze d’ogni uomo; spesso sono quelle della miseria intima, e ciò deve bastare a rendere simpatiche le sue debolezze e le sue colpe. È un uomo di Dio: donato all’Eterno e da lui posseduto, Bernardo riceve da lui lumi e soccorsi che sono gli stessi in tutti i tempi: partecipa all’inesauribile mistero di Gesù Cristo nella sua chiesa indefettibile, sempre fedele alla sua origine divina, e tuttavia sempre attuale poiché essa riceve la propria vita dal Dio sempre giovane. Il messaggio di questo appassionato del Cristo e della sua Chiesa è dunque valido ai nostri giorni e per gli uomini più diversi: è un messaggio universale” (Jean Leclercq, San Bernardo e lo spirito cistercense, pag. 153-154).
Il cibo che abbiamo ricevuto
compia in noi la sua opera, o Signore,
perché, nella memoria di san Bernardo,
confermati dal suo esempio e istruiti dal suo insegnamento,
siamo rapiti dall’amore del tuo Verbo fatto uomo.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.