31 LUGLIO 2025
 
Mercoledì XVII Settimana T. O.
 
Es 40,16-21.34-38; Salmo Responsoriale Dal Salmo 83 (84); Mt 13,47-53
 
Colletta
O Dio, che hai chiamato sant’Ignazio [di Loyola]
a operare nella Chiesa per la maggior gloria del tuo nome,
concedi anche a noi, con il suo aiuto e il suo esempio,
di combattere in terra la buona battaglia della fede
per ricevere con lui in cielo la corona dei santi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 La pena principale dell’inferno; Catechismo degli Adulti - Pena eterna 1219: La pena dell’inferno è per sempre: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno... E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» (Mt 25,4146). «Il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (Mc 9,48). «Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia» (Ap 14,11). L’eternità dell’inferno fa paura. Si è cercato di metterla in dubbio, ma i testi biblici sono inequivocabili e altrettanto chiaro è l’insegnamento costante della Chiesa.
1220: In che cosa consiste questa pena? La Bibbia per lo più si esprime con immagini: Geenna di fuoco, fornace ardente, stagno di fuoco, tenebre, verme che non muore, pianto e stridore di denti, morte seconda. La terribile serietà di questo linguaggio va interpretata, non sminuita. La Chiesa crede che la pena eterna del peccatore consiste nell’essere privato della visione di Dio e che tale pena si ripercuote in tutto il suo essere..
1221: Non si tratta di annientamento per sempre. Lo escludono i testi biblici sopra riportati, che indicano una sofferenza eterna e altri che affermano la risurrezione degli empi. Lo esclude la fede nella sopravvivenza personale, definita dal concilio Lateranense V. Del resto neppure il diavolo è annientato, ma tormentato «giorno e notte per i secoli dei secoli» (Ap 20,10) insieme con i suoi angeli. Quando la Sacra Scrittura parla di perdizione, rovina, distruzione, corruzione, morte seconda, si riferisce a un fallimento della persona, a una vita completamente falsata.
1222: Piuttosto la pena va intesa come esclusione dalla comunione con Dio e con Cristo: «Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità!» (Lc 13,27). «Costoro saranno castigati con una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza» (2Ts 1,9). L’esclusione però non è subita passivamente: con tutto se stesso, a somiglianza degli angeli ribelli, il peccatore rifiuta l’amore di Dio: «Ogni peccatore accende da sé la fiamma del proprio fuoco. Non che sia immerso in un fuoco acceso da altri ed esistente prima di lui. L’alimento e la materia di questo fuoco sono i nostri peccati». L’inferno è il peccato diventato definitivo e manifestato in tutte le sue conseguenze, la completa incapacità di amare, l’egoismo totale. La pena è eterna, perché il peccato è eterno. Il dannato soffre, ma si ostina nel suo orgoglio e non vuole essere perdonato. Il suo tormento è collera e disperazione, «stridore di denti» (Lc 13,28), lacerazione straziante tra la tendenza al bene infinito e l’opposizione ad esso. L’amore di Dio, respinto, diventa fuoco che divora e (cfr. Dt 4,24s; Is 10,17) consuma; lo sguardo di Cristo brucia come fiamma. Dio ama il peccatore, ma ovviamente non si compiace di lui: la sua riprovazione pesa terribilmente.
 
I Lettura: Mosè erige la Dimora, e vi introduce l’arca nella quale è stata deposta la Testimonianza. Dio manifesta la sua presenza riempiendo con la sua gloria la Dimora, sulla quale aleggia una nube che nel deserto indicherà agli Israeliti  il cammino per giungere alla terra promessa.
  
Vangelo
Raccolgono i buoni nei canestri e buttano via i cattivi.
 
La parabola della rete, simile alla parabola della zizzania, rimanda il lettore al giudizio finale quando i buoni saranno separati dai cattivi: i primi entreranno nel regno di Dio, i reprobi andranno «nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (Mt 25,31-46). Se è vero che nella fase terrena del regno i cattivi si mescoleranno ai buoni, la zizzania al grano, è anche vero che alla fine dei tempi tutti dovremo comparire «davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male» (2Cor 5,10). Il detto, che conclude il racconto evangelico, è da applicare ai responsabili delle comunità. Lo scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è colui che conosce sia l’insegnamento di Gesù, il nuovo, sia la Thorà, l’antico, interpretati e completati dal nuovo. In questo modo, non si abolisce l’insegnamento degli scribi, un patrimonio pur sempre prezioso, ma è la fede in Cristo a dargli una ricchezza nuova.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,47-52:
 
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Terminate queste parabole, Gesù partì di là.
 
Parola del Signore.
 
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Matteo): La parabola della rete del pescatore dimostra che Gesù non ha assolutamente atteso e annunziato una fine del mondo imminente, e la conseguente instaurazione del perfetto regno di Dio. L’immagine della rete nel mare, piena di pesci buoni e cattivi, e della scelta sulla riva spiega la dottrina dei due stadi. C’è una Chiesa attuale, quaggiù, e ve n’è una futura, di là. La Chiesa peregrinante e la Chiesa giunta alla mèta. La Chiesa militante e la Chiesa trionfante, la Chiesa incompiuta, carica d’ogni sorta di macchie e la Chiesa perfetta, simile a una sposa senza ombra. Chi perciò si scandalizza di cose presenti nella Chiesa, che gli dispiacciono, vuol saltare, a torto, oltre questo primo stadio. Chi si scandalizza di certi Papi che non corrispondono all’ideale del vicario di Cristo, di vescovi che non sono pari al compito di pastori, di sacerdoti in cui si scorge troppo il lato puramente umano, di fedeli che sono cristiani soltanto la festa e pagani nei giorni feriali, non vuol lasciare la rete di Cristo nell’acqua del tempo, senz’attendere che venga tirata alla spiaggia dell’eternità. Chi non tollera che l’arte cristiana sia continuamente offuscata da roba di scarto, che la comunione dei santi contenga molta empietà, chi perde, sul fronte missionario, l’ardita volontà di conquista o s’incollerisce per l’apparato e la burocrazia dell’amministrazione religiosa, non riflette che la rete del pescatore vien tirata attraverso acque torbide. La Chiesa temporale significa che in lei si devono trovare il caduco, le concezioni e le manifestazioni condizionate, transitorie, forme occasionali, stabilite dalla moda, dalla letteratura, dalla vita e dall’educazione. La Chiesa terrena ha in sé, per forza di cose, molti elementi fangosi e sudici, propri della terra. La Chiesa fra gli uomini porta le tracce della limitatezza, della piccolezza, dell’egoismo umani. Ma questo è solo il principio. Chi guarda la fine vede la soluzione, perché allora si avrà la divisione definitiva. Cristo parla due volte, in questo breve discorso in parabole, del giudizio finale, e tutt’e due le volte in immagini inquietanti. Accanto al raccolto sta l’immagine del fuoco, in cui verrà gettato il loglio. La scelta dei pesci è il simbolo della divisione degli uomini, e di nuovo si parla della fornace ardente, di pianto e di stridor di denti. Il Signore non parla d’annientamento dei reietti, d’una ricaduta, quindi nel nulla, bensì d’una punizione, annunziandola con espressioni fortissime. Non possiamo passare sotto silenzio questo fatto, il quale dimostra che l’uomo è posto davanti alla gravità
 
Pio Joerg (Inferno in Schede Bibliche Pastorali Vol. IV): Malgrado la novità del suo messaggio evangelico, il cristianesimo rispecchia, nel suo ambiente primitivo e nei suoi scritti, parecchi riflessi della dottrina degli apocalittici. Dai vangeli appare che Gesù e i suoi ascoltatori condividono le loro concezioni fondamentali sui novissimi. Perciò l’approvazione di Gesù ha dato la certezza sul punto essenziale della retribuzione ultraterrena.
Nella predicazione di Giovanni Battista manca la parola «geenna», ma c’incontriamo in parecchie espressioni equivalenti, quando parla di ogni albero infruttifero che verrà tagliato e gettato nel fuoco (Mt 3,10) e quando annuncia la venuta del messia che brucerà la pula con fuoco inestinguibile (Mt 3,12).
Nella sua predicazione Gesù insiste principalmente sulla paternità di Dio e poco sulla giustizia vendicativa, tuttavia le testimonianze dei vangeli sono sufficienti per darci la certezza che Gesù non si è solo adattato al linguaggio e alle idee dei suoi ascoltatori, ma ha insegnato la verità dell’inferno. Così afferma che è preferibile perdere una delle proprie membra che non vedersi tutto il proprio corpo gettato nella geenna (Mt 5,29-30); esorta a non temere quelli che uccidono il corpo, senza poter uccidere l’anima, mette in guardia contro coloro che possono far perire e anima e corpo nella geenna (Mt 10,28); infine accusa scribi e farisei che fanno di tutto per convertire dei pagani, destinandoli alla geenna (Mt 23,15).
In altri discorsi Gesù allude alla geenna, usando però espressioni equivalenti, particolarmente la formula «dove sarà pianto e stridor di denti» (Mt 8,12; 13,42). Vedi anche Mt 25,41.46.
La parabola del ricco epulone (Lc 16,19-31) è considerata un testo classico per la dottrina sull’inferno e ha effettivamente influito molto sulla concezione cristiana. Per questa parabola Gesù si è ispirato al capitolo 22 del libro di Henoc (scompartimenti; luce e sorgente dell’acqua della vita dove c’è Lazzaro, tenebre e tormenti, lamenti dove c’è l’epulone). Cosa voleva insegnare Gesù? il castigo per l’uso immorale delle ricchezze? una dottrina sul paradiso e l’inferno? l’inutilità della risurrezione di un morto per indurre all’ascolto della legge? La tradizione patristica e teologica vi ha visto qualche cosa di piu di una semplice parabola e ne ha ricavato la dottrina sulla esistenza di uno stato intermedio di felicità e di pena tra la morte e il giudizio finale. Qualche esegeta moderno invita a stare maggiormente al rigore delle regole per l’interpretazione delle parabole e del genere letterario apocalittico. Ma il pensiero di Gesù va ricaveto dalle sue affermazioni.
Nelle parabole  del regno intendevo parlare principalmente della grande escatologa. Ma dalle convinzione dei suoi ascoltatori circa l’immortalità dell’anima, dalle parabole del ricco epulone, dalla promesse rivolta ai buon ladrone sulla croce (Lc 23; 43), si può legittimamente dedurre che Gesù insegnò anche la retnbuzione individuale subito dopo morte. Egli però non ci ha dato una dottrina in forma sistematica. È lecito distinguere nella sua predicazione, anche nel nostro caso, la verità insegnata dalle modalità di rivestimento. Per farsi capire, Gesà ha usato anche immagini correnti e popolari sull’inferno. Tutto quanto dice sulla natura delle pene (fuoco), sul soggiorno e sulle condizioni dei reprobi, corrisponde più al mezzo che all’oggetto d’insegnamento.
Anche negli scritti apostolici non incontriamo un sistema dottrinale. Scompare il nome «geenna» (solo Gc 3,6 in senso figurato), e accanto a «ade» compaiono altre espressioni, come «perdersi», «perdere la vita», «perdizione». Solo l’Apocalisse riprende la fioritura delle immagini proprie della letteratura apocalittica. Così, in 2Pt 2,4 e in Gd 6 si afferma che gli angeli ribelli sono stati gettati nell’inferno (= abisso tenebroso, regno delle tenebre) in attesa del giudizio ultimo di condanna. Nell’Apocalisse la terminologia e le immagini sono quelle tipiche della letteratura apocalittica: la bestia e lo pseudoprofeta saranno gettati vivi nel lago di fuoco e di zolfo (19,20). Simile destino toccherà al diavolo (20,10), alla morte stessa (20,14) e ai malvagi (21,8).
Paolo e Giovanni considerano piuttosto l’aspetto positivo dell’escatologia: la felicità degli eletti. Rievocando la sorte dei reprobi preferiscono parlare di perdizione, morte, lontananza da Dio. Ci basti citare 2Ts 1,9 «Costoro (quanti non conoscono Dio e obbediscono al vangelo del Signore Gesù) sono castigati con una rovina eterna, lontani dalla faccia del Signore e dalla gloria della su apotenza» (cf. Gv 5,29). Di perdizione parla ancora Paolo in Fil 1,28; 3,19; Rm 2,19; 9,22; 1Cor 1,18; 15,18; 2Cor 2,15; 4,3.9. Fa meraviglia che questi agiografi non riccorrono alle immagini del fuoco e dei vermi. Ma per i loro destinatari non semiti quelle immagini del mondo apocalittico non richiamavano nessun interesse.
 
La parabola delle reti: «In questo mondo perverso, in questi giorni cattivi, in cui la Chiesa si guadagna la sua futura glorificazione con l’umiltà presente, in cui viene ammaestrata dagli stimoli del timore, dai tormenti del dolore, dalle molestie della fatica e dai pericoli della tentazione, in cui ha l’unica gioia della speranza, se gioisce come deve, molti reprobi sono mescolati con i buoni. Gli uni e gli altri vengono raccolti come nella rete di cui parla il Vangelo [cfr. Mt 13,47-50], e in questo mondo, quasi fosse un mare, viaggiano tutti insieme raccolti nelle reti, fino a quando giungono alla riva, ove i cattivi vengono separati dai buoni, perché nei buoni, come nel suo tempio “Dio sia tutto in tutti” [1Cor 15,28]. Ora perciò vediamo che si adempie la voce che diceva nel salmo: “Annunciai e parlai, si son moltiplicati in soprannumero” [Sal 39,6]. Ed è ciò che accade da quando, per la prima volta per bocca del suo precursore, e poi per sua propria bocca, [Cristo] ha annunziato e detto: “Pentitevi, perché il regno dei cieli è vicino” [Mt 3,2]» (Agostino, De civit. Dei, 18, 49).
 
Santo del giorno - 31 Luglio 2025 - Sant’Ignazio di Loyola, Sacerdote: Il grande protagonista della Riforma cattolica nel XVI secolo, nacque ad Azpeitia, un paese basco, nel 1491. Era avviato alla vita del cavaliere, la conversione avvenne durante una convalescenza, quando si trovò a leggere dei libri cristiani. All’abbazia benedettina di Monserrat fece una confessione generale, si spogliò degli abiti cavallereschi e fece voto di castità perpetua. Nella cittadina di Manresa per più di un anno condusse vita di preghiera e di penitenza; fu qui che vivendo presso il fiume Cardoner decise di fondare una Compagnia di consacrati. Da solo in una grotta prese a scrivere una serie di meditazioni e di norme, che successivamente rielaborate formarono i celebri Esercizi Spirituali. L’attività dei Preti pellegrini, quelli che in seguito saranno i Gesuiti, si sviluppa un po’in tutto il mondo. Il 27 settembre 1540 papa Paolo III approvò la Compagnia di Gesù. Il 31 luglio 1556 Ignazio di Loyola morì. Fu proclamato santo il 12 marzo 1622 da papa Gregorio XV. (Avvenire)
  
O Dio, nostro Padre,
che ci hai dato la grazia di partecipare a questo divino sacramento,
memoriale perpetuo della passione del tuo Figlio,
fa’ che il dono del suo ineffabile amore
giovi alla nostra salvezza.
Per Cristo nostro Signore.