1 Dicembre 2024
 
I DOMENICA DI AVVENTO – ANNO C
 
Ger 33,14-16; Sal 24 (25); Is 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36
 
Colletta
Padre santo,
che mantieni nei secoli le tue promesse,
rialza il capo dell’umanità oppressa dal male
e apri i nostri cuori alla speranza,
perché attendiamo vigilanti la venuta gloriosa di Cristo, 
giudice e salvatore.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Papa Francesco (Angelus 2 Dicembre 2018): Stare svegli e pregare: ecco come vivere questo tempo da oggi fino a Natale. Stare svegli e pregare. Il sonno interiore nasce dal girare sempre attorno a noi stessi e dal restare bloccati nel chiuso della propria vita coi suoi problemi, le sue gioie e i suoi dolori, ma sempre girare intorno a noi stessi. E questo stanca, questo annoia, questo chiude alla speranza. Si trova qui la radice del torpore e della pigrizia di cui parla il Vangelo. L’Avvento ci invita a un impegno di vigilanza guardando fuori da noi stessi, allargando la mente e il cuore per aprirci alle necessità della gente, dei fratelli, al desiderio di un mondo nuovo. È il desiderio di tanti popoli martoriati dalla fame, dall’ingiustizia, dalla guerra; è il desiderio dei poveri, dei deboli, degli abbandonati. Questo tempo è opportuno per aprire il nostro cuore, per farci domande concrete su come e per chi spendiamo la nostra vita.
Il secondo atteggiamento per vivere bene il tempo dell’attesa del Signore è quello della preghiera. «Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (v. 28), ammonisce il Vangelo di Luca. Si tratta di alzarsi e pregare, rivolgendo i nostri pensieri e il nostro cuore a Gesù che sta per venire. Ci si alza quando si attende qualcosa o qualcuno. Noi attendiamo Gesù, lo vogliamo attendere nella preghiera, che è strettamente legata alla vigilanza. Pregare, attendere Gesù, aprirsi agli altri, essere svegli, non chiusi in noi stessi. Ma se noi pensiamo al Natale in un clima di consumismo, di vedere cosa posso comprare per fare questo e quest’altro, di festa mondana, Gesù passerà e non lo troveremo. Noi attendiamo Gesù e lo vogliamo attendere nella preghiera, che è strettamente legata alla vigilanza.
Ma qual è l’orizzonte della nostra attesa orante? Ce lo indicano nella Bibbia soprattutto le voci dei profeti. Oggi è quella di Geremia, che parla al popolo duramente provato dall’esilio e che rischia di smarrire la propria identità. Anche noi cristiani, che pure siamo popolo di Dio, rischiamo di mondanizzarci e di perdere la nostra identità, anzi, di “paganizzare” lo stile cristiano. Perciò abbiamo bisogno della Parola di Dio che attraverso il profeta ci annuncia: «Ecco, verranno giorni nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto [...]. Farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra» (33,14-15). E quel germoglio giusto è Gesù, è Gesù che viene e che noi attendiamo. La Vergine Maria, che ci porta Gesù,  donna dell’attesa e della preghiera, ci aiuti a rafforzare la nostra speranza nelle promesse del suo Figlio Gesù, per farci sperimentare che, attraverso il travaglio della storia, Dio resta sempre fedele e si serve anche degli errori umani per manifestare la sua misericordia
 
I Domenica di Avvento - I Lettura: Gesù è il germoglio che il Signore Dio ha fatto germogliare per Davide. In realtà, nella pienezza dei tempi (Gal 4,4), in Gesù Cristo tutte le promesse di Dio sono divenute “sì” (Cf 2Cor 1,19-20).
 
II Lettura: Paolo prega Dio perché confermi i cuori dei cristiani di Tessalonica e perché siano trovati irreprensibili nella santità alla venuta del Signore Gesù. Se i pagani accondiscendono senza ritegno agli impulsi delle loro passioni carnali, coloro che conoscono Dio devono vivere nella purezza, non devono fare del male ai fratelli. La carità è una regola di vita che i Tessalonicesi hanno ricevuto da parte del Signore Gesù e che possono mirare efficacemente operante in Paolo.
 
Vangelo
La vostra liberazione è vicina.
 
«Il Figlio dell’uomo verrà con certezza. Lo si vedrà con i propri occhi. Nessuno potrà sottrarsi a tale evento. E tutti coloro che lo vedranno, comprenderanno chiaramente che è proprio lui. [...] Gesù non verrà più nella debolezza della sua figura terrena, ma in tutta la grandezza e lo splendore della sua glorificazione» (Alois Stoger).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 21,25-28.34-36
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
 
Parola del Signore.
 
State attenti a voi stessi - Il 21mo capitolo del Vangelo di Luca registra due eventi che coinvolgeranno drammaticamente il popolo eletto e l’umanità: la rovina di Gerusalemme e la manifestazione gloriosa del Figlio dell’uomo.
L’evangelista Luca, seguendo una delle sue fonti, aveva già parlato del ritorno glorioso di Gesù alla fine dei tempi (Cf 17,22-37). Qui, come Marco che egli segue e combina con un’altra fonte, tratta della distruzione di Gerusalemme, senza rimenarvi la fine del mondo come fa l’evangelista Matteo (Cf Mt 24,1; Lc 19,44).
Entrambi gli eventi, la distruzione del tempio di Gerusalemme e la beata venuta di Gesù, saranno preceduti da segni premonitori.
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle e sulla terra angoscia di popoli... Il genere letterario qui adoperato dall’evangelista è quello apocalittico corrente nell’ambiente semitico (Cf Is 13,9-10; 34,4; Ger 4,23-26; Ez 32,7s; Am 8,9; Mi 1,3-4; Gl 2,10; 3,4; 4,15).
Il Figlio dell’uomo verrà con grande potenza e gloria, tutti lo vedranno e sarà un evento di liberazione per i credenti e di condanna per gli empi.
Anche se Luca tralascia il giudizio universale (Cf. Mt 25,31-46), il giudizio di condanna degli empi è implicito nel racconto. Solo chi avrà perseverato nella fede si salverà (Cf Lc 21,19).
Mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra, i «cristiani non dovranno spaventarsi per gli sconvolgimenti cosmici finali, ma dopo tante sofferenze, persecuzioni e oppressioni che li hanno schiacciati, potranno finalmente drizzarsi e alzare con sicurezza le loro teste, essendo quello “il segnale della realizzazione della loro speranza”» (Angelico Poppi).
Dal testo lucano si evincono due riflessioni.
Innanzi tutto, la liberazione, inaugurata sul monte Calvario e già garantita dal dono dello Spirito, raggiungerà il suo compimento soltanto nella parusia, con la liberazione dalla morte mediante la resurrezione dei corpi (Cf Rm 8,23). Non vi sono quindi paradisi terreni. Infine, prima «della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il pellegrinaggio sulla terra, svelerà il “Mistero di iniquità” sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè del pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del Messia venuto nella carne» (CCC 675).
Dunque, il «Regno non si compirà attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male che farà discendere dal cielo la sua Sposa. Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell’ultimo Giudizio dopo l’ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa» (CCC 677).
Cassata la parabola del fico (vv. 29-33), il racconto evangelico si conclude con un monito rivolto particolarmente ai discepoli, ma non esclusivamente: immersi in un mondo pagano che non lesina immoralità e ogni genere di sregolatezze, il credente deve condurre una vita spoglia di stravizi e di vegliare in ogni momento pregando per non essere sorpresi dal giudizio divino che si abbatterà sull’umanità come un laccio (Cf 1Ts 5,1-11).
A differenza degli empi che non «conoscono i segreti di Dio; non sperano salario per la santità né credono alla ricompensa delle anime pure» (Sap 2,22-23), i credenti, che attendono la venuta del loro Redentore e Signore, perché abbiano la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo, devono essere perseveranti nella preghiera e vegliare in essa (Cf Col 4,2). In questa ottica, la vigilanza cristiana suppone «una solida speranza ed esige una costante presenza di spirito che prende il nome di “sobrietà” [1Ts 5,6-8; 1Pt 5,8; Cf 1Pt 1,13; 4,7]» (Bibbia di Gerusalemme, 1974). Ottemperando queste regole, l’attesa cristiana si impasta di gioia e di serenità.
 
Tempo di Avvento - La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): La Chiesa ogni anno festeggia il ricordo della venuta al mondo del Figlio di Dio nel corpo umano, e attraverso la lettura dei profeti dispone i fedeli per questo giorno. Non lo fa soltanto per ricordare la realtà passata, il fatto storico, la lunga attesa del popolo eletto per la venuta del Messia. Cristo è venuto sulla terra, ha annunziato la buona novella della salvezza, ha compiuto la redenzione dell’uomo, ha riempito della nuova vita coloro che credono in lui, li ha fatti partecipare all’amore del Padre e ha dato loro la caparra della gloria futura. L’umanità ha visto la salvezza, è stata predetta dai profeti «la pienezza dei tempi».
Il tempo di preparazione al Natale deve servirci da introduzione per capire il mistero della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il Signore è venuto, il Signore è presente, ma bisogna sentire il bisogno della salvezza che proviene dal Signore, comprendere l’inconcepibile amore di Dio, accogliere i doni del cielo.
La Chiesa, nei giorni dell’Avvento, si rende conto del «già» della salvezza, ma attende il «non ancora» che deve venire. Cristo è venuto, ma la Chiesa pellegrinante nel tempo attende il ritorno del Signore. Aspettare il ritorno di Cristo come i servi che aspettano il ritorno del padrone, vegliare per aprirgli appena sarà venuto e avrà bussato, andargli incontro con le lampade accese, ecco l’atteggiamento dell’Avvento.
Isaia e Giovanni il Battista, queste le due grandi figure dell’Avvento. La voce dei profeti e la voce del grande Precursore del Signore continuano a risuonare nella Chiesa, perché bisogna continuamente preparare la via al Signore e bisogna continuamente gridare: Convertitevi! Coraggio, non abbiate paura! Il Signore ha vinto il male, ma l’uomo rimane ancora nella sua schiavitù. La luce è venuta nel mondo, ma l’uomo può ancora amare le tenebre. Cristo ci ha fatti nuove creature, ma noi possiamo continuare a vivere secondo i desideri dell’uomo vecchio.
Cristo si fece uomo nel seno della Vergine Maria: Lei, Immacolata Vergine, coll’annuncio dell’angelo accoglie il Verbo Eterno, viene riempita dallo Spirito Santo e diventa il tempio di Dio. Il Verbo prese carne da Maria Vergine ed abitò in mezzo a noi. Le parole di Maria: «Avvenga di me secondo la tua parola», dovrebbero farsi preghiera dell’Avvento nel discepolo di Cristo, poiché vivere pienamente l’Avvento significa accogliere Cristo come Maria.
 
Beato chi pensa al giudizio - Basilio di Cesarea (Epist., 174): Beata l’anima che notte e giorno non si preoccupa d’altro che di rendere agevole il suo compito quel giorno in cui ogni creatura dovrà presentare i suoi conti al grande giudice. Colui, infatti, che tiene fisso innanzi agli occhi quel giorno e quell’ora e medita su quel tribunale che non può essere ingannato, non può commettere se non qualche lievissimo peccato; poiché, quando pecchiamo, pecchiamo per mancanza di timor di Dio; perciò, se uno tiene ben fisso lo sguardo sulle pene che sono minacciate, il suo intimo ed istintivo timore gli consentirà soltanto di cadere in qualche involontaria azione o pensiero. Perciò, ricordati di Dio, conservane il timore nel tuo cuore e invita tutti a pregare con te. È grande l’aiuto di quelli che possono placare Dio. E questo non lo devi tralasciare mai. Questo sostegno dell’altrui preghiera ci è di aiuto in questa vita e ci è di buon viatico, quando ne usciamo per la vita futura. Però, com’è cosa buona la preoccupazione del bene, così è dannoso per l’anima lo scoraggiamento e la disperazione. Riponi la tua speranza nella bontà di Dio e aspettane l’aiuto con la sicurezza che, se ci rivolgiamo a lui con sincerità di cuore, non solo non ci rigetterà, ma prima ancora che si chiuda la bocca sulla preghiera, egli ci dirà: Eccomi, son qui.
 
Il Santo del Giorno - 1 Dicembre 2024 - San Charles de Foucauld: l’universalità di un amore che ci rende sorelle e fratelli: La testimonianza cristiana è per sua natura universale: il messaggio del Risorto è portatore di salvezza per l’intera creazione e la visione offerta dall’Apocalisse ci ricorda che tutti i popoli si ritroveranno nella Gerusalemme terrestre. Questa è la radice più viva e forte del principio di fratellanza che lega donne e uomini di ogni luogo e di ogni epoca.
Lo stesso principio guida per san Charles de Foucauld, che si presentava proprio come “fratello universale” a quanti incontrava nel Sahara tra Algeria e Marocco, dove lui aveva stabilito la sua dimora. La scelta della fraternità per de Foucauld fu l’ultima tappa di un cammino esistenziale articolato e complesso.
Nato a Strasburgo il 15 settembre 1858, in gioventù aveva vissuto un’esistenza senza un credo, gettandosi poi in una fallimentare carriera militare. Congedato con disonore, si diede alle esplorazioni geografiche in Marocco, arrivando a guadagnarsi una medaglia d’oro conferitagli dalla Società di Geografia di Parigi. Al rientro in patria visse una nuova esperienza di ricerca: l’oggetto della sua “esplorazione” fu Dio. Fu grazie al confessore della cugina l’abbé Henri Huvelin, che nel 1886 trovò ciò che cercava e da quel giorno decise di dedicarsi solo a Dio. Entrò quindi tra i monaci trappisti, ma dopo alcuni anni lasciò la comunità e si recò in Terra Santa. Ordinato prete nel 1901, nel 1905 si stabilì in Africa, nel deserto, da apostolo tra i Tuareg, accogliendo chiunque passasse da lì. Morì nel 1916, beato dal 2005, è santo dal 22 maggio 2022. (Avvenire)
 
La partecipazione a questo sacramento,
che a noi pellegrini sulla terra
rivela il senso cristiano della vita,
ci sostenga, Signore, nel nostro cammino
e ci guidi ai beni eterni.
Per Cristo nostro Signore.
 
 30 Novembre 2024
 
Sant’Andrea, Apostolo
 
Rm 10,9-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 18 (19); Mt 4,18-22
 
Colletta
Umilmente ti invochiamo, o Signore:
il santo apostolo Andrea, che fu annunciatore del Vangelo
e guida per la tua Chiesa,
sia presso di te nostro perenne intercessore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 14 Giugno 2006): La prima caratteristica che colpisce in Andrea è il nome: non è ebraico, come ci si sarebbe aspettato, ma greco, segno non trascurabile di una certa apertura culturale della sua famiglia. Siamo in Galilea, dove la lingua e la cultura greche sono abbastanza presenti. Nelle liste dei Dodici, Andrea occupa il secondo posto, come in Matteo (10,1-4) e in Luca (6,13-16), oppure il quarto posto come in Marco (3,13-18) e negli Atti (1,13-14). In ogni caso, egli godeva sicuramente di grande prestigio all’interno delle prime comunità cristiane.
Il legame di sangue tra Pietro e Andrea, come anche la comune chiamata rivolta loro da Gesù, emergono esplicitamente nei Vangeli. Vi si legge: “Mentre Gesù camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone chiamato Pietro e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini»” (Mt 4,18-19; Mc 1,16-17). Dal Quarto Vangelo raccogliamo un altro particolare importante: in un primo momento, Andrea era discepolo di Giovanni Battista; e questo ci mostra che era un uomo che cercava, che condivideva la speranza d’Israele, che voleva conoscere più da vicino la parola del Signore, la realtà del Signore presente. Era veramente un uomo di fede e di speranza; e da Giovanni Battista un giorno sentì proclamare Gesù come “l’agnello di Dio” (Gv 1,36); egli allora si mosse e, insieme a un altro discepolo innominato, seguì Gesù, Colui che era chiamato da Giovanni “agnello di Dio”. L’evangelista riferisce: essi “videro dove dimorava e quel giorno dimorarono presso di lui” (Gv 1,37-39). Andrea quindi godette di preziosi momenti d’intimità con Gesù. Il racconto prosegue con un’annotazione significativa: “Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia, che significa il Cristo», e lo condusse a Gesù” (Gv 1,40-43), dimostrando subito un non comune spirito apostolico. Andrea, dunque, fu il primo degli Apostoli ad essere chiamato a seguire Gesù. Proprio su questa base la liturgia della Chiesa Bizantina lo onora con l’appellativo di Protóklitos, che significa appunto “primo chiamato”. Ed è certo che anche per il rapporto fraterno tra Pietro e Andrea la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli si sentono tra loro in modo speciale Chiese sorelle. Per sottolineare questo rapporto, il mio predecessore Papa Paolo VI, nel 1964, restituì l’insigne reliquia di sant’Andrea, fino ad allora custodita nella Basilica Vaticana, al Vescovo metropolita ortodosso della città di Patrasso in Grecia, dove secondo la tradizione l’Apostolo fu crocifisso.
 
I Lettura: Un universalismo religioso esclude una società di classi - José Maria González-Ruiz: Paolo non si arresta nella sua coraggiosa avanzata. Perciò osa applicare il testo di Dt 30,14 (« Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore ») non alla lettura mummificata di alcuni libri che costituiscono la « torah» o « legge » giudaica, ma alla stessa evangelizzazione cristiana in quello che rappresentava di pluralistico, di differente e di aperto a nuove e possibili espressioni.
Vi è però qualcosa di essenziale: la confessione che proclama Gesù come « Signore». Questo era il grande scandalo per i giudei: che un profeta, per quanto fosse grande, potesse essere chiamato col nome di Yahveh, « Signore ». Per il giudeo, Yahveh doveva restare lassù, nel più alto dei cieli, lasciando agli uomini la cura delle cose del mondo. Perciò, la « incarnazione » era considerata come una fastidiosa intromissione del divino nelle faccende di ogni giorno. Un Gesù tiglio di Dio -- Dio -avrebbe impedito quella libertà d’azione con cui il giudeo si muoveva nella sua vita « terrena », riuscendo facilmente a mettere insieme una religiosità assai elevata con la pratica dell’oppressione, dello sfruttamento e dell’emarginazione. Quanto era lontano tutto questo dalla mistica dell’Esodo, praticata da un Israele povero e sottomesso!
Effettivamente, nella mistica giudaica, aveva un ruolo importante il modulo della discriminazione: « giudeo e greco:». Essere giudeo comportava l’appartenenza al popolo eletto. I « greci » (cioè i discriminati d’allora) avrebbero potuto essere incorporati in qualche modo, ma in una condizione di dipendenza. Si chiamavano «proseliti della porta ». Dentro, nel « sancta sanctorum », i giudei erano i soli egemoni.
Paolo spezza il mito: « Non vi è distinzione fra giudeo e greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti coloro che lo invocano ».
Certo, un universalismo « religioso » (come è ogni universalismo) è pericoloso per una società di caste e di classi.
 
Vangelo
Essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.
 
Simone chiamato Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni sono convocati autorevolmente da Gesù ed essi rispondono alla chiamata con generosità lasciando immantinente lavoro, beni, affetti... La dedizione immediata di questi apostoli è ben messa in evidenza dal Vangelo: Simone e Andrea subito lasciarono le reti e seguirono il Maestro, allo stesso modo, Giacomo e Giovanni subito lasciarono la barca e il padre andando dietro al giovane Rabbi.
A differenza dei discepoli ebrei che sceglievano i loro maestri, qui è Gesù a scegliere quelli che vuole che lo seguano. C’è una forza e un’autorità misteriosa in lui se basta questo semplice invito a seguirlo per ottenere da parte dei discepoli una risposta così pronta, accompagnata da un’altrettanto immediata rinuncia a tutto (cfr. anche Mc 1,16-20).
Dio «passa e chiama. Se non gli rispondi immediatamente, può proseguire il cammino e allontanarsi da noi. Il passo di Dio è rapido; sarebbe triste se restassimo indietro, attaccati a molte cose che sono di peso e d’impaccio» (Bibbia di Navarra).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 4,18-22
 
In quel tempo, mentre camminava lungo il mare di Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
 
Parola del Signore.
  
La chiamata di Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello avviene lungo il mare di Galilea: altro nome del lago di Genesaret (o Tiberiade), situato nella parte settentrionale della valle del Giordano.
Simone, chiamato Pietro. Il nome di Pietro, qui anticipato, sarà dato a Simone da Gesù in occasione della sua “confessione” (Cf. Mt 16,18). Nel mondo antico, soprattutto nella mentalità biblica, v’era la tendenza di trovare sempre un significato funzionale ai nomi delle persone o anche delle cose. Imporre il nome o cambiare il nome stava ad indicare il potere di potere di chi prendeva tale iniziativa. Adamo che era stato posto nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse (Gen 2,15), impone nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, segno indubbio di esercizio di sovranità (Gen 2,19-20), Abram da Dio sarà chiamato Abraham, per significare che tutti i popoli saranno benedetti in lui, loro padre (Gen 17,5). Giacobbe sarà chiamato Israele, perché ha lottato con Dio (Gen 48,20), così Simone sarà chiamato Pietro perché sarà la pietra sulla quale Gesù edificherà e renderà salda la sua Chiesa (Mt 16,18).
Andrea suo fratello. Dapprima discepolo di Giovanni il Battista, segue, su sua chiamata, Gesù, e fa parte dei discepoli più intimi di Gesù. Secondo Giovanni (1,35-40) è Andrea a condurre suo fratello Simone da Gesù. Secondo storico Eusebio di Cesarea (ca. 265-340) scrive che Andrea predicò il Vangelo in Asia Minore e nella Russia meridionale. Poi, passato in Grecia, guidò i cristiani di Patrasso. E qui subì il martirio per crocifissione.
E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». L’immagine usata dall’evangelista Matteo per indicare la futura missione degli Apostoli si radica nelle credenze del tempo. Era sentire comune credere che il mare fosse il regno delle potenze infernali, trarre fuori gli uomini dal mare assumeva quindi il significato profondo di liberare gli uomini dal peccato; liberare gli uomini dal potere di Satana sarà appunto la missione specifica degli Apostoli prima, della Chiesa dopo. Per Angelico Poppi si “tratta di una immagine del linguaggio escatologico, connessa con l’opera e la funzione di Gesù quale giudice universale [cf. Ez 47,1-12]. Come i pescatori «raccolgono» i pesci, così i discepoli sono associati all’attività di Gesù per la raccolta escatologica degli uomini [(cf. A Sand, p. 118]” (I Quattro Vangeli, Commento Sinottico).
Nella chiamata di Simone e Andrea, suo fratello, vi è una novità sorprendente: infatti, a differenza «dei discepoli dei maestri ebrei che scelgono il loro maestro, qui è Gesù che sceglie quelli che vuole che lo seguano. C’è una forza e un’autorità misteriosa in lui se basta questo semplice invito a seguirlo per ottenere da parte dei discepoli una risposta pronta e l’altrettanto immediata rinuncia a tutto [Cf. Anche Mc 1,16-20]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli, Ed. Paoline).
La scuola di Gesù non vuole trasmettere nozioni o scibile umano, ma vuole creare una comunione di vita tra il Maestro e i discepoli: «Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui» (Mc 3,13; Cf. Gv 1,39).
 
Xavier Leon-Dufour: Fin dall’inizio della sua vita pubblica Gesù volle moltiplicare la sua presenza e diffondere il suo messaggio per mezzo di uomini che fossero altri se stesso. Chiama i quattro primi discepoli perchè siano pescatori d’uomini (Mt 4, 18-22 par.); ne sceglie dodici perchè siano «con lui» e perché, come lui, annuncino il vangelo e scaccino i demoni ( Mc 3, 14 par. ); li manda in missione a parlare in suo nome (Mc 6, 6-13 par.), muniti della sua autorità: «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10, 40 par.); sono incaricati di distribuire i pani moltiplicati nel deserto (Mt 14, 19 par), ricevono un’autorità speciale sulla comunità che devono dirigere (Mt 16, 18; 18, 18). In una parola, essi costituiscono i fondamenti del nuovo Israele, di cui saranno i giudici nell’ultimo giorno (Mt 19, 28 par.); ed è questo che il numero 12 del collegio apostolico simboleggia. Ad essi il risorto, sempre presente con essi sino alla fine dei secoli, dà l’incarico di ammaestrare e di battezzare tutte le nazioni (Mt 28, 18 ss). L’elezione di un dodicesimo apostolo in sostituzione di Giuda appare quindi indispensabile perché la figura del nuovo Israele si ritrovi nella Chiesa nascente (Atti 1, 15-26). Essi dovranno essere i testimoni di Cristo, cioè attestare che il Cristo risorto è quel medesimo Gesù con il quale sono vissuti (1, 8. 21); testimonianza unica che conferisce al loro apostolato (inteso qui nel senso più stretto del termine) un carattere unico. I Dodici sono per sempre il fondamento della Chiesa: «Il muro della città poggia su dodici basamenti che portano ciascuno il nome di uno dei dodici apostoli dell’ agnello» ( Apoc 21, 14).
 
Pescatori di uomini: “Prima di dire a fare alcunché, Cristo chiama gli apostoli, affinché nulla resti loro nascosto delle sue parole e delle sue opere, sicché in seguito con fiducia possano dire: Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto a ascoltato [At 4,20]. Li osserva non nel corpo ma nello spirito, non guardando al loro aspetto esteriore ma ai loro cuori. E li sceglie non perché fossero apostoli ma perché potevano divenire apostoli. Come l’artigiano, se ha visto delle pietre preziose ma non tagliate, le sceglie non per quello che sono ma per ciò che possono divenire, perché essendo pratico nella sua arte, non disdegna un bene pur rozzo, allo stesso modo il Signore, vedendoli, non sceglie le loro opere ma i loro cuori” (Anonimo, Opera incompleta su Matteo, omelia 7).
 
Il Santo del Giorno - 30 Novembre 2024 - Sant’Andrea, Apostolo - Martin Bocian: Andrea (greco “virile”) Secondo il vangelo di Marco, Andrea e Pietro sono chiamati a diventare discepoli di Gesù insieme, subito dopo Giacomo e Giovanni.
Secondo l’ evangelista Giovanni, Andrea è un discepolo di Giovanni Battista nel deserto della Giudea, è testimone del battesimo di Gesù e riconosce in lui il Messia ascoltando quanto afferma il Battista: «Ecco, l’agnello di Dio!» (Gv 1,35-42). In una casa dei due fratelli a Cafarnao, attestata da scavi recenti, Gesù guarisce dalla febbre la suocera di Pietro.
Secondo il vangelo di Marco, soltanto con i primi discepoli da lui chiamati, Gesù parla della sua visione del giudizio finale e del tempo finale (Mc 13). A quanto pare, tra i discepoli Andrea aveva incarichi organizzativi.
E lui che, per «sfamare i cinquemila» trova il ragazzo con cinque pani d’orzo e due pesci, «ma - osserva poi - che cos’è questo per tanta gente?» (Gv 6, 8 s.). Insieme a Filippo, Andrea introduce a Gesù alcuni greci, appena giunti a Gerusalemme per la Pasqua. Dopo questa scena, nel NT non si parla più di Andrea. Negli elenchi più antichi dei dodici apostoli, il suo nome è al seconde o al quarto posto.
Secondo la Storia della Chiesa di Eusebio di Cesarea (263 ca.-339 ca.), ancora verso il 130 d. C. Papia di Gerapoli scrive di Andrea. Del suo destino dopo la morte di Gesù si parla negli apocrifi Acta Andreae, che Eusebio menziona in un altro passo. Secondo questo libro l’apostolo predica il vangelo agli Sciti (una tribù della Tessaglia meridionale). Dopo numerosi miracoli e conversioni nell’ Acaia, anche la moglie di Egea, il governatore romano di Patras, si converte al cristianesimo grazie ad Andrea. Perciò nel 60 d.C. Egea fa crocifiggere Andrea. Una tradizione più tarda afferma che questa croce era formata da due pali incrociati in forma di x. Di qui l’espressione “croce di S. Andrea” per indicare la croce diagonale. Una rielaborazione copta del sec. II aggiunge ad un estratto di questi atti un miracolo particolare: Andrea guarisce un soldato liberandolo dalla possessione di un demone che ha gettato il malato a terra con schiuma alla bocca. Andrea è patrono della Russia.
 
La comunione al tuo sacramento, o Signore,
ci fortifichi, perché, portando in noi i patimenti di Cristo
sull’esempio del santo apostolo Andrea,
possiamo vivere con lui nella gloria.
Per Cristo nostro Signore.
 
 29 Novembre 2024
 
Venerdì XXXIV Settimana T. O.
 
Ap 20,1-4.11-21,2; Salmo Responsoriale Dal Salmo 83 (84); Lc 21,29-33
 
Colletta
Ridesta, o Signore, la volontà dei tuoi fedeli,
perché, collaborando con impegno alla tua opera di salvezza,
ottengano in misura sempre più abbondante
i doni della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
... come una sposa adorna: Lumen Gentium 6: La Chiesa, chiamata «Gerusalemme celeste» e «madre nostra» (Gal 4,26; cfr. Ap 12,17), viene pure descritta come l’immacolata sposa dell’Agnello immacolato (cfr. Ap 19,7; 21,2 e 9; 22,17), sposa che Cristo «ha amato.. . e per essa ha dato se stesso, al fine di santificarla» (Ef 5,26), che si è associata con patto indissolubile ed incessantemente «nutre e cura» (Ef 5,29), che dopo averla purificata, volle a sé congiunta e soggetta nell’amore e nella fedeltà (cfr. Ef 5,24), e che, infine, ha riempito per sempre di grazie celesti, onde potessimo capire la carità di Dio e di Cristo verso di noi, carità che sorpassa ogni conoscenza (cfr. Ef 3,19). Ma mentre la Chiesa compie su questa terra il suo pellegrinaggio lontana dal Signore (cfr. 2Cor 5,6), è come un esule, e cerca e pensa alle cose di lassù, dove Cristo siede alla destra di Dio, dove la vita della Chiesa è nascosta con Cristo in Dio, fino a che col suo sposo comparirà rivestita di gloria (cfr. Col 3,1-4).
 
I Lettura: Dio è il costruttore della nuova Gerusalemme. Dopo il giudizio Giovanni vede un cielo nuovo e una terra nuova e la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Inizia l’era della beatitudine, della gioia senza fine, ora si è compiuta la volontà salvifica del Padre.
 
Vangelo
Quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino.
 
Gesù invita gli uomini a vigilare e vigilare significa non avere il cuore appesantito. Vigilare significa essere attenti ai segni dei tempi. Occorre vigilare perché la venuta del Giudice divino, anche se sarà preceduta da segni premonitori, avverrà all’improvviso. Ciò che conta, dunque, è stare attenti a non lasciarsi sorprendere dal sonno della insipienza.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 21,29-33
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».
 
Parola del Signore
 
La similitudine del fico vuole insegnare all’uomo ad essere più accorto, a saper leggere i segni dei tempi: «Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12,56-57).
È un invito alla vigilanza, lo stesso invito che Gesù rivolgerà a Pietro, a Giacomo e a Giovanni nell’orto del Getsemani (cf. Mc 14,34.37.38).
Questi eventi sono così vicini che «non passerà questa generazione prima che tutto avvenga». Queste parole di Gesù, che dai più vengono riferite alla distruzione del tempio di Gerusalemme, si realizzeranno alla lettera appena quarant’anni dopo questo annuncio quando le truppe romane raderanno al suolo la città santa.
Già era stato detto che i discepoli sembravano rapiti dalla magnificenza del tempio fatto erigere dal re Erode il Grande (cf. Mc 13,1).
Eppure tanta bellezza era ormai segnata dalla rovina: «Non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta» (Mc 13,2). Nel 70, dopo la rivolta del 66, le legioni romane al comando di Tito distruggeranno il tempio e con esso cadrà in rovina Gerusalemme e i suoi abitanti saranno deportati. La profezia evangelica si realizzerà alla lettera: tutto venne portato via, anche le pietre, e a tutt’oggi non troviamo nulla che ricordi la grandezza della magnifica costruzione erodiana a parte un muro di contenimento della spianata del tempio, il famoso ‘muro del pianto’.
Alla fine del mondo si sovrappone l’annuncio della distruzione del tempio di Gerusalemme: i due eventi si mescolano perché la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio per un giudeo non poteva non essere figura della fine del mondo.
L’affermazione - Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno - ribadisce l’evidente eternità e immutabilità divina della Parola di Dio (cf. Is 51,6): «Le parole di Cristo, che traggono origine dall’eternità, possiedono tale forza e tale potere da durare per sempre» (Sant’Ilario).
Nessuno conosce il giorno e l’ora quando si scateneranno questi eventi, neppure il Figlio (Mc 13,32).
Se nessuno conosce quel giorno, non sta a noi indagare, la parola di Gesù è un incipit a ben investigare i segni dei tempi.
 
Il cielo e la terra passeranno...: Benedetto XVI (Omelia, 15 Novembre 2009): L’espressione “il cielo e la terra” è frequente nella Bibbia per indicare tutto l’universo, il cosmo intero. Gesù dichiara che tutto ciò è destinato a “passare”. Non solo la terra, ma anche il cielo, che qui è inteso appunto in senso cosmico, non come sinonimo di Dio. La Sacra Scrittura non conosce ambiguità: tutto il creato è segnato dalla finitudine, compresi gli elementi divinizzati dalle antiche mitologie: non c’è nessuna confusione tra il creato e il Creatore, ma una differenza netta. Con tale chiara distinzione, Gesù afferma che le sue parole “non passeranno”, cioè stanno dalla parte di Dio e perciò sono eterne. Pur pronunciate nella concretezza della sua esistenza terrena, esse sono parole profetiche per eccellenza, come afferma in un altro luogo Gesù rivolgendosi al Padre celeste: “Le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato” (Gv 17,8). In una celebre parabola, Cristo si paragona al seminatore e spiega che il seme è la Parola (cfr. Mc 4,14): coloro che l’ascoltano, l’accolgono e portano frutto (cfr. Mc 4,20) fanno parte del Regno di Dio, cioè vivono sotto la sua signoria; rimangono nel mondo, ma non sono più del mondo; portano in sé un germe di eternità, un principio di trasformazione che si manifesta già ora in una vita buona, animata dalla carità, e alla fine produrrà la risurrezione della carne. Ecco la potenza della Parola di Cristo.
 
È vicino - A parte i santi, i beati e i servi di Dio, la vigilanza non è più pane quotidiano per molti credenti (cfr. Sap 2,6-7; Is 22,13; 1Cor 15,32). Eppure il Vangelo è zeppo di quei moniti che invitano l’uomo a saper leggere i segni dei tempi e ad essere vigilanti (cfr. Mt 25,13; Mc 13,33-34; Lc 12,37). Anche Paolo ritorna spesso sul tema della vigilanza: «... il giorno del Signore verrà come un ladro nella notte... Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri» (1Ts 5,2.6). Una saggia esortazione da mettere urgentemente in atto perché due eventi ineluttabili incombono sull’uomo: la morte e la fine del mondo. Due eventi lontani nel tempo l’uno dall’altro, ma che coincidono perfettamente tra loro perché con la morte si va già incontro al giudizio e il giudizio di Dio, alla fine del mondo, ratificherà la sentenza emanata nel giorno della fine dell’esistenza. Se poi si è miscredenti e non si vuol credere al giudizio universale, resta come verità inoppugnabile la morte dell’uomo e sarebbe da stolti credere che all’uomo spetti lo stesso destino delle bestie (Qo 3,18-22). Anche se non conosciamo il tempo né l’ora della fine del mondo, già «è arrivata a noi l’ultima fase dei tempi [cfr. 1Cor 10,11]. La rinnovazione del mondo è irrevocabilmente acquisita e in certo modo reale è anticipata in questo mondo: difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di vera santità, anche se imperfetta. Tuttavia, fino a che non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora [cfr. 2Pt 3,13], la Chiesa peregrinante nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all’età presente, porta la figura fugace di questo mondo; essa vive tra le creature, le quali ancora gemono, sono nel travaglio del parto e sospirano la manifestazione dei figli di Dio [cfr. Rom 8,19-22]» (LG 48). Da qui l’imperativo a vegliare perché non sappiamo in quale giorno il Signore verrà (Mt 24,42), di indossare l’armatura di Dio per potere star saldi contro gli agguati del diavolo e resistergli nel giorno malvagio (cfr. Ef 6,11-13) e di sforzarsi di essere in tutto graditi al Signore (cf. 2Cor 5,9). Proprio perché non conosciamo il giorno né l’ora, «bisogna che, seguendo l’avvertimento del Signore, vegliamo assiduamente, per meritare, finito il corso irrepetibile della nostra vita terrena [cfr. Eb 9,27], di entrare con lui al banchetto nuziale ed essere annoverati fra i beati [cfr. Mt 25,31-46], e non ci venga comandato, come a servi cattivi e pigri [cfr. Mt 25,26], di andare al fuoco eterno [cfr. Mt 25,41], nelle tenebre esteriori dove “ci sarà pianto e stridore dei denti” [Mt 22,13 e 25,30]. Prima infatti di regnare con Cristo glorioso, noi tutti compariremo “davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno il salario della sua vita mortale, secondo quel che avrà fatto di bene o di male” [2Cor 5,10], e alla fine del mondo “usciranno dalla tomba, chi ha operato il bene a risurrezione di vita, e chi ha operato il male a risurrezione di condanna” [Gv 5,29]» (LG 48).
 
La pianta di fico è un segno di fede e un segno di incredulità: «Perciò, qui, la figura del fico ha due aspetti: sia quando la durezza comincia a diventar tenera, sia quando i peccati sono rigogliosi. A causa della fede dei credenti ciò che prima era inaridito si metterà a fiorire, e a causa dell’ attrattiva provocante dei peccati, i peccatori si glorieranno. Là c’è il frutto della fede, qui la petulanza sfrenata dell’incredulità. La cura che ne ha l’agricoltore del Vangelo mi dà la garanzia che il fico fruttificherà (cfr. Lc 13,9). Non dobbiamo perderei d’animo, se i peccatori si sono coperti di foglie di fico come di una veste ingannatrice, per nascondere la loro coscienza: le foglie, quando non han frutti, sono sospette. Tali sono le vesti di coloro che furono banditi da Paradiso.» (Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca,10,45).
 
Il Santo del Giorno - 29 Novembre 2024 - San Francesco Antonio Fasani. Padre e apostolo per la Capitanata, testimone di speranza per gli ultimi - Fare della propria terra un “giardino della Parola”, dove è l’amore di Dio a sostenere i rapporti tra le persone ed è la speranza cristiana a indicare l’orizzonte a chi ha responsabilità di governo. Questa missione universale di tutti i battezzati fu vissuta in maniera particolare da san Francesco Antonio Fasani, che è ricordato proprio per aver amato la propria terra, la Capitanata, e averla girata in lungo e in largo per portare la Parola di Dio e un seme di speranza agli ultimi. Nato il 6 agosto 1681 a Lucera, Fasani era entrato tra i Minori Conventuali nella sua città natale e aveva compiuto il noviziato a Monte Sant’Angelo sul Gargano dove emise la professione il 23 agosto 1696. Inviato ad Assisi nel 1703, fu ordinato sacerdote due anni dopo per poi spostarsi a Roma nel collegio di San Bonaventura. Nel 1707 rientrò a Lucera e venne eletto ministro provinciale, dedicandosi a un intenso apostolato in tutta la Capitanata. Curava in maniera particolare la devozione alla Vergine e teneva un “registro” dei poveri per poter assisterli meglio nelle loro necessità. Un’attenzione particolare, inoltre, la riservava anche all’accompagnamento dei condannati a morte nelle loro ultime ore di vita. Morì il 29 novembre 1742 e ancora oggi la sua tomba, nella chiesa di San Francesco a Lucera, è meta di pellegrinaggio de tanti devoti. È stato proclamato beato il 15 aprile 1951 da Pio XII ed è stato canonizzato da Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986. (Avvenire)
 
Dio onnipotente,
che ci dai la gioia di partecipare ai divini misteri,
non permettere che ci separiamo mai da te,
fonte di ogni bene.
Per Cristo nostro Signore.
 
 28 Novembre 2024
 
Giovedì XXXIV Settimana T. O.
 
Ap 18,1-2.21-213; 19,1-3.9a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 99 (100); Lc 21,20-28
 
Colletta
Ridesta, o Signore, la volontà dei tuoi fedeli,
perché, collaborando con impegno alla tua opera di salvezza,
ottengano in misura sempre più abbondante
i doni della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Papa Francesco (Angelus 2 Dicembre 2018): Stare svegli e pregare. Il sonno interiore nasce dal girare sempre attorno a noi stessi e dal restare bloccati nel chiuso della propria vita coi suoi problemi, le sue gioie e i suoi dolori, ma sempre girare intorno a noi stessi. E questo stanca, questo annoia, questo chiude alla speranza. […]
«Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (v. 28), ammonisce il Vangelo di Luca. Si tratta di alzarsi e pregare, rivolgendo i nostri pensieri e il nostro cuore a Gesù che sta per venire. Ci si alza quando si attende qualcosa o qualcuno. Noi attendiamo Gesù, lo vogliamo attendere nella preghiera, che è strettamente legata alla vigilanza. Pregare, attendere Gesù, aprirsi agli altri, essere svegli, non chiusi in noi stessi.
 
I Lettura: La rovina di Babilonia, la Roma imperiale, sede del potere e del piacere, è una pagina piena di speranza: agli occhi dei cristiani perseguitati di tutti i tempi, ogni organizzazione di potere, statale e non, ostile a Dio, sembra diventare smisuratamente invincibile e invulnerabile. Eppure quella potenza avversaria è destinata al crollo. A questa visione drammatica segue il canto dei salvati, un inno di lode a Dio, perché sono veri e giusti i suoi giudizi.
 
Vangelo
Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti.
 
Il Figlio dell’uomo verrà su una nube con grande potenza e gloria. La sua venuta è certa. Lo «si vedrà con i propri occhi. Nessuno potrà sottrarsi a tale evento. E tutti coloro che lo vedranno, comprenderanno chiaramente che è proprio lui. [...] Gesù non verrà più nella debolezza della sua figura terrena, ma in tutta la grandezza e lo splendore della sua glorificazione» (A. Stoger).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 21,20-28
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano verso i monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli che stanno in campagna non tornino in città; quelli infatti saranno giorni di vendetta, affinché tutto ciò che è stato scritto si compia. In quei giorni guai alle donne che sono incinte e a quelle che allattano, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti.
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra.
Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
 
Parola del Signore.
 
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle e sulla terra angoscia di popoli... Il genere letterario qui adoperato dall’evangelista è quello apocalittico corrente nell’ambiente semitico (Cf Is 13,9-10; 34,4; Ger 4,23-26; Ez 32,7s; Am 8,9; Mi 1,3-4; Gl 2,10; 3,4; 4,15).
Il Figlio dell’uomo verrà con grande potenza e gloria, tutti lo vedranno e sarà un evento di liberazione per i credenti e di condanna per gli empi.
Anche se Luca tralascia il giudizio universale (Cf. Mt 25,31-46), il giudizio di condanna degli empi è implicito nel racconto. Solo chi avrà perseverato nella fede si salverà (Cf Lc 21,19).
Mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra, i «cristiani non dovranno spaventarsi per gli sconvolgimenti cosmici finali, ma dopo tante sofferenze, persecuzioni e oppressioni che li hanno schiacciati, potranno finalmente drizzarsi e alzare con sicurezza le loro teste, essendo quello “il segnale della realizzazione della loro speranza”» (Angelico Poppi).
Dal testo lucano si evincono due riflessioni.
Innanzi tutto, la liberazione, inaugurata sul monte Calvario e già garantita dal dono dello Spirito, raggiungerà il suo compimento soltanto nella parusia, con la liberazione dalla morte mediante la resurrezione dei corpi (Cf Rm 8,23). Non vi sono quindi paradisi terreni. Infine, prima «della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il pellegrinaggio sulla terra, svelerà il “Mistero di iniquità” sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè del pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del Messia venuto nella carne» (Catechismo della Chiesa Cattolica 675).
Dunque, il «Regno non si compirà attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male che farà discendere dal cielo la sua Sposa. Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell’ultimo Giudizio dopo l’ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa» (Catechismo della Chiesa Cattolica 677).
A differenza degli empi che non «conoscono i segreti di Dio; non sperano salario per la santità né credono alla ricompensa delle anime pure» (Sap 2,22-23), i credenti, che attendono la venuta del loro Redentore e Signore, perché abbiano la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo, devono essere perseveranti nella preghiera e vegliare in essa (Cf Col 4,2). In questa ottica, la vigilanza cristiana suppone «una solida speranza ed esige una costante presenza di spirito che prende il nome di “sobrietà” [1Ts 5,6-8; 1Pt 5,8; Cf 1Pt 1,13; 4,7]» (Bibbia di Gerusalemme, 1974). Ottemperando queste regole, l’attesa cristiana si impasta di gioia e di serenità.
 
Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti… - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): L’evangelista, in sintonia con la tradizione ecclesiale primitiva, considera la distruzione di Gerusalemme come castigo di Dio per il rifiuto del Messia. I pagani «divengono strumento del giudizio punitivo di Dio» (Ernst, II, p. 779); essi profanano il tempio con la loro presenza, segnando l’inizio di una nuova epoca della storia, «il tempo delle nazioni» (v. 24), che saranno aggregate alla comunità messianica, fondata da Cristo. Le nella sua rielaborazione non elimina la prospettiva escatologica del ritorno del Signore, ma lo distingue più chiaramente dalla distruzione di Gerusalemme, un avvenimento ormai appartenente alla storia passata. L’impronta apocalittica giudaica del testo marciano risulta profondamente trasformata in funzione del cammino storico della chiesa. «Da apocalittico, il discorso si fa parenetico: Gesù non comunica qualche segreto ad eletti sulla fine dei tempi, ma esorta i discepoli a vivere eventi e prove con fedeltà e nella vigilanza» (Rosse, p. 790). Luca riafferma che anche Gesù ignora il giorno della parusia, ma insiste sulla necessità della vigilanza perseverante per tale evento, che è decisivo per la salvezza di ciascuno. Nonostante la dura lezione storica della caduta di Gerusalemme, l’evangelista lungi dal conferire un tono minaccioso al discorso, incoraggia i credenti a perseverare nelle tribolazioni, che rientrano come componente inevitabile della sequela del Messia crocifisso, per essere conformati alle sue sofferenze e resi partecipi della sua gloria. «La sua parenesi è evidentemente legata a una Cristologia, a una immagine di Gesù, Figlio dell’uomo, considerato più nella sua funzione di Salvatore che nell’esercizio della funzione temibile di giudice supremo» (Dupont, le trois…, p. 142).
 
2. La vostra liberazione è vicina - Basilio Caballero: Il vangelo termina con un grido di consolazione e di speranza: « Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina ». Non sono la distruzione e la morte ad avere l’ultima parola, ma la liberazione e la vita, perché Cristo risorto è il Signore del cosmo, della storia e dell’umanità. Qui lo stile apocalittico raggiunge il suo obiettivo.
Ogni tappa dell’evangelizzazione del mondo e dell’umanizzazione del pianeta Terra, ogni conversione personale del cuore, ogni uomo e ogni donna che si aprono all’azione dello Spirito di Cristo risorto, ogni vittoria dello spirito sulla carne e dell’amore sull’egoismo, ogni eucaristia celebrata in comunione fraterna, sono un tratto di strada nel cammino della storia verso la venuta gloriosa di Cristo. Si va così accelerando l’ora della nostra liberazione definitiva.
In questo grido di speranza c’è senza dubbio una risposta all’aspettativa radicale dell’uomo di tutti i tempi e del cristiano attuale, il quale si chiede che fare in quest’ora del mondo. A questa inquietudine è stato risposto in molti modi; ma abbiamo bisogno di una risposta che non inganni, perché la speranza costituisce un elemento fondamentale della nostra struttura personale e psicologica. L’uomo è un essere che spera, e solo sperando può sopravvivere.
Ebbene, c’è solo una risposta che non inganna, una pietra angolare sulla quale si può costruire l’edificio della liberazione umana: Gesù Cristo. Nessun altro ci può liberare, né sotto il cielo né sopra la terra c’è un altro nome, un’altra persona, che possa salvarci e di cui possiamo fidarci a fondo perduto (cfr. At 4,11ss). Perciò facciamoci coraggio; la nostra liberazione è vicina; anzi, è già realtà presente e non solo una promessa per l’aldilà.
 
Sii benedetto, Padre nostro! Tu hai fondato
la speranza della nostra liberazione in Gesù Cristo,
Signore della storia, del cosmo e dell’umanità.
È lui la pietra angolare di tutto l’edificio,
è lui l’unico che non inganna e che ci salva veramente.
Per questo, Signore, non sono la distruzione e la morte
che prevarranno alla fine, ma la vita e la liberazione.
Sotto l’impulso del tuo Spirito, signore e datore di vita,
concedici di accelerare la venuta di Cristo e del tuo regno
facendo diventare realtà la sua liberazione con una risposta
di conversione al tuo vangelo e all’amore dei fratelli.
 
Bonaventura (Sermones dominacales, 2, 2 e 7): Quando tali avvenimenti cominceranno a manifestarsi, alzate la testa...: cioè il pensiero, perché come il capo governa tutte le altre membra del corpo, così il pensiero (o spirito) indica la parte superiore della ragione che governa su tutte le facoltà dell’anima... Levate dunque prima il vostro pensiero alla sapienza del Figlio, per non venire allontanati dalla vera fede con l’inganno dei falsi miracoli... sollevatelo poi anche alla clemenza dello Spirito Santo per non venire strappati dalla ferma speranza per le troppe sofferenze.
 
Il santo del Giorno - 28 Novembre 2024 - San Giacomo della Marca: La fede può anche muovere l’economia, valorizzando i talenti di tutti e la dignità di ogni essere umano, costruendo così una società basata su solidarietà e giustizia. Ce lo ricorda la storia di san Giacomo della Marca, frate minore, predicatore e ideatore dei Monti di Pietà, creati per consentire l’accesso al credito a interessi minimi anche a chi si trovava in difficoltà. Era nato a Monteprandone (Ascoli Piceno) nel 1394 e a 22 anni aveva ricevuto il saio francescano da san Bernardino da Siena. Seguendo l’esempio del maestro, si dedicò alla predicazione in Italia, Polonia, Boemia, Bosnia e Ungheria. S’impegnò anche nella lotta contro le piaghe sociali dell’usura, dell’azzardo, della bestemmia e della superstizione. Debilitato dall’intensità con cui viveva l’impegno dell’apostolato, morì a Napoli nel 1476. (Matteo Liut)
 
Nutriti dell’unico pane
nella memoria dei santi martiri [vietnamiti],
ti supplichiamo, o Signore:
fa’ che rimaniamo unanimi nel tuo amore
per conseguire il premio eterno riservato a chi soffre per la fede.
Per Cristo nostro Signore.