1 Agosto 2024
 
Sant’Alfonso Maria De Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa
 
Ger 18,1-6; Salmo responsoriale Dal Salmo 145 (146); Mt 13,47-53
 
Colletta
O Dio, che fai sorgere nella tua Chiesa
forme sempre nuove di santità,
fa’ che imitiamo l’ardore apostolico
del santo vescovo Alfonso Maria [de’ Liguori],
per ricevere la sua stessa ricompensa nei cieli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 11 Marzo 2011): Insieme alle opere di teologia, sant’Alfonso compose moltissimi altri scritti, destinati alla formazione religiosa del popolo. Lo stile è semplice e piacevole. Lette e tradotte in numerose lingue, le opere di sant’Alfonso hanno contribuito a plasmare la spiritualità popolare degli ultimi due secoli. Alcune di esse sono testi da leggere con grande profitto ancor oggi, come Le Massime eterne, Le glorie di Maria, La pratica d’amare Gesù Cristo, opera – quest’ultima – che rappresenta la sintesi del suo pensiero e il suo capolavoro. Egli insiste molto sulla necessità della preghiera, che consente di aprirsi alla Grazia divina per compiere quotidianamente la volontà di Dio e conseguire la propria santificazione. Riguardo alla preghiera egli scrive: “Dio non nega ad alcuno la grazia della preghiera, con la quale si ottiene l’aiuto a vincere ogni concupiscenza e ogni tentazione. E dico, e replico e replicherò sempre, sino a che avrò vita, che tutta la nostra salvezza sta nel pregare”. Di qui il suo famoso assioma: “Chi prega si salva” (Del gran mezzo della preghiera e opuscoli affini. Opere ascetiche II, Roma 1962, p. 171). Mi torna in mente, a questo proposito, l’esortazione del mio predecessore, il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II: “Le nostre comunità cristiane devono diventare «scuole di preghiera» ... Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi un punto qualificante di ogni programmazione pastorale” (Lett. ap. Novo Millennio ineunte, 33,34).
Tra le forme di preghiera consigliate fervidamente da sant’Alfonso spicca la visita al Santissimo Sacramento o, come diremmo oggi, l’adorazione, breve o prolungata, personale o comunitaria, dinanzi all’Eucaristia.
“Certamente – scrive Alfonso – fra tutte le devozioni questa di adorare Gesù sacramentato è la prima dopo i sacramenti, la più cara a Dio e la più utile a noi... Oh, che bella delizia starsene avanti ad un altare con fede... e presentargli i propri bisogni, come fa un amico a un altro amico con cui si abbia tutta la confidenza!” (Visite al SS. Sacramento ed a Maria SS. per ciascun giorno del mese. Introduzione). La spiritualità alfonsiana è infatti eminentemente cristologica, centrata su Cristo e il Suo Vangelo. La meditazione del mistero dell’Incarnazione e della Passione del Signore sono frequentemente oggetto della sua predicazione. In questi eventi, infatti, la Redenzione viene offerta a tutti gli uomini “copiosamente”. E proprio perché cristologica, la pietà alfonsiana è anche squisitamente mariana. Devotissimo di Maria, egli ne illustra il ruolo nella storia della salvezza: socia della Redenzione e Mediatrice di grazia, Madre, Avvocata e Regina. Inoltre, sant’Alfonso afferma che la devozione a Maria ci sarà di grande conforto nel momento della nostra morte. Egli era convinto che la meditazione sul nostro destino eterno, sulla nostra chiamata a partecipare per sempre alla beatitudine di Dio, come pure sulla tragica possibilità della dannazione, contribuisce a vivere con serenità ed impegno, e ad affrontare la realtà della morte conservando sempre piena fiducia nella bontà di Dio.
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori è un esempio di pastore zelante, che ha conquistato le anime predicando il Vangelo e amministrando i Sacramenti, unito ad un modo di agire improntato a una soave e mite bontà, che nasceva dall’intenso rapporto con Dio, che è la Bontà infinita. Ha avuto una visione realisticamente ottimista delle risorse di bene che il Signore dona ad ogni uomo e ha dato importanza agli affetti e ai sentimenti del cuore, oltre che alla mente, per poter amare Dio e il prossimo.
 
I Lettura - Come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani - Epifanio Gallego: Passeggiando al sud della città, Geremia entra nella bottega del vasaio. Discorre, osserva e, a un certo momento, si meraviglia dell’affetto del vasaio per l’argilla che va modellando con le sue mani. Se un oggetto gli riesce male, non lo butta via, ma lo modella nuovamente fino a che noti abbia fatto qualcosa che gli piace.
Ossessionato come era per la salvezza del suo popolo, egli ha compreso il valore significativo di quello che i suoi occhi contemplano. Si alza e va a dire al suo popolo ostinato quello che, secondo la sua coscienza, Dio gli ha rivelato. È cosa frequente, nei profeti, interpretare questi avvenimenti comuni come visioni divine. Sono insegnamenti preziosi e significativi per comprendere come, nel profeta, l’ispirazione diveniva vita.
La visione trascendente che Geremia ebbe da quella visita al vasaio era chiaroveggente. Yahveh e il suo popolo avevano lo stesso ruolo che avevano il vasaio e l’argilla. D’altra parte, quell’immagine non era del tutto nuova: la tradizione aveva sempre visto Yahveh nell’atto di creare l’uomo di argilla, esattamente come un vasaio. I popoli vicini, nelle loro letterature mitologiche, avevano la stessa immagine in riferimento alla creazione.
La cosa realmente nuova in Geremia è che quello che Dio ha fatto e gli è riuscito male è il suo popolo. Il destino di Giuda e d’Israele è nelle sue mani: può farne quello che gli pare meglio. Anche Isaia e Paolo si servono di questa immagine per far vedere l’onnipotenza di Dio nei confronti dell’uomo, che è un nulla, un pugno di argilla nelle sue mani.
La ribellione storica a Yahveh di Giuda che corre dietro ad altri dèi e ad altri popoli è un controsenso, un non-senso. Geremia lo dimostra chiaramente al suo popolo. Gli israeliti devono mettersi nelle mani di Yahveh e del suo profeta con la stessa docilità con cui l’argilla si mette nelle mani del vasaio. Yahveh potrà rifarli, schiacciarli, ma mai annichilirli: nei suoi disegni d’amore, egli, come il vasaio, cerca solo di creare un oggetto del quale possa andare orgoglioso. Sul fondo, si sentono le sventure che il popolo sta attraversando e persino la situazione dell’esilio. Essi hanno bisogno di fede, di credere tutto quello che è necessario in quest’opera di rimodellamento purificatore fino a che Dio abbia fatto della sua opera un popolo santo.
L’immagine non va oltre. Scendere ai particolari, contrapporre l’inerzia dell’argilla alla libertà dell’uomo o il possibile capriccio del vasaio all’indefettibile e giusta volontà divina sarebbe voler dire quello che né il profeta né Dio intesero insegnarci.
 
Vangelo
Raccolgono i buoni nei canestri e buttano via i cattivi.
 
La parabola della rete, simile alla parabola della zizzania, rimanda il lettore al giudizio finale quando i buoni saranno separati dai cattivi: i primi entreranno nel regno di Dio, i reprobi andranno «nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (Mt 25,31-46). Se è vero che nella fase terrena del regno i cattivi si mescoleranno ai buoni, la zizzania al grano, è anche vero che alla fine dei tempi tutti dovremo comparire «davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male» (2Cor 5,10).
Il detto, che conclude il racconto evangelico, è da applicare ai responsabili delle comunità. Lo scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è colui che conosce sia l’insegnamento di Gesù, il nuovo, sia la Thorà, l’antico, interpretati e completati dal nuovo.
In questo modo, non si abolisce l’insegnamento degli scribi, un patrimonio pur sempre prezioso, ma è la fede in Cristo a dargli una ricchezza nuova.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,47-53

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Terminate queste parabole, Gesù partì di là.
Parola del Signore
 
Il regno di Dio - Basilio Caballero (La Parola per ogni giorno): Nel vangelo di oggi il regno di Dio è paragonato a una rete a strascico: è l’ultima delle sette parabole sulle quali abbiamo meditato in questi ultimi giorni. Il punto centrale della parabola non è tanto la rete che raccoglie ogni genere di pesci, buoni e cattivi, grandi e piccoli, quanto la loro selezione. La cernita è l’ultima fase del regno di Dio: il giudizio.
Intanto, è il tempo della pazienza di Dio. La parabola della rete ha molto in comune con quella della zizzania in mezzo al grano. Nel regno di Dio, come nel mondo e nella Chiesa, è inevitabile la presenza simultanea di buoni e cattivi. Tutti quelli che ricevono il battesimo restano incorporati alla Chiesa, seppure nominalmente, e a tutti è offerto il regno di Dio attraverso il vangelo e la sequela di Cristo. Ma varia la risposta personale. Per questo, alla fine dei tempi, ci sarà una cernita, con sorte diversa per giusti e malvagi. Come nella parabola della zizzania, i cattivi saranno gettati nella fornace ardente, «dove sarà pianto e stridore di denti», cioè la frustrazione definitiva di chi ha rovinato pei sempre la sua vita. Se, da una parte, la parabola della rete insegna la tolleranza paziente fino al giudizio di Dio, dall’altra orienta l’uomo verso una giusta decisione per il presente, spingendolo all’opportuna con versione.
Alla fine di questa serie di sette parabole del regno, tentiamo una visione d’insieme, che possiamo concretizzare in questi quattro punti: a) La formazione del regno di Dio non avverrà senza resistenza e difficoltà (seminatore); b) ma il regno finirà per trionfare (granello di senapa e lievito); c) è necessario aver pazienza e non voler precipitare il giudizio di Dio (zizzania e rete); d) intanto, vale la pena di rinunciare a tutto per ottenere il regno (tesoro e perla).
Al termine delle parabole, Gesù chiede ai suoi: « Avete capito tutte queste cose?... Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche ». Secondo gli esegeti, questa massima è una riaffermazione, in metafora, del principio che governa i rapporti tra la legge mosaica e il vangelo, esposto da Gesù nel discorso della montagna (Mt 5,17ss). Le cose antiche sono la legge, le cose nuove il vangelo; questa è la chiave di lettura dell’Antico Testamento, che dà senso e valore alle cose antiche.
 
 Lo scriba sapiente - Angelico Poppi (Sinossi e Commento): Alla conclusione del discorso in parabole sembra che l’autore del vangelo intenda presentare se stesso quale scriba, che era stato conquistato dalla luce promanante dal Cristo. Anche a lui fu concessa la “comprensione” dei misteri del regno, accordata agli altri discepoli di Gesù, per diventarne un depositario e maestro. L’evangelista ha strutturato armonicamente il capitolo delle parabole in forma catechetica, adattandole alle esigenze degli evangelizzatori, subentrati agli apostoli per l’istruzione del popolo di Dio.
v. 51 La domanda di Gesù va riferita a tutto il discorso non solo all’insegnamento rivolto ai discepoli in privato (v o 36-50). La “comprensione” del regno è un dono, concesso da Dio a chi è disponibile all’ascolto della parola di Gesù (v. 11).
v. 52 Da questo versetto risulta che i destinatari del discorso in parabole, più che i discepoli del Gesù storico, sono le guide spirituali (qui equiparate agli scribi), che al tempo dell’evangelista avevano il compito d’insegnare la catechesi nelle comunità cristiane. Questi maestri venivano istruiti con un serio tirocinio per consentire loro di assimilare profondamente l’insegnamento di Gesù circa i misteri del regno, in modo da abilitarli all’istruzione dei credenti. Quanto avevano accumulato con lo studio e la riflessione personale, lo comunicavano ai loro uditori, nella stessa maniera con cui un capofamiglia raccoglieva con diligenza le provviste nella dispensa, per poi distribuirle a tempo opportuno ai familiari.
L’evangelista presenta le sue credenziali. L’insegnamento di Gesù (“cose nuove”) non implicava la rinuncia delle tradizioni ebraiche (“cose antiche”). Aveva compreso che il Vangelo non si contrapponeva all’Antico Testamento, ma ne rappresentava il compimento. Lo scriba cristiano, divenuto discepolo del regno dei cieli, cioè istruito secondo la novità del Vangelo, non rinnegava le Scritture, considerate la Parola di Dio. Anzi, quanto più ne approfondiva il senso, tanto più si rendeva conto che le promesse veterotestamentarie si erano adempiute nella missione di Gesù. Il Vangelo non annulla la Torà. Anzi, la conoscenza delle “cose antiche” cioè della storia degli interventi di Dio in favore del suo popolo, per formarlo, per educarlo con bontà e misericordia alla fedeltà al suo patto d’amore, è indispensabile per comprendere la novità del Vangelo .
 
La fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti - L’esistenza dell’Inferno, insieme ad altre verità di fede, oggi vacilla, e se si ammette la sua esistenza, per alcuni teologi è vuoto e per molti altri alla fine del mondo anche i diavoli si convertiranno.
Se è facile accettare il Paradiso, non è altrettanto facile accettare l’Inferno eppure la sua esistenza trova il suo sicuro fondamento sulla parola di Gesù Cristo, accolta come dogma dal Magistero della Chiesa. È di fede che ogni uomo «fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1021-1022). A queste due possibilità, il Purgatorio o il Paradiso, se ne aggiunge una terza: l’Inferno.
La morte è il sigillo, ma è qui sulla terra che ci giuochiamo il nostro destino. Infatti, la sentenza uscirà dalla bocca di Dio, ma l’avremo confezionata noi con la nostra vita, le nostre opere, la nostra fede.
Va all’Inferno chi rifiuta l’Amore, chi muore in peccato mortale, praticamente, è una libera scelta: «Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: “Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna” [1Gv 3,15]. Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola “inferno”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1033).
L’Inferno è riservato per chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi: «Gesù parla ripetutamente della “Geenna”, del “fuoco inestinguibile”, [Cf. Mt 5,22,29; Mt 13,42.50; Mc 9,43-48] che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l’anima che il corpo [Cf. Mt 10,28 ]. Gesù annunzia con parole severe che egli “manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno. . . tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente” [Mt 13,41-42], e che pronunzierà la condanna: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!” [Mt 25,41]» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1034 ).
Inferno significa essere separati per sempre da Dio: «La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, “il fuoco eterno”. La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1035).
A questa pena, la pena del danno, si aggiunge la pena del senso che affligge il peccatore principalmente nei sensi tramite cui ha offeso Dio, ma anche piu’ generalmente in tutti i cinque sensi.
Parlare, istruire, catechizzare su questa triste e spaventosa realtà e possibilità, non è terrorismo, ma un “appello alla responsabilità con la quale l’uomo deve usare la propria libertà in vista del prorpio destino eterno” (Catechismo della Chiesa Cattolica 1036).
 
La parabola delle reti - Agostino, De civit. Dei, 18, 49: In questo mondo perverso, in questi giorni cattivi, in cui la Chiesa si guadagna la sua futura glorificazione con l’umiltà presente, in cui viene ammaestrata dagli stimoli del timore, dai tormenti del dolore, dalle molestie della fatica e dai pericoli della tentazione, in cui ha l’unica gioia della speranza, se gioisce come deve, molti reprobi sono mescolati con i buoni. Gli uni e gli altri vengono raccolti come nella rete di cui parla il Vangelo (cf. Mt 13,47-50), e in questo mondo, quasi fosse un mare, viaggiano tutti insieme raccolti nelle reti, fino a quando giungono alla riva, ove i cattivi vengono separati dai buoni, perché nei buoni, come nel suo tempio “Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28). Ora perciò vediamo che si adempie la voce che diceva nel salmo: “Annunciai e parlai, si son moltiplicati in soprannumero” (Sal 39,6). Ed è ciò che accade da quando, per la prima volta per bocca del suo precursore, e poi per sua propria bocca, [Cristo] ha annunziato e detto: “Pentitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 3,2).
 
Il Santo del Giorno - 1 Agosto 2024 - Sant’Alfonso Maria De’ Liguori. Alla ricerca di Dio nel cuore degli ultimi: Dio s’incontra nello sguardo dei semplici e nelle profondità del cuore dell’uomo ed è lì che lo cercò sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo e dottore della Chiesa. Fulcro della sua missione fu la cura degli ultimi e degli emarginati, che si prese a cuore dopo l’incontro con i pastori delle montagne sopra Amalfi. Era nato a Napoli il 27 settembre 1696 da una famiglia nobile e, dopo gli studi di filosofia e diritto, decise di diventare sacerdote.
Ordinato nel 1726, quattro anni dopo incontrò i pastori durante un momento di forzato riposo; si convinse così della necessità di farsi apostolo in mezzo a loro e a tutti i poveri. Per questo scopo, guidato dal vescovo di Castellammare di Stabia, fondò la Congregazione del Santissimo Redentore (i Redentoristi). Nel 1760 divenne vescovo di Sant’Agata dei Goti. Morì nel 1787.
 
O Dio, che hai fatto del santo vescovo Alfonso Maria [de’ Liguori]
un fedele ministro e apostolo dell’Eucaristia,
concedi ai tuoi fedeli di parteciparvi assiduamente
per cantare in eterno la tua lode.
Per Cristo nostro Signore.
 
 31 Luglio 2024
 
Sant’Ignazio di Loyola
 
Ger 15,10.16-21; Salmo Responsoriale Dal Salmo 58 (59); Mt 13,47-53
 
Colletta
O Dio, che hai chiamato sant’Ignazio [di Loyola]
a operare nella Chiesa per la maggior gloria del tuo nome,
concedi anche a noi, con il suo aiuto e il suo esempio,
di combattere in terra la buona battaglia della fede
per ricevere con lui in cielo la corona dei santi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Il Regno di Dio - Giovanni Paolo II (Udienza Generale 18 Marzo 1987): Il regno di Dio costituisce il tema centrale della sua predicazione [di Gesù] come dimostrano in modo particolare le parabole.
La parabola del seminatore (Mt 13,3-8) proclama che il regno di Dio è già operante nella predicazione di Gesù, e al tempo stesso orienta a guardare all’abbondanza dei frutti che costituiranno la ricchezza sovrabbondante del Regno alla fine del tempo. La parabola del seme che cresce da solo (Mc 4, 26-29) sottolinea che il Regno non è opera umana, ma unicamente dono dell’amore di Dio che agisce nel cuore dei credenti e guida la storia umana al suo definitivo compimento nella comunione eterna con il Signore. La parabola della zizzania in mezzo al grano (Mt 13,24-30) e quella della rete da pesca (Mt 13,47-52) prospettano anzitutto la presenza, già operante, della salvezza di Dio. Insieme ai “figli del Regno”, però, sono anche presenti i “figli del Maligno”, gli operatori di iniquità: solo al termine della storia le potenze del male saranno distrutte e chi ha accolto il Regno sarà sempre con il Signore. Le parabole del tesoro nascosto e della perla preziosa (Mt 13, 44-46), infine, esprimono il valore supremo e assoluto del regno di Dio: chi lo comprende è disposto ad affrontare ogni sacrificio e rinuncia per entrarvi.
Dall’insegnamento di Gesù appare una ricchezza molto illuminante. Il regno di Dio, nella sua piena e totale realizzazione, è certamente futuro, “deve venire” (cf. Mc 9,1; Lc 22,18); la preghiera del Padre Nostro insegna a invocarne la venuta: “venga il tuo Regno” (Mt 6,10).
Al tempo stesso però, Gesù afferma che il regno di Dio “è già venuto” (Mt 12,28), “è in mezzo a voi” (Lc 17,21) attraverso la predicazione e le opere di Gesù. Inoltre da tutto il Nuovo Testamento risulta che la Chiesa, fondata da Gesù, è il luogo dove la regalità di Dio si rende presente, in Cristo, come dono di salvezza nella fede, di vita nuova nello Spirito, di comunione nella carità.
Appare così l’intimo rapporto tra il Regno e Gesù, un rapporto così forte che il regno di Dio può essere anche chiamato “regno di Gesù” (Ef 5,5; 2 Pt 1,11), come del resto Gesù stesso afferma davanti a Pilato, asserendo che il “suo” regno non è di questo mondo (Gv 18,36).
In questa luce possiamo comprendere le condizioni che Gesù indica per entrare nel Regno. Esse si possono riassumere nella parola “conversione”. Mediante la conversione l’uomo si apre al dono di Dio (cf. Lc 12,32), che “chiama al suo regno e alla sua gloria” (1 Ts 2,12); accoglie il Regno come un fanciullo (Mc 10, 5) ed è disposto a qualunque rinuncia per potervi entrare (cf. Lc18,29; Mt 19,29; Mc 10,29).
Il regno di Dio esige una “giustizia” profonda o nuova (Mt 5,20); richiede impegno nel fare la “volontà di Dio” (Mt 7, 21); domanda semplicità interiore “come i bambini” (Mt 18,3; Mc 10,15); comporta il superamento dell’ostacolo costituito dalle ricchezze (cf. Mc 10,23-24).
 
I Lettura - Epifanio Gallego -  Crisi vocazionale - Qui, abbiamo senza dubbio le parole autentiche e genuine del profeta Geremia, uno sfogo duro, rabbioso, diremmo quasi blasfemo, se non conoscessimo già un poco la sua persona e la sua statura psicologica e umana. É la descrizione patetica d’una crisi interiore vocazionale, una crisi che, come la testardaggine di Tommaso, ha fatto tanto bene ai posteri.
Geremia, per essere stato fedele alla sua vocazione, si sente un fallito, un uomo oggetto di liti e di contese, una pietra di contraddizione e un oggetto di maledizione da parte di tutti, sebbene egli sia vissuto e abbia esercitato la sua missione senza interesse e senza egoismi, senza quell’interesse che è appunto l’oggetto di litigio fra creditore e debitore. Come un novello Giobbe, stanco d’una lotta apparentemente sterile e drammatica, egli si ricorda del disgraziato giorno in cui sua madre l’ha partorito all’odio
e all’ostilità di tutti.
Ricorda anche gli inizi della sua vocazione, quella luna di miele in cui la parola di Yahveh era appunto come miele per la sua bocca e giubilo per il suo cuore; quando sentiva su di sé la presenza protettrice del suo Dio, sentiva il suo « Io sarò con te » e il suo nome pronunziato su di sé. Bei tempi quelli! pare dire il profeta.
Ma dovettero durare assai poco: molto presto, il profeta spontaneo, allegro ed estroverso dovette subire l’ostracismo sociale. Spinto dalle mani di Yahveh, contro la sua tendenza naturale, per pura vocazione, egli si sentì colmo dell’ira della quale era semplice portatore per il suo popolo. È il posto in cui la società, presto o tardi, mette tutti coloro che si pongono incondizionatamente al servizio di Dio.
L’aspetto irritante della situazione è che essa non fu un fenomeno occasionale, transitorio o sporadico: il disprezzo, la calunnia, la derisione e l’incomprensione erano divenuti quasi una cosa naturale, una piaga cronica e incurabile.
Dov’è Yahveh? dov’è la sua confortante presenza? Geremia lo paragona a uno di quei torrenti di Palestina che straripano durante l’inverno, ma, al momento della necessità e della siccità, li trovi vuoti e inutili. Lo vede lontano, incostante, come uno del quale non ti puoi fidare. Yahveh gli è venuto meno?
No. Egli è lì per rispondergli, per rinnovargli la sua chiamata. La risposta di Yahveh gli giunge attraverso la coscienza ormai rasserenata. Ora vede nuovamente chiaro come in principio, e anche più realisticamente, se è possibile. Per questo Yahveh torna a lui e lo conferma nella sua vocazione garantendogli la sua presenza protettrice, il suo « Io sarò con te », quel « ti basta la mia grazia » che dirà a Paolo di Tarso.
Continueranno a combattere contro di lui, lo perseguiteranno mani perverse e pugni oppressori, tutti congiureranno contro di lui, ma sempre invano. Infatti, « Io sarò con te per salvarti ». Gesù pregherà: « Non ti chiedo che li tolga dal mondo, ma che li liberi dal male ». A Geremia si chiede la stessa cosa: « Essi torneranno a te, mentre tu non dovrai tornare a loro ». Incarnazione sì, ma non perché il Figlio cessi di essere Dio, bensì perché l’uomo diventi figlio di Dio.
 
Vangelo
Vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,44-46
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. 
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra».
 
Parola del Signore.
 
Senza voler forzare i testi, possiamo trovare un filo comune che lega le due parabole ed è l’impossibilità per l’uomo di riuscire nella vita senza la grazia di Dio e senza una decisione per Dio: una decisione radicale, ma anche gioiosa come sottolinea la parabola del tesoro nascosto in un campo. In questo modo vengono smentiti gli «spensierati di Sion»: i giullari del Vangelo facile e i buontemponi dell’ottimismo a tutti i costi (Am 6,1-7).
Scriveva il teologo luterano tedesco Dietrich Bonhoeffer, morto impiccato nel campo di concentramento di Flossenbürg il 9 aprile 1945: «La grazia a buon mercato è nemica mortale della Chiesa; oggi, nella nostra lotta, si impone la grazia che costa... La grazia facile è quella di cui disponiamo in proprio. È la predicazione del perdono senza il pentimento, è il battesimo senza disciplina ecclesiastica, la Cena santa senza la confessione dei peccati, l’assoluzione senza confessione personale. La grazia a buon mercato è la grazia non avallata dall’obbedienza, la grazia senza la croce, la grazia che astrae da Gesù Cristo vivente e incarnato».
Il Vangelo, inoltre, vuole sottolineare la scaltrezza, l’avvedutezza dell’uomo del tesoro nascosto in un campo e del mercante: due uomini capaci di capire e ben valutare la fortuna loro capitata inaspettatamente tra le mani, in questo modo diventano l’immagine del vero discepolo che sa comprendere l’inestimabile valore del regno di Dio. Il discepolo, proprio perché cerca le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio e non pensa alle cose della terra (Col 3,1-2), è in grado di ben valutare i tesori celesti per il cui possesso è pronto a cavarsi gli occhi della testa, a ridursi in povertà e far gettito anche della propria vita.
A leggere bene il Vangelo si comprende allora con chiarezza che l’insegnamento delle parabole sta nell’incalcolabile valore del tesoro scoperto e nel sacrificio che il suo acquisto richiede.
Praticamente vuol dirci che l’accoglienza «del regno richiede tutto noi stessi. La scoperta della perla preziosa spinge il mercante a vendere tutti i suoi beni per impossessarsene, rinunciando perfino a essere mercante... Ebbene, la missione di Gesù di proclamare la decisione di Dio di attuare definitivamente ciò che aveva promesso da tempo, esige una risposta senza compromessi, un impegno totale, una decisione esistenziale che rischia il tutto per tutto, che vende tutto ciò che ha per comprare la perla di grande valore» (Giuseppe Carata). La Parola di Dio sta cercando di dire ai nostri cuori, forse un po’ sconcertati, che il baricentro della vita umana è fuori di noi: per riuscire o per ritrovare noi stessi, dobbiamo perderci; per portare frutto dobbiamo morire (Gv 12,24); per trovare o salvare la vita dobbiamo perderla (Mt 16,25; Gv 12,25).
 
… pieno di gioia: La parola gioia corrisponde all’ebraico simhah, che vuol dire soddisfazione dell’anima. L’Antico Testamento ama esaltare anche le gioie più umili della vita: quella del cibo, del riposo, del divertimento, del vino (Cf. Sal 104,5; Sir 31,27; Is 24,11).
La gioia di essere genitori di una numerosa prole (Cf. Sal 127,3; Sir 25,7; Gv 16,21). La gioia della fedeltà della sposa, del calore della casa e quella che scaturisce da una vera amicizia. Ma «la gioia vera il giusto la trova in Dio, nella sua parola, nella sua legge, nella sua alleanza indefettibile... La gioia del pio israelita, oltre che nell’intimità con Dio, sgorga dalla contemplazione delle meraviglie da lui operate nell’universo e nella storia del suo popolo. Una delle gioie più intense per Israele proviene dall’esercizio del culto reso al Dio vivo, presente in seno al popolo nel suo tempio» (G. Manzoni).
La vera gioia inonderà il mondo con la nascita del Cristo: Giovanni Battista esulta di gioia nel grembo della madre (Cf. Lc 1,41.44); Maria, la madre di Gesù, erompe in un canto di gioia, che celebra Dio padre dei piccoli e salvatore dei poveri e degli umili (Cf. Lc 1,46-55). La nascita di Giovanni Battista rallegra il cuore degli anziani genitori e dei loro conoscenti (Cf. Lc 1,56-57). La nascita di Gesù viene annunziata ai pastori come «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10).
I motivi di questa gioia sono evidenti: oramai in Gesù, il regno di Dio è in mezzo agli uomini, esso, come testé ci ha ricordato Matteo, è il tesoro per il quale si deve essere disposti a dare tutto gioiosamente, «perfino la vita» (Lc 14,26).
 
La vera gioia: Catechismo della Chiesa Cattolica 1720: Il Nuovo Testamento usa parecchie espressioni per caratterizzare la beatitudine alla quale Dio chiama l’uomo: l’avvento del regno di Dio; la visione di Dio: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8); l’entrata nella gioia del Signore; l’entrata nel riposo di Dio.
1721: Dio infatti ci ha creato per conoscerlo, servirlo e amarlo, e così giungere in paradiso. La beatitudine ci rende “partecipi della natura divina” (2 Pt 1,4) e della vita eterna. Con essa l’uomo entra nella gloria di Cristo e nel godimento della vita trinitaria.
1722: Una tale beatitudine oltrepassa l’intelligenza e le sole forze umane. Essa è frutto di un dono gratuito di Dio. Per questo la si dice soprannaturale, come la grazia che dispone l’uomo ad entrare nella gioia di Dio.
1723: La beatitudine promessa ci pone di fronte alle scelte morali decisive. Essa ci invita a purificare il nostro cuore dai suoi istinti cattivi e a cercare l’amore di Dio al di sopra di tutto. Ci insegna che la vera felicità non si trova né nella ricchezza o nel benessere, né nella gloria umana o nel potere, né in alcuna attività umana, per quanto utile possa essere, come le scienze, le tecniche e le arti, né in alcuna creatura, ma in Dio solo, sorgente di ogni bene e di ogni amore: “La ricchezza è la grande divinità del presente; alla ricchezza la moltitudine, tutta la massa degli uomini, tributa un omaggio istintivo. Per gli uomini il metro della felicità è la fortuna, e la fortuna è il metro dell’onorabilità... Tutto ciò deriva dalla convinzione che in forza della ricchezza tutto è possibile. La ricchezza è quindi uno degli idoli del nostro tempo, e un altro idolo è la notorietà… La notorietà, il fatto di essere conosciuti e di far parlare di sé nel mondo (ciò che si potrebbe chiamare fama da stampa), ha finito per essere considerata un bene in se stessa, un bene sommo, un oggetto, anch’essa, di vera venerazione.”.
1724: Il Decalogo, il discorso della montagna e la catechesi apostolica ci descrivono le vie che conducono al regno dei cieli. Noi ci impegniamo in esse passo passo, mediante azioni quotidiane, sostenuti dalla grazia dello Spirito Santo. Fecondati dalla parola di Cristo, lentamente portiamo frutti nella Chiesa per la gloria di Dio.
 
Il tesoro è lo stesso Verbo di Dio: “Questo tesoro, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza [cfr. Col 2,2s], è il Verbo di Dio, che si rivela nascosto nel corpo di Cristo, o le Sante Scritture, nelle quali è riposta ogni verità riguardante il Salvatore. Quando qualcuno trova in esse tale verità, deve rinunziare a tutte le ricchezze di questo mondo, pur di possedere quanto ha trovato. Le parole: “l’uomo che lo ha scoperto, lo nasconde di nuovo” [Mt 13,44], non indicano che quest’uomo si comporta così perché ne è geloso, ma perché ha timore di perderlo e vuole conservarlo, e perciò cela nel suo cuore colui per il quale ha rinunziato a tutte le ricchezze che aveva … Le belle perle sono la Legge e i Profeti, e la conoscenza del Vecchio Testamento. Ma una sola è la perla di grande valore, cioè la conoscenza del Salvatore, il sacramento della sua passione, il mistero della sua risurrezione. Il mercante che ha scoperto, a somiglianza dell’apostolo Paolo, tutti i misteri della Legge e dei Profeti e le antiche osservanze, nel rispetto delle quali ha sinora vissuto, tutte alla fine le disprezza come spazzatura e banalità, per guadagnarsi Cristo [cfr. Fil 3,8]. Non perché la scoperta della nuova perla comporti la condanna di quelle antiche; ma perché, al suo confronto, tutte le altre perle appaiono di minor valore.” (Girolamo, In Matth. II, 13, 44-46).
 
Santo del giorno - 31 Luglio 2024 - Sant’Ignazio di Loyola, Sacerdote: Il grande protagonista della Riforma cattolica nel XVI secolo, nacque ad Azpeitia, un paese basco, nel 1491. Era avviato alla vita del cavaliere, la conversione avvenne durante una convalescenza, quando si trovò a leggere dei libri cristiani. All’abbazia benedettina di Monserrat fece una confessione generale, si spogliò degli abiti cavallereschi e fece voto di castità perpetua. Nella cittadina di Manresa per più di un anno condusse vita di preghiera e di penitenza; fu qui che vivendo presso il fiume Cardoner decise di fondare una Compagnia di consacrati. Da solo in una grotta prese a scrivere una serie di meditazioni e di norme, che successivamente rielaborate formarono i celebri Esercizi Spirituali. L’attività dei Preti pellegrini, quelli che in seguito saranno i Gesuiti, si sviluppa un po’in tutto il mondo. Il 27 settembre 1540 papa Paolo III approvò la Compagnia di Gesù. Il 31 luglio 1556 Ignazio di Loyola morì. Fu proclamato santo il 12 marzo 1622 da papa Gregorio XV. (Avvenire)
 
Il sacrificio di lode
che ti abbiamo offerto, o Signore, in rendimento di grazie
nella memoria di sant’Ignazio,
orienti la nostra vita alla lode perenne del tuo nome.
Per Cristo nostro Signore.
 
 30 Luglio 2024
 
Martedì XVII Settimana T. O.
 
Ger 14,17b-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 78 (79); Mt 13,36-43
 
Colletta
O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
 
Giovanni Paolo II (Omelia 19 Luglio 1987): [...] ciò che tormenta di più l’intelligenza dell’uomo è la presenza del male nella storia, la sua origine e la sua finalità; solo dalla risposta a questi interrogativi l’uomo può trarre luce per la soluzione del problema della sua esistenza.
Gesù con la parabola del buon grano e della zizzania, da lui stesso poi interpretata e spiegata, rivela il motivo e il senso di questa tragica realtà.
Egli prima di tutto afferma chiaramente che il male c’è, è presente ed è dinamico nella storia degli uomini. Esso però non può venire da Dio, il creatore, che per essenza è Bene infinito ed eterno.
Dio è il seminatore del buon grano; innanzitutto con la creazione stessa, che è radicalmente e metafisicamente positiva, e poi con la Redenzione, perché “colui che semina il buon seme è figlio dell’uomo. Il seme buono sono i figli del regno”. Il male viene dal “nemico” e da coloro che lo seguono: “La zizzania sono i figli del maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo”.
Ci troviamo qui di fronte alla libertà, che Dio ha dato alle creature razionali: questa è la realtà più sublime e più tragica perché, usata male, è la causa della germinazione della zizzania nella vita del singolo e nella storia dell’umanità.
Il dramma della storia consiste proprio in questa convivenza del buon grano con la zizzania fino al termine della storia, fino alla mietitura: non è possibile, oggi, pensare la storia umana senza zizzania; e cioè - come dice Gesù stesso - non è possibile sradicare totalmente la zizzania, perché essa è commista al bene.
La zizzania vive e cresce nel campo del mondo; ma vive e prospera anche il buon grano; cresce e si sviluppa anche il grano di senape, che diventa un albero frondoso e ospitale; cresce e fermenta anche il lievito del bene nascosto nella posta dell’umanità.
Con estrema semplicità, ma con suprema autorità Gesù ci fa capire che l’intera storia umana, per quanto lunga e tribolata, ha come vertice la “mietitura” finale: ciò che conta veramente non è la storia che passa, ma l’eternità che ci attende.
 
I Lettura - Epifanio Gallego - Gerusalemme, la vergine profanata - Chi ascoltasse solo le diatribe e gli oracoli minacciosi di Geremia, correrebbe il rischio di formarsi un concetto molto errato di questo profeta. Così accadde ai suoi amici di Anatot, e così dovette accadere anche ai dirigenti e a gran parte del popolo di Gerusalemme. Lo consideravano come un nemico del popolo, del culto e della sicurezza politica e sociale.
Geremia non era questo. Lui solo sapeva quanto amasse il suo popolo e con quanto impegno cercasse di evitarne la rovina. Lui solo sapeva quanto sforzo gli costasse predicare le sventure che lo avrebbero inevitabilmente colpito.
Non sappiamo se, in occasione d’una liturgia penitenziale per una guerra o realmente durante l’assedio di Gerusalemme, Geremia sentì il bisogno di sfogarsi davanti al popolo e lo fece con la coscienza di compiere la volontà di Yahveh.
La situazione descritta dal profeta è più che tragica, e si avverò alla lettera negli ultimi giorni che precedettero la caduta di Gerusalemme nelle mani dell’esercito di Na-bucodonosor. Nelle campagne, morti di spada; nella città, morti di fame. Sacerdoti e profeti vagano come ubriachi senza meta e senza risposta. Gerusalemme è una giovane donzella ferita a morte. Gli occhi accusatori di tutti si rivolgono a Geremia. Ormai, poteva sentirsi soddisfatto: le sue minacce si stavano avverando.
Ma Geremia dice loro che si strugge in lacrime giorno e notte, che è il primo a soffrire per quello che avviene e per quello che deve annunziare. Egli ama il suo popolo; non vuole la sua rovina, ma la sua salvezza. È colpa sua se Yahveh lo castiga per i suoi peccati? È sadico se cerca la sua liberazione minacciandogli il castigo se non si converte?
E come uomo toccato come gli altri dalla sciagura nazionale, egli si rivolge a Dio per supplicarlo con un linguaggio non meno forte e audace di quello usato per farsi ascoltare dal suo popolo. « Perché?... perché? » Pare quasi che voglia attribuire a Yahveh la responsabilità della caotica fine del suo popolo.
Sapendo molto bene dove stesse il rimedio, egli è il primo a riconoscere il peccato collettivo del suo popolo, condizione indispensabile per giungere alla riconciliazione. Padre, dirà il figlio prodigo, ho peccato contro il cielo e contro di te. Geremia ricorda a Yahveh la sua alleanza. Se il popolo perisce, perisce Yahveh; se è disprezzato il suo trono, Gerusalemme, il disprezzo ricadrà su colui che è assiso sul trono, Yahveh. Per amore del suo nome, Egli non poteva scacciarli da sé.
È davvero una bella preghiera di solidarietà col popolo, di riconoscimento della debolezza umana e di totale fiducia in Yahveh che si è impegnato con la sua alleanza.
 
Vangelo
Come si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo.

Il Vangelo oggi offre alle nostre povere orecchie alcune verità che non vorremmo sentire. Innanzi tutto, nel mondo degli umani operano i figli del maligno, insonni, stacanovisti, furbi e molto intelligenti. I figli del maligno proditoriamente provocano sciagure, tragedie, seminano lutti, ingolfano le menti umane di false verità, ingozzano le anime di peccato, fanno tutto questo, e a volte, senza trovare ostacoli, perché, come ci suggerisce la sacra Scrittura, i figli delle tenebre, in fatto di iniziative, sono più scaltri dei figli della luce (Lc 16,8).
Se gli spiriti maligni si aggirano nel mondo, se il peccato è sempre in agguato, e gli stolti abboccano, le porte dell’Inferno saranno sempre spalancate, si chiuderanno il giorno del giudizio universale quando Satana accoglierà tra le sue calde braccia l’ultimo dannato (Mt 25,31-46).
Queste sono dunque le verità che vorremmo bandire dal nostro cuore e dalla nostra mente: noi siamo venduti al peccato (Rm 7,14), l’Inferno c’è, e i custodi infernali, notte e giorno, come leone ruggente vanno in giro cercando chi divorare (1Pt 5,8), tutti ci presenteremo al tribunale di Dio (Rm 14,10). Come si può sfuggire a questo tsunami di disgrazie? Cercando di essere grano buono, anche dovendo stare accanto a cattive compagnie; mettendosi alle orecchie la buona cera della pazienza per non sentire le sirene che assediano il cuore e l’anima, e spendere ogni giorno almeno cinque minuti per meditare sulla morte, che, prima o dopo, chiederà il conto, senza sconti.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,36-43
 
In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo».
Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».
 
Parola del Signore.
 
Spiegaci la parabola della zizzania nel campo - Basilio Caballero (La Parola per ogni giorno)Due terzi delle parabole evangeliche sul regno (41 su 63) sono spiegate da Gesù ai suoi discepoli. Quella della zizzania frammista al grano, che abbiamo letto sabato scorso, è una di queste. Allo stesso modo di quella del seminatore, la spiegazione della parabola della zizzania deve essere attribuita all’evangelista che, a sua volta, rispecchia la lettura che ne fece la comunità primitiva.
Nell’interpretazione della parabola della zizzania notiamo due parti.
La prima: spiegazione allegorica delle sette parole più importanti del racconto; è un piccolo lessico di termini allegorici. La spiegazione, richiesta dai discepoli, viene posta sulle labbra di Gesù che si trova già in casa: «“Spiegaci la parabola della zizzania nel campo”. Ed egli rispose: “Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli”». La seconda parte dell’interpretazione contrappone il destino divergente della zizzania e del grano, cioè dei peccatori e dei giusti, nel giudizio finale che è descritto con la classica terminologia apocalittica della Bibbia: fornace ardente, pianto e stridore di denti. Anche qui, come nella parabola del seminatore, si produce uno slittamento d’accento, perché la spiegazione non tocca il punto centrale della parabola, come l’ha raccontata Gesù, che è la pazienza tollerante di Dio. Invece dell’inevitabile coesistenza del grano e della zizzania, del bene e del male, di giusti e di peccatori, nel mondo e perfino dentro la Chiesa - che è l’accento teologico-kerigmatico principale della parabola in sé - la sua interpretazione mette in risalto la diversa sorte dei buoni e dei cattivi alla fine dei tempi. Per i primi c’è il regno del Padre, per i secondi la fornace ardente. Da tutto questo è implicitamente dedotta una esortazione: non abusare della pazienza di Dio, perché alla fine arriverà il suo giudizio.
 
Spiegazione della parabola della zizzania - Angelico Poppi (Sinossi e Commento): La seconda parte del discorso in parabole è rivolta esclusivamente ai discepoli. Infatti Gesù rientrò “nella casa” (di Pietro?). Matteo con il termine “casa” (oikia) forse allude al luogo abituale della catechesi cristiana in dimore private.
Richiesto dai discepoli, Gesù spiega loro la parabola della zizzania. Dapprima illustra il significato simbolico d’ogni termine (vv. 37-39); poi con un linguaggio dalle forti tinte apocalittiche fa riferimento al giudizio finale, nel quale avrà luogo la condanna dei malvagi e la glorificazione dei giusti (vv. 40-43). Nella spiegazione il ruolo del seminatore e del giudice non viene attribuito a Dio come nel racconto della parabola (v. 27), bensì al “Figlio dell’uomo”.
Mentre la parabola era focalizzata sul rinvio della separazione dei buoni dai cattivi nel giorno del giudizio, la spiegazione si riferisce alla loro sorte finale, indugiando sul destino orribile degli iniqui. L’impronta cristologica ed ecclesiale di tutto il brano evidenzia la rilettura postpasquale della parabola.
Matteo intende scuotere i cristiani tiepidi e rilassati, prospettando la sorte drammatica che attende i peccatori nel giorno del giudizio con la dannazione eterna. Il regno di Dio è già operante tra gli uomini: la collocazione tra i “figli del regno” oppure tra i “figli del malvagio” dipende dall’atteggiamento assunto da ciascuno nei confronti del Vangelo e dalla sua condotta.
v.37 Il seminatore è il Figlio dell’uomo, cui è attribuita pure la funzione di giudice con la mediazione dei “suoi angeli”.
v. 38 Il campo designa “il mondo”. Emerge così la prospettiva universale della missione della Chiesa.
vv. 39-40 La mietitura si riferisce al giudizio finale.
 
Origene (In Matth., X, 3): Allora i giusti splenderanno come sole nel Regno del Padre loro: e per chi splenderanno se non per quelli che saranno inferiori e che trarranno profitto dalla loro luce? ... Non è certo per se stessi che brilleranno ... La luce dei discepoli di Gesù brilla, da ora, davanti al resto degli uomini; essa brillerà ancora ... ottenendo la resurrezione: e, dopo la resurrezione fino a che tutti perverranno “all’uomo perfetto” e diverranno tutti un unico sole.
 
Il Santo del Giorno - 30 Luglio 2024 - San Pietro Crisologo: Voce autorevole di unità per tutta la Chiesa teologo efficace, ha lasciato numerosi scritti: La nostra vita è radicata nel cuore di Dio, nell’infinito amore da cui tutto ha origine e prende forma: è in esso che si trova il principio della dignità di ogni essere umano ed è da lì che viene il mandato affidato a ogni battezzato di diventare suo testimone nella storia. A ricordarci l’importanza della scelta di Dio di dimorare in mezzo a noi oggi è san Pietro Crisologo, vescovo e dottore della Chiesa, che nei suoi scritti (sono giunti fino a noi attraverso i secoli 180 suoi sermoni) ci ha lasciato una profonda riflessione sull’origine nobile della nostra stessa natura. Nato a Imola alla fine del IV secolo, fu consacrato vescovo di Ravenna – allora capitale dell’Impero romano d’Occidente – da papa Sisto III nel 433. Tra le questioni teologiche che furono al centro della sua opera ci fu anche quella riguardante le due nature di Cristo. Di fronte alle divisioni provocate da questo dibattito egli chiese di ascoltare il successore di Pietro, divenendo così una voce autorevole di unità per tutta la Chiesa. Nelle sue opere, inoltre, Crisologo (letteralmente “dalle parole d’oro”) spiega in maniera efficace il mistero dell’Incarnazione, le eresie di Ario e di Eutiche, il Credo apostolico. Tra le sue omelie anche una serie dedicate alla Vergine e a san Giovanni Battista. Morì nel 450 e nel 1729 è stato proclamato dottore della Chiesa. (Avvenire)
 
O Dio, nostro Padre,
che ci hai dato la grazia di partecipare a questo divino sacramento,
memoriale perpetuo della passione del tuo Figlio,
fa’ che il dono del suo ineffabile amore
giovi alla nostra salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
 
 29 Luglio 2024
 
Santi Marta, Maria e Lazzaro
 
1 Gv 4,7-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 33 (34); Gv 11,19-27 oppure Lc 10,38-42
 
Colletta
O Dio,
il tuo Figlio ha chiamato Lazzaro dal sepolcro alla vita
e ha accettato l’ospitalità nella casa di Marta:
donaci di servirlo fedelmente nei fratelli,
per essere nutriti con Maria dalla meditazione della sua parola.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La risurrezione di Lazzaro - Benedetto XVI (Angelus, 9 Marzo 2008): Si tratta dell’ultimo grande “segno” compiuto da Gesù, dopo il quale i sommi sacerdoti riunirono il Sinedrio e deliberarono di ucciderlo; e decisero di uccidere anche lo stesso Lazzaro, che era la prova vivente della divinità di Cristo, Signore della vita e della morte. In realtà, questa pagina evangelica mostra Gesù quale vero Uomo e vero Dio. Anzitutto l’evangelista insiste sulla sua amicizia con Lazzaro e le sorelle Marta e Maria. Egli sottolinea che a loro “Gesù voleva molto bene” (Gv 11,5), e per questo volle compiere il grande prodigio. “Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato, ma io vado a svegliarlo2 (Gv 11,11) – così parlò ai discepoli, esprimendo con la metafora del sonno il punto di vista di Dio sulla morte fisica: Dio la vede appunto come un sonno, da cui ci può risvegliare. Gesù ha dimostrato un potere assoluto nei confronti di questa morte: lo si vede quando ridona la vita al giovane figlio della vedova di Nain (cfr Lc 7,11-17) e alla fanciulla di dodici anni (cfr Mc 5,35-43). Proprio di lei disse: “Non è morta, ma dorme” (Mc 5,39), attirandosi la derisione dei presenti. Ma in verità è proprio così: la morte del corpo è un sonno da cui Dio ci può ridestare in qualsiasi momento.
Questa signoria sulla morte non impedì a Gesù di provare sincera compassione per il dolore del distacco. Vedendo piangere Marta e Maria e quanti erano venuti a consolarle, anche Gesù “si commosse profondamente, si turbò” e infine “scoppiò in pianto” (Gv 11,33.35). Il cuore di Cristo è divino-umano: in Lui Dio e Uomo si sono perfettamente incontrati, senza separazione e senza confusione. Egli è l’immagine, anzi, l’incarnazione del Dio che è amore, misericordia, tenerezza paterna e materna, del Dio che è Vita. Perciò dichiarò solennemente a Marta: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. E aggiunse: “Credi tu questo?” (Gv 11,25-26). Una domanda che Gesù rivolge ad ognuno di noi; una domanda che certamente ci supera, supera la nostra capacità di comprendere, e ci chiede di affidarci a Lui, come Lui si è affidato al Padre. Esemplare è la risposta di Marta: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo” (Gv 11,27). Sì, o Signore! Anche noi crediamo, malgrado i nostri dubbi e le nostre oscurità; crediamo in Te, perché Tu hai parole di vita eterna; vogliamo credere in Te, che ci doni una speranza affidabile di vita oltre la vita, di vita autentica e piena nel tuo Regno di luce e di pace.
 
I Lettura: La prima lettera di san Giovanni è costituita da tre grandi sezioni: camminare nella luce (1,5-2,29), vivere da figli di Dio (3,1-4,6) e alle fonti della carità e della fede (4,7-5,4). Il brano odierno, in cui troviamo l’esaltante affermazione «Dio è amore», ci introduce alle sorgenti della carità: Dio ha l’iniziativa della carità e la manifesta inviando e donando il suo Figlio unigenito, «perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).
 
Vangelo
Io credo che sei il Cristo, il Figlio di Dio.
 
Marta di Betania è la sorella di Maria e di Lazzaro; Gesù amava sostare nella loro casa durante la predicazione in Giudea. Il testo di oggi ci dona la più solenne affermazione della divinità di Gesù. Marta, anche se indaffarata in mille faccende casalinghe, stando spesso in compagnia di Gesù, avrà avuto modo di entrare “dentro il mistero del Cristo” e lo dimostra l’affermazione che viene registrata nel Vangelo secondo Giovanni: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”. Marta non è quindi quella donna distratta e iperattiva che si vuol dipingere, ma una donna che ama il servizio dettato dalla carità, e allo stesso tempo la donna attenta alla “presenza di Dio”, un attenzione amorosa che apre il suo cuore alla testimonianza e la sua vita al possesso del regno di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 11,19-27
 
In quel tempo, molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa.
Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà».
Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno».
Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Parola del Signore.
 
Il miracolo della risurrezione di Lazzaro è l’ultimo «segno» compiuto da Gesù prima della sua morte. In un contesto di dolore, di profonda commozione, di speranza e di incredulità, la risurrezione di colui che Gesù ama (Gv 11,3.16) è il segno e l’anticipazione della risurrezione stessa di Cristo.
Quando Gesù arriva a Betania, Lazzaro è morto da quattro giorni. Marta sembra rimproverare il Maestro, se tu fossi stato qui ..., ma nella richiesta c’è qualcosa che va al di là dell’umana speranza, l’insperabile: lei è certa che, nonostante la decomposizione organica del corpo, Gesù può operare un miracolo: Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà, anche quella di risuscitare ora Lazzaro.
Gesù comprende appieno la richiesta, ma rimanda la donna alla comune fede nella risurrezione dei morti. Marta, che forse sperava in un qualcosa di straordinario, si acquieta e accetta l’evidenza dei fatti: Lazzaro è morto, so che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno. Di rimando, Gesù, inaspettatamente, spazza via qualsiasi equivoco o dubbio: Io sono la risurrezione e la vita, così come Io sono il pane vivo disceso dal cielo (Gv 6,35s), la luce del mondo (Gv 8,12), la via, la verità e la vita (Gv 14,6). Gesù è venuto perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10): Marta accoglie la rivelazione, crede e professa la sua fede: Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo.
«L’uomo cerca in tutti i modi la vita fisica [...]. Ma la sorgente della sua vita è Cristo. Solo Cristo è colui che gli darà vita dopo questa vita [...]. Ma Cristo è anche la fonte della vita eterna, di quella vita dello spirito senza la quale a nulla varrebbe avere la vita del corpo» (Giovanni Unterberger).
 
Io sono la risurrezione e la vita - Bibbia di Gerusalemme nota a Gv 11,25: Nei 23-26, Giovanni utilizza un procedimento letterario classico per lui (2,19+), per dare insegnamento sulla risurrezione. Marta comprende il verbo - risorgere - (v 23) nel senso dell’escatologia giudaica ereditata da Dn 12,2: alla morte l’uomo discende nello sceol 16,33+), come un’ombra priva di vita ma risusciterà nell’ultimo giorno. Gesù rettifica questa idea nel senso di un’escatologia già realizzata: lui stesso è la risurrezione (v. 25). Chi crede in lui non morirà in eterno (v 26; cf. 8,51), è già passato dalla morte alla vita (5,24; 1Gv 3,14), è già risuscitato in Cristo grazie alla vita nuova che è in lui (Rm 6,1-11; Col 2,12-13; 3,1). La morte come la concepiva Daniele è abolita. Questa visione nuova suppone una distinzione fra l’anima, che non muore, e il corpo, che si corrompe nella terra. [...] - vivrà: nei versetti 25-26 abbiamo una nuova  utilizzazione della formula «Io sono» per introdurre una definizione di Cristo (6,35+). Ma qui la risposta di Cristo sembra troppo complessa (opporre per esempio 8,12), con una ripresa redazionale costituita dall’espressione «crede in me». Il testo primitivo doveva avere semplicemente: «chi crede in me […] non morirà in eterno» Questa affermazione (cf. la prima parte della nota) sembra contraddetta dall’esperienza umana, da cui la glossa.
 
Il vangelo della risurrezione nella predicazione apostolica - Jean Radermakers e Pierre Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): Fin dal giorno della Pentecoste, la risurrezione diventa il centro della predicazione apostolica, perché in essa si rivela l’oggetto fondamentale della fede cristiana (Atti 2,22-35). Questo vangelo di Pasqua è innanzitutto la testimonianza resa ad un fatto: Gesù è stato crocifisso ed è morto; ma Dio lo ha risuscitato e per mezzo suo apporta agli uomini la salvezza. Questa è la catechesi dì Pietro ai Giudei (3,14s) e la sua confessione dinanzi al sinedrio (4,10), l’insegnamento di Filippo all’eunuco etiope (8,35), quello di Paolo ai Giudei (13,33; 17,3) ed ai pagani (17,31) e la sua confessione dinanzi ai suoi giudici (23,6...). Non è altro che il contenuto stesso dell’esperienza pasquale. Un punto importante è sempre notato a proposito di questa esperienza: la sua conformità con le Scritture (cfr. 1Cor 15,3s). Da una parte, la risurrezione di Gesù compie le promesse profetiche: promessa dell’esaltazione gloriosa del Messia alla destra di Dio (Atti 2,34; 13,32s), della glorificazione del servo di Jahve (Atti 4,30; Fil 2,7ss), della intronizzazione del figlio dell’uomo (Atti 7,56; cfr. Mt 26,64 par.). Dall’altra parte, per tradurre questo mistero che è fuori dell’esperienza storica comune, i testi della Scrittura forniscono un insieme di espressioni che ne abbozzano i diversi aspetti: Gesù è il santo che Dio strappa alla corruzione dell’Ade (Atti 2,25-32; 13,35ss; cfr. Sal 16,8-11); è il nuovo Adamo sotto i cui piedi Dio ha posto ogni cosa (1Cor 15,27; Ebr 1,5-13; cfr. Sal 8); è la pietra rigettata dai costruttori e diventata pietra angolare (Atti 4,11; cfr. Sal 118,22)... Cristo glorificato appare in tal modo come la chiave di tutta la Scrittura, che lo concerneva in anticipo (cfr. Lc 24,27.44 ss).
 
Chi crede in me vivrà: “Chi crede in me anche se è morto vivrà, e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno ». Cosa vuol dire? « Chi crede in me, anche se è morto come è morto Lazzaro, vivrà », perché egli non è Dio dei morti ma dei viventi. Così rispose ai Giudei, riferendosi ai patriarchi morti da tanto tempo, cioè ad Abramo, Isacco e Giacobbe: «Io sono il Dio di Abramo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe; non sono Dio dei morti ma dei viventi: essi infatti sono tutti vivi» [Lc 20, 38]. Credi dunque, e anche se sei morto, vivrai; se non credi, sei morto anche se vivi... Quando è che muore l’anima? Quando manca la fede. Quando è che muore il corpo? Quando viene a mancare l’anima. La fede è l’anima della tua anima.  «Chi crede in me anche se è morto nel corpo, vivrà nell’anima, finché anche il corpo risorgerà per non più morire. E chiunque vive nel corpo e crede in me, anche se temporaneamente muore per la morte del corpo, non morirà in eterno per la vita dello spirito e per la immortalità della risurrezione».  Questo è il senso delle sue parole. «Lo credi tu?» - domanda Gesù a Marta - ; Ed essa risponde: « Sì, Signore, io ho creduto che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, che sei venuto in questo mondo [Gv 11, 26-27]. E credendo questo, ho con ciò creduto che tu sei la risurrezione, che tu sei la vita; ho creduto che chi crede in te, anche se muore, vivrà, e che chi vive e crede in te, non morirà in eterno»” (Agostino, Trattato sul vangelo di Giovanni, 49,15).
 
Il Santo del giorno: 29 Luglio 2024: Santa Marta di Betania: Marta è la sorella di Maria e di Lazzaro di Betania. Nella loro casa ospitale Gesù amava sostare durante la predicazione in Giudea. In occasione di una di queste visite conosciamo Marta. Il Vangelo ce la presenta come la donna di casa, sollecita e indaffarata per accogliere degnamente il gradito ospite, mentre la sorella Maria preferisce starsene quieta in ascolto delle parole del Maestro. L’avvilita e incompresa professione di massaia è riscattata da questa santa fattiva di nome Marta, che vuol dire semplicemente «signora». Marta ricompare nel Vangelo nel drammatico episodio della risurrezione di Lazzaro, dove implicitamente domanda il miracolo con una semplice e stupenda professione di fede nella onnipotenza del Salvatore, nella risurrezione dei morti e nella divinità di Cristo, e durante un banchetto al quale partecipa lo stesso Lazzaro, da poco risuscitato, e anche questa volta ci si presenta in veste di donna tuttofare. I primi a dedicare una celebrazione liturgica a S. Marta furono i francescani, nel 1262. (Avvenire)  
 
La comunione al Corpo e al Sangue del tuo Figlio unigenito
ci liberi, o Signore, dagli affanni delle cose che passano,
perché, sull’esempio di santa Marta,
progrediamo sulla terra in un sincero amore per te
e godiamo senza fine della tua visione nel cielo.
Per Cristo nostro Signore.