1 Agosto 2024
Sant’Alfonso Maria De Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa
Ger 18,1-6; Salmo responsoriale Dal Salmo 145 (146); Mt 13,47-53
Colletta
O Dio, che fai sorgere nella tua Chiesa
forme sempre nuove di santità,
fa’ che imitiamo l’ardore apostolico
del santo vescovo Alfonso Maria [de’ Liguori],
per ricevere la sua stessa ricompensa nei cieli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Benedetto XVI (Udienza Generale 11 Marzo 2011): Insieme alle opere di teologia, sant’Alfonso compose moltissimi altri scritti, destinati alla formazione religiosa del popolo. Lo stile è semplice e piacevole. Lette e tradotte in numerose lingue, le opere di sant’Alfonso hanno contribuito a plasmare la spiritualità popolare degli ultimi due secoli. Alcune di esse sono testi da leggere con grande profitto ancor oggi, come Le Massime eterne, Le glorie di Maria, La pratica d’amare Gesù Cristo, opera – quest’ultima – che rappresenta la sintesi del suo pensiero e il suo capolavoro. Egli insiste molto sulla necessità della preghiera, che consente di aprirsi alla Grazia divina per compiere quotidianamente la volontà di Dio e conseguire la propria santificazione. Riguardo alla preghiera egli scrive: “Dio non nega ad alcuno la grazia della preghiera, con la quale si ottiene l’aiuto a vincere ogni concupiscenza e ogni tentazione. E dico, e replico e replicherò sempre, sino a che avrò vita, che tutta la nostra salvezza sta nel pregare”. Di qui il suo famoso assioma: “Chi prega si salva” (Del gran mezzo della preghiera e opuscoli affini. Opere ascetiche II, Roma 1962, p. 171). Mi torna in mente, a questo proposito, l’esortazione del mio predecessore, il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II: “Le nostre comunità cristiane devono diventare «scuole di preghiera» ... Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi un punto qualificante di ogni programmazione pastorale” (Lett. ap. Novo Millennio ineunte, 33,34).
Tra le forme di preghiera consigliate fervidamente da sant’Alfonso spicca la visita al Santissimo Sacramento o, come diremmo oggi, l’adorazione, breve o prolungata, personale o comunitaria, dinanzi all’Eucaristia.
“Certamente – scrive Alfonso – fra tutte le devozioni questa di adorare Gesù sacramentato è la prima dopo i sacramenti, la più cara a Dio e la più utile a noi... Oh, che bella delizia starsene avanti ad un altare con fede... e presentargli i propri bisogni, come fa un amico a un altro amico con cui si abbia tutta la confidenza!” (Visite al SS. Sacramento ed a Maria SS. per ciascun giorno del mese. Introduzione). La spiritualità alfonsiana è infatti eminentemente cristologica, centrata su Cristo e il Suo Vangelo. La meditazione del mistero dell’Incarnazione e della Passione del Signore sono frequentemente oggetto della sua predicazione. In questi eventi, infatti, la Redenzione viene offerta a tutti gli uomini “copiosamente”. E proprio perché cristologica, la pietà alfonsiana è anche squisitamente mariana. Devotissimo di Maria, egli ne illustra il ruolo nella storia della salvezza: socia della Redenzione e Mediatrice di grazia, Madre, Avvocata e Regina. Inoltre, sant’Alfonso afferma che la devozione a Maria ci sarà di grande conforto nel momento della nostra morte. Egli era convinto che la meditazione sul nostro destino eterno, sulla nostra chiamata a partecipare per sempre alla beatitudine di Dio, come pure sulla tragica possibilità della dannazione, contribuisce a vivere con serenità ed impegno, e ad affrontare la realtà della morte conservando sempre piena fiducia nella bontà di Dio.
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori è un esempio di pastore zelante, che ha conquistato le anime predicando il Vangelo e amministrando i Sacramenti, unito ad un modo di agire improntato a una soave e mite bontà, che nasceva dall’intenso rapporto con Dio, che è la Bontà infinita. Ha avuto una visione realisticamente ottimista delle risorse di bene che il Signore dona ad ogni uomo e ha dato importanza agli affetti e ai sentimenti del cuore, oltre che alla mente, per poter amare Dio e il prossimo.
I Lettura - Come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani - Epifanio Gallego: Passeggiando al sud della città, Geremia entra nella bottega del vasaio. Discorre, osserva e, a un certo momento, si meraviglia dell’affetto del vasaio per l’argilla che va modellando con le sue mani. Se un oggetto gli riesce male, non lo butta via, ma lo modella nuovamente fino a che noti abbia fatto qualcosa che gli piace.
Ossessionato come era per la salvezza del suo popolo, egli ha compreso il valore significativo di quello che i suoi occhi contemplano. Si alza e va a dire al suo popolo ostinato quello che, secondo la sua coscienza, Dio gli ha rivelato. È cosa frequente, nei profeti, interpretare questi avvenimenti comuni come visioni divine. Sono insegnamenti preziosi e significativi per comprendere come, nel profeta, l’ispirazione diveniva vita.
La visione trascendente che Geremia ebbe da quella visita al vasaio era chiaroveggente. Yahveh e il suo popolo avevano lo stesso ruolo che avevano il vasaio e l’argilla. D’altra parte, quell’immagine non era del tutto nuova: la tradizione aveva sempre visto Yahveh nell’atto di creare l’uomo di argilla, esattamente come un vasaio. I popoli vicini, nelle loro letterature mitologiche, avevano la stessa immagine in riferimento alla creazione.
La cosa realmente nuova in Geremia è che quello che Dio ha fatto e gli è riuscito male è il suo popolo. Il destino di Giuda e d’Israele è nelle sue mani: può farne quello che gli pare meglio. Anche Isaia e Paolo si servono di questa immagine per far vedere l’onnipotenza di Dio nei confronti dell’uomo, che è un nulla, un pugno di argilla nelle sue mani.
La ribellione storica a Yahveh di Giuda che corre dietro ad altri dèi e ad altri popoli è un controsenso, un non-senso. Geremia lo dimostra chiaramente al suo popolo. Gli israeliti devono mettersi nelle mani di Yahveh e del suo profeta con la stessa docilità con cui l’argilla si mette nelle mani del vasaio. Yahveh potrà rifarli, schiacciarli, ma mai annichilirli: nei suoi disegni d’amore, egli, come il vasaio, cerca solo di creare un oggetto del quale possa andare orgoglioso. Sul fondo, si sentono le sventure che il popolo sta attraversando e persino la situazione dell’esilio. Essi hanno bisogno di fede, di credere tutto quello che è necessario in quest’opera di rimodellamento purificatore fino a che Dio abbia fatto della sua opera un popolo santo.
L’immagine non va oltre. Scendere ai particolari, contrapporre l’inerzia dell’argilla alla libertà dell’uomo o il possibile capriccio del vasaio all’indefettibile e giusta volontà divina sarebbe voler dire quello che né il profeta né Dio intesero insegnarci.
Vangelo
Raccolgono i buoni nei canestri e buttano via i cattivi.
La parabola della rete, simile alla parabola della zizzania, rimanda il lettore al giudizio finale quando i buoni saranno separati dai cattivi: i primi entreranno nel regno di Dio, i reprobi andranno «nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (Mt 25,31-46). Se è vero che nella fase terrena del regno i cattivi si mescoleranno ai buoni, la zizzania al grano, è anche vero che alla fine dei tempi tutti dovremo comparire «davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male» (2Cor 5,10).
Il detto, che conclude il racconto evangelico, è da applicare ai responsabili delle comunità. Lo scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è colui che conosce sia l’insegnamento di Gesù, il nuovo, sia la Thorà, l’antico, interpretati e completati dal nuovo.
In questo modo, non si abolisce l’insegnamento degli scribi, un patrimonio pur sempre prezioso, ma è la fede in Cristo a dargli una ricchezza nuova.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,47-53
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Terminate queste parabole, Gesù partì di là.
Parola del Signore
Il regno di Dio - Basilio Caballero (La Parola per ogni giorno): Nel vangelo di oggi il regno di Dio è paragonato a una rete a strascico: è l’ultima delle sette parabole sulle quali abbiamo meditato in questi ultimi giorni. Il punto centrale della parabola non è tanto la rete che raccoglie ogni genere di pesci, buoni e cattivi, grandi e piccoli, quanto la loro selezione. La cernita è l’ultima fase del regno di Dio: il giudizio.
Intanto, è il tempo della pazienza di Dio. La parabola della rete ha molto in comune con quella della zizzania in mezzo al grano. Nel regno di Dio, come nel mondo e nella Chiesa, è inevitabile la presenza simultanea di buoni e cattivi. Tutti quelli che ricevono il battesimo restano incorporati alla Chiesa, seppure nominalmente, e a tutti è offerto il regno di Dio attraverso il vangelo e la sequela di Cristo. Ma varia la risposta personale. Per questo, alla fine dei tempi, ci sarà una cernita, con sorte diversa per giusti e malvagi. Come nella parabola della zizzania, i cattivi saranno gettati nella fornace ardente, «dove sarà pianto e stridore di denti», cioè la frustrazione definitiva di chi ha rovinato pei sempre la sua vita. Se, da una parte, la parabola della rete insegna la tolleranza paziente fino al giudizio di Dio, dall’altra orienta l’uomo verso una giusta decisione per il presente, spingendolo all’opportuna con versione.
Alla fine di questa serie di sette parabole del regno, tentiamo una visione d’insieme, che possiamo concretizzare in questi quattro punti: a) La formazione del regno di Dio non avverrà senza resistenza e difficoltà (seminatore); b) ma il regno finirà per trionfare (granello di senapa e lievito); c) è necessario aver pazienza e non voler precipitare il giudizio di Dio (zizzania e rete); d) intanto, vale la pena di rinunciare a tutto per ottenere il regno (tesoro e perla).
Al termine delle parabole, Gesù chiede ai suoi: « Avete capito tutte queste cose?... Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche ». Secondo gli esegeti, questa massima è una riaffermazione, in metafora, del principio che governa i rapporti tra la legge mosaica e il vangelo, esposto da Gesù nel discorso della montagna (Mt 5,17ss). Le cose antiche sono la legge, le cose nuove il vangelo; questa è la chiave di lettura dell’Antico Testamento, che dà senso e valore alle cose antiche.
Lo scriba sapiente - Angelico Poppi (Sinossi e Commento): Alla conclusione del discorso in parabole sembra che l’autore del vangelo intenda presentare se stesso quale scriba, che era stato conquistato dalla luce promanante dal Cristo. Anche a lui fu concessa la “comprensione” dei misteri del regno, accordata agli altri discepoli di Gesù, per diventarne un depositario e maestro. L’evangelista ha strutturato armonicamente il capitolo delle parabole in forma catechetica, adattandole alle esigenze degli evangelizzatori, subentrati agli apostoli per l’istruzione del popolo di Dio.
v. 51 La domanda di Gesù va riferita a tutto il discorso non solo all’insegnamento rivolto ai discepoli in privato (v o 36-50). La “comprensione” del regno è un dono, concesso da Dio a chi è disponibile all’ascolto della parola di Gesù (v. 11).
v. 52 Da questo versetto risulta che i destinatari del discorso in parabole, più che i discepoli del Gesù storico, sono le guide spirituali (qui equiparate agli scribi), che al tempo dell’evangelista avevano il compito d’insegnare la catechesi nelle comunità cristiane. Questi maestri venivano istruiti con un serio tirocinio per consentire loro di assimilare profondamente l’insegnamento di Gesù circa i misteri del regno, in modo da abilitarli all’istruzione dei credenti. Quanto avevano accumulato con lo studio e la riflessione personale, lo comunicavano ai loro uditori, nella stessa maniera con cui un capofamiglia raccoglieva con diligenza le provviste nella dispensa, per poi distribuirle a tempo opportuno ai familiari.
L’evangelista presenta le sue credenziali. L’insegnamento di Gesù (“cose nuove”) non implicava la rinuncia delle tradizioni ebraiche (“cose antiche”). Aveva compreso che il Vangelo non si contrapponeva all’Antico Testamento, ma ne rappresentava il compimento. Lo scriba cristiano, divenuto discepolo del regno dei cieli, cioè istruito secondo la novità del Vangelo, non rinnegava le Scritture, considerate la Parola di Dio. Anzi, quanto più ne approfondiva il senso, tanto più si rendeva conto che le promesse veterotestamentarie si erano adempiute nella missione di Gesù. Il Vangelo non annulla la Torà. Anzi, la conoscenza delle “cose antiche” cioè della storia degli interventi di Dio in favore del suo popolo, per formarlo, per educarlo con bontà e misericordia alla fedeltà al suo patto d’amore, è indispensabile per comprendere la novità del Vangelo .
La fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti - L’esistenza dell’Inferno, insieme ad altre verità di fede, oggi vacilla, e se si ammette la sua esistenza, per alcuni teologi è vuoto e per molti altri alla fine del mondo anche i diavoli si convertiranno.
Se è facile accettare il Paradiso, non è altrettanto facile accettare l’Inferno eppure la sua esistenza trova il suo sicuro fondamento sulla parola di Gesù Cristo, accolta come dogma dal Magistero della Chiesa. È di fede che ogni uomo «fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1021-1022). A queste due possibilità, il Purgatorio o il Paradiso, se ne aggiunge una terza: l’Inferno.
La morte è il sigillo, ma è qui sulla terra che ci giuochiamo il nostro destino. Infatti, la sentenza uscirà dalla bocca di Dio, ma l’avremo confezionata noi con la nostra vita, le nostre opere, la nostra fede.
Va all’Inferno chi rifiuta l’Amore, chi muore in peccato mortale, praticamente, è una libera scelta: «Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: “Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna” [1Gv 3,15]. Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola “inferno”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1033).
L’Inferno è riservato per chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi: «Gesù parla ripetutamente della “Geenna”, del “fuoco inestinguibile”, [Cf. Mt 5,22,29; Mt 13,42.50; Mc 9,43-48] che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l’anima che il corpo [Cf. Mt 10,28 ]. Gesù annunzia con parole severe che egli “manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno. . . tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente” [Mt 13,41-42], e che pronunzierà la condanna: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!” [Mt 25,41]» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1034 ).
Inferno significa essere separati per sempre da Dio: «La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, “il fuoco eterno”. La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1035).
A questa pena, la pena del danno, si aggiunge la pena del senso che affligge il peccatore principalmente nei sensi tramite cui ha offeso Dio, ma anche piu’ generalmente in tutti i cinque sensi.
Parlare, istruire, catechizzare su questa triste e spaventosa realtà e possibilità, non è terrorismo, ma un “appello alla responsabilità con la quale l’uomo deve usare la propria libertà in vista del prorpio destino eterno” (Catechismo della Chiesa Cattolica 1036).
La parabola delle reti - Agostino, De civit. Dei, 18, 49: In questo mondo perverso, in questi giorni cattivi, in cui la Chiesa si guadagna la sua futura glorificazione con l’umiltà presente, in cui viene ammaestrata dagli stimoli del timore, dai tormenti del dolore, dalle molestie della fatica e dai pericoli della tentazione, in cui ha l’unica gioia della speranza, se gioisce come deve, molti reprobi sono mescolati con i buoni. Gli uni e gli altri vengono raccolti come nella rete di cui parla il Vangelo (cf. Mt 13,47-50), e in questo mondo, quasi fosse un mare, viaggiano tutti insieme raccolti nelle reti, fino a quando giungono alla riva, ove i cattivi vengono separati dai buoni, perché nei buoni, come nel suo tempio “Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28). Ora perciò vediamo che si adempie la voce che diceva nel salmo: “Annunciai e parlai, si son moltiplicati in soprannumero” (Sal 39,6). Ed è ciò che accade da quando, per la prima volta per bocca del suo precursore, e poi per sua propria bocca, [Cristo] ha annunziato e detto: “Pentitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 3,2).
Il Santo del Giorno - 1 Agosto 2024 - Sant’Alfonso Maria De’ Liguori. Alla ricerca di Dio nel cuore degli ultimi: Dio s’incontra nello sguardo dei semplici e nelle profondità del cuore dell’uomo ed è lì che lo cercò sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo e dottore della Chiesa. Fulcro della sua missione fu la cura degli ultimi e degli emarginati, che si prese a cuore dopo l’incontro con i pastori delle montagne sopra Amalfi. Era nato a Napoli il 27 settembre 1696 da una famiglia nobile e, dopo gli studi di filosofia e diritto, decise di diventare sacerdote.
Ordinato nel 1726, quattro anni dopo incontrò i pastori durante un momento di forzato riposo; si convinse così della necessità di farsi apostolo in mezzo a loro e a tutti i poveri. Per questo scopo, guidato dal vescovo di Castellammare di Stabia, fondò la Congregazione del Santissimo Redentore (i Redentoristi). Nel 1760 divenne vescovo di Sant’Agata dei Goti. Morì nel 1787.
O Dio, che hai fatto del santo vescovo Alfonso Maria [de’ Liguori]
un fedele ministro e apostolo dell’Eucaristia,
concedi ai tuoi fedeli di parteciparvi assiduamente
per cantare in eterno la tua lode.
Per Cristo nostro Signore.