2 Luglio 2019 - Martedì della XIII Settimana T. O.
Gn 19,15-29; Sal 25 (26); Mt 8,23-27
Colletta: O Dio, che ci hai reso figli della luce con il tuo Spirito di adozione, fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore, ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Anche se Gesù dormiva, e il mare era calmo, non c’era motivo di preoccuparsi. Ma le cose si guastano quando la tempesta si abbatte sulla barca, e Gesù continua a dormire. E così suona la sveglia: Salvaci, Signore, siamo perduti! Il rimprovero non tarda a raggiungerli: Perché avete paura, gente di poca fede?. Ed è ben appropriato, se teniamo a mente che poco prima erano stati spettatori di prodigi, esorcismi, e guarigioni. Sappiamo dal Vangelo che tutto finì bene, perché c’era Gesù sulla barca, e se non ci fosse stato? Nella storia degli uomini, il Risorto è sempre in mezzo ai suoi, ma gli occhi del corpo non lo vedono, i sensi non lo percepiscono, e a volte la barca prende tanta acqua con il rischio di affondare, eppure la Parola di Dio sembra tardare, sembra non arrivare, e per non fare naufragio si è costretti a lottare strenuamente contro una natura ostile e ribelle. Nel Vangelo Gesù è intervenuto e ha minacciato i venti e il mare, ma volte tace, perché impariamo a procedere nel cammino periglioso della vita con il cuore sì in tempesta, ma ben illuminato dal lume della fede. La tempesta è sempre in agguato, è sempre dietro l’angolo, ma il lume della fede deve essere ben alimentato affinché non si spenga. Il lume della fede va alimentato con la certezza che Gesù non dorme, è sempre accanto ai suoi amici, e più che le orecchie bisogna aprire il cuore per sentire la sua Parola di salvezza.
Vangelo - Dal Vangelo secondo Matteo 8,23-27: In quel tempo, salito Gesù sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva. Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, gente di poca fede?». Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia. Tutti, pieni di stupore, dicevano: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?».
Nella narrazione evangelica si possono cogliere le contrastanti reazioni dei personaggi che animano il racconto: mentre la tempesta infuria, Gesù dorme; i discepoli, svegli, hanno gli occhi sbarrati per la paura; e mentre quest’ultimi sono atterriti, Gesù si presenta calmissimo. Altri particolari, che non sono ornamentali, ma essenziali al racconto, suggeriscono come tutto è spinto all’estremo: una grande sconvolgimento, una grande bonaccia, un grande (pieni) stupore. In questa estrema situazione, ridotti a mal partito, i discepoli svegliano Gesù rimproverandolo di non interessarsi della sorte dei suoi amici. Questa lamentela provoca l’immediato intervento di Gesù che è autoritario: egli non prega il Padre, ma agisce di persona. Il Maestro rimprovera i discepoli: «Perché avete paura, gente di poca fede?», e la tempesta si seda.
Al cessare del vento, la reazione da parte dei discepoli è immediata e Matteo, che vuole portare il lettore alla conoscenza sempre più profonda di Gesù, riporta l’interrogativo dei discepoli: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?». Questa domanda, che non esprime altro se non ammirazione, è strumentale in quanto obbliga il lettore a porsi alcune domande: nell’Antico Testamento chi è il creatore del mondo? Chi è il dominatore della creazione? Chi esercita sovrana autorità sugli elementi naturali?
La risposta è immediata e spontanea: è il Signore Dio. Egli è il creatore dei cieli, del sole, della luna, delle stelle, della luce, delle acque... è lui che dispone a suo piacimento dei venti e della pioggia, è lui che ha posto un limite al mare e alla sua potenza... è lui che chiama per nome le stelle ed esse rispondono (Cf. Bar 3,35).
Il lettore, dopo aver risposto a queste domande, è obbligato a porsi altre domande: se l’onnipotenza è prerogativa di Dio, perché i discepoli si rivolgono a Gesù e non a Dio? come mai Gesù non prega il Padre ma agisce con autorità di persona? come mai Gesù si comporta da dominatore assoluto degli elementi della natura? Domande importanti, perché l’identità di Gesù costituisce il nucleo della questione fondamentale di tutto il vangelo di Matteo, e anche degli altri vangeli. A questo punto, Matteo interviene e per aiutare il suo lettore a dare una risposta gli indica l’itinerario che deve percorrere per arrivare alla perfetta conoscenza del Maestro: questo itinerario è la fede in Colui che è morto e risorto ed è presente nella sua Chiesa fino alla fine dei giorni (Cf. Mt 28,20).
Wolgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Gesù sale in barca e i discepoli «lo seguirono». Egli è il primo, colui che precede, gli altri gli vanno dietro. Questo primo versetto ripropone il tema della «sequela» di Gesù, che continuerà nell’episodio sul lago. In mezzo al mare si scatena la grande tempesta, come accade frequentemente sul lago di Genezaret, incastonato com’è tra catene montuose, mettendo in serio pericolo i piccoli pescherecci poco adatti al mare. In quel bacino tra i monti si scontrano venti impetuosi che agitano profondamente le acque, rendendo quasi impossibile la navigazione. Gli esperti pescatori hanno appena il tempo di accorgersi del pericolo imminente, che già le onde minacciano di sommergere l’imbarcazione. In mezzo alla tempesta, nella barca sbattuta da cavalloni spumeggianti, Gesù dorme. È sicuro in Dio, e la situazione del momento non lo tocca.
Preoccupati e terrorizzati, i discepoli chiamano il Maestro: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». È un grido di disperazione, certo, ma anche di fiducia: non vedono altra via d’uscita che il Signore in mezzo a loro. Soltanto in lui è la salvezza! La loro esperienza e le loro capacità non servono a nulla. L’esclamazione: «Siamo perduti!», oltre al significate letterale, ha anche un senso spirituale: Siamo rovinati! Siamo spacciati! È finita per noi! Tutta la nostra vita se ne va, ogni speranza è morta! È quello che sperimentiamo davanti a un pericolo mortale, di fronte a un grave rischio, quando sembra svanire ogni intima speranza di vita.
La fede della Chiesa - Jean Duplacy: 1. La fede pasquale. - Questo passo fu compiuto quando i discepoli, dopo molte esitazioni in occasione delle apparizioni di Gesù (Mt 28,17; Mc 16,11-14; Lc 24,11), credettero alla sua risurrezione. Testimoni di tutto ciò che Gesù ha detto e fatto (Atti 10,39), essi lo proclamano «Signore e Cristo», nel quale sono compiute invisibilmente le promesse (2,33-36). Ora la loro fede è capace di giungere «fino al sangue» (cfr. Ebr 12,4). Essi chiamano i loro uditori a condividerla per beneficiare della promessa ottenendo la remissione dei loro peccati (Atti 2, 38 s; 10,43). La fede della Chiesa è nata.
2. La fede nella parola. - Credere significa innanzitutto accogliere questa predicazione dei testimoni, il vangelo (Atti 15,7; 1Cor 15,2), la parola (Atti 2,41; Rom 10,17; 1Piet 2,8), confessando Gesù come Signore (1Cor 12,3; Rom 10,9; cfr. 1Gv 2,22). Questo messaggio iniziale, trasmesso come la tradizione (lCor 15,1-3), potrà
arricchirsi e precisarsi in un insegnamento (1Tim 4,6; 2Tim 4,1-5): questa parola umana sarà sempre, per la fede, la parola stessa di Dio (1Tess 2,13). Riceverla, vuol dire per il pagano abbandonare gli idoli e rivolgersi al Dio vivo e vero (1Tess 1,8ss), significa per tutti riconoscere che il Signore Gesù porta a compimento il disegno di Dio (Atti 5,14; 13,27-37; cfr. 1Gv 2,24). Significa, ricevendo il battesimo, confessare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (Mt 28,19).
Questa fede, come constaterà Paolo, apre all’intelligenza i tesori di sapienza e di scienza che sono in Cristo (Col 2,3): la sapienza stessa di Dio rivelata dallo Spirito (1Cor 2), cosi diversa dalla sapienza umana (1Cor 1,17-31; cfr. Giac 2,1-5; 3,13-18; cfr. Is 29,14) e la conoscenza di Cristo e del suo amore (Fil 3,8; Ef 3,19; cfr. 1 Gv 3,16) .
La fede e la vita del battezzato. - Condotto dalla fede sino al battesimo e alla imposizione delle mani che lo fanno entrare pienamente nella Chiesa, colui che ha creduto nella parola partecipa all’insegnamento, allo spirito, alla «liturgia» di questa Chiesa (Atti 2,41-46). In essa infatti Dio realizza il suo disegno operando la salvezza di coloro che credono (2,47; 1Cor 1,18): la fede si manifesta nell’obbedienza a questo disegno (Atti 6,7; 2Tess l,8). Si dispiega nell’attività (1Tess 1,3; Giac l,21s) di una vita morale fedele alla legge di Cristo (Gal 6,2; Rom 8,2; Giac 1,25; 2,12); agisce per mezzo dell’amore fraterno (Gal 5,6; Giac 2,14-26). Si conserva in una fedeltà capace di affrontare la morte sull’esempio di Gesù (Ebr 12; Atti 7,55-60), in una fiducia assoluta in colui «nel quale ha creduto» (2Tim 1,12; 4,17s). Fede nella parola, obbedienza nella fiducia, questa è la fede della Chiesa, che separa coloro i quali si perdono - l’eretico, per esempio (Tito 3,10) - da coloro che sono salvati (2Tess 1,3-10; 1Piet 2,7s; Mc 16,16).
Il racconto della tempesta sedata rimanda al libro di Giona. Il figlio di Amittai, dal Signore Dio, era stato mandato ai Niniviti per stimmatizzare il loro peccato. Gli assiri, la cui capitale era Ninive, erano il popolo guerriero più feroce e sanguinario dell’antico Oriente. Inoltre, Ninive, città idolatra e avida di ricchezze (Cf. Na 3,1ss), come Sòdoma e Gomorra, era il simbolo per eccellenza dell’infamia del peccato umano. Il profeta si ribella alla parola del Signore e così si mette in marcia per fuggire a Tarsis, «lontano dal Signore» (Gn 1,3): «Tarsis rappresentava, agli occhi degli ebrei, l’estremità del mondo. Giona vuol sottrarsi alla sua missione fuggendo il più lontano possibile» (Bibbia di Gerusalemme).
Imbarcatosi sulla nave, mentre imperversa una grande tempesta, Giona, come Gesù, dorme profondamente. È stupefacente come nel racconto evangelico si ritrovano gli stessi particolari del racconto di Giona: la stessa descrizione della tempesta, il sonno del personaggio principale, il terrore dei marinai, la stessa invocazione d’aiuto, il medesimo placarsi della tempesta.
Per ottenere la bonaccia, Giona verrà gettato a mare e Gesù sarà consegnato alla morte e come Giona starà tre giorni nel ventre della balena, così il Cristo resterà tre giorni nel seno della terra. Alla luce di tutto questo, il racconto di Matteo assume allora un valore e un significato molto più profondo: mentre la tempesta evoca la Passione di Gesù, il sonno ricorda la sua morte che lascerà sgomenti, atterriti i suoi discepoli. La morte di Gesù provoca nella piccola comunità una grande tempesta: l’assenza fisica di Gesù costituisce una prova per i discepoli, vissuta nello sgomento, nella paura, nello sconforto, nella tristezza. Chiusi nel cenacolo per timore dei Giudei (Cf. Gv 20,19), i discepoli si sentono soli, minacciati, abbandonati al loro destino di morte. Gesù, svegliatosi dal sonno della morte, e apparendo ai suoi li rimprovera per la loro mancanza di fede: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?» (Lc 24,38).
I discepoli non avevano messo nei loro progetti la possibilità che un giorno il Maestro si sarebbe allontanato da loro per ritornare al Padre. Pensavano di averlo sempre con loro, come parafulmine che li avrebbe messo al riparo di ogni tempesta. Ingenuamente credevano, avendo Gesù sulla barca, di possedere una sorta di assicurazione contro ogni improvvisa burrasca. Invece bisogna affrontare persino il mare in tempesta; anche se Lui, il Maestro, nella barca dorme profondamente: «Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro - destinato a perire e tuttavia purificato col fuoco - torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà» (1Pt 1,6-7).
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Che cos’è l’uomo più felice senza la fede? Un fiore in un bicchiere d’acqua, senza radici e senza durata” (Camillo Benso, Conte di Cavour).
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
La divina Eucaristia, che abbiamo offerto e ricevuto, Signore,
sia per noi principio di vita nuova,
perché, uniti a te nell’amore,
portiamo frutti che rimangano per sempre.
Per Cristo nostro Signore.
sia per noi principio di vita nuova,
perché, uniti a te nell’amore,
portiamo frutti che rimangano per sempre.
Per Cristo nostro Signore.