MARTEDÌ 25 GIUGNO 2019

MARTEDÌ DELLA XII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


I Lettura Gen 13,2.5-18; Salmo Responsoriale: Dal Salmo 14 (15); Mt 7,6.12-14

Colletta: Dona al tuo popolo, o Padre, di vivere sempre nella venerazione e nell’amore per il tuo santo nome, poiché tu non privi mai della tua guida coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Per salvarsi è necessario entrare per la porta stretta. Possiamo così affermare che tutta la vita cristiana è milizia, lotta senza sosta contro la carne, il mondo e il diavolo. La «lotta [agon] accentua l’impegno cosciente delle proprie forze per raggiungere una meta [...]. Il lavoro dell’apostolo non è solamente un adempimento fedele del dovere, ma un agon, collegato a pesi e strapazzi [Col 1,29; 1Tm 4,10]. Si tratta della meta ultima e immutabile, la sola che valga: [...] il premio della vittoria, che il cristiano sarà in grado di raggiungere solo se si impegna, talvolta con il sacrificio di tutta la vita e mediante la comunione con le sofferenze di Cristo [Cf. Fil 3,15]» (A. Ringward).
Gesù ci sta dicendo, con estrema chiarezza, che per entrare nel regno di Dio non è solo richiesto il massimo impegno, ma anche la massima rinuncia. Qui siamo molto lontano da quel Vangelo edulcorato, infantile, dove tutto si poggia su un preteso buonismo di Dio che perdona tutti e tutto. Per salvarsi non basterà aver mangiato e bevuto in sua presenza, non sarà sufficiente aver avuto l’onore di averlo ospitato come maestro nelle nostre piazze, non serviranno nemmeno i legami di razza, o essere figli di Abramo, non servirà a nulla per evitare l’esclusione meritata da una condotta iniqua (Cf. Lc 3,7-9; Gv 8,33s).

Vangelo - Dal vangelo secondo Matteo 7,6.12-14: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi. Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti. Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi
sono quelli che la trovano!».

Non date le cose sante ai cani - Felipe F. Ramos - Il primo fra i proverbi raccolti dall’evangelista in questa breve sezione è per noi sconcertante e incomprensibile, semplicemente perché viene subito dopo che ci è stato proibito di giudicare gli altri e ci è stato comandato di applicare la misura della soavità, della comprensione e del perdono. D’altra parte, non sono stati scoperti, nella letteratura giudaica, testi o proverbi paralleli che ci aiutino a comprendere queste dure parole di Gesù. Gli elementi più simili conosciuti finora sono due raccomandazioni che leggiamo nel Talmud: «Non consegnate a un pagano le parole della legge»; «Non mettete le cose sante in luoghi impuri». Ma queste sentenze non ci sono di grande aiuto nel nostro caso. Il «santo» nel campo cultuale - così erano chiamati i sacrifici offerti nel tempio - e le perle nel campo dell’estimazione umana sono cose preziose. Queste cose preziose simboleggiano probabilmente il vangelo, l’annunzio della buona novella. I cani e i porci - animali impuri per i giudei - non sono, come è stato, detto talvolta, basandosi su Mc 7,26-27, i pagani (v. 3,9; 5,3-4; -8,11-12 e altri testi in cui il vangelo appare aperto ai pagani); sono tutti coloro che, a qualsiasi popolo appartengano, conservano, di fronte alla parola di Dio, l’atteggiamento di incomprensione che i porci hanno per le cose preziose; coloro che la rigettano, che non l’apprezzano o la disprezzano. Vi sono atteggiamenti di autosufficienza, di chiusura assoluta, di fronte ai quali l’unica posizione possibile è quella del silenzio.

 La «regola aurea» - Wolfgang Trilling: Questa regola di condotta non appartiene solo al cristianesimo. Anche pagani ed ebrei di alti sentimenti hanno formulato lo stesso principio: dobbiamo trattare gli altri come vorremmo essere trattali noi. Gesù fa propria questa massima di saggezza umana e naturale, ma sulle sue labbra acquista un senso nuovo e diverso da quello che poteva proporre un pagano o un ebreo: Gesù ha parlato di un amo re che non conosce limiti, che trova la sua misura in Dio e non esclude nemmeno il nemico. Ciò che mi aspetto dal prossimo, dal fratelli » nella fede, e ciò che egli può aspettarsi da me, è questo amore. Nei singoli casi, poi, questa «regola aurea» assumerà in concreto contenni i diversi. Certamente nessuno farà valere il diritto di esser trattato così, piuttosto ognuno assumerà il dovere di trattare così gli altri; la coscienza di quel che in ogni circostanza darebbe gioia o dolore a me, è norma sicura di come io devo comportarmi con gli altri. La comprensione di questo passo viene forse resa più difficile a motivo dall’espressione finale: «Questa infatti è la Legge e i Profeti»? No! Questa «norma» corrisponde al contenuto essenziale dell’Antico Testamento sotto l’aspetto morale. L’evangelista non fa che ripetere quanto aveva detto in 5,17: Gesù non ha eliminato l’antica legge, l’ha compiuta mediante una comprensione nuova e un senso più profondo che viene a noi dal Vangelo dell’amore. L’antico resta, ma vissuto con spirito nuovo. Così dev’essere nella nostra vita quotidiana. Ogni giorno incontriamo - nelle conversazioni e nelle letture - molta prudenza, saggezza, esperienza umana: nulla di vero e di elevato viene messo da parte dalla fede cristiana, anzi!, ma deve essere compiuto e perfezionato nello spirito di Gesù.

Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi - La regola d’oro - Catechismo della Chiesa Cattolica 1787-1789: L’uomo talvolta si trova ad affrontare situazioni che rendono incerto il giudizio morale e difficile la decisione. Egli deve sempre ricercare ciò che è giusto e buono e discernere la volontà di Dio espressa nella Legge divina. A tale scopo l’uomo si sforza di interpretare i dati dell’esperienza e i segni dei tempi con la virtù della prudenza, con i consigli di persone avvedute e con l’aiuto dello Spirito Santo e dei suoi doni. Alcune norme valgono in ogni caso: - Non è mai consentito fare il male perché ne derivi un bene. - La «regola d’oro»: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Mt 7,12) - La carità passa sempre attraverso il rispetto del prossimo e della sua coscienza. Parlando « così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza [...] voi peccate contro Cristo» (1Cor 8,12). «È bene non [...] [fare] cosa per la quale il tuo fratello possa scandalizzarsi» (Rm 14,21).

Penitenza - Odilo Kaiser: Il greco “metanoia” esprime bene ciò che è insito alla comprensione veterotestamentaria, soprattutto a quella profetica, della penitenza: la penitenza è cambiamento di mentalità. A questo punto lo sguardo si posa dapprima sulla possibilità di penitenza come benevolenza elargita gratuitamente da Dio, e in seguito, però, anche sull’obbligo che deriva all’uomo a partire da questa possibilità di “conversione”.
L’Antico Testamento conosce opere “esteriori” di penitenza: penitenza “con sacco e cenere” (1Re 21,27).  Preghiera, confessione dei peccati e sacrificio sono espressioni di penitenza (Ne 9-10). A questo punto, però, sorgeva sempre il pericolo che l’attenzione si rivolgesse troppo agli atti esteriori che andavano compiuti correttamente ed erano facilmente controllabili, mentre spariva sullo sfondo il vero e fondamentale cambiamento di mentalità.
Nella predicazione di Gesù, la correzione e l’approfondimento profetici della penitenza come atteggiamento escatologico di fondo raggiungono il loro traguardo (Os 6,6 in Mt 9,13). La penitenza è un’esigenza di fondo dell’irrompente signoria di Dio e, in quanto tale, rinuncia totale all’orgoglio e all’egoismo (Mt 5-7), sequela di Gesù senza alcuno sguardo, né desiderio di una ricompensa (Mc 10,3545), permanenza nell’amore (Gv 15), creazione di un “uomo nuovo” (Ef 4,23s).

La penitenza esigenza della vita interiore: Costituzione «Poenitemini» (Intimo e totale cambiamento dell’uomo): La penitenza, esigenza della vita interiore confermata dalla esperienza religiosa dell’umanità e oggetto di un particolare precetto della divina rivelazione, assume in Cristo e nella Chiesa dimensioni nuove, infinitamente più vaste e profonde. Cristo, che sempre nella sua vita fece ciò che insegnò, prima di iniziare il suo ministero, passò quaranta giorni e quaranta notti nella preghiera e nel digiuno, e inaugurò la sua missione pubblica col lieto messaggio: «Il regno di Dio è vicino», cui tosto aggiunse il comando: «Ravvedetevi e credete nel Vangelo». Queste parole costituiscono in certo modo il compendio di tutta la vita cristiana. al Regno annunciato da Cristo si può accedere soltanto mediante la «metánoia», cioè attraverso quell’intimo e totale cambiamento e rinnovamento di tutto l’uomo, di tutto il suo sentire, giudicare e disporre, che si attua in lui alla luce della santità e della carità di Dio, che, nel Figlio, a noi si sono manifestate e si sono comunicate con pienezza. L’invito del Figlio alla «metánoia» diviene più indeclinabile in quanto egli non soltanto la predica, ma offre anche esempio di penitenza. Cristo infatti è il modello supremo dei penitenti: ha voluto subire la pena per i peccati non suoi, ma degli altri.

Sforzatevi di entrare per la porta stretta - Ad annichilire nel cuore dell’uomo la gioia e l’impegno di entrare per la porta stretta è il gusto della trasgressione, uno spregiudicato uso della libertà che Cristo ci ha conquistato con il suo sangue, l’ostinazione a vivere nel peccato che, oltre alla sua squallida laidezza, rimane sempre un atto innaturale, cioè un atto insano rivolto contro Dio, contro se stessi, contro il prossimo e contro la natura.
Innaturale perché noi figli per adozione ci rivoltiamo contro il Padre, Colui che ci ha creati e ci tiene in vita. Se la cronaca nera ci ha abituati a certi efferati delitti, pur sempre la nostra coscienza si ribella quando viene a conoscere che una madre ha ammazzato il figlio o il figlio ha ammazzato i genitori. Eppure noi quest’atto lo compiamo e lo compiamo a cuor leggero e spesso per insignificanti conquiste, se conquiste si possono chiamare. È innaturale perché il peccato è contro noi stessi e nessuno al mondo ha odiato la propria carne, eppure noi lo facciamo. Non è odio quando mettiamo a repentaglio la nostra salvezza eterna?
Non è odiarci quando per certi gusti mettiamo a rischio la nostra salute? o la nostra vita?
È innaturale perché con il peccato noi odiamo i nostri genitori, i nostri benefattori, perché il peccato provoca una ferita, un danno a tutto il Corpo Mistico e a soffrirne sono anche le nostre persone care poiché anch’esse fanno parte del Corpo Mistico. E infine, è innaturale perché noi odiamo la natura, colei che per disposizione divina, ci sostenta, ci rallegra, ed è via che ci conduce alla conoscenza della potenza ineffabile di Dio. E conosciamo come la natura sa prendersi le sue rivincite.
Tutto questo è sotto i nostri occhi, eppure continuiamo a peccare oppure facciamo spallucce come se tutto fosse lecito o cerchiamo di minimizzare. Il no al peccato significa ristabilire l’ordine, significa instaurare un ordine di pace, di comunione, di carità fraterna, significa spalancare la porta del Cielo che il peccato irreversibilmente tiene chiusa.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!» (Vangelo).
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio, che ci hai rinnovati
con il corpo e sangue del tuo Figlio,
fà che la partecipazione ai santi misteri
ci ottenga la pienezza della redenzione.
Per Cristo nostro Signore.